Corte «canaglia»: l’assalto trumpiano è partito

DIRITTO IN PERICOLO Trump sostiene che la Corte è un tribunale anti-americano e che è un pericolo per le forze armate Usa, chiarendo che non permetterà mai indagini nei confronti di suoi cittadini 

Di Marina Castellaneta, il manifesto

Il dado è tratto. Il presidente degli Stati uniti Donald Trump ha formalizzato la sua guerra alla Corte penale internazionale nel corso del suo intervento di ieri all’Assemblea generale delle Nazioni unite. La bolla come istituzione fuori controllo.

Una sorta di istituzione «canaglia» che dà seguito a processi-show: Trump sostiene che la Corte è un tribunale anti-americano e che è un pericolo per le forze armate Usa, chiarendo che non permetterà mai indagini nei confronti di suoi cittadini. Ha di fatto preannunciato un attacco su più fronti, con un obiettivo: smantellare la giustizia penale internazionale per avere carta bianca con il non troppo nascosto obiettivo di garantire l’immunità a capi di stato e di governo «amici». Primo tra tutti il premier israeliano Benjamin Netanyahu, destinatario di un mandato di arresto emesso dalla Pre-Trial Chamber il 21 novembre 2024. Gli Stati uniti si preparano, così, a una nuova ondata di sanzioni non più solo nei confronti di membri della Corte (giudici, procuratori, staff), ma della stessa Corte come istituzione impedendo l’accesso a fondi necessari per le indagini e lo svolgimento di processi e arrivare a paralizzarne il lavoro.

Il discorso di Trump completa il pensiero del segretario di stato Marco Rubio già diffuso nei giorni scorsi: la Cpi va smantellata pezzo per pezzo perché è un rischio per la sovranità degli Stati uniti e dei loro alleati. La contestazione giuridica (si fa per dire) è basata sull’esercizio della giurisdizione della Corte anche nei confronti di cittadini, inclusi capi di Stato e di governo, di paesi terzi non parte dello Statuto di Roma approvato nel 1998. Questo, per gli Stati uniti, costituisce una lesione di sovranità, dimenticando di aggiungere che l’articolo 12 dispone che la Corte esercita la giurisdizione nel caso di crimini commessi sul territorio di uno Stato parte o se commessi da un cittadino di uno Stato parte, fondandosi così, in via generale, sui criteri di territorialità e di nazionalità attiva. Criteri che sono stati approvati proprio da Stati sovrani che hanno deliberatamente scelto di attribuire alla Corte penale internazionale tale compito. Per un semplice motivo: fare in modo che gli autori di crimini di guerra, contro l’umanità e genocidio non restino impuniti e le vittime, che guardano alla Corte come unica speranza, ottengano giustizia. In ogni caso, la Corte applica il principio di complementarità e, di conseguenza, non è competente laddove uno Stato conduca indagini effettive sui crimini di competenza dell’Aja ma solo se un paese è indisponibile o non in grado di svolgere un procedimento.

L’attacco alla Corte e ai giudici, questa volta, sarà articolato su più fronti: da un lato sul rafforzamento ed espansione delle sanzioni anche verso la stessa struttura della Cpi che di fatto impediranno di accedere a conti bancari, utilizzo di carte di credito, svolgimento di attività online, rischi per l’archiviazione dei documenti, ingresso negli Stati uniti; dall’altro lato, su pressioni indirizzate a Stati parte allo Statuto per spingerli al ritiro dalla Corte. L’appello di Trump è stato definitivo: gli Stati devono ritirarsi.

Il Burundi il primo Paese membro a esercitare il diritto di recesso previsto dall’articolo 127 dello Statuto in base al quale uno Stato parte può notificare al segretario generale dell’Onu di recedere, anche se il recesso ha effetto un anno dopo la data del ricevimento della notifica salvo nei casi in cui non sia indicata una data successiva. Al Burundi sono seguite le Filippine nel 2019. Ritiro che non ha impedito la prosecuzione delle indagini sull’ex presidente Duterte, arrestato per i crimini contro l’umanità commessi nel periodo in cui le Filippine erano ancora parte allo Statuto e ora sotto processo all’Aja. Ora si candidano al ritiro per compiacere o eseguire ordini di Trump, per vantaggi economici o perché privi di sostanziale sovranità, Venezuela, Ciad, Burkina Faso, Niger e Mali che pure nel 2013 aveva chiesto l’intervento della Corte che aveva processato e condannato Al-Mahdi per la distruzione dei mausolei storici di Timbuktu.

L’Unione europea sta a guardare. Con qualche dichiarazione di sostegno alla Corte, ma senza accogliere la richiesta di applicare il regolamento Ue n. 2271/96 sulla protezione degli effetti extraterritoriali derivanti dall’applicazione di una normativa adottata da un paese terzo.

Nell’immagine: il presidente degli Stati Uniti Donald Trump interviene durante l’Assemblea Generale dell’Onu


Il film che spaventa Israele e le domande sul 7 ottobre

DIRITTO IN PERICOLO Trump sostiene che la Corte è un tribunale anti-americano e che è un pericolo per le forze armate Usa, chiarendo che non permetterà mai indagini nei confronti di suoi cittadini 

Di Anna Foa, La Stampa

Sul clima già teso della campagna elettorale in Israele è piombato come un macigno il documentario Naza (acronimo di “effetti collaterali”), dei due registi Yuval Abraham e Rachel Szor, coautori dello straordinario No other land, sulle aggressioni di coloni ed esercito in Cisgiordania, vincitore dell’Oscar nel 2025. Alla mostra di Venezia ha vinto il premio speciale della giuria e gli hanno tributato 24 minuti di standing ovation.

Non l’ho ancora visto, ma non è del film che voglio parlare, bensì della vera e propria isteria che, senza nemmeno essere stato visto, ha suscitato in Israele e in una parte almeno del mondo ebraico della diaspora. In sintesi, è un documentario girato di notte sui tetti di Tel Aviv, un’intervista a 24 membri dell’esercito e dell’intelligence, accuratamente celati per non rivelarne l’identità. Le interviste descrivono ciò che in generale si sapeva e che era in parte uscito su giornali e media come gli israeliani +972Maga e Local call, o il Guardian (che è fra i suoi produttori): cioè i sistemi con cui, con l’aiuto dell’Ai, l’esercito pianificò, fin da prima del 7 ottobre, gli attacchi aerei sulla striscia di Gaza, sorvegliando a tappeto l’attività dei suoi abitanti e le loro abitazioni. Vittime collaterali o vittime mirate che siano, sono state come minimo 70.000.

Questo in sintesi, come riportato dai comunicati, dai media e dalle interviste, il contenuto del documentario. Questo è ciò che vedremo quando Naza uscirà, a giorni, nelle nostre sale. Chi difficilmente lo vedrà saranno invece gli israeliani.

La reazione del governo e dei partiti della destra è stata da subito una reazione di assoluto panico. L’esercito ha definito il contenuto del film menzognero, pur aprendo un’inchiesta sulla divulgazione di “materiale non classificato”. Quanto all’altra accusa rivolta al film, di essere basato su fonti anonime, come dimenticare che anche lo scandalo del Watergarte, che portò nel 1974 alle dimissioni del presidente americano Nixon, era basato su rivelazioni anonime, protette dal segreto. Con il passar dei giorni la reazione è diventata sempre più dura e aggressiva. Netanyahu ha dichiarato di voler togliere la cittadinanza israeliana ai due registi, definiti “traditori”.

I partiti e i media della destra radicale si sono scatenati, accusando il film di menzogna e antisemitismo, minacciando di morte i registi e manifestando sotto le abitazioni dei loro famigliari al grido di “Impiccateli!”. Difficilmente i due registi potranno tornare in patria, anche se le minacce di privarli della cittadinanza non saranno messe ad effetto. Saranno i primi esuli politici di Israele, dunque?

Intanto Netanyahu minaccia sanzioni e la revoca della cittadinanza nei confronti di chi diffama le forze di difesa israeliane. Nelle sue dichiarazioni, una simile legge potrebbe colpire anche il capo del partito democratico, Yair Golan, per delle dichiarazioni rese l’anno scorso sull’uccisione dei bambini palestinesi da parte dell’esercito. Insomma, Nertanyahu avrebbe l’intenzione di approfittare della questione per intervenire sui partiti di opposizione nelle prossime elezioni, una tattica da lui consolidata. Ma è difficile che una simile manovra gli riesca, nel clima attuale della campagna elettorale.

Le minacce di morte che gli estremisti di destra stanno rivolgendo ai due registi non sono, secondo il giornale di opposizione Haaretz, da prendere sottogamba: è possibile che scorra il sangue. Del resto, come dimenticarsi dell’assassinio di Rabin nel 1995 da parte di Ygal Amir, un estremista i cui complici di allora sono oggi ministri dell’attuale governo?

E la sinistra? Finora, l’attacco all’Idf non viene condiviso nemmeno da gran parte dell’opposizione. Mille registi hanno espresso in un documento solidarietà al film. Ma la domanda che emerge con forza, e che riguarda non i palestinesi ma gli israeliani, è come abbiano fatto le forze armate a non vedere i preparativi del 7 ottobre, se erano in grado di veder volare una mosca in tutte le abitazioni di Gaza.

Forse da questa domanda si potrà arrivare anche a domandarsi perché, se l’obiettivo era quello di distruggere Hamas, si sono uccisi tanti civili, facendo di ogni palestinese di qualsiasi età un sostenitore di Hamas. In ogni caso, come ha scritto Gideon Lévy su Haaretz, «Szor, Abraham e questi coraggiosi militari hanno rotto il silenzio. Meritano la massima stima degli israeliani e la avranno, ma solo nelle pagine dei libri di storia».


Scuola, prima viene il bambino

DIRITTO IN PERICOLO Trump sostiene che la Corte è un tribunale anti-americano e che è un pericolo per le forze armate Usa, chiarendo che non permetterà mai indagini nei confronti di suoi cittadini 

Di Franco Lorenzoni, La Repubblica

Giorgia Meloni ha annunciato a gran voce che vuole stabilire per legge un tetto alle presenze di figli di immigrati nelle nostre classi «perché i bambini italiani non siano mai più minoranza». Sempre più il tratto comune delle destre in Europa si caratterizza per l’attacco alla scuola pubblica come spazio di incontro e scambio tra differenze, come luogo in cui la disomogeneità può divenire fattore di crescita e nutrimento per uno sviluppo della curiosità reciproca, dell’ascolto e, dunque, della democrazia.

In quest’anno scolastico celebreremo i 50 anni dall’apertura delle nostre scuole ai portatori delle più diverse disabilità, resa possibile dalla legge 517 del 1977. Mi sembra importante ricordare la figura di Alessandra Ginzburg, morta l’11 agosto, che nel 1970 trasformò a Roma una scuola dell’infanzia comunale nella prima scuola del centro Italia in cui fu sperimentata una piena integrazione.

«Prima viene il bambino con il suo mondo e le sue idee sul mondo e solo dopo è possibile e opportuno offrire proposte educative e didattiche capaci di arricchire e nutrire quel mondo. Proposte che risultano tanto più efficaci quanto più sono capaci di stabilire un confronto tra modi di guardare il mondo diversi».

L’attenzione e il rispetto verso la dignità e ricchezza del mondo infantile ha sempre caratterizzato il pensiero di Alessandra Ginzburg. Psicoanalista e saggista, è stata una grande educatrice. A lei dobbiamo pratiche e teorie che sono alla base di una delle più importanti riforme educative del Paese. Se le scuole dal 1977 hanno aperto le porte a bambine e bambini disabili, fino allora chiusi in casa o segregati in scuole speciali, lo si deve alle coraggiose sperimentazioni di educatrici come lei.

La più giovane figlia di Natalia e Leone Ginzburg aveva la rara qualità di incarnare una rigorosa postura etica in modo concreto e operativo. Così immaginò e diede vita a Roma, insieme a Massimo Ammaniti, a una delle prime scuole pubbliche che sperimentò l’integrazione.

Alla fine degli anni ’60 si cominciarono a mettere in discussione le scuole speciali come luoghi di segregazione e nel 1970, a Trastevere, nella scuola dell’infanzia comunale di piazza della Scala, iniziò un’avventura educativa audace, quando una ventina di bambine e bambini “deficitari” furono accolti in un rapporto di uno a uno con alunni cosiddetti “normali”.

L’apertura fu preparata da colloqui con le famiglie, insieme a una offerta di tempo pieno gratuito. I cambiamenti progettati da Ginzburg, che di quella scuola fu coordinatrice, furono radicali: nessuna classe con la porta chiusa, rotazione tra i gruppi, e il corridoio che si trasformava in luogo di ritrovo e di incroci inaspettati. Il tutto con strumenti per la pittura e il modellare, stoffe e costumi, costruzioni per stimolare l’immaginazione e il coordinamento occhio-mano. Spazi e pareti divennero luoghi di memoria personale e collettiva, dove ciascuno poteva riconoscere le proprie tracce.

Per trasformare una scuola dell’infanzia in luogo di integrazione ci fu bisogno della sensibilità di una futura psicoanalista, che seppe assumersi responsabilità formative, organizzative, politiche. Le sperimentazioni portarono a scoperte in grado di migliorare le scuole di tutti, come era già accaduto con Maria Montessori, Ovide Decroly e Janus Korjak, arrivati all’educazione dalla pratica medica. Spesso la pedagogia, per assumere una postura democratica e aperta a tutti, ha bisogno di sguardi da altri mondi.

Ho avuto la fortuna di conoscere Alessandra nel 1977, nel Movimento di cooperazione educativa. Stavo per diventare maestro elementare e la prima scossa che ricevetti fu l’evidenza che dovevamo metterci in gioco e mutare il nostro punto di vista. Un educatore capace di ascolto arricchisce la comunità dei bambini di un dono prezioso: la passione della conoscenza intesa come interrogazione sul mondo e sui suoi misteri. Di qui la funzione di garante della comunità propria dell’adulto.

Ginzburg credeva nell’esistenza di una «cultura infantile» con proprie specifiche caratteristiche. Ricordo il trasporto nei suoi interventi quando richiamava all’attenzione l’importanza dell’inconscio. Molte cose sono cambiate dagli anni Settanta. L’attenzione agli spazi come luoghi di memoria è cresciuta e sono numerose le maestre e maestri che hanno l’abitudine di trascrivere i pensieri di bambine e bambini quando disegnano, giocano o discutono tra loro.

Troppo raramente, però, questo straordinario repertorio è assunto da noi insegnanti come riferimento dal quale partire nel progettare la nostra pratica educativa. Assumere il dialogo e la pedagogia dell’ascolto come fondamento dell’innovazione didattica comporta il rivedere le nostre pratiche con radicalità, perché alcune domande infantili sono inquietanti e insidiose. Ma forse è accogliendo queste inquietudini che possiamo coltivare lo stupore attento, necessario per la relazione educativa.

Ginzburg scrisse un libricino intitolato Premessa ad una pedagogia dell’ascolto nella scuola dell’infanzia. Rileggerlo ora è interessante perché sostiene quanto l’intreccio fra pensiero ed emozione costituisca una costante inestricabile.

Il percorso che ha portato la scuola ad assumere un quarto di insegnanti di sostegno per dare dignità e reali possibilità di crescita alle diversità che la abitano è certamente manchevole e contraddittorio. Ma tanti docenti lavorano a un’idea di inclusione che si fonda sull’attenzione e la cura del contesto, capace di ribaltare i luoghi comuni a partire dal più importante: la disabilità non è confinata all’interno del soggetto, ma prende forma nella rete di relazioni che lo collega agli altri e agli spazi che abita e in cui vive.

Il prossimo anno sarà trascorso mezzo secolo da quella riforma rivoluzionaria, che attende ancora di essere pienamente compiuta. Alessandra Ginzburg, al cui pensiero abbiamo ancora tanto da chiedere, sosteneva con lungimiranza che la disomogeneità nei luoghi educativi, oggi arricchita anche dalle molteplici provenienze di chi li abita, è la migliore condizione per costruire fiducia e apertura verso ogni differenza, perché, se affrontata con cura, competenza e attenzione, crea i presupposti per una crescita intellettuale e umana di tutte e tutti.


Spazi pubblici, interessi privati?

DIRITTO IN PERICOLO Trump sostiene che la Corte è un tribunale anti-americano e che è un pericolo per le forze armate Usa, chiarendo che non permetterà mai indagini nei confronti di suoi cittadini 

C’è un problema che a Lugano si ripresenta con una regolarità quasi meccanica: uno spazio pubblico funziona davvero, generando aggregazione e cultura dal basso, ma prima o poi arriva il momento in cui smette di esistere così com’è.

Il caso più recente è il Lido San Domenico, oggi al centro di una petizione che chiede al Municipio di rivedere le proprie intenzioni. Ma è solo l’ultimo capitolo di una storia che ormai si conosce bene: quella di una carenza cronica di spazi accessibili, informali, che ospitano musica, arte, socialità e progettualità alternativa. L’ennesimo luogo capace di aggregare centinaia di persone di età diverse che, per una ragione o l’altra, comprensibile o illecita, è a un passo dall’essere trasformato in qualcos’altro, o a sparire del tutto.

Ogni volta che uno di questi luoghi chiude o cambia volto, si perde un posto dove si può stare e non solo consumare, ma anche una rete di relazioni e opportunità di lavoro. Concretamente, al Lido San Domenico trovano oggi occupazione una ventina di persone del territorio, spesso con orari ridotti o flessibili, compatibili con gli studi o con percorsi professionali o di vita diversi; un tipo di impiego che altrove in città si trova a fatica.

La pressione immobiliare, la ricerca di redditività e una certa diffidenza istituzionale verso ciò che non si può controllare del tutto finiscono oggi per scoraggiare proprio le esperienze più vitali e diversificate. Su questo tema interviene anche la Carta della Gerra, sottoscritta da oltre 700 realtà e persone attive nella cultura indipendente ticinese. Il documento chiede da tempo di ripensare in modo strutturale come gli enti pubblici mettono a disposizione i propri spazi, riconoscendo il valore culturale e sociale di ciò che vi accade, e non solo quello economico o immobiliare.

Quindi la domanda va rivolta a chi amministra questi spazi: quando un luogo di questo tipo funziona, quali criteri vengono usati per deciderne il futuro? Se la pigione offerta o il progetto edilizio contano più della funzione sociale che quel luogo svolge, il risultato è prevedibile e si ripete ogni volta che uno spazio pubblico viene riassegnato o destinato a un nuovo progetto; proprio come sta accadendo ora, con i bandi pubblicati per il Lido San Domenico.

Che un’altra strada sia possibile, del resto, il Municipio l’ha già dimostrato: nel 2022 ha sostenuto la creazione a Lugano de “La Straordinaria”, un grande spazio culturale che ha offerto per mesi la più ampia programmazione di cultura indipendente mai vista in Ticino. È la prova che, quando l’istituzione sceglie di collaborare invece che controllare, il risultato può essere davvero “straordinario”.

Sia Lugano sia il Cantone, negli ultimi anni, hanno anche riconosciuto pubblicamente la necessità di intervenire: mappature degli spazi, momenti di confronto con le realtà del territorio. Sono passi nella direzione giusta, ma restano intenzioni, finché non si traducono in scelte concrete nei bandi e nelle decisioni che riguardano gli spazi pubblici ancora esistenti o che vanno delineandosi. Il Lido San Domenico avrebbe potuto essere un esempio semplice di coerenza tra parole e fatti. Resta da vedere se lo sarà: dipenderà dai criteri con cui il Municipio di Lugano deciderà il suo futuro.

L’autrice è copresidente del PS Lugano e granconsigliera
Nell’immagine: in difesa di un posto dove
stare


Se a Camorino va bene così…

DIRITTO IN PERICOLO Trump sostiene che la Corte è un tribunale anti-americano e che è un pericolo per le forze armate Usa, chiarendo che non permetterà mai indagini nei confronti di suoi cittadini 

Alcuni giorni fa un incendio è divampato a bordo di un’imbarcazione adibita al trasporto professionale di persone di una piccola ditta privata. Il motore, con i passeggeri ancora a bordo, ha cominciato a fumare, ma fortunatamente è riuscita ad attraccare al Grotto Descanso, alle cantine di Gandria. Qui, una volta sbarcati tutti, è divampato un incendio vero e proprio, poi domato rapidamente – pure il gerente del grotto è intervenuto con i propri estintori per contenere le fiamme. Sul posto una mezzora dopo sono giunti i pompieri, per controllare che le fiamme non potessero riprendere vigore.

L’azienda coinvolta, in un comunicato ai clienti in cui annuncia l’interruzione del servizio, anche se ammette che “al momento non è ancora stata individuata con assoluta certezza la causa”, parla di “un principio di incendio verificatosi sull’impianto elettrico di bordo”. Da noi contattato, il proprietario ha confermato la causa (un relais malfunzionante), smentito con fermezza le illazioni sugli estintori a bordo non funzionanti (cosa che appunto avrebbe portato all’intervento del gerente del grotto) e affermato che nessuno ha mai corso un reale pericolo. Inoltre a suo dire la polizia lacuale non avrebbe richiesto una perizia tecnica per approfondire quanto accaduto.

L’azienda coinvolta ha anche confermato un problema simile (fumo a bordo) occorso al motore sinistro della stessa imbarcazione qualche tempo fa, dovuto al surriscaldamento del filtro antiparticolato.

Vari esperti da noi interpellati, visto il precedente incidente, sentiti i testimoni e visionati i filmati – si ode una specie di esplosione, si vede parecchio fumo a poppa e fiamme alte almeno un metro uscire dal vano motore a poppa al momento in cui lo apre il pilota, che dunque almeno lui ha rischiato parecchio – dubitano della versione del guasto elettrico e fanno risalire anche questo episodio a problemi ai filtri antiparticolato, dispositivi che possono raggiungere temperature molto elevate.

Tale caratteristica è particolarmente critica nel settore nautico, dove gli spazi nel vano motore sono ridotti e sono presenti materiali, componenti e impianti che devono essere protetti dalle elevate temperature. Di conseguenza i filtri antiparticolato adeguatamente isolati. Proprio per la sicurezza antincendio queste imbarcazioni devono inoltre essere dotate di sistemi automatici di rilevazione e spegnimento degli incendi nel vano motore. Un sistema che nel caso in oggetto parrebbe non aver funzionato a dovere.

Visti due episodi simili accaduti in poco tempo, si aprono interrogativi che richiederebbero risposte precise da parte delle autorità.

Ci si chiede anzitutto per quale motivo la polizia lacuale non abbia disposto gli approfondimenti tecnici del caso. Tanto più che l’imbarcazione è nuova – progettata dall’ing. Leoni, lunga 14 metri e omologata per una quarantina di passeggeri, è operativa da luglio 2025.

In secondo luogo, visto appunto la scarsa usura del natante, se le procedure di omologazione e collaudo siano state rispettate e gestite con la dovuta attenzione, oppure se siamo di fronte a quella “interpretazione artistica” di leggi e regolamenti che le aziende che operano sul Ceresio contestano al Servizio cantonale della navigazione, in particolare proprio per collaudi e omologazioni (cfr. Naufraghi del 5 ottobre 2025).

In proposito siamo venuti a conoscenza che la Società di Navigazione del lago di Lugano (SNL) ha comperato una zattera, fatta certificare dalla RINA, una delle più rinomate ditte del settore a livello mondiale. Malgrado ciò è tuttora in attesa di poter essere messa in acqua perché i servizi di Camorino hanno chiesto due pagine di ulteriori perizie tecniche e documentazione varia. Tra le cose contestate, oltre al fatto che la documentazione riguarda “i singoli moduli, mentre la domanda concerne l’insieme assemblato dei sei moduli” (questa ce la devono spiegare, perché nessuno tra gli esperti da noi interpellati l’ha capita: se le parti di una zattera vanno bene, per quale motivo non dovrebbero andare bene una volta unite?), il fatto che l’indicazione del peso a vuoto del manufatto (portata di 145.000 kg) “non comprenda chiaramente perni e accessori” – viti, bulloni e sbarre insomma – necessari per il suo montaggio. Peso stimato a un centinaio di chili, ossia lo 0,07% circa della portata, un dato che si commenta da sé.

Sempre nei cantieri della SNL sono fermi diversi battelli per quisquilie simili: uno modificato con motore elettrico che non viene omologato perché in legno (ma quando una batteria prende fuoco non c’è legno o ferro che tenga, come dimostrano episodi avvenuti all’estero. E poi sul Ceresio non circola un battello di linea elettrico, con batterie talmente potenti che se si incendiassero…?, un altro di manifattura olandese che per Camorino non risponderebbe alle esigenze di sicurezza elvetiche pur se lo stesso modello circola senza problemi su altri laghi svizzeri….

Altri esempi di altre aziende potrebbero comunque essere portati.

Risultato? Sempre più persone, professionisti o diportisti che siano, portano i loro natanti per collaudo e omologazione in altri cantoni. Se al Servizio navigazione e al Cantone va bene così…


Conservatori sotto scacco dell’estrema destra

DIRITTO IN PERICOLO Trump sostiene che la Corte è un tribunale anti-americano e che è un pericolo per le forze armate Usa, chiarendo che non permetterà mai indagini nei confronti di suoi cittadini 

Di Marco Bascetta, il manifesto

C’è Parigi e c’è la Vandea. A voler osservare il presente con le lenti della classica storiografia di sinistra i risultati elettorali a Berlino e nel Mecklenburg -Vorpommern potrebbero essere descritti come segue, senza troppo discostarsi dal vero.

La metropoli-capitale, giovane, cosmopolita, irrequieta e sperimentale, ma preda di potenti appetiti speculativi da una parte e dall’altra una landa dell’estremo est povera, disagiata e risentita, attraversata da paure fantasmatiche e indistinte. Nessuno dei due stereotipi calza però fino in fondo. Tanto è vero che nella Vandea tedesca l’Afd conquista ampiamente il primo posto ma resta lontana dall’accesso al potere e tagliata fuori da qualsiasi alleanza. E anche la Linke a Berlino, nonostante il trionfale successo troverà molti ostacoli sulla strada del governo, nonché l’eterna riproposta, non si sa a questo punto se più ridicola o infame, della dottrina degli opposti estremismi.

Ma su un punto non si dovrebbe infierire troppo. Friedrich Merz sarà anche un algido manager privo di qualunque appeal culturale e talento politico, ma il declino del grande centro democristiano che ha garantito la stabilità tedesca dopo la fine della guerra e ha addomesticato la socialdemocrazia non è in alcun modo colpa sua. Chi lo sostiene, all’interno del suo partito, è solo per personali ambizioni di potere. Quel bisogno di stabilità senza avventure politiche, di grigie abitudini compensate da modeste comodità, di un progresso prevedibile e rassicurante che ha cullato la Germania traumatizzata del dopoguerra ruotando intorno alla Democrazia cristiana si è dissolto e rovesciato in un proliferare di pulsioni revansciste. La promessa cristiano-democratica dell’“economia sociale di mercato” ha perso la sua base materiale e i suoi punti di orientamento sulla mappa del mondo in trasformazione. Ma il fenomeno non è certo solo tedesco.

Il centro conservatore, o i cosiddetti “moderati” sono stati assorbiti o condizionati in tutto il mondo da una destra aggressiva, filofascista capace di capitalizzare i disagi popolari senza ostacolare gli interessi delle oligarchie. L’occupazione trumpiana del Partito repubblicano negli Stati uniti costituisce l’esempio più eclatante di questa metamorfosi nera delle forze politiche conservatrici. In Europa il processo è più lento e frastagliato ma, al fondo, non dissimile. Lo spazio centrista finora occupato dalla Cdu-Csu sta scomparendo. Il caparbio continuismo del cancelliere Merz non poggia ormai su alcuna base che possa dirsi solida. La fine della guerra fredda è stata per i democristiani del Vecchio continente l’asteroide che ha messo fine all’era dei dinosauri. Forza Italia, i gaullisti, il Partito popolare spagnolo, i conservatori dall’Austria ai paesi scandinavi non sono diventati altro che un residuo destinato a confluire nel sistema circolatorio dell’estrema destra o comunque a subirne il ricatto, altro che argine o cordone sanitario!

Se il Cancelliere Merz non fa altro che constatare, un fiasco dopo l’altro, l’avvenuta catastrofe è perché non ha nulla da dire e ancor meno da fare. Le alternative che si trova di fronte sono tutte ulteriormente disastrose: cercare di anticipare l’Afd sul suo terreno, mimandone i temi e le ossessioni, come fatto finora senza alcun risultato, o aprire a una collaborazione con l’estrema destra condannandosi a un destino di sicura subalternità. La via dei centrosinistra a trazione conservatrice risulta preclusa anche dal fatto che i partiti che vi hanno ripetutamente partecipato sono tutti senza eccezione in evidente declino. Nel Mecklenburg come a Berlino la Spd e i Grünen perdono comunque voti. Gli elettori li puniscono per una serie ininterrotta di cedimenti, rinunce e compromessi (eclatante è il caso dei Verdi a Berlino). Ne consegue che continuare sulla strada dei centrosinistra di provata fede neoliberale sarebbe esiziale. Né si può più relativizzare il fatto che l’espansione dell’estrema destra può vantare percentuali impressionanti e dal peso politico crescente. Ma forse è proprio intorno alla Cdu che va sedimentandosi nei fatti un “cordone sanitario” non dichiarato che solo la mano tesa dei neofascisti sarebbe in grado di bucare. Un paradosso davvero inquietante. In questa situazione il “voto utile” antifascista perde nettamente di utilità, condannato come è alla miseria dei minimi denominatori comuni e a sicura indigenza politica.

Berlino resta per la Germania un luogo piuttosto esotico. Ma la scelta della Linke di portare in primo piano i conflitti di interessi, lo scontro tra le strategie speculative, la rendita finanziaria e i bisogni e le aspirazioni dei cittadini ha sicuramente vinto. E non si tratta di una scelta esotica, né di un fenomeno di polarizzazione ideologica. Ma forse di qualcosa che ha concrete possibilità di battere la destra.


La crisi esistenziale degli Stati disuniti d’America

DIRITTO IN PERICOLO Trump sostiene che la Corte è un tribunale anti-americano e che è un pericolo per le forze armate Usa, chiarendo che non permetterà mai indagini nei confronti di suoi cittadini 

Di Gabriele Segre, La Stampa

Per qualche ora l’America è tornata a essere unita. A venticinque anni dalla tragedia dell’11 settembre, bandiere a mezz’asta e minuti di silenzio hanno restituito agli Stati Uniti un sentimento unitario che ormai si ritrova soltanto nelle commemorazioni: americani che si riconoscono reciprocamente. Esaurito il raccoglimento, sono tornati puntualmente a detestarsi. A novembre si vota per il rinnovo del Congresso e l’unità nazionale non avrà diritto di cittadinanza in quella che ormai è vissuta come una guerra di religione. Democratici e repubblicani arriveranno alle urne convinti che la vittoria dell’avversario coincida con la rovina della Repubblica e la cancellazione di tutto ciò che di buono rappresenta.

Eppure, l’America è più unita di quanto sembri. Non sulle soluzioni, naturalmente, ma nella consapevolezza di avere un problema. Destra e sinistra, Maga e socialisti democratici, moderati e rivoluzionari condividono una sensazione oltre alla loro reciproca antipatia: a essere guasto non è più soltanto un pezzo della macchina, ma il meccanismo stesso che dovrebbe ripararla. Il 77% degli americani ritiene che il sistema politico vada rifondato o cambiato radicalmente, ma solo il 27% crede che possa davvero accadere; e ben il 59% pensa che gli anni migliori della storia nazionale siano ormai irrimediabilmente alle spalle. Li chiamano i “riformatori pessimisti”, convinti che la casa vada ricostruita, ma tutt’altro che certi che le fondamenta riusciranno a reggere il restauro.

Non è una novità che gli americani siano impaludati in una crisi esistenziale: lo sono, depressi e smarriti, da almeno quindici anni, da quando la globalizzazione ha smesso di sembrare un regalo e ha iniziato a presentare il suo salatissimo conto. Per tre lustri, però, la disillusione si era concentrata sull’additare i presunti colpevoli — le élite, gli immigrati, la Cina, il presidente di turno. Era, a suo modo, una forma di ottimismo: finché esiste un colpevole, la soluzione è liberarsene. La novità è che oggi quella convinzione vacilla, facendo affiorare il sospetto crescente che, dietro i colpevoli, ci sia un meccanismo talmente inceppato da non poter essere rimesso in moto attraverso una vittoria elettorale — e che ogni intervento, buono o cattivo che sia, finisca soltanto per innescare un effetto domino di problemi ulteriori. Si impongono dazi per proteggere l’industria, e i costi si riversano sui produttori stessi.Si sfrutta il dominio finanziario per imporre sanzioni, e si regala al mondo un motivo per cercare alternative. Si dispone della macchina militare più formidabile del pianeta e si scopre che vincere una battaglia è tutt’altra cosa dal trasformarla in un risultato politico.

Il tutto a costi sempre più difficili da sostenere: il debito federale ha oltrepassato i quarantamila miliardi, gli interessi già superano la spesa per la difesa e, con l’inevitabile resa dei conti che rischia di abbattersi su pensioni e sanità, non potrà che lievitare. Quando ogni toppa scopre una crepa nuova, la manutenzione smette di essere ordinaria e comincia a somigliare sempre più a un vero e proprio collasso sistemico.

Ed è questo a rendere il voto di novembre inedito. Gli americani andranno alle urne ferocemente divisi su chi debba governare e sorprendentemente accomunati dal sospetto che nulla basterà a invertire la rotta del declino, tantomeno la semplice sconfitta dell’avversario. Persino le alternative più radicali sembrano portarsi dietro il dubbio di non essere comunque risolutive. La nuova sinistra promette di rifondare il sistema senza avere ancora chiaro con cosa sostituirlo. Trump continua a promettere una nuova età dell’oro, ma, dopo quasi due anni di seconda rivoluzione, anche i suoi elettori più fedeli si sono accorti che demolire è un mestiere molto più facile che ricostruire.

Gli Stati Uniti restano così sospesi in un limbo: troppo instabili per una riforma ordinata, non ancora abbastanza disperati per una vera rivoluzione. Almeno per ora. Pronosticare quale scenario prevarrà sarebbe temerario, anche perché il funerale dell’America viene annunciato con cadenza rituale e, finora, altrettanto puntualmente rinviato. Preso pezzo per pezzo, il sistema resta formidabile su tutti i fronti — economico, finanziario, tecnologico, militare — e, soprattutto, rimane la sua unicità: saper trasformare crisi apparentemente terminali in nuovi inizi. Potrebbe riuscirci ancora.

Nell’immagine: la sede centrale di JPMorgan Chase  illuminata con i colori della bandiera statunitense in occasione del 25° anniversario degli attentati dell’11 settembre 2001 a New York


Yurii Colombo – Putin, come Stalin, preferisce ancora e sempre il voto sicuro

DIRITTO IN PERICOLO Trump sostiene che la Corte è un tribunale anti-americano e che è un pericolo per le forze armate Usa, chiarendo che non permetterà mai indagini nei confronti di suoi cittadini 

Yurii Colombo è il nostro corrispondente da Mosca


Se Trump tra­di­sce anche il regno sau­dita

DIRITTO IN PERICOLO Trump sostiene che la Corte è un tribunale anti-americano e che è un pericolo per le forze armate Usa, chiarendo che non permetterà mai indagini nei confronti di suoi cittadini 

Diceva Chur­chill che “con gli ame­ri­cani biso­gna avere pazienza, dopo molti errori alla fine fanno la cosa giu­sta”. Forse. Non sem­bra comun­que il caso di Donald Trump, il pre­si­dente che si ostina a per­se­guire la sua “poli­tica del caos”. Met­tendo nei guai il resto del mondo occi­den­tale, se ancora esi­ste un mondo occi­den­tale, trat­tato dal tycoon non come alleato (soprat­tutto la parte euro­pea) ma piut­to­sto come fasti­diosa zavorra.

Così il capo della Casa Bianca pro­cede testardo nella sua “diplo­ma­zia del caos”. Che impre­ve­di­bil­mente fini­sce per col­pire anche amici soli­dis­simi. Ora per­sino l’Ara­bia Sau­dita. Nazione chiave della stra­te­gia medio­rien­tale della Casa Bianca e di que­gli “Accordi di Abramo” (cioè il rico­no­sci­mento di Israele da parte di tutto il mondo arabo sun­nita, pale­sti­nesi esclusi) che nell’otto­bre 2023 sca­te­na­rono l’attacco ter­ro­ri­stico di Hamas nel Negev israe­liano, gra­zie al soste­gno e alla regia dell’Iran sciita. Pro memo­ria. Messo sotto pres­sione, il regime degli aya­tol­lah ha sfo­de­rato la sua ultima arma. Che tutti ave­vano dimen­ti­cato o sot­to­va­lu­tato: gli Houti yeme­niti, anch’essi mano­vra­bili dalla teo­cra­zia di Tehe­ran.

Houti in pas­sato fre­quente ber­sa­glio del regno sau­dita. Bom­bar­da­menti e stragi. Ma oggi que­sti “proxy” dell’Iran sono in grado di met­tere in atto una con­trof­fen­siva assai minac­ciosa per Riad. In un’avan­zata stra­na­mente irre­si­sti­bile sono infatti riu­sciti ad avvi­ci­narsi allo stretto di Bab el Man­deb (lo “Stretto del lamento fune­bre”), fino a con­trol­lare que­sta seconda porta del petro­lio del Golfo, vena giu­gu­lare di vitale impor­tanza per le merci desti­nate al canale di Suez, soprat­tutto dopo il blocco di Hor­muz. Tehe­ran ha così il con­trollo dei due stretti.

Tanto da spin­gere l’Ita­lia a una mossa impen­sa­bile, l’invio di una mini flotta per garan­tire il libero pas­sag­gio alle navi con ban­diera tri­co­lore: il tutto senza pre­av­viso all’Ue, chia­mata in soc­corso solo a cose fatte. Ma, prima ancora di que­sto peri­co­loso svi­luppo, il fatto più sor­pren­dente è stata la rispo­sta net­ta­mente nega­tiva di Trump alla richie­sta di aiuto dell’Ara­bia Sau­dita. Cioè alla nazione rite­nuta indi­spen­sa­bile a Washing­ton per por­tare a ter­mine con suc­cesso l’ope­ra­zione “Accordi di Abramo”. E ora, per tran­quil­liz­zare i sau­diti, non basterà certo l’acqui­sto di una man­ciata di aerei da cac­cia ame­ri­cani, per un’Ara­bia Sau­dita che dispone di pochi e scar­sa­mente for­mati piloti.

Gli aru­spici di geo-poli­tica si inter­ro­gano ancora sui motivi di que­sto sgar­bato “nyet” alla Casa reale di Riad. Forse non è nem­meno un gran rom­pi­capo, visto come Trump ha stra­volto il decen­nale rap­porto fra Usa e alleati euro­pei della Nato. Qui il motivo è quan­to­meno evi­dente (l’attacco e lo sman­tel­la­mento dell’Ue), assai meno quello del vol­ta­fac­cia o tra­di­mento nei con­fronti del prin­ci­pale alleato medioo­rien­tale. Con l’Ara­bia Sau­dita che, con i due stretti chiusi, ha già annun­ciato il blocco dell’espor­ta­zione del suo greg­gio il pros­simo mese. Deci­sione che, ancora una volta, cree­rebbe più pro­blemi a noi euro­pei che agli ame­ri­cani. È que­sto l’obiet­tivo?

Così, la “diplo­ma­zia del caos” ame­ri­cana rag­giunge il suo apice. Giran­dola di guerra all’Iran e di ricerca del dia­logo con gli Houti yeme­niti alleati dell’Iran. Infrut­tuoso para­dosso o colpi di genio? Que­sti ultimi, finora, non sono certo la cifra carat­te­ri­stica del pre­si­dente ame­ri­cano.

Scritto per laRegione


Il Cancelliere non riemerge dall’uragano

DIRITTO IN PERICOLO Trump sostiene che la Corte è un tribunale anti-americano e che è un pericolo per le forze armate Usa, chiarendo che non permetterà mai indagini nei confronti di suoi cittadini 

Di Francesca Sforza, La Stampa

Se c’è una cosa che bisogna riconoscere ai tedeschi è che di fronte alla disfatta non minimizzano, non edulcorano, non danno la colpa ai social, al meteo o altre avversità: la chiamano con il loro nome e la guardano in faccia. Così ha fatto ieri il cancelliere Friedrich Merz, quando di fronte a un risultato pessimo in Meclemburgo-Pomerania e così così a Berlino non ha esitato a usare la parola “disastro”, che è subito rimbalzata in tutti i titoli di giornale della Bundesrepublik dando il senso della giornata politica appena trascorsa (poco male che lui si riferisse solo al risultato peggiore, la percezione del disastro ha spazzato via la realtà dei numeri).

Il fatto che le due tornate elettorali non abbiano espresso una direzione univoca è un buon segno: l’AfD è andata benissimo in Meclemburgo, abbastanza bene a Berlino, ma in entrambi i casi non governerà. Governeranno invece formazioni composite ma solidamente democratiche. La Linke, che a Berlino ha la possibilità di governare insieme all’Spd e ai Verdi, non appartiene a quella corrente reazionaria della sinistra estrema che abbiamo visto mietere consensi in Sassonia-Anhalt. È un partito di stampo socialista, che guarda al rafforzamento dello stato sociale e a una società aperta: non ha la remigrazione nel suo vocabolario e ha la lotta all’antisemitismo iscritta a caratteri cubitali nella sua storia politica. Allo stesso tempo il denominatore comune tra le diverse forze più votate esiste, ed è il fattore “locale”: a Berlino ha vinto chi ha sollevato la questione del caro-affitti (Linke) e chi ha fatto campagna elettorale sullo scontento elettorale della parte Est, dove vivono cittadini che vengono dall’Europa orientale, e dove la presenza di profughi ucraini ha creato squilibri sociali tra le classi più disagiate (AfD). In Meclemburgo la situazione non è stata molto diversa da quella del Sassonia-Anhalt: ha vinto chi ha parlato all’Est frustrato e impoverito, non dagli stranieri (da quelle parti ce ne sono pochissimi), ma dagli effetti collaterali delle transizioni digitale e climatica che si sono innestate su un terreno già traumatizzato dalle riconversioni forzate degli anni 90.

Resta l’interrogativo su come mai i due maggiori partiti tedeschi, Spd e Cdu, non riescano a tirarsi su dal tappeto in cui finiscono a ogni nuovo round elettorale. Sbaglieranno persone, questo è molto probabile (succede ai partiti che vivono di incrostazioni e non scommettono sulle competenze, come dimostra la vittoria della Linke a Berlino), ma anche obiettivi, interlocutori, messaggi. E fanno scelte guidate dalla paura di perdere, più che dalla voglia di vincere. Un esempio la decisione di Merz di disertare il discorso all’Onu per restare a occuparsi degli affari interni: sicuri che sia il momento giusto per sottrarsi al confronto con gli alleati internazionali e evitare di rassicurarli sulla tenuta democratica della Germania? La sua strategia è abbastanza chiara: portare avanti le riforme e sperare che inizino a mostrare degli effetti positivi prima della fine del secondo mandato. Gli analisti economici citano lo scenario Schroeder come il più probabile: le riforme ingranarono ma il cancelliere perse le elezioni e il merito se lo prese Frau Merkel. In questo caso però, i dubbi che riescano a funzionare sono maggiori, perché maggiori sono le variabili (la crisi energetica, la guerra in Ucraina, l’avanzata dei cinesi, la cyberguerra che non conosce confini territoriali e inquina i dibattiti democratici). Se va male, in definitiva, non sarebbe neanche tutta colpa sua. In ogni caso il cancelliere – dimostrando una determinazione che gli va riconosciuta, anche se non si sa se si tratti di coraggio o di incoscienza – non intende dimettersi e ha chiesto agli uomini della Cdu di stringerglisi intorno. Lo hanno fatto, ma non è ancora chiaro se per sostenerlo o per mettersi in fila in vista di una successione.