L’ Asia pragmatica guarda verso la Cina

Il caos sui mercati finanziari, e i messaggi contraddittori di Washington sui dazi, potrebbero favorire la Cina nell’Asia in cerca di stabilità. 

Pur rimanendo nella “lista nera” degli Stati Uniti anche dopo la tregua dei novanta giorni decisa improvvisamente da Trump per il resto del mondo, la Cina tiene aperto il dialogo con gli Stati Uniti in cambio di rispetto, e non intende piegarsi alla pressione di Washington: Pechino se lo può permettere, ha le carte per farlo, al contrario di altri paesi della regione, da tempo in bilico tra le due super potenze. Per questo, sebbene tutti i paesi asiatici siano stati colpiti duramente dai dazi statunitensi fino alla sospensione di mercoledì, soltanto Pechino ha deciso di controbattere alle imposte commerciali del 125%, tassando a sua volta le importazioni statunitensi dell’84%.

I paesi della regione sanno che la Cina di oggi non è la stessa dei primi anni dell’era Trump. All’epoca, l’economia di Pechino era più vulnerabile agli shock esterni e il suo settore tecnologico non era ancora diventato l’attore globale che è oggi.  Nel frattempo ha vinto le sue due principali scommesse: ha rafforzato le sue catene di approvvigionamento attraverso l’espansione della Belt and Road e si è impegnata con buoni risultati per raggiungere l’autosufficienza tecnologica.  

La strategia a lungo termine è sempre stata chiara: ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti e costruire un ordine economico mondiale parallelo in cui la presa di Washington non sia così forte. Di fronte agli sviluppi degli ultimi giorni, Xi Jinping ha invocato la metafora della Cina come un vasto oceano che  “non teme le tempeste”, un modo per sottolineare la sua strategia a lungo termine. 

Dall’esterno, l’escalation può sembrare sconsiderata ma per Pechino si tratta di uno scontro controllato. I dazi sono abbinati a misure di stabilizzazione interna: stimoli per i consumatori, sussidi per le industrie strategiche e una maggiore diversificazione degli scambi commerciali con i paesi del Sud-est asiatico, dell’Africa e dell’America Latina. 

Le economie della regione, trainate dalle esportazioni, hanno bisogno di strategie chiare, non di caos.  Quasi nessun Paese è rimasto indenne dai dazi di Trump, nemmeno alleati come Australia, India, Giappone e Corea del Sud. Alienare Indonesia, Taiwan, Vietnam, Singapore e Filippine, che hanno aiutato Washington a contrastare l’ascesa di Pechino nella regione, è rischioso.

Giovedì, in una dura critica alla politica dell’inquilino della Casa Bianca, i ministri di “Asean”, i dieci paesi del sud-est asiatico, che insieme rappresentano la nuova potenza manifatturiera del mondo, riuniti in Malaysia hanno affermato che i dazi “altereranno i flussi commerciali e di investimento regionali e globali, avranno un impatto sulla sicurezza e la stabilità economica, comprometteranno i mezzi di sussistenza di milioni di persone nella regione e ostacoleranno sia il progresso economico nell’Asean in particolare nelle economie meno sviluppate, sia le consolidate relazioni economiche e commerciali tra Asean e Stati Uniti”.

Il Primo Ministro di Singapore, Lawrence Wong, ha messo in guardia dalla possibilità di un mondo più pericoloso, simile a quello degli anni ’30, quando “le guerre commerciali si trasformarono in conflitti armati e, infine, nella Seconda Guerra Mondiale”. La città-stato non ha nascosto la sua sorpresa e il suo disappunto per i dazi del 10% imposti anche a Singapore, non solo per la storica alleanza con Washington, con cui intrattiene un accordo di libero scambio, ma anche perché è l’unico paese del sud-est asiatico ad avere un deficit commerciale con gli Stati Uniti.

Sebbene la raffica di dazi di Washington sia stata particolarmente dura verso il sud-est asiatico, gran parte dell’Asia se l’aspettava. Questi paesi si stavano preparando silenziosamente da anni. Molto prima dell’ultima tornata di tasse commerciali dell’era Trump, i governi e le industrie regionali avevano già iniziato a riorientare le proprie strategie commerciali, allontanandosi dall’eccessiva dipendenza dagli Stati Uniti e dirigendosi verso un futuro economico più resiliente e incentrato sull’Asia.

La logica è semplice: gli Stati Uniti sono diventati un partner commerciale imprevedibile, mentre la Cina, nonostante la sua posizione assertiva, è geograficamente, economicamente e politicamente radicata nella regione. 

Pechino sta anche corteggiando i paesi vicini con misure concrete. A dicembre, ha azzerato i dazi su alcuni prodotti provenienti da tutti i paesi meno sviluppati con cui intrattiene relazioni diplomatiche. La firma del Partenariato Economico Regionale Globale (RCEP) nel 2020, che include la Cina e tutti i 10 paesi dell’ASEAN, è stata un segnale chiaro: l’Asia sta costruendo un futuro incentrato sulle catene di approvvigionamento intra-asiatiche e sulla domanda cinese, non sui dazi statunitensi.

I recenti dazi, quindi, hanno accelerato un processo già in atto. Non è un caso che il 15 aprile, Xi Jinping si recherà in Malaysia, presidente di turno di Asean, e non è nemmeno un caso che i leader di Giappone, Cina e Corea del Sud si siano incontrati a fine marzo a Tokyo, per cercare terreno comune sulle questioni economiche e di sicurezza dell’Asia orientale; un incontro descritto come “un punto di svolta nella storia“  dal Ministro degli Esteri giapponese Takeshi Iwaya. Anche Indonesia e Vietnam stanno approfondendo i legami commerciali con la Cina, non-solo per un vantaggio economico, ma anche per una sicurezza strategica a lungo termine.

La pausa di 90 giorni nell’applicazione dei dazi statunitensi può offrire un momento di riflessione, ma non invertirà la traiettoria, ne porterà rassicurazioni sulla stabilità e l’affidabilità dell’amministrazione Trump. Se i paesi del Sud-est asiatico saranno costretti a scegliere tra la sfera economica statunitense e quella cinese, potrebbero propendere per la Cina, non per lealtà ideologica, ma per necessità pratica. La Cina è il loro principale partner commerciale, il loro punto di riferimento regionale e, sempre più, il loro collaboratore tecnologico.

Scegliere la Cina non significa rifiutare l’Occidente, ma significa optare per la prossimità, la prevedibilità, gli  interessi condivisi e la stabilità regionale. Nessuno vuole schierarsi da una parte o dall’altra,  ma è in corso la sottile ricalibrazione della fedeltà, non basata su alleanze militari, ma sulla logica del commercio, della crescita e della geografia.

Nell’immagine: i 10 paesi dell’ “ASEAN”