Lutto, indignazione e resistenza sotto gli ombrelli

Voci e immagini dalla manifestazione di Bellinzona contro il silenzio del governo svizzero sulla genocidio israeliano 

Un momento dell’intervento del dott. Pietro Majno-Hurst

Il discorso introduttivo di Nelly Valsangiacomo

Quello di oggi è un corteo di lutto, perché accompagna, scandendo i loro nomi, le giovani vite uccise il 7 ottobre 2023 e poi, per migliaia, a Gaza. I nomi sono importanti, ci ricordano che erano e sono persone.

La lettura dei nomi

È un corteo di indignazione, per ciò che sta accadendo in tutta la Palestina, per ciò che non si fa contro il governo di Israele, ma anche per ciò che si continua a fare senza vergogna a favore del governo di Israele. Un governo che, in collusione con gli Stati Uniti, considera la Palestina un progetto immobiliare, con i cadeveri del genocidio come basamento degli hotel di lusso. È un progetto che non nasce oggi: continua una pratica di lungo corso, che ha un nome preciso — colonialismo insediativo. Un modello che non conosce mezze misure. Sempre la stessa logica: prendere la terra, cacciare chi ci vive. Questo è il meccanismo! Ieri, come oggi!

Ma è anche un corteo di resistenza. Resistere significa non piegarsi, non normalizzare la violenza sistematica, brutale e inumana che si sta compiendo. Significa ricordare la mano ben curata della rappresentante degli Stati Uniti, che, sola, sola!, il 18 settembre scorso si è alzata nell’emiciclo delle Nazioni Unite per bloccare la risoluzione che chiedeva di porre fine alla pulizia etnica. Significa anche ricordare ai nostri politici che con i diritti umani e il diritto internazionale sta affondando la dignità dell’Europa.

Ma serve resistere ? Si! Non solo serve, ma è un dovere morale. La resistenza, però, ha bisogno di tenacia. Perseverare significa non cedere alla stanchezza, alla disillusione, al cinismo. Significa ricordare che i fascismi sono già stati sconfitti, e che anche le nuove forme di oppressione possono esserlo. Significa non dimenticare che prima di noi altre donne e altri uomini hanno lottato per difendere i popoli perseguitati — a cominciare dal popolo ebraico. Significa non dimenticare che in Israele – come in qualunque altro stato dominato da estremismi e fanatismi – una minoranza solidale lotta contro la barbarie del suo governo. Significa non sentirsi soli, perché anche ora moltissime persone continuano a battersi per la giustizia. Davanti a uno sterminio non ci si può arrendere, non ci si deve arrendere! Non siamo soli, siamo una flottiglia determinata, siamo una comunità di valori, che travalica i confini!

Comunità, sì, non semplicemente una rete, perché non bastano i social, non bastano i like, dobbiamo esserci in carne, ossa, dobbiamo esserci con lo spirito! Fare comunità è la risposta più forte: perché come i fascismi, i nazionalismi radicali, xenofobi e razzisti, dividono, isolano, disumanizzano.

La collettività, la comunità invece ricuce, sostiene, protegge e soprattutto non cede! Non dobbiamo cedere alle sirene dell’impotenza anche se i tempi sono duri, proprio perché i tempi sono duri.
Quella mano, contornata da una giacca rosso sangue, quella mano che ha bloccato la risoluzione dell’ONU è potente, vero, ma era una sola! Quella mano ci deve ricordare le migliaia di mani che escono dalle macerie di Gaza. Quella mano ci dice che, se non si cede, prima o poi l’assassino, qualsiasi assassino, resta solo.

Quella di oggi è una manifestazione di solidarietà e un appello civile e morale: a chi ha il dovere – a partire dalla Svizzera – di fermare lo sterminio, di rispettare e sostenere il diritto internazionale, di condizionare i rapporti con Israele al rispetto delle leggi e dei diritti umani, di aprire reali corridoi umanitari a Gaza e di tutelare chi pacificamente salva vite umane ridotte in condizioni disumane. Perché Gaza oggi è un laboratorio di morte fisica e morale, e se non si è in malafede non serve nemmeno più scomodare Hannah Arendt per capirlo.

Chi crede nei valori della giustizia, dei diritti civili, della vera democrazia non può aspettare tempi migliori: deve costruirli. Qui, ora. E può farlo con le piccole e le grandi cose. Tenendo tra le mani una cartolina che ci ricorda una vita umana sacrificata, ricordandosi di questo dramma anche nelle pratiche quotidiane, con il boicottaggio dei prodotti, ad esempio.

“Abbiamo ancora un sogno”

Con i “tanto ormai”, con i realismi da salotto buono, l’umanità non va da nessuna parte. Bisogna continuare a lottare ! Non con odio ma per la giustizia, non per vendetta ma a favore del diritto, contro la discriminazione, per l’uguaglianza.

Lo dobbiamo al popolo palestinese, che per troppo tempo non abbiamo ascoltato, lo dobbiamo a chi in Israele lotta contro l’odio che obnubila le menti, lo dobbiamo agli ostaggi israeliani detenuti da Hamas, lo dobbiamo agli oppositori politici palestinesi chiusi da decenni nelle carceri israeliane. E lo dobbiamo a noi stessi e alla nostra dignità di esseri umani. Contro l’odio, per la giustizia e la solidarietà, resistere, resistere e soprattutto agire!

Nelly Valsangiacomo per il gruppo 24 maggio

Ieri portavo in braccio le cartoline con i nomi delle e dei giovani di ogni età uccisi in quella che non è nemmeno una guerra tra due eserciti. Un numero che spaventa, impronunciabile: 19’000 . È inconcepibile, inimmaginabile, è ingiusto.
È la strage degli innocenti! La percezione di vederli, di sentirli, è stata così forte da travolgermi. Un’emozione senza parole, senza voce sulla vita che non c’è più . Un peso enorme mi ha investita. Eppure sappiamo bene il valore straordinario della vita. Siamo tutte e tutti dello stesso impasto: carbonio, ossigeno, azoto, fosforo, zolfo. Insieme all’idrogeno, la quasi totalità delle molecole viventi. Una meraviglia!
Anche per questo, noi chiediamo a Gran voce al nostro governo, che dovrebbe rappresentarci e che resta indifferente, di adoperarsi per fermare il genocidio a Gaza. Subito. È suo dovere sottrarci alla disumanizzazione. Trafugare la nostra essenza umana significa perpetuare odio, odio che avrà conseguenze sulle prossime generazioni.
Scrivere e scandire i nomi di queste giovani vite spezzate, conoscere i loro nomi per non dimenticare , tornare ad essere umani. Vi ringraziamo di essere scese e scesi in piazza con noi. La nostra presenza qui oggi è forza di cittadine e cittadini che credono che, insieme, possiamo riscoprire la dimensione collettiva. Per un mondo migliore. Perché la speranza è movimento, e continua a ricerca.
Mary Ardia

Fotografie di Chiara Tiraboschi