RIARMO In un dibattito pubblico sempre più militarizzato, termini come «sicurezza», «deterrenza» e «protezione» hanno smesso di avere un significato univoco
Di Mao Valpiana, il manifesto
In un dibattito pubblico sempre più militarizzato, termini come «sicurezza», «deterrenza» e «protezione» hanno smesso di avere un significato univoco. Prima di progettare nuove architetture difensive, l’Europa deve interrogarsi sul significato delle parole con cui descrive la propria politica estera.
Le parole «difesa», «conflitto» e «pace» non hanno più un significato evidente e condiviso. Il loro valore cambia a seconda della geografia e della storia di chi le pronuncia.
Un sistema d’arma definito «difensivo» da chi lo installa può essere percepito come una minaccia da chi lo subisce. Quella che per una parte è deterrenza, per l’altra può essere escalation.
La militarizzazione del vocabolario è ormai una realtà.
In Italia il confronto politico si è acceso attorno alla parola «diserzione». Per alcuni una vigliaccheria, per altri eroismo. Don Lorenzo Milani, rivolgendosi ai cappellani militari, poneva una domanda destinata a rimanere attuale: «Cesare Battisti era un Patriota o un disertore? È un piccolo particolare che va chiarito se volete parlare di Patria».
Chi lavora con gli obiettori e i disertori russi e ucraini, bielorussi e israeliani, conosce una realtà che spesso sfugge al dibattito pubblico. Sono persone mosse da valori, paure e speranze simili. Da una parte e dall’altra, la loro scelta mette in discussione il dogma che la sicurezza debba fondarsi, in ultima analisi, sull’uso delle armi, e dunque sulla disponibilità a uccidere e a essere uccisi.
La loro disobbedienza rompe uno schema consolidato e costringe a immaginare una sicurezza fondata anche su strumenti diversi dalla forza militare, che divide il mondo in amici e nemici.
La «mediazione nonviolenta», invece, introduce il ruolo attivo di una terza parte, impegnata a favorire la conciliazione attraverso una strategia asimmetrica di pace, capace di utilizzare soprattutto strumenti economici, diplomatici e civili invece di quelli militari.
In questa prospettiva si colloca la proposta, alla quale ho convintamente aderito, di utilizzare come garanzia di pace i 210 miliardi di euro di asset della Banca centrale russa congelati in titoli di Stato europei, tra Bruxelles e Lussemburgo. Una proposta pubblicata su il manifesto e sottoscritta, tra gli altri, da Gigi Riva, Lea Melandri, Gad Lerner, Tomaso Montanari, Tommaso Greco e Marco Tarquinio, e sostenuta da tre leader pacifisti di Russia, Ucraina e Bielorussia.
Bisogna superare la logica binaria di «armi sì» contro «armi no». Una contrapposizione che rischia di schiacciare il primo campo sulla ricerca della vittoria militare e il secondo sull’accettazione della sconfitta. In entrambi i casi resta intatta la logica della guerra: vince l’esercito più forte, perde quello più debole, e tanti saluti ai principi di giustizia del diritto internazionale.
Le risorse russe oggi congelate potrebbero diventare una leva concreta per costruire un accordo fondato su tre passaggi: cessate il fuoco immediato, apertura di un negoziato e sviluppo di una reale capacità europea di sicurezza condivisa. L’Ue, in accordo con l’Ucraina, dovrebbe avanzare alla Federazione Russa un’offerta formale di pace, aperta al coinvolgimento degli Stati Uniti e delle istituzioni internazionali.
Se Mosca accettasse, il capitale potrebbe restare immobilizzato in un fondo fiduciario internazionale e diventare la garanzia dell’intesa per un periodo pluriennale. La Russia avrebbe così un interesse concreto al mantenimento della tregua: non perderebbe il proprio patrimonio, ma potrebbe recuperarne progressivamente la disponibilità rispettando gli impegni assunti. La pace, in questo modo, assumerebbe un valore economico concreto.
Lasciare esclusivamente agli attori militari il compito di definire ciò che rende sicura una società significa restringere il campo delle soluzioni possibili. Ripensare la sicurezza, invece, significa allargare quel campo alla capacità di costruire alternative alla guerra. La Campagna «Un’altra difesa è possibile», che ha raccolto 57000 firme per la Legge sulla Difesa civile non armata e nonviolenta depositata al Senato, va in questa direzione.