A sette mesi dalle presidenziali si allarga la protesta giovanile: le ragioni degli studenti, i giochi della politica
Si limita a raccomandare il dialogo al governo e a condannare la violenza dei rivoltosi. Poco, troppo poco per un capo dello Stato che, per definirne il grande potere garantitogli dalla Costituzione, in Francia viene definito “monarca repubblicano”. Tace dunque Emmanuel Macron di fronte all’ennesimo scossone, la forte protesta giovanile, che segna una Francia inquieta a soli sette mesi dalla scelta del suo successore. Silenzio in realtà eloquente. Silenzio di un presidente quantomeno co-responsabile dello stato di una nazione sempre più radicalizzata, incapace di dialogo.
Fallito l’iniziale suo progetto di creare un grande centro de-ideologizzato e in grado di sostituirsi ai partiti tradizionali e repubblicani, garanti per oltre mezzo secolo di un’alternanza tranquilla, ecco che oggi il capo dell’Eliseo deve assistere al massimo della incattivita frammentazione politica della sua incompiuta ‘rivoluzione’. Fu Macron, del resto, a scartare antidemocraticamente l’assegnazione di formare un governo al centrosinistra che, per una volta unito, aveva vinto le ultime elezioni politiche convocate incomprensibilmente due anni fa.
In questa protesta, fatte salve una serie di violenze inaccettabili, non hanno certo torto i giovani che scendono nelle strade per rivendicare il diritto allo studio. Bastino pochi dati reperibili anche da rapporti ufficiali: per mancanza di insegnanti è andato perso il 10 per cento delle ore di insegnamento; nell’Île-de-France, la regione di Parigi, il 20 per cento degli istituti scolastici è in condizioni fatiscenti; mentre i tagli al Bilancio statale per 48 miliardi di euro escludono nuovi investimenti nel settore scolastico.
Sono ancora le scuole periferiche a subire maggiormente queste discriminazioni. Si tratta di realtà che né destra né sinistra hanno mai tentato di risolvere. All’inizio della sua seconda presidenza, Macron annunciò un approfondito studio governativo sulle banlieue. Ennesimo e improduttivo. Era comunque inevitabile che la rivolta studentesca diventasse subito materia di confronto politico. In funzione pre-elettorale. Con il leader radicale de La France Insoumise, Jean-Luc Mélenchon, a sostegno della protesta studentesca (nei giovani ha il maggior sostegno politico), bersagliato da tutti gli altri schieramenti.
Attaccato anche da quella parte di centrosinistra il cui appoggio gli sarebbe indispensabile se, come insistono i sondaggi, sarà lui lo sfidante di Marine Le Pen nell’ultimo tratto di corsa all’Eliseo, dunque al ballottaggio finale. Frattura che naturalmente, in sintonia con l’avanzata delle destre europee, favorisce la rivale Le Pen. Per ora soltanto infastidita dalle rivelazioni di “propositi antisemiti” pronunciati in periodo post-adolescenziale dal suo candidato premier, Jordan Bardella. Così la Francia corre incattivita verso il voto per la conquista del Palazzo. E per la prima volta (almeno per ora) in uno scontro fra i leader delle due estreme. Netto e radicale duello destra-sinistra. Specchio di una frammentazione mai vista e vissuta dalla Francia in oltre mezzo secolo.
Scritto per laRegione