La Duma del malcontento

Il voto in Russia per il rinnovo del parlamento non riserva grandi sorprese, ma mentre Putin chiede unità attorno ai soldati al fronte, milioni di russi fanno la fila per il pieno e temono una nuova mobilitazione militare 

Di Alessia de Luca, ISPIonline

Per la prima volta dall’inizio della guerra in Ucraina i russi sono invitati a rinnovare i rappresentanti della Duma, il parlamento di Mosca. E anche se il risultato delle elezioni – che si svolgono per tre giorni a cominciare da oggi – è di fatto già deciso, e in pochi dubitano della vittoria del partito Russia unita del presidente Vladimir Putin, il voto presenta comunque delle incognite. La principale è l’affluenza, da cui si potrà dedurre il livello del sostegno al Cremlino e al conflitto in corso, i cui effetti sono sempre più sentiti anche dalla popolazione. Durante l’estate, infatti, sciami di droni ucraini hanno colpito raffinerie, fabbriche e centri logistici in tutto il Paese, portando letteralmente la guerra nella vita quotidiana delle persone. Il tutto mentre i sondaggi registrano un’ansia crescente per l’andamento dei combattimenti e per ciò che potrebbe ancora accadere. In questo contesto, spiega l’analista russo Andrei Kolesnikov, l’obiettivo del Cremlino è “produrre l’effetto ottico di una maggioranza in cui tutti sostengono Putin e la sua operazione militare”. Sebbene queste elezioni non siano né libere né eque, rappresentano comunque l’unica fonte di legittimità per il presidente russo che si è già assicurato un nuovo mandato di sei anni alle presidenziali del 2024, escludendo dalla scheda ogni vera opposizione, estendendo così il proprio governo almeno fino al 2030.

Una campagna senza contendenti

Alle urne, che rinnovano i 450 seggi della Duma, sono chiamati circa 110 milioni di elettori. La scelta, però, è pressoché illusoria: sulle schede compaiono solo candidati approvati dal regime e nessun partito realmente contrario alla guerra. Yabloko, l’unica formazione registrata su posizioni apertamente pacifiste – il suo slogan chiedeva un accordo di cessate il fuoco e la via diplomatica – è stata esclusa dalla Corte Suprema il 10 agosto in seguito a un ricorso presentato dal partito nazionalista Rodina. Da allora il partito ha visto cadere una dopo l’altra anche le candidature nei collegi uninominali, mentre il vicepresidente Maxim Kruglov è stato condannato a sette anni di carcere per le sue critiche alla guerra. Anche gli altri oppositori di Putin sono per lo più incarcerati, in esilio, o comunque esclusi dalle liste. Restano in corsa dieci partiti, tutti favorevoli al proseguimento del conflitto: accanto a Russia unita, le formazioni che da anni siedono in Duma – comunisti, liberaldemocratici, Russia giusta – costituiscono quella che gli analisti definiscono “opposizione sistemica”, che critica il governo su temi marginali ma vota compatta con il Cremlino su ogni questione rilevante. Anche per gli standard russi, però, questa tornata appare sorprendentemente priva di vitalità: la maggior parte dei candidati non ha praticamente fatto campagna, e le immagini dei dibattiti televisivi in studi semivuoti perché i politici non si sono presentati, con grande imbarazzo dei conduttori, hanno fatto rapidamente il giro del web.

La guerra arriva nelle case
Il commento di Eleonora Tafuro Ambrosetti, ISPI Co-Head, Russia, Caucaso e Asia Centrale“I risultati delle elezioni parlamentari in Russia non sono difficili da prevedere. Perché, allora, occuparsi di un’elezione il cui vincitore è già noto? Perché il voto è uno dei pochi momenti in cui il Cremlino deve ancora dimostrare pubblicamente che il sistema politico funziona. Putin non deve soltanto conquistare la maggioranza: deve produrre affluenza, consenso e un risultato sufficientemente convincente da dimostrare che quasi cinque anni di guerra non hanno eroso la stabilità del regime. Allo stesso tempo, le conseguenze più dirette per l’Ucraina e l’Europa potrebbero arrivare dopo il voto. Se sono fondate le preoccupazioni espresse da analisti internazionali e da molti russi, secondo cui il Cremlino potrebbe lanciare una nuova mobilitazione a ottobre, Putin potrebbe preservare il vantaggio della Russia in termini di risorse umane e dare nuovo slancio alla sua invasione.”

Se la campagna elettorale non scalda gli animi, a farlo è la crisi del carburante che da quest’estate attanaglia il paese. Gli attacchi dei droni ucraini contro le raffinerie russe, intensificatisi da giugno, hanno prodotto la carenza di benzina e diesel più grave dai tempi dell’Unione sovietica: secondo un’analisi del Financial Times, la crisi colpisce direttamente circa 50 milioni di russi, il 35% della popolazione. Molti distributori sono senza carburante, mentre in alcune regioni i tempi di attesa hanno raggiunto diversi giorni, e i social media sono pieni di video di risse scoppiate nelle lunghe code alla pompa. È una crisi che, a differenza dei precedenti quattro anni e mezzo di guerra, entra nella quotidianità di moltissimi abitanti. Lo stesso Putin nelle ultime settimane ha collegato esplicitamente la partecipazione elettorale al conflitto, chiedendo ai cittadini di dimostrare compattezza attorno ai soldati al fronte: un mese prima delle elezioni, parlando alla Megasport Arena di Mosca, ha affermato che “molto dipende dalla nostra unità, dal coraggio dei soldati russi e da chi lavora con coscienza al proprio posto per contribuire alla vittoria”.

L’incognita della mobilitazione

Per molta della popolazione, tuttavia, il significato più profondo delle elezioni non risiede nel risultato, bensì in ciò che ne conseguirà. Viste le difficoltà delle truppe di Mosca in Ucraina, lo stallo sulla linea del fronte e le ingenti perdite sul campo, negli ultimi mesi si sono moltiplicate le voci che parlano di una nuova mobilitazione su larga scala: l’intelligence ucraina sostiene che lo Stato maggiore russo avrebbe predisposto un piano per arruolare 600.000 uomini tra il 2026 e il 2027. L’ansia avrebbe già spinto alcuni giovani a lasciare il paese, in scene che ricordano il settembre 2022, quando centinaia di migliaia di russi fuggirono dopo il primo annuncio di leva obbligatoria in tempo di guerra. Putin ha respinto per due volte, a inizio settembre, le voci di una mobilitazione imminente, bollandole come “sciocchezze” e “propaganda” contro Mosca. Ma la sua stessa mobilitazione “parziale” del 2022, tecnicamente, non è mai stata revocata. Il timore diffuso è che, chiusa la tornata elettorale e insediata una Duma compiacente, il Cremlino si senta più libero di adottare misure impopolari che ha finora rinviato.

Nell’immagine: un cartellone pubblicitario mostra i ritratti del vicepresidente della Duma di Stato, Pyotr Tolstoy, e del sindaco di Mosca, Sergei Sobyanin, a promozione del partito “Russia Unita”. Mosca, 15 settembre 2026


Alleati abbandonati nella strategia Usa del caos

Il voto in Russia per il rinnovo del parlamento non riserva grandi sorprese, ma mentre Putin chiede unità attorno ai soldati al fronte, milioni di russi fanno la fila per il pieno e temono una nuova mobilitazione militare 

Di Alberto Negri, il manifesto

Con gli Houthi padroni dello stretto di Bab el Mandeb siamo tutti ammiragli. Salvo poi come ha fatto il ministro della Difesa Crosetto promettere prima l’invio della Marina in difesa di mercantili italiani e quindi voltare la prua non verso il mare aperto ma in Parlamento per decidere cosa fare.

E scoprire che, con la missione in Arabia saudita, anche l’Italia è un bersaglio nelle guerre degli Stretti: ieri un Eurofighter italiano è stato colpito nella base di Taif; intanto, quasi a forzare la mano al Parlamento, la nave militare italiana Bergamini (missione Aspides), scorterà subito un nostro mercantile sempre nello stretto di Bab el Mandeb.

SFIORA QUINDI un dubbio: che gli Houthi, descritti come guerrieri in ciabatte o al più miliziani sciiti alleati dell’Iran, siano davvero una cosa seria, come li descrive nel suo libro I Partigiani di Allah, Laura Silvia Battaglia? Qualche cosa da dire ce l’hanno pure loro come dimostra sul manifesto l’intervista di Patrick Zaki a Mohamed Farhan, dirigente del movimento degli Ansar Allah. Tra le righe emerge quello a cui aspirano: essere liberati dall’assedio, dalle black list delle sanzioni europee e statunitensi e ottenere un riconoscimento internazionale. E forse anche di questo hanno parlato i funzionari Usa che li avrebbero appena incontrati.

Ancora più chiaro è stato lo stesso Trump, il quale ha rifiutato per due volte le richieste saudite di attaccarli e minimizzato l’ipotesi di un intervento: «Gli Houthi ci hanno chiamato e non vogliono combattere contro di noi», lasciando intendere che il loro scontro è soprattutto con l’Arabia saudita. Gli americani hanno dimostrato uno scarso interesse a difendere gli interessi di Riad che pure acquista miliardi di dollari di armi da Washington. Non è una buona notizia per i sauditi. A Est lo stretto di Hormuz resta fortemente destabilizzato dallo scontro tra Iran e Stati Uniti. A Ovest gli Houthi hanno consolidato il loro potere sulla costa yemenita del Mar Rosso e intorno allo stretto di Bab el Mandeb, dove in pochi mesi il traffico di petroliere è aumentato del 50 per cento. Nel mezzo i droni lanciati dall’Iraq da gruppi filoiraniani hanno mostrato che anche l’oleodotto Est-Ovest, principale rotta alternativa di Riad a Hormuz, è vulnerabile.

I SAUDITI sono intrappolati in un triangolo sempre più scomodo, scrive L’Orient-Le Jour. Forse per questo avrebbero proposto nelle ultime ore una tregua di due settimane.
Gli Houthi invece, pur essendo nel mirino saudita, israeliano e occidentale, possono contare su una catena di comando più coesa e hanno dimostrato la loro capacità di spostare rapidamente le forze da un fronte all’altro, ma anche di portare l’escalation al di là delle frontiere dello Yemen.

IN 48 ORE, dal 10 settembre, si sono impossessati della città di Mokha, poi hanno preso il controllo dello stretto strategico di Bab el Mandeb che collega l’Europa all’Asia. Eppure i sauditi, con l’aiuto degli Usa, bombardano gli Houthi dal 2015 e si sono serviti delle milizie di mercenari create inizialmente dagli Emirati Arabi e poi passate sotto la gestione di Riad. Un disastro militare e politico pagato duramente dai civili yemeniti. Un fallimento così lungo, così profondo e ribadito dagli eventi recenti che fa riflettere gli americani e adesso persino i pensosi ammiragli italiani che scrutano l’orizzonte dalla tolda di comando e si chiedono – cosa che faranno anche in Parlamento – se una missione esclusivamente nazionale sarà sufficiente a garantire la sicurezza delle navi italiane, o dirette in Italia, che varcheranno Bab el Mandeb.

L’alternativa alla missione europea Aspides è quella di una “coalizione di volenterosi”, la formula magica da evocare come negromanti quando non si sa cosa fare. L’incertezza occidentale è il riflesso di quella di un’intera regione sotto un rivolgimento strategico iniziato dal 7 ottobre con Gaza e continuato con la guerra del 28 febbraio di Usa e Israele contro Teheran, «fuori dal diritto internazionale» per lo stesso ministro Crosetto.

AL CENTRO C’È la strategia americana avviata dopo gli accordi di Abramo del 2020, che puntavano a isolare l’Iran, frenare l’espansione economica e diplomatica, della Cina, preservare la preminenza di Israele e controllare allo stesso tempo i principali corridoi energetici e commerciali. Di questi obiettivi l’unico rimasto fuori discussione è la centralità israeliana. Tel Aviv ha portato quasi a termine l’annientamento di Gaza, devastato con i coloni la Cisgiordania, occupato un pezzo di Libano e di Siria, con una campagna di assassinii, bombardamenti e distruzioni che non finisce mai. Non solo, Israele si è proiettato ben oltre il Medio Oriente facendo accordi con l’India, l’Etiopia, il Somaliland, le Forze di intervento rapido in Sudan. Tel Aviv inoltre ha appena inglobato la Grecia e Cipro nella sua rete di alleanze, proiettandosi nel Mediterraneo orientale in funzione anti-turca. In pratica oggi Israele protegge con una parte del suo Iron Dome un Paese europeo della Nato e minaccia la Turchia, altro membro dell’Alleanza atlantica: forse ritiene che in caso di scontro con Ankara la Nato non interverrebbe.

LA GUERRA israelo-americana contro Teheran per le monarchie della regione è stato uno shock. Il loro mondo si fondava su due pilastri: la protezione militare Usa e la sicurezza delle vie energetiche. Le basi americane in Qatar, Emirati, Barhein, Kuwait e Arabia saudita dovevano proteggerli e invece l’Iran li ha ridotti a bersagli, fatto saltare i loro calcoli strategici e le rotte del petrolio. L’Arabia saudita si è rifugiata nel patto della Mecca di agosto con Pakistan e Turchia, gli Emirati si sono tirati fuori dall’Opec e resi autonomi da Riad, l’Oman tratta con l’Iran. Ognuno per sé.

Tutti si sono resi conto che gli Stati uniti di Trump possono scatenare una guerra, negoziare una tregua o fare altro ignorando in gran parte i loro interessi e anche quelli dell’Europa. Per questo nello stretto di Bab el Mandeb, e altrove, servono pensosi ammiragli.

Nell’immagine: la marina militare italiana in una missione europea tra il Mar Rosso e la Somalia nel 2024


Trump: “Accordo fatto sulla Groenlandia”

Il voto in Russia per il rinnovo del parlamento non riserva grandi sorprese, ma mentre Putin chiede unità attorno ai soldati al fronte, milioni di russi fanno la fila per il pieno e temono una nuova mobilitazione militare 

Di Alberto Simoni, La Stampa

Le mani di Donald Trump e degli Stati Uniti si allungano sulla Groenlandia, stavolta però non ci sono minacce e prese di posizione unilaterali. Il capo della Casa Bianca ha infatti annunciato su Truth, il raggiungimento di un’intesa con la Groenlandia e il Regno di Danimarca – “Infinite life Agreement” – che darà agli Usa il controllo permanente sulla sicurezza e su altro in Groenlandia. Secondo Trump con questa intesa gli americani hanno risolto «tutte le molte preoccupazioni». E lo fanno «senza alcun costo».

Non vengono dettagliati i contenuti dell’accordo, ma Trump spiega che i rappresentanti di “Danimarca e Groenlandia” hanno garantito agli Usa la completa «possibilità di fare tutto il necessario» sull’isola «per garantire e difendere la sicurezza della Groenlandia e degli Stati Uniti». Una delle conseguenze dell’intesa è che nessuna potenza straniera potrà avere mai basi o una presenza militare senza l’autorizzazione di Washington.

Trump aveva messo nel mirino la Groenlandia già durante il suo primo mandato. La questione è tornata di attualità non appena insediatosi nel gennaio del 2025 quando aveva anche minacciato di ricorrere alla forza per controllare l’isola autonoma sotto il Regno di Danimarca. Il presidente Usa ha nominato anche un inviato speciale Jeff Landry, che è anche governatore repubblicano della Louisiana. Il punto di massima tensione si è raggiunto lo scorso gennaio dopo che alcuni Paesi europei, in risposta alle ambizioni trumpiane, avevano mandato alcuni soldati. Il timore di una spaccatura all’interno dell’Alleanza atlantica era stato profondo, almeno sino a quando Trump non ha fatto marcia indietro rinunciando ai propositi di “annessione” della Groenlandia e insistendo invece per un accordo che potesse dare una certa forma di controllo delle rotte marittime, dello spazio aereo, e del territorio – ricco fra l’altro di petrolio e minerali rari – agli americani. Landry da gennaio ha lavorato con i diplomatici danesi e inviati della Groenlandia sino all’intesa annunciata ieri. Trump ha detto che «cominceremo subito il progetto di sviluppo di un’ampia presenza militare» e «lavoreremo con il popolo groenlandese per lo sviluppo e la costruzione».


L’ecologia (non) è di sinistra. 2 – Un motivo di speranza

Il voto in Russia per il rinnovo del parlamento non riserva grandi sorprese, ma mentre Putin chiede unità attorno ai soldati al fronte, milioni di russi fanno la fila per il pieno e temono una nuova mobilitazione militare 

Per le elezioni in Consiglio di Stato del 2027, il Partito socialista ticinese (PS), I Verdi del Ticino (Verdi) e il Movimento per il socialismo (MPS) hanno deciso di presentare una lista congiunta. Già per le elezioni del 2023 si era parlato di un programma rosso-verde. All’epoca, la base elettorale non l’aveva veramente integrato. Propongo quindi di riprendere alcune questioni fondamentali, che devono essere elaborate per poter difendere un’alleanza come quella prospettata e per renderla allettante anche alle persone al di fuori dei tre partiti. 

In questa seconda parte: propongo delle condizioni per fare in modo che l’ecologia sia con la sinistra; formulo qualche osservazione sullo svolgimento della campagna della lista rosso-verde;  indico qualche difficoltà di fondo e un motivo di speranza. 

L’ecologia è con la sinistra, se…

Propongo di dire che l’ecologia è con la sinistra se entrambe si battono contro l’estrattivismo, cioè lo sfruttamento esagerato delle materie prime, ma anche della forza lavoro, e la messa sul mercato della vita intera delle persone e più generalmente degli esseri viventi. Sono assieme, se si battono contro il produttivismo, che porta alienazione e che in fin dei conti si basa sulla trasformazione di apporti naturali limitati. L’ecologia è con la sinistra, se difende i beni comuni, naturali o sociali, cioè quelle cose che possono essere percepite come sottratte o espropriate, e quindi necessitano una riappropriazione collettiva. Non sono concetti astratti, senza declinazione concreta. In Ticino abbiamo materie prime: l’acqua, i boschi, le rocce; abbiamo anche luoghi di formazione, luoghi di vita comune e luoghi dove si sviluppa la cultura. Da secoli sono oggetto di contesa e devono continuare a essere curati. Ci sono quindi molte ragioni facili da elencare che giustificano uno sforzo comune di chi pratica l’ecologia e di chi si batte per più libertà, giustizia e dignità. 

La campagna e l’esercizio del potere

La campagna elettorale è una premessa all’esercizio del potere, non soltanto nel senso evidente che bisogna candidarsi e farsi conoscere per arrivare nella stanza dei bottoni, ma anche perché la campagna è l’occasione di mostrare come si intende esercitare il potere. In particolare, è il momento per mostrare che si vuole cambiare la società piuttosto che semplicemente prendere il potere e mostrare che il potere è un mezzo e non un fine. Si tratta quindi non solo di convincere che si hanno buone idee e buone intenzioni, ma mostrare come si pensa di governare. La collegialità è spesso invocata dai consiglieri di Stato come se bastasse a dare coerenza all’azione del Governo. Per far fronte alle sfide che ci attendono, bisogna andare oltre e portare in Consiglio di Stato la trasversalità. Non c’è un problema importante che non richieda l’intervento di più Dipartimenti e una campagna per il raddoppio permette di affrontare esplicitamente il lavoro di squadra che potrebbero fare i consiglieri di Stato. Le candidate e i candidati devono quindi mostrare il loro interesse per le questioni più diverse. Bene che Matteo Pronzini si occupi già delle questioni di genere oltre che dei lavoratori. Bene che Rocco Vitale porti le rivendicazioni giovanili, ma sarebbe meglio che tutte e tutti in lista lo facciano.

Durante la campagna, invece di promettere questo o quello, si dovrebbe dare l’esempio di come si intende incarnare il ruolo di statista vicino alla gente. Non una persona che somministra soluzioni, ma che sa essere all’ascolto dei bisogni e che promuove il dibattito democratico. Non un semplice amministratore di un Dipartimento, che applica protocolli, ma qualcuno che osa immaginare nuovi modi per affrontare i problemi più gravi. Non qualcuno che rappresenta solo la propria base elettorale, ma che ha a cuore il benessere della popolazione ticinese nel suo insieme. Qualcuno che crede nel servizio pubblico. 

Naturalmente, si dovrà anche spiegare come si intende affrontare i problemi che preoccupano il più gran numero. Primo tra tutti quello delle finanze pubbliche. Non è qui il luogo per approfondire la questione, ma in coerenza con l’obiettivo dell’articolo credo che sia utile indicare che si può affrontarla in maniera coerente con le idee che sostengono uno sforzo rosso-verde. Per quel che riguarda la spesa pubblica, è importante sottolineare ad esempio quanto costano alla collettività l’inquinamento, un’informazione e una prevenzione insufficienti in ambito sanitario, così come il cattivo uso delle risorse energetiche, e proporre misure di contenimento di queste spese. I risparmi che si potrebbero fare in questi ambiti permetterebbero per esempio di definire finalmente un budget cantonale per la cultura. Inoltre, si dovrebbe analizzare in che misura le agevolazioni e le misure di sostegno alle imprese servono gli interessi collettivi, andando oltre il credo nel cosiddetto gocciolamento (trickle down). Per quel che riguarda le entrate, oltre a rivedere le entrate fiscali, si dovrebbe studiare la possibilità di far svolgere allo Stato un ruolo imprenditoriale in ambiti di rilevanza generale. Il che non vuol dire che lo Stato dimentichi il suo ruolo di ridistribuzione delle ricchezze, o che amministri direttamente la produzione, ma piuttosto che la orienti nell’interesse generale. (Nel 2022, avevo proposto per esempio l’idea di promuovere dei «villaggi ecosostenibili».) 

Restano però tre problemi di fondo. In maniera generale, e semplificando molto, il problema principale per convincere l’elettorato (di sinistra) a sostenere un progetto rosso-verde è che bisogna arrivare a convincerlo che è possibile coniugare gli obiettivi ecologici con quello di arrivare alla fine del mese. L’ecologia non è un lusso. 

Il secondo problema è che vi è una parte dell’elettorato, soprattutto giovane, che è talmente stufa di come stanno le cose, che vorrebbe che tutto vada a quel paese e che si limita ad affermare il proprio rifiuto, ribadendo per esempio la propria posizione anti-capitalista. Purtroppo non basta, non perché i capitalisti non siano  «brutti e cattivi», ma perché non serve semplicemente opporre un ideale anarchico all’anarchia del mercato capitalista. Inoltre, essere anti-capitalisti non significa essere per la democrazia e essere anti-capitalista non significa essere di sinistra. Il generale De Gaulle era dichiaratamente anti-capitalista e il suo modo per correggere le derive del capitalismo è stato di promuovere la partecipazione ai mezzi di produzione e a un certo numero di decisioni che riguardano i lavoratori. Ha però esercitato il potere in maniera tutt’altro che collettiva. 

Il terzo problema è quello di mantenere sullo stesso piano priorità diverse in seno al progetto rosso-verde. Prendo spunto da una discussione pubblica durante la quale quando è stata evocata la questione del lupo, predatore di greggi di montagna, uno dei partecipanti ha—per inciso—ricordato il detto “homo homini lupus est”, riferendosi certamente a come le donne siano preda per certi uomini. Se questo commento, che a ragione insiste sull’importanza della questione della violenza di genere, traducesse anche l’idea che la dominazione sulla natura segue dalla dominazione dell’uomo sull’uomo, avremmo un’ostruzione evidente a una collaborazione paritaria tra ecologisti e socialisti. 

Per fortuna, ci sono però anche ragioni che lasciano ben sperare per il progetto rosso-verde. Penso per esempio al lavoro svolto da ErreDiPi, l’associazione recentemente creata per difendere gli interessi degli affiliati all’Istituto di previsione dei dipendenti del Cantone (IPCT). Purtroppo questo lavoro non è ancora abbastanza conosciuto, ma indica come affrontare i problemi che preoccupano la gente, lavorando direttamente dalla base.

(segue)

Nell’immagine: Olafur Eliasson e Minik Rosing, “Ice Watch” (2014)

  • Naufraghi/e ha accolto sin dall’inizio la discussione sulla possibilità di un fronte comune della sinistra ticinese. Qui l’elenco di tutti gli articoli dedicati all’argomento


La politica e l’elefante

Il voto in Russia per il rinnovo del parlamento non riserva grandi sorprese, ma mentre Putin chiede unità attorno ai soldati al fronte, milioni di russi fanno la fila per il pieno e temono una nuova mobilitazione militare 

Ticino, terra di artisti e di… giallisti. I romanzi di questo genere letterario hanno vieppiù invaso il mercato conquistando lettori: delitti, indagini, commissari e investigatori, misteri, oscure trame e colpi di scena. Ma ecco che quest’estate la realtà ha superato la pur fervida fantasia dei nostri autori, con un intreccio le cui origini sono tuttora ignote. Protagonisti il presidente dell’esecutivo cantonale, alcune donne (amiche o presunte tali), una delle quali ritrovata esanime nel Ceresio, registrazioni carpite e diffuse da scaltre mani, probabilmente per sabotare qualche piano politico, come l’intenzione di Zali di candidarsi per il Consiglio nazionale o come l’idea che Lega e Udc dovessero divorziare e correre separati alle cantonali del 2027. Subito è emersa la teoria del complotto e bisogna dire che gli elementi rimasti sospesi non sono pochi, a partire appunto dalla tempistica.

Tutto questo è confluito in un magma che si è rimesso in moto con largo anticipo rispetto al passato. Anche nel nostro piccolo angolo di terra, le campagne elettorali si stanno facendo sempre più lunghe e concitate, diluite su più mesi, e fin dall’estate che precede l’appuntamento. La spiegazione risiede nella crescente frammentazione della costellazione partitica, priva di soglie di sbarramento, e nell’indebolimento dei partiti maggiori, quelli detti storici, che in passato lasciavano ai partitini solo le briciole. Ora tutti reclamano uno spazio e un microfono, se non in parlamento, almeno nell’informazione radiotelevisiva e nella galassia dei canali sociali. Tale frammentazione riflette una società sempre più volubile e balcanizzata per interessi e orientamenti ideologici e quindi sempre più difficile da ricondurre su piattaforme condivise.

Nel frattempo prenderà il via, da ottobre, una compagine mai vista prima, con esponenti di cinque formazioni diverse, cinque monadi che dovranno comunque dialogare e governare, non semplicemene vivacchiare in attesa della resa dei conti in agenda il prossimo aprile. In quel mese la parola passerà al popolo, che deciderà se confermare l’attuale composizione (con Marchesi al posto di Zali), o se ricalibrare i rapporti di forza. La campagna sarà intensa e vivace, soprattutto ai due lati dello schieramento. A destra l’Udc appare in crescita: spera di uscire dall’angolo d’ombra in cui l’hanno relegata per decenni gli amici-rivali della Lega. Quest’ultima, zavorrata da una serie di scandali e passi falsi, è in calo da alcune legislature. A sinistra assisteremo al duello tra Marina Carobbio e Greta Gysin, anche se entrambe giurano che il confronto rispetterà le regole della lealtà e della correttezza. Raffaele De Rosa, per il Centro, può dormire sonni tranquilli, mentre i liberali-radicali continuano a sognare il raddoppio per recuperare il seggio perso nel 2011 (l’intento sarebbe di riprendersi il Dipartimento dell’educazione). Alex Farinelli è quasi certo di poter subentrare a Vitta.

Già ora possiamo elencare alcuni elementi che caratterizzeranno la campagna elettorale in corso:

  1. Un ritorno della passione politica: la mobilitazione che si sta profilando dovrebbe riportare i cittadini al voto e quindi arrestare la curva al ribasso dell’astensionismo (nel 2023 la percentuale dei votanti è scesa al 56%);
  2. L’arrivo dei rinforzi da Berna: Marchesi, Gysin, Farinelli e in parte Chiesa (ora presidente ad interim dell’Udc cantonale) si apprestano a lasciare la fredda capitale federale per risollevare il morale delle sfiduciate truppe locali;
  3. L’Udc cantonale può contare sull’appoggio, politico ma soprattutto finanziario, dell’Udc nazionale guidata dai Blocher (non perdere seggi alle camere);
  4. Un ruolo decisivo lo svolgeranno i media e i social, la RSI come pure TeleTicino, il Corriere come la Regione. Già nell’affrontare il caso Zali sono emersi approcci e stili assai diversi tra i principali gruppi editoriali. Sarà un banco di prova anche per il giornalismo che si vuole cane da guardia del potere.

Tendenze, ipotesi, congetture… forse fondate, forse no, lo si vedrà nei prossimi mesi. Nel Palazzo delle Orsoline staziona però un elefante i cui barriti stanno salendo di tono ogni giorno di più: i premi delle casse malati, che tra poco torneranno a mordere i bilanci domestici. Il vero e ineludibile interrogativo di questa agitata stagione politica è capire come il cantone dipanerà la matassa delle doppie iniziative accolte in votazione popolare il 28 settembre del 2025, che di fatto si sono trasformate in una macina al collo delle finanze pubbliche. Come noto, gli assicurati-votanti, sfiniti ed esasperati, le hanno accettate entrambe, nella convinzione che almeno una delle due avrebbe sortito qualche effetto benefico. Ma così facendo il Ticino è finito in un vicolo cieco che si sarebbe dovuto e potuto evitare: sarebbe bastato fin dapprincipio accordarsi su un testo unico, finanziariamente sostenibile e socialmente equo. E invece si è preferito arrivare allo scontro, con l’apertura di una serie di falle che ora nessuno sa più come tappare.

Questa volta, a risolvere il caso, non basteranno l’intuito e la perizia di qualche nostrano tenente Colombo.

Pubblicato da laRegione


Sulle tv israeliane solo il 7 ottobre così Israele non si accorge di Gaza

Il voto in Russia per il rinnovo del parlamento non riserva grandi sorprese, ma mentre Putin chiede unità attorno ai soldati al fronte, milioni di russi fanno la fila per il pieno e temono una nuova mobilitazione militare 

Di Francesca Caferri, la Repubblica

C’è una cosa che non si può mai dimenticare per capire l’Israele di oggi. Il fatto che per due anni consecutivi, fino al cessate il fuoco dell’ottobre 2025, su tutti i canali, ad ogni ora del giorno, le televisioni hanno raccontato solo un unico, lunghissimo giorno: il 7 ottobre del 2023. Un racconto che è stato fondamentale nell’indirizzare l’opinione pubblica. Capire questo è la base per comprendere come il Paese vede la realtà: e ciò che ha scelto di non vedere.

Messa da parte la fase immediatamente dopo l’attacco, in cui la totalità del Paese – media inclusi – ha operato sotto uno shock totale e senza un piano predefinito, da un certo punto in avanti la maggior parte dei mezzi di informazione (in particolare le televisioni) hanno fatto una scelta: al racconto si è sostituito il tifo, ai giornalisti i propagandisti, alla storia intera una parte sola di essa. «I media, e la tv in maniera speciale, hanno rifiutato di guardare l’altro e di raccontarlo. Si sono schierati con il governo, sposandone la retorica violenta e la volontà di vendetta», spiega Anat Saragusti, 73 anni, a lungo responsabile della libertà di stampa nel Sindacato dei giornalisti. Sin dalle prime settimane di guerra Saragusti più volte ha messo in guardia dal fatto che ritrarre Israele come l’unica ed esclusiva vittima senza mai dare spazio alle sofferenze dei palestinesi fosse sbagliato. Ma pochi in Israele l’hanno ascoltata.

Così, della disperazione dei civili della Striscia, dei palestinesi usati come scudi umani dai soldati dell’Idf, delle famiglie sterminate e dei bambini morti per gelo o fame che per mesi hanno invaso il racconto dei nostri media, alla tv israeliana non è passato nulla: per due anni Gaza è stata mostrata unicamente con gli occhi degli ostaggi o dei militari chiamati a combattere lì. Se le sofferenze dei civili della Striscia hanno trovato qualche spazio, è stato solo per attribuirne la responsabilità ad Hamas.

«L’unico modo per capire il quadro completo è leggere la stampa straniera: il che implica una scelta, quella di andare a cercare, mettersi in discussione. Pochissime persone dopo il 7 ottobre 2023 hanno avuto voglia di farlo», risponde la scrittrice Dorit Rabyian a chi le chiede come sia possibile che Israele non capisca perché tanta parte del mondo sia inorridita dalle sue politiche.

In questi mesi, quando uno sguardo sull’altro è riuscito a rompere il muro, ad accoglierlo ha trovato odio e rabbia: lo racconta la storia di Yocheved Lifshitz, 85nne attivista per la pace rapita il 7 ottobre da Hamas dalla sua casa nel kibbutz Nir Oz e rilasciata venti giorni dopo. Al momento della liberazione Lifshitz si girò verso i suoi rapitori e salutò dicendo loro “Shalom”, pace. Una cosa inaudita nell’Israele di quei giorni: si disse che era una traditrice. «Doveva restare lì», arrivò a sostenere un commentatore su Channel 14.

È importante ribadire che questa retorica così violenta appartiene principalmente alle tv. Il quadro è diverso se si passa alla carta stampata: fatto salvo lo shock dei primi mesi, alcuni dei giornali israeliani hanno lentamente ma con decisione preso le distanze dalla condotta sulla guerra. Lo ha fatto Haaretz, la Bibbia dell’intellighenzia di sinistra, ma anche Yediot Ahronoth e il Times of Israel. Di riflesso altre testate – Jerusalem Post e Israel Hayom per prime – hanno preso la via opposta: totale e incondizionato sostegno al governo.

La direzione intrapresa negli ultimi anni dai media e in particolare dalle televisioni non può sorprendere chi ha seguito la storia di Israele e quella dell’uomo che da trent’anni ne domina la scena, Benjamin Netanyahu. Fin dal suo primo mandato come premier, nel 1996, è stato un feroce critico di giornali e tv israeliani, che ha sempre definito vicini alla sinistra e inaffidabili. Un’idea che da allora non lo ha mai abbandonato. Dal disprezzo e dalla diffidenza è nata la volontà di piegare i media che negli anni è stato uno dei pilastri dell’azione politica del premier. Per metterlo in pratica ha seguito due strade: boicottare le organizzazioni sgradite e sostenere le testate fedeli alla linea ufficiale, in alcuni casi modellandole a sua immagine e somiglianza.

È il caso di Israel Hayom (Israele oggi), quotidiano fondato nel 2007 da un uomo d’affari vicino a Netanyahu, che è oggi il giornale più letto del Paese grazie al fatto di essere gratuito e distribuito a tappeto ovunque. E di Channel 14, la Fox News locale, ultima nata delle emittenti di news, che nel giro di pochi anni anche grazie una serie di leggi sponsorizzate dal governo è diventata a seconda tv più seguita del Paese. «Gaza così com’è oggi deve essere spazzata via»; «Dobbiamo bombardare indiscriminatamente»; «Lasciamoli affogare nelle loro tende» sono alcune delle espressioni usate dai suoi commentatori parlando della Striscia in questi anni.

L’approssimarsi delle elezioni ha amplificato il tentativo di controllo del governo sui media, con una serie di proposte di legge che, messe tutte insieme (alcune sono state approvate, altre no) minacciano di modificare il panorama dei media in maniera irreversibile. Non sorprende che nel 2025 Reporters senza frontiere abbia messo Israele al 112mo posto su 180 Paesi nel suo World Press Freedom Index: «Le campagne di disinformazione e le leggi repressive si sono moltiplicate in Israele e la pressione sui giornalisti è aumentata», si legge nel report.

Certo: non tutto va in questa direzione. Negli ultimi mesi, molti giornali hanno aumentato le critiche al governo, Haaretz è passato allo scontro aperto con il primo ministro e per questo è oggetto di una vera e propria guerra da parte dell’esecutivo. E piccole isole come Local call/+972 magazine – testate gemelle in ebraico e inglese che raccontano l’attualità dal punto di vista degli israeliani e dei palestinesi – hanno visto crescere la loro audience. Ma questo non basta a invertire una rotta che in tre anni è stata tracciata in maniera profonda: e che avrà un’influenza decisiva sul voto del 27 ottobre.


Ecco come un sistema agricolo malato colpisce la salute a livello globale

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Di Francesco Romizi, il manifesto

C’è un numero che da solo dovrebbe cambiare il modo in cui parliamo di pesticidi: tra 402 e 433 milioni di episodi di intossicazione acuta non intenzionale ogni anno nel mondo. Su una popolazione agricola stimata in circa 934 milioni di persone, significa che quasi un lavoratore agricolo su due può essere colpito, nell’arco di dodici mesi, da un’esposizione capace di provocare sintomi acuti. Sono le stime di una nuova revisione pubblicata su Frontiers in Public Health, che aggiorna il quadro globale delle intossicazioni da pesticidi. Il peso maggiore ricade sull’Asia meridionale e sud-orientale e sull’Africa orientale, Paesi in cui l’impiego di bambini e adolescenti in agricoltura è predominante. Circa 11 mila episodi l’anno hanno esito mortale.

DIETRO QUESTE CIFRE non c’è un rischio astratto. C’è il lavoro quotidiano nei campi: preparare e miscelare i prodotti, riempire le irroratrici, trattare le colture, rientrare troppo presto nelle aree trattate, toccare piante, attrezzature, vestiti o terreno contaminati. Il pesticida può entrare nell’organismo attraverso la pelle, gli occhi, le vie respiratorie o, più raramente nelle esposizioni professionali, per ingestione. La via cutanea è particolarmente importante per chi lavora molte ore tra colture appena trattate; quella inalatoria può diventare decisiva durante la nebulizzazione, soprattutto in presenza di vento, alte temperature o dispositivi di protezione inadeguati.

L’INTOSSICAZIONE ACUTA non ha un solo volto. Dipende dalla sostanza, dalla dose, dalla durata dell’esposizione e dalle condizioni del lavoratore. I primi segnali possono sembrare banali: mal di testa, vertigini, nausea, irritazione degli occhi e della pelle, debolezza, sudorazione. Poi possono comparire vomito, diarrea, crampi addominali, disturbi visivi, salivazione eccessiva, difficoltà respiratoria, tremori e fascicolazioni muscolari. Nei quadri più gravi si arriva a convulsioni, perdita di coscienza, paralisi e insufficienza respiratoria. È il caso, in particolare, di molti organofosforici e carbammati, pesticidi che interferiscono con il funzionamento della colinesterasi, un enzima fondamentale nella trasmissione degli impulsi nervosi. Quando il sistema viene sovraccaricato, il corpo perde progressivamente la capacità di governare funzioni essenziali: respirare, muovere i muscoli, regolare le secrezioni, mantenere coscienza e orientamento. L’inalazione può produrre sintomi molto rapidi; l’assorbimento attraverso la pelle può invece essere più lento e insidioso, con una sintomatologia che cresce nelle ore successive.

IL PROBLEMA È CHE NEI CAMPI l’esposizione raramente è un episodio isolato. Per molti braccianti, piccoli agricoltori e lavoratori stagionali è una condizione che si ripete per settimane, mesi e anni. E qui la frontiera tra intossicazione «acuta» ed effetti cronici diventa più sottile. Una persona può superare un episodio senza ricovero, tornare al lavoro e subire nuove esposizioni pochi giorni dopo. Cefalea, stanchezza, disturbi della memoria, formicolii, problemi respiratori o irritazioni cutanee possono essere sottovalutati, attribuiti al caldo, alla fatica o alla disidratazione. Una parte della malattia resta così fuori dalle statistiche sanitarie.

LA LETTERATURA SCIENTIFICA associa l’esposizione professionale e prolungata a pesticidi a un ampio spettro di possibili effetti: disturbi neurologici (fra i quali il Parkinson, riconosciuto come malattia professionale degli agricoltori in Francia), respiratori, alterazioni endocrine e riproduttive, danni dermatologici e, per alcune sostanze e condizioni di esposizione, un aumento del rischio di specifiche patologie croniche. Non significa che ogni esposizione produca inevitabilmente una malattia, né che tutti i pesticidi abbiano la stessa tossicità. Significa però che il rischio cresce quando l’esposizione è ripetuta, quando si utilizzano sostanze altamente pericolose, quando più prodotti vengono impiegati insieme e quando protezioni, formazione e sorveglianza sanitaria sono insufficienti.

ED È QUI CHE LA GEOGRAFIA delle intossicazioni diventa anche geografia delle disuguaglianze. Nei Paesi a basso e medio reddito si concentra la parte più pesante del problema. In molti contesti i lavoratori dispongono di meno tutele, meno formazione, minore accesso ai dispositivi di protezione e a servizi sanitari capaci di riconoscere tempestivamente l’avvelenamento. Il caldo rende difficile indossare tute, guanti e maschere per ore. I prodotti possono essere travasati in contenitori non sicuri, le etichette non sempre sono comprensibili, i tempi di rientro nei campi vengono ignorati perché fermarsi significa perdere reddito. La vulnerabilità sanitaria coincide così con quella economica.

NON È UN CASO CHE FAO E OMS insistano da anni sui pesticidi altamente pericolosi, gli HHPs dall’inglese Highly Hazardous Pesticides, chiedendo ai governi di identificarli, valutarne i rischi e sostituirli quando esistono alternative più sicure. Un documento congiunto Oms-Fao del 2024 ricorda che le intossicazioni acute non intenzionali da pesticidi restano una grande questione di salute pubblica e richiama la stima di circa 11 mila morti l’anno. Il nuovo studio di Frontiers conferma che quel numero non appartiene al passato.

LA QUESTIONE, ALLORA, non può essere ridotta alla prudenza individuale del singolo agricoltore. Dire «basta usare correttamente il prodotto» significa ignorare come funziona davvero il lavoro agricolo in gran parte del mondo. La sicurezza dipende dalla qualità della regolazione, dalla possibilità di sostituire le molecole più pericolose, dalla formazione, dai controlli, dalla disponibilità di dispositivi adeguati, dal rispetto dei tempi di rientro, dalla sorveglianza sanitaria e, soprattutto, dal potere contrattuale di chi lavora.

SE CENTINAIA DI MILIONI di episodi di avvelenamento possono verificarsi ogni anno, il problema non è l’errore del singolo. È un modello produttivo che continua a scaricare una parte del proprio costo sanitario sui corpi di chi produce il cibo. Ridurre l’uso dei pesticidi più pericolosi, accelerarne la sostituzione e investire in pratiche agroecologiche non è quindi una battaglia ideologica contro l’agricoltura. È, prima di tutto, una politica di salute e di giustizia del lavoro.

Nell’immagine: donne e bambini indiani reggono dei cartelli durante una protesta organizzata dall’organizzazione non governativa Bachpan Bachao Andolan (Movimento per salvare l’infanzia) contro la morte di alcuni alunni avvenuta dopo aver consumato il pasto gratuito di metà giornata servito a scuola


L’ecologia (non) è di sinistra. 1 – La volontà di salvarsi

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Per le elezioni in Consiglio di Stato del 2027, il Partito socialista ticinese (PS), I Verdi del Ticino (Verdi) e il Movimento per il socialismo (MPS) hanno deciso di presentare una lista congiunta. Già per le elezioni del 2023 si era parlato di un programma rosso-verde. All’epoca, la base elettorale non l’aveva veramente integrato. Propongo quindi (ora che i nomi della lista sono tutti noti) di riprendere alcune questioni fondamentali, che devono essere elaborate per poter difendere un’alleanza come quella prospettata e per renderla allettante anche alle persone al di fuori dei tre partiti.

In questa prima parte comincio con l’articolare le relazioni tra ecologia e sinistra, per arrivare a dire che un fronte unitario rosso-verde deve innanzitutto fare appello alla volontà di salvarsi delle persone e insistere su ciò che accomuna. Soprattutto in una logica di raddoppio. 

Ecologia e sinistra non sempre allineate

Alcuni dicono che l’ecologia è una cosa a parte e che giustifica la creazione di un partito a parte che se ne occupa. Altri invece pensano che l’ecologia riguarda tutte e tutti e che quindi tutte e tutti debbano occuparsene e se ne occupano. Ci sono poi quelli che affermano che comunque i problemi non sono né di destra né di sinistra (il che a me suona un po’ come « i soldi non hanno odore, l’importante è averne »). È vero che sono piuttosto le soluzioni a essere di destra o di sinistra. È vero poi che ogni decisione in un qualsiasi governo o parlamento democratico necessita di una maggioranza, ma questo non toglie che le proposte sono il frutto di sensibilità particolari. Chiaramente ci impantaneremmo, se volessimo cominciare a definire cos’è la sinistra o essere di sinistra. Malgrado tutto questo ritengo la domanda pertinente. D’altronde è una domanda che mi è stata posta a più riprese. 

Il fatto è che la relazione tra ecologia e socialismo è un problema largamente aperto da tempo e questo spiega in parte perché non si riesca per esempio ad affrontare efficacemente la questione climatica, da noi o altrove. Riflettere su questo tema è quindi una sfida interessante e cercare delle modalità di dialogo e di azione per le forze politiche implicate contribuisce a far vivere un laboratorio di idee tutt’altro che sterile.

Per mostrare la difficoltà del problema, bisogna tenere presente che l’ecologia può essere considerata come reazionaria ed è spesso associata al ritorno a un ordine mitico. La difesa di valori come la Terra, il rispetto e la preservazione del territorio si apparentano alle politiche degli storici partiti agrari, che si trovano piuttosto alla destra dello spettro politico (da noi l’UDC). Inoltre, domando: chi non ha sentito un sedicente ecologista auspicare l’avvento di una dittatura mondiale illuminata come unica possibile soluzione ai problemi ecologici globali? Ci sono eco-fascisti, che promuovono un fondamentalismo antidemocratico motivato dall’urgenza climatica (pensiamo alle idee di controllo digitale del consumo individuale di CO2 scaturite dopo la crisi del Covid-19). Come se non bastasse, la critica ecologica del mondo moderno contiene elementi che istigano ad andare oltre l’opposizione tra destra borghese e sinistra progressista. La critica della standardizzazione dei beni, della società dei consumi, della distruzione della natura, della tecnica, della burocrazia;  la promozione di modi di vita autentici; il rifiuto di ogni forma di sottomissione e sfruttamento non sono certo centrati attorno al valore lavoro. La promozione della sobrietà si oppone alle politiche di crescita economica difese dalla destra. La difesa delle comunità locali si oppone all’universalismo caro alla sinistra. 

Non tutte le difficoltà sono però da imputare ai promotori dell’ecologia politica. Storicamente, e salvo eccezioni, la sinistra non ha dimostrato una grande apertura alle problematiche care agli ecologisti. (Un’eccezione recente è stata data dall’iniziativa volta a far pagare più tasse ai super-ricchi, che sottolineava che questi sono anche dei super-inquinatori.) Insomma, non sembrano esserci chiare basi per realizzare una sintesi degli approcci verdi e rossi. Questo in generale. Ma soffermiamoci un attimo sul progetto per le elezioni ticinesi del 2027. 

Un fronte unitario?

Dall’estate del 2025, su iniziativa del MPS è sul tavolo una proposta di costruzione di un fronte unitario di opposizione sociale e politica. Il PS e I Verdi hanno mostrato il loro interesse alla proposta. Un anno dopo è stato lanciato un appello che invita le forze politiche e associative, e tutte le persone interessate, a contribuire alla costruzione di un’opposizione politica e sociale unitaria in alternativa alle politiche dominanti. Per quel che ne so, per il momento, l’unico risultato concreto di questo sforzo è la composizione di una lista quasi completa per le elezioni in Consiglio di Stato sulla quale figura Matteo Pronzini per il MPS. La presenza di Pronzini in lista mostra un cambiamento positivo importante rispetto al 2023 e vista la qualità dei componenti della lista, dato poi lo sfacelo della destra cantonale, non è assurdo immaginare che lo sforzo rosso-verde possa portare all’elezione di due consiglieri di Stato rosso-verdi.

C’è chi non osa parlare di questo raddoppio per paura di essere tacciato di ambizioso o ingenuo nel caso la lista porti all’elezione di un solo consigliere di Stato. Di fatto, i numeri delle elezioni passate o quelli delle basi dei partiti in gioco non giustificano da soli la speranza in un tale grande cambiamento. Ma è esattamente questo il punto: non si può andare avanti come prima. Anche per questo l’appello menzionato è intitolato « È ora di cambiare! » ed è indirizzato a tutte le persone interessate a un cambiamento. Inoltre, è probabile che se la lista non si presentasse in una logica di raddoppio rischierebbe di portare a una sterile competizione interna. 

Sarebbe bello avere un programma a sostegno della lista, un qualcosa su cui costruire per il futuro, un testo che motivi una larga adesione. Come aveva detto Christian Marazzi in un’intervista del 2022, che si può trovare su I Naufraghi: « L’alleanza rosso-verde diventa interessante se impostata su una strategia che vada oltre la scadenza elettorale ». Purtroppo, dal 2023 non s’è visto alcuno sviluppo dell’alleanza oltre agli accordi che vi sono stati in Parlamento, oltre a intese tra deputate e deputati. Naturalmente non è una ragione per non cercare di fare meglio questa volta, cominciando col riprendere la Piattaforma di governo redatta nel 2022, intesa a portare una svolta ecosocialista in Ticino, promuovendo più giustizia sociale e ambientale.

Però credo che l’essenziale in questo momento non sia un programma. L’importante – se posso permettermi di riprendere lo slogan de I Naufraghi – è il volersi salvare. Ci sono tutte le ragioni del mondo per i rosso-verdi a voler assumere più responsabilità in governo al fine di far cambiare rotta alla zattera Ticino. La volontà di volersi salvare è quello che porterà nuovi elettori alle liste rosso-verdi. La volontà di chiarezza, il coraggio e l’onestà dei candidati permetterà di convincerli.

È stato detto che la parola «fronte» suona troppo bellica. Forse si può trovare una parola migliore, ma resta il fatto che – come si dice correntemente – c’è da fare su più fronti. In particolare, sul fronte sociale e su quello ambientale. La parola importante in «fronte unitario» è quindi «unitario», che indica la volontà di unire, di formare un insieme coerente, non di congiungere due o più entità in maniera solidale. In un fronte unitario possono sopravvivere le differenze. È quindi fuori luogo seminare zizzania, come è stato fatto per esempio appena Greta Gysin ha annunciato la sua disponibilità a figurare in lista, sottolineando che aveva avuto una posizione diversa da quella di Matteo Pronzini riguardo ai licenziamenti presso FFS-Cargo. È più interessante sottolineare che Gysin e Pronzini sono entrambi sindacalisti e che ognuno a modo suo difende le lavoratrici e i lavoratori, contrariamente per esempio a Alex Farinelli, candidato del Partito liberale radicale, vice-direttore della Società Svizzera Impresari-Costruttori Sezione Ticino.

Insomma, cominciamo col sottolineare quello che accomuna piuttosto che quello che separa e cerchiamo di perdere le abitudini divisive che hanno da sempre indebolito la sinistra. 

Nell’immagine: Olafur Eliasson e Minik Rosing, “Ice Watch” (2014)

  • Naufraghi/e ha accolto sin dall’inizio la discussione sulla possibilità di un fronte comune della sinistra ticinese. Qui l’elenco di tutti gli articoli dedicati all’argomento


Da Pico della Mirandola ai polli di casa nostra

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Pico della Mirandola, grande protagonista della civiltà umanistica-rinascimentale, scrisse nel 1486 un celebre testo: De hominis dignitate. La cui tesi è notevole: ogni realtà esistente ha una sua “natura” che condiziona la sua attività per cui il leone vivrà leoninamente, il cane caninamente e l’asino asinamente. L’uomo, invece, non ha una sua “natura” che lo obblighi, una entità che lo influenzi. L’uomo è padre a sé stesso, non ha nessuna condizione: la sua costrizione è quella di essere libero di scegliere il proprio destino, di costruirsi il suo percorso, di costruirsi con le sue mani l’altare della gloria o le catene della condanna.    

Il passo, che qui propongo in traduzione italiana, è famosissimo:  « Il Sommo Padre, Dio creatore, aveva foggiato […] questa dimora del mondo quale ci appare. […]. Recato il lavoro a compimento, l’artefice desiderava che ci fosse qualcuno capace di afferrare la ragione di un’opera sì grande, di amarne la bellezza, di ammirarne la vastità. Perciò, compiuto ormai il tutto, pensò da ultimo a produrre l’uomo. […]. E postolo nel cuore del mondo così gli parlò: « non ti ho dato, o Adamo, né un posto determinato, né un aspetto proprio, né alcuna prerogativa tua, perché quel posto, quell’aspetto, quelle prerogative che tu desidererai, tutto secondo il tuo voto il tuo consiglio ottenga e conservi. […]. Tu potrai degenerare nelle cose inferiori che sono i bruti; tu potrai, secondo il tuo valore, rigenerarti nelle cose superiori che sono divine». 

Mi sono ricordato di questo passo osservando quanto sta accadendo da troppo tempo nel nostro mondo, nella nostra Svizzera e nel nostro Ticino. Pico mette l’accento sulla centralità, sulla “dignità” dell’uomo, sulla sua condizione di privilegio rispetto a tutto ciò che è stato creato. 

Qual è la condizione, la sorte scelta dall’uomo oggi? Si è «costruito con le sue mani l’altare della gloria o le catene della condanna?» 

Ascoltando i dibattiti di questi giorni in Gran Consiglio e alla RSI, e leggendo gli articoli sui quotidiani e sui social,  pare indiscutibile che l’essere umano abbia scelto le catene, di «degenerare nelle cose inferiori». Vogliamo fare qualche esempio? Dopo un dibattito fiume iniziato già lunedì 14 settembre, il giorno dopo il  Legislativo ha accolto per pochi voti il Piano energetico e climatico cantonale (PECC), ritoccando però alcuni punti importanti rispetto al progetto originale voluto dall’ormai ex direttore del dipartimento del territorio Claudio Zali. In particolare, sono state cassate dalla Legge cantonale sull’energia due importanti imposizioni: «l’obbligo di installare pannelli in caso di rifacimento del tetto della propria abitazione e anche quello che imponeva entro il 2045 la copertura, per almeno metà, di tutti i grandi stabili con superficie superiore a 300 metri quadri con pannelli fotovoltaici» (RSI online, 15 settembre). Insomma, grazie al voto compatto del centro-destra, sono cadute due norme tra le più incisive per affrontare la crisi climatica, come se essa non esistesse, ma fosse una fantasia. Cercansi coraggio e responsabilità verso le future generazioni. 

Altro esempio di alta politica. Sempre di martedì (che non è la trasmissione condotta da Floris sulla 7) una mozione interpartitica (che puzza di manovra elettoralistica) chiede di valutare l’introduzione di una divisa scolastica nella scuola dell’infanzia ed elementare ticinese. La proposta parte dall’idea che la scuola sia anche uno spazio nel quale «i bambini imparano a rispettare regole condivise e ad adeguare il proprio comportamento ai diversi contesti» (CdT, 16 settembre). Secondo i promotori, anche l’abbigliamento rientrerebbe tra gli aspetti educativi. La divisa, si legge nella mozione,  «non avrebbe lo scopo di limitare la personalità degli allievi, ma di trasmettere il principio secondo cui ogni ambiente richiede un modo di presentarsi adeguato». 

Stiamo parlando di bambini che hanno un’età che va dai 5 ai 10 anni. Sono tutti orfani? Per cui lo stato deve fare da patrigno? Tolto dalle mani del bambino l’ iPhone di 800 CHF, si chiede ora a chi fa le veci di genitore di acquistare «una maglietta o una polo, una felpa e pantaloni o gonna in colori prestabiliti, eventualmente personalizzati con il nome o il simbolo della scuola o del Comune». A meno che sia il babbo Cantone ad inventarsi una forma di acquisto centralizzato, «oppure a valutare l’opportunità di una fornitura gratuita dei capi alle famiglie che ne avessero bisogno» (CdT, 16 settembre). 

Ma i genitori possono ancora decidere a che ora mandare a letto i propri figli e cosa dar loro da magiare? O deve pensarci lo Stato?

Siccome le sorprese non hanno scadenze, eccone un’altra. Ieri pomeriggio la maggioranza del Gran Consiglio ha deciso – dopo le risposte agli atti parlamentari – di non aprire la discussione generale sul “caso Zali” (48 voti contrari, 29 favorevoli e 4 astenuti) perché già se ne è parlato assai. Vero, se ne è parlato tutta l’estate nei bar, nei lidi comunali (in  quello di San Domenico no perché si era troppo presi a leggere un paio di cervellotici bandi di concorso sulla futura gestione dello stesso). Persino nel confessionale di don Abbondio, parroco che ogni tanto giunge anche a Rasa con la teleferica. Dappertutto, dunque, tranne che nell’unica sede in cui si sarebbe dovuto parlarne: la sala del Parlamento cantonale, la sede istituzionale in cui si dovrebbe discutere di politica. E il vicino di casa, non senza malizia, mi ha subito informato al mio rientro che anche “i tuoi” hanno votato come  “i miei” per non aprire quella che io ritengo una doverosa discussione generale.  Non si sa più a che santo votarsi. La classe politica deve aspettare che sia la magistratura a svolgere  il suo compito per poi prendere delle decisioni che le competono?    

Per non fare ulteriormente del male ai miei 15 lettori, evito di parlare dei due atti parlamentari (inoltrati a Berna e a Bellinzona) sulla posa di semafori a Cadenazzo.

Siamo di fronte a un paradosso: nella nostra epoca, in cui l’accesso agli studi è per tutti e tutte, il livello culturale è molto basso. Meglio: è soprattutto scarso in coloro che sono stati eletti/elette per amministrare il Paese. Questo in generale. Poi, volendo scendere (ma già l’abbiamo fatto mille volte) nel particolare, possiamo dire che oggi, per molti la politica non è più una scienza, un’ «arte che attiene alla città-Stato», ma un mezzo per acquisire una visibilità difficilmente raggiungibile attraverso la propria professione, con ciò che sappiamo fare nella vita quotidiana. (Un mio amico ama dire che la politica è un taxi che serve solo per farsi trasportare da qua a là). È una realtà che capita anche in molti altri ambiti. Pensiamo al servizio militare, che ha offerto (e forse offre ancora) a molti la possibilità, guadagnandosi i galloni utili per comandare, di essere “qualcuno”.  

Gli uomini e le donne competenti fanno altro. Perché in politica la competenza non serve. Anzi.

Volete una verifica? Per non offendere nessuno in patria, trasferiamoci “nella vicina penisola”: nel Consiglio dei ministri della prima repubblica, 1974 (anno in cui approdavo all’Università di Pavia), presieduto da Aldo Moro, membri Ugo la Malfa, Giovanni Spadolini, Francesco Cossiga, ecc., quanti degli attuali ministri (Salvini, Tajani, Lollobrigida, Nordio, Giuli, Urso, ecc.) ne avrebbero fatto parte? Zero!

Tiriamoci su. Abbiamo la possibilità tra pochi mesi di dire la nostra. Ma davvero? E votando chi? Non vedo all’orizzonte, fatte le debite eccezioni e parafrasando Montale, falchi che volano alti nel cielo, ma solo galline e galli che fanno piccoli balzi in avanti, ma anche indietro. 

Ma un appello ai partiti (se esistono ancora) lo possiamo fare: non mettete in lista candidati che guardano solo alle prossime elezioni, ma persone che guardino alla prossima generazione. Che abbiano competenza, senso dello stato, onestà morale e intellettuale, senso di responsabilità verso il bene comune. Non gente in cerca di visibilità, di pubblicità perché  «quanto piace al mondo è breve sogno» (Petrarca). 


Io dico no

Il voto in Russia per il rinnovo del parlamento non riserva grandi sorprese, ma mentre Putin chiede unità attorno ai soldati al fronte, milioni di russi fanno la fila per il pieno e temono una nuova mobilitazione militare 

Ingessare la neutralità nella Costituzione per trasformarla in un dogma intoccabile. È questo l’obiettivo degli alabardieri dell’Udc che avanzano con l’alabarda in resta: escludere ogni sostegno, ogni sanzione, ogni presa di posizione. Vogliono imporci l’egoismo nazionale come regola aurea. Io dico no. Voto no a questa caricatura della buona politica. La neutralità è legittima solo finché non calpesta la dignità umana e il diritto internazionale. Oltre quel confine, la presunta imparzialità si svela per quello che è: pura indifferenza. E l’indifferenza, di fronte al sopruso, è complicità.

La favola della neutralità “immutabile” è una clamorosa distorsione della storia: la nostra tradizione non è mai stata un fossile immobile, ma si è sempre adattata ai tempi, dalla Società delle Nazioni all’Onu. La neutralità non è una pietra tombale, ma uno strumento dinamico che l’esecutivo deve poter modulare di fronte ai mutamenti delle contingenze. E l’articolo 54 della nostra Costituzione parla chiaro: la politica estera deve promuovere la democrazia e i diritti umani, non servire da pretesto per il disimpegno e per voltarsi dall’altra parte. Troppe volte, in questi ultimi tempi la Svizzera l’ha fatto, e non è il caso di insistere. Io seguo quanto disse nel 1986 lo scrittore e attivista per i diritti umani, premio Nobel per la pace, Elie Wiesel: “Dobbiamo sempre prendere posizione. La neutralità aiuta l’oppressore, mai la vittima. Il silenzio incoraggia il tormentatore, mai il tormentato”. E quando le vite umane sono in pericolo, “i confini nazionali e le sensibilità diventano irrilevanti”.

Lo Stato democratico non può abdicare ai propri principi. Eppure assistiamo a un cortocircuito osceno: gli stessi che pretendono il diritto alla difesa armata del nostro Paese e invocano (…) (…) il soccorso altrui in caso di pericolo, negano ogni sostegno all’Ucraina invasa e privilegiano un silenzio di comodo sui massacri a Gaza e in altre parti del mondo. In un’epoca di minacce globali, pretendere la sicurezza isolandosi dai partner europei è una forma di analfabetismo strategico oltre che di cecità geopolitica. Rifiutare le sanzioni, isolarsi e lavarsene le mani non ci rende super partes: ci rende moralmente e strategicamente parassiti della sicurezza altrui. L’alibi dell’isolamento felice trasuda ipocrisia e opportunismo contabile. Che credibilità può avere un Paese che, in nome dei “buoni uffici”, si estranea dal mondo e rinuncia a denunciare le violazioni del diritto? Chi rinuncia al giudizio etico non è un mediatore: è semplicemente il notaio del più forte.

La nostra vera identità non è la fortezza muta e pavida. È la tradizione umanitaria di Ginevra, è l’eredità di Henri Dunant. La neutralità autentica non è disimpegno, ma attivo impegno. Il diritto internazionale non è un orpello ideologico: è l’unico vero scudo dei piccoli Stati. Votare no significa respingere la falsificazione della storia, difendere la Costituzione e salvare la nostra autorità morale. Un Paese che tace per convenienza non è neutrale: è soltanto irrilevante.

Nell’immagine: soli al mondo (illustrazione da Republik.ch)