Cresciuto nella Germania Ovest, fatica a intercettare il malessere che oggi alimenta l’AfD
Di Francesca Sforza, La Stampa
Aveva promesso che avrebbe dimezzato i consensi dell’Alternative Fuer Deutschland ed è riuscito a farsi doppiare. È questo il cancelliere che ieri si è presentato davanti all’opinione pubblica definendosi «scioccato», e allo stesso tempo determinato a non arretrare di fronte all’avanzata dell’estrema destra: «Qualcuno sta gioendo del risultato, perché è un chiaro tentativo di destabilizzare il Paese», ha detto Friedrich Merz commentando irisultati della Sassonia-Anhalt. Ma se a Mosca il segnale venuto dall’ex Germania orientale è stato sicuramente celebrato come un punto a favore della crociata anti-occidentale, Friedrich Merz è per il momento parte del problema, non della soluzione.
Qualcuno – più d’uno, diversi, si immagina molti – deve avergli detto che non è stato sufficientemente empatico in campagna elettorale. E lui, con la scarsa naturalezza che lo contraddistingue, ha pensato che un buon modo di rispondere potesse essere questo: «La Germania ha bisogno di riforme, ne sono fermamente convinto, e ora il governo federale deve attuarle: non dobbiamo soltanto motivarle razionalmente, ma anche comunicarle emotivamente; raggiungere maggiormente le persone in tutta la loro dimensione emotiva è un compito comune del quale mi assumo la responsabilità».
Siamo sicuri tuttavia che il problema sia comunicare con partecipazione emotiva la riforma delle pensioni? Di nuovo, l’impressione è che Friedrich Merz non centri il punto e si confermi distante culturalmente (prima ancora che emotivamente) da quel lago di risentimenti e frustrazioni che è diventata l’ex Germania orientale dopo che il “tappo Merkel” è saltato. Come Olaf Scholz, Merz non ha ritenuto che i tempi fossero maturi per rivolgersi al popolo della ex Germania orientale innanzitutto con delle scuse. Mostrando cioè rispetto, partecipazione e commozione per quella macelleria sociale che nei primi anni Novanta segò gambe e dignità a un’intera generazione. I figli di quella generazione sono i trenta-quarantenni che oggi ingrossano le file dell’AfD e che hanno vissuto l’adeguamento dell’economia orientale a quella occidentale – inevitabile, necessario, senza alternative ma pessimamente comunicato – come un disastro personale, familiare e civile.
Mentre intere famiglie crollavano, spazzate via dalla disoccupazione, dall’alcolismo e dal cedimento improvviso dell’intera struttura sociale Friedrich Merz continuava a rappresentare il simbolo della buona borghesia cattolica della Germania Ovest: il padre Joachim era giudice e membro della Cdu, la madre Paula Sauvigny era la figlia del sindaco di Brilon, la cittadina dove Merz è nato l’11 novembre del 1955, e amava sottolineare le sue origini francesi (anche se dalla fine dell’800 la famiglia aveva sempre vissuto in Germania). Lui da ragazzo aveva militato fra i giovani cristiano-democratici e poi aveva seguito le orme paterne laureandosi in legge. Una famiglia solida e severa, la sua, e in diverse occasioni Merz ha ricordato più di un periodo «non felice», come quando si ammalò di tubercolosi e il padre, che aveva trascorso quattro anni come prigioniero nella Georgia sovietica, lo spedì in un austero sanatorio di suore. Più tardi la vita familiare fu inoltre funestata dalla tragica morte di sua sorella maggiore, che perse la vita a soli 21 anni in un incidente stradale.
A Bonn, dove aveva terminato gli studi, Merz inizia la carriera di giudice, ma la passione per la politica riaffiora in seguito all’incontro con l’uomo che cambiò per sempre il corso della sua vita: Wolfgang Schaeuble, potente consigliere di Helmut Kohl. Dopo un inizio decisamente scintillante come portavoce della corrente più conservatrice della Cdu per Friedrich Merz – in coincidenza con le dimissioni di Schaeuble dalla presidenza del partito nel 2000 e con l’ascesa di Angela Merkel – inizia una imprevista e inarrestabile parabola discendente. «Comandare piaceva troppo a tutte e due», scrisse la ex cancelliera nella sua autobiografia a proposito del rapporto con lui. Ma la realtà è che Merz a lei non piaceva affatto: troppo conservatore, troppo liberista, troppo rigido in materia sociale. A conferma della sua vocazione capitalista, Merz abbandona la politica, entra in uno studio legale di affari e inizia a collezionare presidenze e ruoli chiave nei consigli di amministrazione di aziende tedesche e internazionali, fino ad arrivare alla presidenza della filiale tedesca di BlackRock, leader nel settore della gestione patrimoniale.
Al ritorno in politica sembrava cambiato, più disposto a riprendere il filo del confronto parlamentare (per cui non è stato mai particolarmente dotato) ma anche il mondo intorno a lui era diverso: gli Usa non erano più l’alleato fraterno del dopoguerra, la Russia aveva disvelato il suo volto autoritario, l’Unione Europea si trovava a competere con giganti potenti e aggressivi e l’ondata delle destre estreme. La stessa che ieri l’ha travolto.