Il leader dell’opposizione ha preso due milioni di voti in più e ha perso solo nel povero Nordest, tradizionale roccaforte della sinistra
Di Emiliano Guanella, La Stampa
«Sinceramente, pensavo che avrei vinto già nel primo turno e invece dobbiamo disputare un ballottaggio. Ma non è un problema, è già successo altre volte e alla fine ho vinto, ce la faremo anche questa volta». Lula da Silva cerca di sdrammatizzare la mezza batosta che ha ricevuto dalle urne. I sondaggi della vigilia lo davano in leggero vantaggio, è finito invece indietro di due milioni di voti rispetto a Flavio Bolsonaro. Il presidente in carica ha preso il 45% dei voti, il suo sfidante il 47%, la differenza non è enorme ma a pesare c’è lo smacco del secondo posto e soprattutto la difficoltà di catturare nuovi consensi; gli altri quattro candidati outsider che hanno preso insieme 9 milioni di voti sono tutti di destra o di centrodestra, i loro elettori difficilmente propenderanno verso il leader di sinistra. Lula lo sa e allora parte alla carica degli astenuti, che sono stati tanti, nonostante in Brasile il voto sia obbligatorio.
Calcolatrice in mano, in effetti, ci sono parecchi elettori da inseguire. Su un bacino di 158 milioni di aventi diritto si sono presentati alle urne solo 125 milioni e cinque di questi hanno votato bianco o nullo.«Domani inizia una nuova campagna, ci impegneremo ancora di più, non possiamo regalare il paese ai bolsonaristi. La biografia dei nostri avversari è tenebrosa, è una famiglia da un passato terribile, contatti con la milizia, tentativi di colpo di Stato, corruzione ai massimi livelli. Li batteremo, sono sicuro che li batteremo».
Più tranquillo e meno belligerante, invece, Flavio Bolsonaro, vincitore a sorpresa del primo turno. Non aveva un comitato di campagna, ha parlato ai giornalisti dal giardino di casa sua a Brasilia, uno stile che ricorda quello del padre Jair Messias, oggi agli arresti domiciliari dopo la condanna a 26 anni per il tentato colpo di Stato del 2022. Sorridente, con la moglie a fianco e un gruppo di collaboratori e bodyguard con la maglietta della seleção brasiliana. «Il cambio è già iniziato, il Brasile ha detto chiaramente che non vuole più questo signore. Lula è alla sua settima elezione, vuole un quarto mandato presidenziale ma la gente non lo sopporta più, non vuole più vedere la corruzione e il mal governo. Ci manca poco, questa rivoluzione non la ferma più nessuno». Bolsonaro ha stravinto nel Sud del paese, è primo nel Sudovest industriale di San Paolo e Rio de Janeiro, trionfa nelle regioni agricole del centro del Paese. Ha perso solo nel Nordest, la tradizionale roccaforte della sinistra, dove si sente di più il peso dei sussidi statali alle famiglie povere.
Il suo partito liberale ha fatto ancora meglio, aumentando considerevolmente i seggi alla Camera e al Senato ed eleggendo una mezza dozzina di governatori. La destra la farà da padrona nel prossimo Parlamento relegando la sinistra e ridimensionando il potere di contrattazione dei partiti di centro, tradizionale ago della bilancia della politica brasiliana, capace di schierarsi con chiunque in cambio di lauti compensi e ministeri. Saranno altre tre settimane di fuoco e si spera che i due rivali si degneranno di partecipare finalmente ad almeno un dibattito televisivo. Finora si sono evitati, ognuno preoccupato a coltivare la propria nicchia elettorale. Ora si giocano il tutto per tutto e un confronto è vitale per convincere gli indecisi.
Dalla parte di Bolsonaro è schierato apertamente Donald Trump anche se i consiglieri della Casa Bianca gli hanno consigliato di non esporsi troppo. I brasiliani sono nazionalisti e patriottici, troppa ingerenza da parte americana potrebbe fare il gioco di Lula. I Bolsonaro sono ad un passo dal ritorno al potere, meglio evitare passi falsi che potrebbero far risuscitare la sinistra.
Nell’immagine:il presidente del Brasile Lula e il suo contendente Flavio Bolsonaro