Cosa accade in politica quando la mediocrità diventa la normalità
Riprendo quanto scrissi a proposito della mediocrità della classe politica, che scivola sempre più in basso. Niente di sorprendente: è la conclusione di illustri analisti. Uno ci dice che la mediocrità è ormai elevata a sistema, un altro suggerisce che il sistema assomiglia al regno dell’irrazionalità e dell’ignoranza, un altro ancora segnala che la degenerazione democratica ha aperto le porte al governo dei peggiori. Allo scenario contribuiamo noi cittadini elettori: prima eleggiamo e poi ci lamentiamo che gli eletti non sanno governare. Anche da noi la mediocrità politica è comprovata: forse non siamo ancora al governo dei peggiori, ma il traguardo è vicino. I requisiti negativi abbondano.
In questi anni l’idea di bene collettivo è stata spesso scavalcata da interessi personali, squallide vicende e commistioni disonorevoli e dannose. Vado sull’attualità di giornata: gli emolumenti distribuiti in alcune commissioni di Società più o meno a controllo pubblico. Si definiscono “aziende partecipate”, ma l’impressione è che “la partecipazione” non sia quella del cittadino ai benefici dei servizi, bensì quella dei soliti noti alla spartizione di lucrose prebende di partito. Max Weber ci ricordava che si fa politica per servire una causa, ma qualche volta anche per trarre dalla politica un duraturo sostentamento.
Le mie considerazioni di cittadino indignato non sono piaciute a qualche politico: ritiene ingeneroso parlare di mediocrità generale perché significa fare “di tutta l’erba un fascio”. Vero: ma se il comportamento prevalente degli attori politici è caratterizzato da una buona dose di incompetenza e da scarse capacità, l’azione di uno sparuto gruppo di bravi politici risulta vana. La scienza politica definisce il fenomeno “la trappola dell’equilibrio inferiore”: quando la mediocrità diventa la normalità, non sono i pochi bravi ad attirare verso l’alto i mediocri, ma sono i mediocri a trascinare verso il basso l’intero sistema. È la normalizzazione del peggio: la società e l’elettorato finiscono per abituarsi all’incompetenza al punto da considerarla uno standard accettabile, se non addirittura rassicurante. E allora il sistema non si limita a tollerare gli incompetenti: li produce, li seleziona e li premia automaticamente, bloccando qualsiasi possibilità di autoriforma dall’interno.
I vari “voltar pagina” altro non sono che l’ennesima manifestazione di inefficienza: la frase la sentiamo da anni, ma la pagina è sempre quella. Le squallide vicende di questi ultimi tempi, di varia natura e tipologia, tutte deplorevoli, mi inducono a una riflessione che mi pareva scontata, ma scontata non è: chi assume un ruolo pubblico non è un cittadino qualsiasi; il suo comportamento, sia nella sfera istituzionale sia in quella privata, deve essere doppiamente attento ai valori etici, proprio perché l’autorità morale è il primo presupposto dell’autorevolezza politica. Quando un rappresentante delle istituzioni fallisce sul piano dell’integrità, il danno non riguarda la sua sola persona, ma si riflette pure sull’intera comunità, incrinando la fiducia nelle istituzioni stesse.
Già vent’anni fa Silvano Toppi ci dava la spiegazione della diffusa indifferenza al generale malandazzo e parlava dell’annientamento della “cultura della vergogna” («laRegione», 28.3.2006). Sono d’accordo: la vergogna si è estinta. In un sistema in cui non esiste più la sanzione dell’elettorato per le condotte scorrette, l’etica viene percepita non come un valore, ma come un disincentivo competitivo: rispettare le regole o ammettere un errore significa concedere un vantaggio tattico all’avversario. Di conseguenza, la classe politica ha semplicemente espunto la morale dalle proprie coordinate di azione, sostituendola con il puro calcolo d’opportunità. Più che servitori dello Stato, certi politici mi sembrano servitori di se stessi. Di sicuro non sono un valore aggiunto al servizio del bene pubblico. Qualcuno si salva, per carità!, e merita la patente del politico di buona volontà; ma, come ci indica la logica della “trappola dell’equilibrio inferiore”, il grigiore generale lo isola.
La “trappola dell’equilibrio inferiore” indica un sistema che rimane bloccato in uno stato insoddisfacente perché le forze interne si autoalimentano, e piccoli sforzi isolati non bastano a cambiare le cose (ndr)