DIRITTO IN PERICOLO Trump sostiene che la Corte è un tribunale anti-americano e che è un pericolo per le forze armate Usa, chiarendo che non permetterà mai indagini nei confronti di suoi cittadini
Di Marina Castellaneta, il manifesto
Il dado è tratto. Il presidente degli Stati uniti Donald Trump ha formalizzato la sua guerra alla Corte penale internazionale nel corso del suo intervento di ieri all’Assemblea generale delle Nazioni unite. La bolla come istituzione fuori controllo.
Una sorta di istituzione «canaglia» che dà seguito a processi-show: Trump sostiene che la Corte è un tribunale anti-americano e che è un pericolo per le forze armate Usa, chiarendo che non permetterà mai indagini nei confronti di suoi cittadini. Ha di fatto preannunciato un attacco su più fronti, con un obiettivo: smantellare la giustizia penale internazionale per avere carta bianca con il non troppo nascosto obiettivo di garantire l’immunità a capi di stato e di governo «amici». Primo tra tutti il premier israeliano Benjamin Netanyahu, destinatario di un mandato di arresto emesso dalla Pre-Trial Chamber il 21 novembre 2024. Gli Stati uniti si preparano, così, a una nuova ondata di sanzioni non più solo nei confronti di membri della Corte (giudici, procuratori, staff), ma della stessa Corte come istituzione impedendo l’accesso a fondi necessari per le indagini e lo svolgimento di processi e arrivare a paralizzarne il lavoro.
Il discorso di Trump completa il pensiero del segretario di stato Marco Rubio già diffuso nei giorni scorsi: la Cpi va smantellata pezzo per pezzo perché è un rischio per la sovranità degli Stati uniti e dei loro alleati. La contestazione giuridica (si fa per dire) è basata sull’esercizio della giurisdizione della Corte anche nei confronti di cittadini, inclusi capi di Stato e di governo, di paesi terzi non parte dello Statuto di Roma approvato nel 1998. Questo, per gli Stati uniti, costituisce una lesione di sovranità, dimenticando di aggiungere che l’articolo 12 dispone che la Corte esercita la giurisdizione nel caso di crimini commessi sul territorio di uno Stato parte o se commessi da un cittadino di uno Stato parte, fondandosi così, in via generale, sui criteri di territorialità e di nazionalità attiva. Criteri che sono stati approvati proprio da Stati sovrani che hanno deliberatamente scelto di attribuire alla Corte penale internazionale tale compito. Per un semplice motivo: fare in modo che gli autori di crimini di guerra, contro l’umanità e genocidio non restino impuniti e le vittime, che guardano alla Corte come unica speranza, ottengano giustizia. In ogni caso, la Corte applica il principio di complementarità e, di conseguenza, non è competente laddove uno Stato conduca indagini effettive sui crimini di competenza dell’Aja ma solo se un paese è indisponibile o non in grado di svolgere un procedimento.
L’attacco alla Corte e ai giudici, questa volta, sarà articolato su più fronti: da un lato sul rafforzamento ed espansione delle sanzioni anche verso la stessa struttura della Cpi che di fatto impediranno di accedere a conti bancari, utilizzo di carte di credito, svolgimento di attività online, rischi per l’archiviazione dei documenti, ingresso negli Stati uniti; dall’altro lato, su pressioni indirizzate a Stati parte allo Statuto per spingerli al ritiro dalla Corte. L’appello di Trump è stato definitivo: gli Stati devono ritirarsi.
Il Burundi il primo Paese membro a esercitare il diritto di recesso previsto dall’articolo 127 dello Statuto in base al quale uno Stato parte può notificare al segretario generale dell’Onu di recedere, anche se il recesso ha effetto un anno dopo la data del ricevimento della notifica salvo nei casi in cui non sia indicata una data successiva. Al Burundi sono seguite le Filippine nel 2019. Ritiro che non ha impedito la prosecuzione delle indagini sull’ex presidente Duterte, arrestato per i crimini contro l’umanità commessi nel periodo in cui le Filippine erano ancora parte allo Statuto e ora sotto processo all’Aja. Ora si candidano al ritiro per compiacere o eseguire ordini di Trump, per vantaggi economici o perché privi di sostanziale sovranità, Venezuela, Ciad, Burkina Faso, Niger e Mali che pure nel 2013 aveva chiesto l’intervento della Corte che aveva processato e condannato Al-Mahdi per la distruzione dei mausolei storici di Timbuktu.
L’Unione europea sta a guardare. Con qualche dichiarazione di sostegno alla Corte, ma senza accogliere la richiesta di applicare il regolamento Ue n. 2271/96 sulla protezione degli effetti extraterritoriali derivanti dall’applicazione di una normativa adottata da un paese terzo.
Nell’immagine: il presidente degli Stati Uniti Donald Trump interviene durante l’Assemblea Generale dell’Onu