L’Occidente a pezzi una chance per l’Europa

 

Di Stefano Stefanini, La Stampa

’America di Donald Trump arriverà “prima” (dove? Sulla Luna lo era già dal 1969) ma intanto è sola. Nell’arco delle ultime 72 ore Donald ha rotto i ponti con tutti, aprendo persino un fronte extraterreno col Pontefice, in barba alla divisione fra politica e religione radicata nella Costituzione americana. La rondine israeliana non fa primavera, specie sullo spettro globale – Euroatlantico, Indo-Pacifico, Brics, Emisfero occidentale, oltre che Medio Oriente e Golfo – in cui gli Usa esercitano e/o competono per la leadership mondiale da tre quarti di secolo. Costruita su un sistema di alleanze, partnership e geometrie variabili, nel quale la Nato è la componente politico-militare più organica e strutturata e l’Europa l’interlocutore privilegiato. Questo è l’Occidente geopolitico. Il Presidente degli Stati Uniti sceglie di isolarsene. Isolandosene lo spacca. L’Europa, e l’Italia, sono pertanto diventate parte di un “Occidente dimezzato”.

Questo Occidente dimezzato naviga in acque internazionali agitate come non mai dal 1945. Sono in corso due grosse guerre – in Ucraina e nel Golfo – che coinvolgono direttamente una grande potenza, la Russia in Ucraina e gli Usa nel Golfo, che le hanno iniziate per scelta. Le due grandi potenze non occidentali, Cina e Russia, non chiedono di meglio che spezzettare anche la metà non americana dell’Occidente. I Paesi in crescita in Asia, Africa e Americhe cercano un posto al tavolo internazionale – questa l’essenza del multipolarismo. Nell’Occidente dimezzato l’Europa ha la componente più grossa di burro – economia, demografia, industria, tecnologie – e di cannoni – sì, anche sul piano militare, per quanto colpevolmente disinvestito per decenni, gli europei hanno risorse, capacità ed esperienze maturate sul terreno, oltre due potenze nucleari. Ci sono partner importanti, a cominciare da Giappone e Canada, ma la tenuta e il futuro dell’Occidente orfano degli Usa – temporaneamente?

L’Occidente spaccato, ergo dimezzato, è una constatazione non un’esagerazione del radicale cambiamento di rotta della politica estera americana attuato da Donald Trump nel secondo mandato.Siamo appena a un terzo. Prima la guerra dei dazi dell’anno scorso – passi, era contro tutti, amici e avversari, trattati alla stessa maniera. Poi il flirt di Anchorage con Vladimir Putin, mentre gli europei cercano di stringere la cinghia delle sanzioni alla Russia per sostenere Kiev. Poi la pretesa ottocentesca, non ritirata, di annessione della Groenlandia danese senza alcun supporto di autodeterminazione degli abitanti o di diritto internazionale. Poi la guerra all’Iran chiedendo, a posteriori, l’aiuto europeo per riparare al danno grave, del tutto prevedibile ma ignorato, della chiusura di Hormuz da parte iraniana. Le conseguenze energetiche, agricole, inflattive che sta provocando su scala mondiale, alle quali gli Usa per quanto petrolio e gas abbiano non sono immuni, hanno messo il Presidente americano in vicolo cieco dal quale non sa come uscire. Se non prendendosela con altri.

Chi è causa del suo mal pianga sé stesso. Non Donald Trump che invece deve dare sempre la colpa a qualcun altro. Ed ecco la raffica di attacchi alla Nato, a Keir Starmer, a Giorgia Meloni. La premier italiana si trova in buona compagnia, con in più la frecciata della mancanza di coraggio, che aveva il sapore del «tu quoque, Brute, fili mi!». Certo per Donald, a poche ore dalla perdita del fedele Viktor Orbán, la difesa di Papa Leone XIV da parte della «donna fantastica» della politica italiana dev’essere stata una pugnalata. Va capito. Non essendoci più leader stranieri con I quali prendersela è tornato ad attaccare il Governatore della Fed, Jerome Powell – sua nomina.

Lo scontro aperto con Papa Leone è stato un doppio passo falso. Aliena una fetta di elettorato cattolico e cristiano conservatore che aveva votato per Trump – vedremo quanto e se rimarginabile di qui alle elezioni di novembre, di qui a sei mesi Donald è capace di acrobazie e comunque il suo nome non è sulle schede. Ma, sicuramente, mette il Presidente degli Stati Uniti contro il padre spirituale di un miliardo e quattrocento milioni di cattolici nel mondo e – proprio mentre Leone XIV guarda all’Africa – riporta il Pontefice alla guida dell’Occidente. Non come leader religioso se non dei tanti credenti ma di tutti sul piano dei valori, dell’etica, della morale, del diritto internazionale e della democrazia. Tutti punti toccati con molta fermezza da Leone XIV negli interventi che hanno destato le ire di Donald.

In questo Occidente valoriale che l’Europa può ora giocare un potente ruolo aggregante. Ma, a differenza del Pontefice che evoca i valori, gli europei devono anche realizzarli. Quindi muoversi sul piano terreno della realpolitik. Bruxelles deve agire in maniera geopolitica tangibile, con fatti non con lunghi documenti. L’Unione europea e gli europei nella Nato sono chiamati a fare politica di difesa e di sicurezza, a continuare il sostegno all’Ucraina e, dopo la guerra all’Iran, ad impegnarsi anche nel Golfo e dove sia a rischio la libertà di navigazione – politicamente, economicamente e militarmente.
Non può più delegare la difesa degli interessi europei alla benevolenza degli Stati Uniti. In evaporazione trumpiana.