Niccolò Mazzi-Damotti: “Noi giovani e l’antifascismo”

Ieri al Ceneri anche le considerazioni di un giovane socialista: l’antifascismo non è il ricordo di qualcosa che è già finito 

Perché commemorare l’antifascismo nel 2026? Il fascismo è morto ottant’anni fa – ci dicono – e non hanno neanche tutti i torti; l’abbiamo letto nei libri di storia: il 25 luglio 1943 cadde il regime fascista italiano. Poi vennero ancora guerra, occupazione, Repubblica sociale, Resistenza, liberazione. Ma il fascismo come regime storico è finito.

Perché un giovane deve parlare di antifascismo? Mica l’abbiamo vissuto, che ne sappiamo? Poi in Svizzera… figuriamoci.

Proprio qualche mese fa ero seduto al tavolo rotondo in casa di mia nonna novantanovenne, quasi centenaria, e mi raccontava – con lucidità e nitidezza dei ricordi – come lei e la sua famiglia hanno vissuto a Brissago, comune di confine, gli anni del regime.

Mi raccontava il cibo contato, i bollini, la paura, le dogane presidiate, il confine chiuso addosso alla vita quotidiana; e quella sensazione terribile che la grande storia, quella dei regimi e degli eserciti, fosse entrata in cucina, nei piatti, nelle tasche, nelle famiglie.

Nella mia testa mi immaginavo una scena cupa, in bianco e nero, tutto si muoveva molto lentamente; sembrava un film di Sylvain George.

Care compagne, cari compagni, amiche e amici del Ceneri, oggi siamo qui, al Ceneri, dopo quasi cent’anni, ancora a ribadire lo spirito socialista, sindacalista e antifascista; con orgoglio.

Proprio in questo punto erge un monumento in ricordo dei quindici volontari antifascisti ticinesi caduti in Spagna, persone che hanno scelto di agire contro il fascismo. Commemorare vuol dire ricordare pubblicamente un evento storico, ma secondo me significa anche riflettere sui valori che vogliamo portare avanti oggi.

L’antifascismo non può limitarsi a un ricordo del passato, è e deve essere una scelta di valori che vogliamo trasmettere alle future generazioni, ai nostri figli, nipoti, pronipoti, e per sempre ancora a chi verrà dopo.

La memoria, però, non si eredita automaticamente. Ogni generazione deve decidere se custodirla o lasciarla svuotare. E per noi giovani questa è forse la sfida più grande: non abbiamo vissuto il fascismo, non abbiamo vissuto la guerra, non abbiamo conosciuto direttamente il prezzo della libertà. Proprio per questo rischiamo di dare la democrazia per scontata.

In apertura ho detto che non hanno tutti i torti a dirci che il fascismo è morto ottant’anni fa. Ma il fascismo non è solo quello storico, è un ideale in completa contrapposizione alla democrazia. Come ben sappiamo, le idee non possono morire.

Il rifiuto del pluralismo, disprezzare il dissenso, la ricerca di un uomo forte, affrontare le crisi e i temi complessi con semplici slogan, l’individuazione di un nemico che sarebbe la causa di tutti i problemi; sono tutti elementi che appartengono al, purtroppo ancora vivo, ideale fascista.

La democrazia è lenta, imperfetta, faticosa. Chiede discussione, compromesso, pazienza, conflitto democratico. Il fascismo invece promette scorciatoie: ordine senza giustizia, unità senza pluralismo, decisione senza libertà.

Ma quindi, cosa ne sappiamo noi giovani dell’antifascismo?

Sappiamo che le crisi nel mondo si aggravano, che il diritto internazionale per i potenti spesso non conta, che le grandi potenze possono violare diritti fondamentali senza temere conseguenze reali. Sappiamo che a Gaza, come in altre località nel mondo, ogni giorno muoiono civili, bambine e bambini. Sappiamo che imbarcazioni civili dirette verso Gaza vengono intercettate in mare e che chi prova a portare aiuti o a denunciare l’assedio può essere trattato come un criminale. E se qualcuno pensa che tutto questo sia ancora lontano.

Guardiamo anche qui, in Ticino, dove se cerchi di far chiarezza su fatti che riguardano il potere puoi trovarti un proiettile in buca lettere; dove una famiglia, dopo anni qui, con figli che studiavano e si formavano in Ticino, è stata separata: alcuni rimpatriati con la forza, altri rimasti sospesi tra casa, scuola e incertezza.; dove, se esistono realtà autogestite fuori dalle logiche di mercato e del consumo, ci si ritrova le ruspe sul tetto a mezzanotte.

Non voglio assolutamente alludere al fatto che sono tutti fascisti, anche perché abusare del termine ne alleggerisce il significato e sono convinto che il termine debba rimanere pesante.

Le azioni appena elencate hanno però un denominatore comune: sono atti di disumanità, di ricerca del colpevole, di rifiuto del pluralismo e del dissenso.

E il contrario dell’antifascismo non è solo il fascismo dichiarato. È anche l’indifferenza. È il voltarsi dall’altra parte. È dire che non ci riguarda. È pensare che finché non tocca noi, allora non è un nostro problema.

Essere antifascista significa opporsi all’ideologia, ai metodi e alle derive del fascismo. Significa difendere la democrazia quando è scomoda, non solo quando è celebrata. Significa difendere il dissenso quando dà fastidio, non solo quando è innocuo. Significa difendere l’umanità delle persone quando il potere prova a trasformarle in numeri, problemi, minacce, bersagli.

E quindi sì; noi giovani possiamo e dobbiamo commemorare l’antifascismo.

Non perché abbiamo vissuto il fascismo, ma perché vogliamo vivere in una società in cui il fascismo non abbia più spazio. Proprio per evitare la propagazione e lo sviluppo di nuovi regimi autoritari, per restare umani, per difendere i nostri valori. Questo monumento non ci chiede nostalgia. Ci chiede responsabilità. Ci chiede da che parte stiamo quando il potere schiaccia i più deboli, quando il dissenso viene delegittimato, quando la dignità umana diventa negoziabile.

L’antifascismo non è il ricordo di qualcosa che è finito. È la responsabilità di impedire che certe logiche tornino a governare il presente.

Niccolò Mazzi-Damotti è membro della direzione PS Ticino