Addio a Emma Bonino: amori e dolori della ragazza di Bra che sognava l’Europa e meritava il Colle

La leader radicale si è spenta oggi a Roma. Fu ministro e commissario Ue, decenni di battaglie per i diritti, con il grande sogno degli Stati Uniti del nostro continente 

Di Francesco Bei, La Repubblica

È stata la migliore presidente della Repubblica che l’Italia non abbia mai avuto. Il punto più alto di una lunga vita da militante radicale, culminata nella primavera del 1999 nella “follia” di una candidatura “all’americana” al Quirinale, con tanto di slogan – «Finalmente l’uomo giusto» – comitato elettorale, spot tv, libretti agiografici distribuiti in migliaia di copie. Grazie a lei, alla sua immagine potentissima, alle copertine che i settimanali internazionali le avevano dedicato quando era commissaria Ue, alle successive europee i radicali arrivarono a una vetta mai più raggiunta, né prima né dopo: oltre due milioni e mezzo di voti, pari all’8,5%, più di quanti ne ha presi il M5S di Conte nel 2024 per fare un paragone.

È il segno della straordinaria esistenza di Emma Bonino, la ragazza della provincia italiana – nata a Bra, in provincia di Cuneo -, capace di passare dalla lotta sui marciapiedi al vertice delle Istituzioni e ritorno. Non una teorica, ma una persona che ha incarnato una teoria della prassi fin da quando, nel 1974, incrocia la politica perché la politica la considera una fuorilegge. L’aborto in Italia è infatti un reato e le donne che non vogliono una gravidanza hanno due alternative: andare all’estero, per chi può permetterselo, oppure rischiare la vita con ferri da calza, cucchiai d’oro e pozioni stregonesche da “mammane”. «Dopo avere vissuto un aborto ed essermi umiliata ho deciso che non sarebbe accaduto mai più a nessuna», ha raccontato Bonino. Sono i mesi febbrili del Cisa di Firenze – Centro d’informazione sulla sterilizzazione e sull’aborto – di Adele Faccio, delle autodenunce con Marco Pannella e Gianfranco Spadaccia, dell’arresto dopo le copertine-scandalo del settimanale della destra più reazionaria, il Borghese, lo stesso che dava dell’invertito e della checca a Pier Paolo Pasolini (a proposito di certe appropriazioni tardive di PPP).

Quella battaglia fu uno dei grandi successi di Bonino, dei radicali e di alcuni socialisti illuminati come Loris Fortuna, culminata nella legge 194 che, con tutti i suoi limiti, ha garantito da allora un diritto in più per le italiane e salvato la vita a chissà quante donne. Anni straordinari che la trovano sempre sulle barricate per la riforma del diritto di famiglia, il divorzio, l’obiezione di coscienza, il voto ai diciottenni, la battaglia contro le leggi emergenziali al tempo del terrorismo rosso e nero, sulla giustizia giusta con Enzo Tortora, la lunga campagna contro lo sterminio per fame.

Ma la stella che ha illuminato gli ultimi lustri di vita di quella che l’Economist definiva nel 1999 «astro nascente della politica europea» è stato il grande sogno degli Stati Uniti d’Europa. Una vera federazione, con un presidente eletto direttamente, un solo esercito, una sola diplomazia. A questa missione ha votato se stessa, fino alla sfortunata lista “Stati Uniti d’Europa” fatta insieme a Matteo Renzi, con cui nel 2024 mancò per poco il quorum (di appena lo 0,4%) a causa della rottura di Carlo Calenda. Ma, al di là delle strategie elettorali, la seconda parte della vita di Bonino – dopo la militante pannelliana e la deputata italiana –, è stata forse quella che ricordava con più orgoglio: commissaria europea, la prima radicale a incarnare un vero ruolo esecutivo di vertice. Nominata dal governo Berlusconi, aveva la delega sui consumatori e sulla pesca, ma verrà ricordata per la terza missione del suo portafoglio: gli aiuti umanitari. All’epoca, siamo nel 1995, nessuno conosceva un commissario Ue con quella carica. Con Emma Bonino cambiò tutto e vennero le missioni in Ruanda, in Somalia, nel Kurdistan iracheno, in Afghanistan, dove venne arrestata dai talebani – un’esperienza che la portò a ideare la campagna internazionale “un fiore per le donne di Kabul” – in Medio oriente e soprattutto in Bosnia, dove i musulmani erano massacrati dai serbi. La non violenta che marciava per la pace negli anni Ottanta si trovò di fronte a un bivio morale, girarsi dall’altra parte oppure sostenere un intervento armato per impedire il compiersi della pulizia etnica? «Sono per la supremazia del diritto ad ogni costo – disse – ed è amaro doversi arrendere all’evidenza che esistono circostanze storiche in cui la difesa della legalità non può essere affidata, ancorché temporaneamente, che all’uso delle armi». Con l’Ucraina arrivò alle stesse conclusioni.

Proprio la guerra nella ex Jugoslavia fu il terreno su cui Bonino, con altri, iniziò a pensare e a proporre di istituire un Tribunale penale internazionale per giudicare i crimini di guerra. Fondatrice con Pannella di “Non c’è pace senza giustizia”, Bonino si trasferì a Roma da Bruxelles nella calda estate del 1998, durante i negoziati sullo Statuto di Roma per la creazione della Corte Penale Internazionale. In quei giorni l’attivista da strada si alternava alla politica esperta dei corridoi diplomatici: la mattina partecipava alle trattative come rappresentante della Commissione europea, il pomeriggio usciva a salutare i militanti del partito radicale transnazionale accampati fuori dalla sede della FAO che ospitava i lavori. Se oggi qualcuno può pensare di giudicare i crimini di Putin o Netanyahu è anche grazie a lei. Non altrettanto successo ebbe nei due ruoli come ministra, delle politiche europee con il secondo governo Prodi e alla Farnesina con Enrico Letta, esperienze non memorabili anche per la scarsa durata dei due esecutivi.

A proposito di Israele, è noto che il partito radicale, e la stessa Bonino, hanno sempre difeso il diritto all’esistenza della patria degli ebrei, al tempo minacciata dall’attacco esterno dei paesi arabi confinanti e dal terrorismo interno palestinese. Una posizione che attirò loro in Italia l’inimicizia della sinistra comunista schierata con l’Olp. Ma all’indomani del 7 ottobre, da “sincera amica di Israele”, Bonino scongiurò pubblicamente il governo israeliano a non invadere Gaza all’indomani della strage di Hamas. Di più, considerava anche il “semplice” assedio della Striscia, l’aver tagliato acqua e luce alla popolazione, “non un semplice errore in una escalation del conflitto ma un crimine di guerra”.

Davvero incredibile, per una libertaria atea e anticlericale, il rapporto intenso avuto con i vari pontefici. A partire da Karol Wojtyla, che la ricevette in Vaticano nel 1986 insieme a Pannella per la campagna contro la fame nel mondo. E poi, naturalmente, papa Francesco, che le fece l’onore di una visita privata nella sua mansarda in centro, dietro campo de fiori. Invecchiati entrambi, sofferenti nella loro fisicità, il prete argentino e la ragazza di Bra si fecero una chiacchierata faccia a faccia entrambi seduti sulle rispettive sedie a rotelle. «Cerèa», le disse il Papa in dialetto piemontese, portandole un mazzo di fiori. Poi passarono a discutere delle cose che li interessavano entrambi, a partire dai migranti. Per quell’occasione Bonino, appena dimessa dall’ospedale per una caduta in casa, indossava un lezioso cappellino bordeaux, a sostituzione del solito turbante con cui celava la caduta dei capelli per la chemioterapia.

Ma forse il gesto che la descrive meglio e che riassume il suo metodo, la filosofia di vita, l’anima di questa donna all’apparenza rocciosa e persino burbera, risale al 1998, quando con Pannella porse le scuse all’ex presidente della Repubblica Giovanni Leoneper la campagna che lo portò alle dimissioni nel 1978. Le scuse arrivarono quando Leone compì novant’anni, in forma pubblica, con una lettera aperta al Corriere della sera. «Avevamo sbagliato. Riconoscerlo fu un atto di onestà, credo rara. Era stata una campagna ingiusta». Dei suoi rapporti con il suo doppio maschile, Marco Pannella, si potrebbe scrivere un libro e magari consegnarlo a un bravo psicanalista. Lui si attribuiva i successi di lei, l’averla sempre portata avanti, come quando suggerì il nome di Bonino a Berlusconi per la nomina a Commissaria Ue. Lei a un certo punto ha iniziato a vivere questo “tutoraggio” come un peso, a non poterne più delle strambate improvvise del leader radicale che la costringevano all’imprevisto, a rimangiarsi impegni presi, a stravolgimenti a cui non era più pronta. Però riconosceva sempre che lui l’aveva spesso «obbligata a fare cose che io credevo di non poter fare». Alla fine di decenni di lotte comuni, tra Marco ed Emma si consumò infine la rottura e tra i radicali ci si divide ancora per attribuirne le “colpe” all’uno o all’altra. Intervistata in tv, dopo la morte di Pannella, di recente ammise di dover molto al vecchio compagno di battaglia: «Da lui ho imparato molto, c’è stata una rottura unilaterale da parte sua. Sono andata avanti».

Di più non voleva dire. Perché il personale è politico, dicevano i radicali, ma il privato è privato precisava sempre Bonino. Questa coltre di discrezione piemontese coprì la sua esperienza di “mamma”, avendo avuto in affido per quattro anni due bambine – Aurora e Rugiada – figlie di due donne che avrebbero voluto abortire, ma che non erano riuscite a farlo. Quando le bambine, che la chiamavano “mamma”, tornarono alle rispettive famiglie di origine, la mamma adottiva sentì una voragine intorno al cuore: «È stato terribile. Da una casa rumorosa e piena mi sono ritrovata in una casa silenziosa e vuota. Non l’ho sopportato e ho cambiato casa». Analoga ritrosia l’aveva a parlare dei suoi amori, nati entrambi in area radicale (come facevano i vecchi missini o i comunisti, anche tra radicali ci si innamorava tra simili): in gioventù la prima relazione seria con Marcello Crivellini, poi il rapporto lungo e tormentato con uno storico dirigente radicale come Roberto Cicciomessere, a cui l’Italia deve la legge sull’obiezione di coscienza. Con Cicciomessere scoprì da grande la passione per la vela, per le infinite distese oceaniche, per il vento che gonfia il gennaker. Come cantavano i suoi amati Simon&Gurfunkel, “sail on silver girl”.


“Naza” trionfa a Venezia: 25 minuti di applausi per il film che fa parlare i carnefici di Gaza

La leader radicale si è spenta oggi a Roma. Fu ministro e commissario Ue, decenni di battaglie per i diritti, con il grande sogno degli Stati Uniti del nostro continente 

Di Annalisa Cuzzocrea, La Repubblica

Se il mondo non crede alle vittime, ascoltiamo i carnefici. Si sono detti questo, Yuval Abraham e Rachel Szor. Hanno poco più di trent’anni, non li avevano ancora quando hanno cominciato a lavorare a un film documentario – Naza – realizzato insieme ai giornalisti investigativi del Guardian, in collaborazione con i partner d’inchiesta +972 Magazine e Local Call. “Il muro di negazione davanti al massacro di civili di Gaza nella nostra società è talmente spesso – ha raccontato Abraham – che è bastato chiedere, per scoprire le regole di ingaggio dell’esercito israeliano”. Per scoprire che dietro lo sterminio di oltre 70mila palestinesi c’era e c’è un sistema di videosorveglianza continua e di uccisione di massa che non distingue in alcun modo tra obiettivi militari e civili, tra terroristi di Hamas e bambini inermi.

Naza è arrivato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia all’ultimo momento, ricevendo alla proiezione ufficiale venticinque minuti di applausi. Tra il pubblico anche il cantante Ghali. Le riprese sono rimaste segrete per tutta la loro durata, perché prevedevano di far salire ufficiali e soldati dell’intelligence israeliana sui tetti di Tel Aviv – di notte – per raccontare cos’avevano fatto, cosa continuano a fare, a Gaza dopo il 7 ottobre 2023. Dopo che i terroristi di Hamas hanno ucciso in poche ore almeno 1200 israeliani, rapendone 250, bambini compresi, e permettendo che ne tornassero a casa vive solo 168. Un evento della cui possibilità, sono le rivelazioni di questi giorni, Benjamin Netanyahu era stato avvertito, ma che non avrebbe fatto nulla per prevenire.

Il film è girato interamente di notte, perché la notte è piombata da quel giorno su Israele e sulla sua coscienza – dicono i registi – e perché al buio è più facili lasciarsi andare alla verità. In tre anni di lavoro, 24 ufficiali e soldati israeliani hanno deciso di parlare con loro solo a patto di restare anonimi. Le figure e le voci dei testimoni sono così state camuffate con l’intelligenza artificiale. Non una scelta facile, visto che chi racconta ammette – lo fa uno di loro nel film – di aver preso parte a un genocidio. Di aver commesso crimini di guerra e spiato e minacciato tutti quelli che, tra i palestinesi, tentavano di denunciarlo mettendosi in contatto con la comunità internazionale. Di aver puntato i droni sulle case come fosse un videogioco per raderle al suolo. “Se sentivo che qualcuno era ancora vivo, sganciavo un’altra bomba”. Di aver ascoltato i pianti di donne e bambini mentre le mura di una casa che non doveva essere un bersaglio cadeva loro addosso. Di aver guardato mentre i corpi – non raccolti dopo un attacco – venivano sbranati dai cani.

E di aver fatto tutto questo spesso da Tel Aviv, per poi andare a bere una birra con gli amici. O per poi tornare alla propria laurea “in psicologia clinica”. O a fumare una sigaretta chiedendo al compagno: cosa pensi di tutto questo? E sentirsi rispondere: “Devi fidarti del sistema, sennò crolla tutto”. Non sono esagitati. Non sono soldati sfuggiti al controllo. Gli intervistati raccontano di far parte dei reparti di élite dell’esercito israeliano, sono quasi tutti cittadini di Tel Aviv, molti sono di sinistra, progressisti, ma avevano una missione. “C’era un senso di soddisfazione, quando centravamo l’obiettivo. È come avere l’ormone impazzito, non dormi, è divertente”, ammette uno di loro. Divertente.

Era un gioco, sparare sulle persone in coda per il cibo se lasciavano la fila. “Era quella la regola, se va fuori spari”. Quanti ne hai uccisi in questo modo?, chiede Abraham, che conduce le interviste. “A volte cinque, sei, ma anche sedici, venti”. Ognuno di loro disegna come i corpi cadevano a testa in giù. Come venivano seguite le celle dei cellulari di alcuni obiettivi. Come il territorio veniva mappato per essere certi di aver raso tutto al suolo, bruciando le case con tutto quel che c’era dentro, nella zona di Gaza in cui Israele non voleva restasse più alcun palestinese.

Davanti alla possibilità di essere accusati di scarsa credibilità, viste le fonti anonime, il produttore Paul Lewis, che è a capo del gruppo di giornalismo investigativo del Guardian ed è produttore esecutivo del documentario, dice che tutte le testimonianze sono state controllate. Alcune erano già uscite in inchieste internazionali. E che la forza del racconto – e i riscontri incrociati – non lasciano scampo alla verità. L’altro produttore è Jonathan Glazer, il regista del film premio Oscar La zona d’interesse sugli orrori di Auschwitz. Nessuno di loro può essere accusato di antisemitismo. Nessuno ha mai pensato di cancellare la memoria di quel che gli ebrei hanno subito durante la Seconda guerra mondiale. “Ma memoria significa proprio questo – dice Abraham – riconoscere gli schemi di quel che accadde allora, dentro quel che accade adesso”.

Naza è l’acronimo con cui i soldati israeliani definiscono le possibili vittime collaterali di un attacco. Ma quel che raccontano su quei tetti, mentre le riprese indugiano sulle luci di Tel Aviv, sulla vita che va avanti nelle case incollate alla televisione, inquadrando le tavole da sparecchiare, il brulicare dei bar – in una città che vive a 60 chilometri da Gaza – non ha nulla di collaterale, è tutto studiato. È un sistema di sterminio e pulizia etnica. A un certo punto il documentario mostra un giovanissimo Netanyahu intervistato in veste di saggista. Gli chiedono quale sia la definizione di terrorismo: quel che dice, sembra la descrizione esatta di quel che gli ufficiali descrivono intervista dopo intervista, aggiungendo disegno a disegno, sentendosi parte di un sistema impossibile da fermare perché raccontato come necessario alla sopravvivenza. “Mi sono sempre chiesto perché i tedeschi non si fossero rifiutati di fare quel che hanno fatto”, dice un soldato. Ma il film non si sofferma sulle motivazioni o sui rimorsi, neanche quando ci sono. La zona di interesse sono le vittime. Quelle cui il mondo non crede.

Nell’immagine: la squadra che ha realizzato “Naza” con gli autori Yuval Abraham e Rachel Szor e il produttore Jonathan Glazer, già regista di “La zona d’interesse”, Oscar nel 2024


Il crimine collettivo, dal vertice alla base

La leader radicale si è spenta oggi a Roma. Fu ministro e commissario Ue, decenni di battaglie per i diritti, con il grande sogno degli Stati Uniti del nostro continente 

Di Yuval Abraham e Rachel Szor, il manifesto

Nel corso degli ultimi tre anni, sui tetti di Tel Aviv, abbiamo condotto interviste notturne a 24 soldati israeliani che hanno avuto un ruolo attivo nell’offensiva di Israele contro Gaza. Per la maggior parte ufficiali dell’intelligence, che lavoravano davanti a degli schermi e partecipavano a distanza all’uccisione di massa dei palestinesi.

Le loro testimonianze costituiscono la base di NAZA, un nuovo documentario – prodotto dal Guardian e da James Wilson e con Jonathan Glazer come produttore esecutivo – che abbiamo diretto e presentato alla 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.

ABBIAMO INTERVISTATO questi soldati non perché fosse l’unico modo per conoscere ciò che Israele ha fatto a Gaza. Chiunque abbia visto la devastazione nella Striscia, ascoltato gli abitanti di Gaza o semplicemente preso sul serio le parole dei leader israeliani avrebbe dovuto riconoscere questa verità già anni fa.

Questo film è stato realizzato per una semplice ragione: eravamo consapevoli che le testimonianze di ufficiali e soldati dell’esercito che ha annientato Gaza – coloro che hanno condotto la sorveglianza, calcolato quante persone innocenti avrebbero probabilmente perso la vita in ciascuna abitazione e dato ripetutamente il via libera al bombardamento di intere famiglie – avrebbero reso ancora più difficile negare i crimini, una negazione che costituisce una parte di ciò che permette il perpetuarsi di tali crimini ancora oggi.

Questo è un film su un sistema: si concentra sugli ordini, sulle politiche e sui modelli operativi, non sulle deviazioni da essi. La conclusione che traiamo dalle testimonianze è chiara: l’uccisione di massa di civili palestinesi a Gaza non è stata un «tragico effetto collaterale» di una guerra contro Hamas, come viene comunemente rappresentato in Israele, bensì un atto premeditato, calcolato e intenzionale.

È per questo che una commissione dell’Onu, le principali organizzazioni per i diritti umani del mondo, studiosi palestinesi, israeliani e internazionali lo hanno descritto come un genocidio.

Il titolo del film, NAZA, acronimo ebraico di «danno collaterale», è una critica al modo in cui Israele rappresenta l’uccisione dei civili, occultando sia la conoscenza preventiva del numero di persone che con ogni probabilità verranno uccise in ciascun attacco, sia l’intento distruttivo che ha accompagnato la campagna militare fin dall’inizio.

UNO DEGLI UFFICIALI che abbiamo intervistato racconta di essere stato pienamente consapevole, in tempo reale, di centinaia di casi in cui le famiglie conducevano normalmente la propria vita – un uomo che parlava con la moglie, il suono di un programma televisivo, una preghiera, un bambino che piangeva – fin quando lui non ha dato l’autorizzazione a bombardarli. Quando gli è stato chiesto perché, ha spiegato: «Capisci che l’obiettivo è distruggere».

Vista in quest’ottica, la presenza in una determinata casa di una persona che Israele considera un obiettivo da eliminare diventa una questione «collaterale»; anzi, in molti casi, è stato rivelato che l’obiettivo non fosse neppure presente. L’uccisione stessa era il punto.

I soldati che compaiono nel film hanno tutti accettato di parlare a condizione che le loro identità venissero accuratamente celate, per paura della ritorsione di Israele per aver fatto emergere informazioni compromettenti. Alcune delle loro testimonianze erano così urgenti e sconvolgenti che le abbiamo pubblicate quasi immediatamente in una serie di inchieste investigative per +972 Magazine, Local Call e The Guardian (qui sul manifesto del 5 aprile 2024).

La maggior parte dei soldati che abbiamo intervistato appartiene a quella che viene comunemente definita l’élite socioeconomica israeliana e ha prestato servizio principalmente in prestigiose unità dell’intelligence.

Alcuni erano consapevoli di aver preso parte a gravi crimini e speravano che parlare apertamente avrebbe contribuito a penetrare i muri della negazione e della giustificazione, costringendo l’opinione pubblica israeliana a confrontarsi con ciò che, anche in suo nome, l’esercito era stato mandato a fare. Altri hanno accettato di parlare solo dopo mesi di riflessione: per senso di colpa, vergogna o persino orgoglio per quelli che consideravano i propri successi professionali.

IL NOSTRO FILM, per una scelta deliberata, non si sofferma sulle loro motivazioni. L’interesse principale è l’uccisione in sé e ciò che la rende possibile. Dedicare troppo spazio alle convinzioni morali e politiche delle nostre fonti avrebbe rischiato di spostare il centro dell’attenzione lontano dalle vittime. Rischio che non volevamo correre.

Concedere l’anonimato a persone che, secondo le loro stesse dichiarazioni, hanno preso parte a crimini orribili non è una decisione presa alla leggera. Ma, considerata la continua perpetrazione di questi crimini, abbiamo ritenuto di avere l’obbligo di rendere pubblici i loro racconti, nella speranza che potessero contribuire agli sforzi per porre fine all’offensiva.

Le testimonianze dei soldati chiamano in causa anche un sistema molto più ampio, del quale i vertici politici e militari di Israele portano la responsabilità ultima. Ci auguriamo che il film possa contribuire a ottenere l’accertamento delle responsabilità per i gravi crimini commessi da Israele e la giustizia per le loro vittime.

Ma il film non è soltanto una raccolta di testimonianze di soldati. Abbiamo anche rivolto l’obiettivo della macchina da presa verso Tel Aviv e i suoi abitanti durante la notte, interrogando la città nella quale, come una bolla, la vita quotidiana continua mentre i palestinesi vengono massacrati a soli 60 chilometri di distanza.

Attraverso il nostro sguardo sulla città dalla quale viene gestita la guerra contro Gaza, abbiamo cercato di osservare i meccanismi del conformismo che rendono possibile un’indifferenza così diffusa.

NEL FARLO, ci siamo ritrovati a porci domande che si poneva la generazione dei nostri nonni, domande che le persone in tutto il mondo si sono poste dopo aver appreso di atrocità e genocidi avvenuti altrove: come può un gruppo di esseri umani acconsentire alla completa disumanizzazione di un altro gruppo? E che aspetto ha un sistema genocidario visto dall’interno?

Negli anni a venire – forse in un’era post-Netanyahu, se mai un’epoca simile arriverà – alcune parti del campo liberale israeliano potrebbero cercare di prendere le distanze dai crimini commessi a Gaza, attribuendoli al governo di estrema destra. Sebbene questo governo porti la responsabilità principale per l’uccisione di più di 73mila persone, per la maggior parte civili, sulla scia dei criminali massacri compiuti da Hamas il 7 ottobre.

Una parte significativa di queste uccisioni è stata compiuta da soldati provenienti dal cuore stesso del campo liberale israeliano: ufficiali dell’intelligence e dell’Aeronautica che prestavano servizio nelle unità più prestigiose dell’esercito.

I piloti dell’Aeronautica potrebbero sostenere di essersi limitati a seguire gli ordini, di aver ricevuto un insieme di coordinate, sganciato la bomba ed essere tornati alla base senza sapere che cosa avessero colpito. I soldati di fanteria si difenderanno dicendo che non sempre sapevano chi stavano colpendo, in parte a causa della nebbia della guerra. Per quanto discutibili possano essere queste difese, non può esserci alcun dubbio su ciò che sapeva il personale dell’intelligence.

VEDEVANO con i propri occhi e sentivano con le proprie orecchie che le case che stavano «incriminando» erano piene di famiglie. Sapevano che le vaste quantità di «autorizzazioni NAZA» non erano collegate ad alcun obiettivo di significativo valore militare. Eppure svolgevano il loro ruolo nella macchina della morte, senza nessun atto di rifiuto o di resistenza.

Il film mostra come appare un sistema di uccisione quando si fonda sull’idea che «a Gaza non ci sono innocenti» o, come si potrebbe esprimere nel linguaggio dell’intelligence, «a Gaza non esiste la NAZA». In quanto tale, il film probabilmente minerà le posizioni dei negazionisti, di coloro che seminano dubbi e di quanti si sentono ancora a proprio agio nel vivere nella zona grigia tra il sapere e il non sapere ciò che sta accadendo a 60 chilometri a sud di Tel Aviv.

Il film, presentato a Venezia, arriverà presto a New York, prima di essere distribuito in tutto il mondo. Ma è anche rivolto verso l’interno, alla società israeliana. È stato girato interamente di notte, riflettendo la profonda oscurità nella quale è stato creato e nella quale viviamo. Ma senza un confronto onesto con ciò che è accaduto nell’oscurità, nessuno di noi sarà in grado di vedere la luce.

Articolo originariamente apparso sulla rivista israeliano-palestinese +972mag

Nell’immagine: i registi Rachel Szor e Yuval Abraham a Venezia


Dai talebani in Afghanistan al Califfato, il terrore di bin Laden ha fatto scuola

La leader radicale si è spenta oggi a Roma. Fu ministro e commissario Ue, decenni di battaglie per i diritti, con il grande sogno degli Stati Uniti del nostro continente 

Di Domenico Quirico, La Stampa

Un attentato può dirsi riuscito solo se lascia un segno nella mente dei superstiti. Il terrorista vuol vincere, non convincere. Era già così quando con “la propaganda dei fatti” Ravachol lanciava granate nei caffè di Parigi Belle Epoque spezzando partite a carte e languori di valzer. Il terrorista vuole sbalordire. Venticinque anni fa, un quarto di secolo, era l’11 settembre, nelle prime ore di una mattinata newyorkese, scoprimmo che eravamo fragili, che il bel mondo di Clinton “il furbo” era cartone. Abbiamo la memoria corta. Il sangue asciuga in fretta. Venticinque anni dopo Bin Laden, il «terrorista firmato Gucci» come lo chiamava la Cia quando ancora civettava con lui, è cenere dispersa (forse) in qualche oceano. In fondo riflettiamo, non è stato questo sfregio tanatologico un sottile ma esplicito tributo al suo potere: la paura che diventasse mausoleo pellegrinaggio mito? Problema risolto, delitto vendicato dunque?

Nuove stragi hanno monopolizzato la nostra attenzione occidentale, nuove guerre, si applica la parola terrorismo, parola radioattiva, agli Stati non più per i manipoli di bombe umane. Eppure. In Afghanistan gli antichi complici di Bin laden hanno cacciato l’America e ripreso il potere, umiliano le donne e abbattono gli aquiloni. E aprono le prime ambasciate anche in Europa. In Africa la mappa del Califfato nuovo di zecca va dal Sahel alle foreste del Congo e al Mozambico. In Siria un implacabile discepolo dello sceicco Osama è diventato presidente-emiro e riceve abbracci e dollari da Trump. In Palestina Hamas ha resistito a Israele e ha incendiato il Vicino Oriente. Proprio un bel mondo nuovo!

Siamo sicuri che Bin Laden, il volto del Male, che metteva insieme medioevo e modernità, grotte e computer (le sue fatwe incendiarie dall’Hindukush erano scritte su un Macintosh!) non abbia vinto, che non faccia inesorabilmente parte di noi? Come sarebbe felice lo sceicco del terrore nel suo ultimo rifugio pachistano ascoltando le notizie che arrivano dal cuore dell’Europa dove gli infedeli si uccidono, da cinque anni, con nefandezze e rovine che nemmeno sognava. Non vi vedrebbe il segno del favore del suo Allah privato e implacabile? E Hormuz non gli garberebbe? I dannati eretici sciiti bombardati, piagati, in miseria, e questo è bene, ma che resistono al grande Satana con le portaerei arrugginite e la maledizione del gallone di benzina. Contemplerebbe il mondo del nemico in frantumi a cui ha vibrato uno dei colpi decisivi. Con Khomeini e Putin: micidiale triade in cui nulla sembra legarli ma ben oliata dalle nostre asinerie ed ebetudini.

L’11 settembre fu l’attentato perfetto perché abolì in modo clamoroso, in diretta tv mondiale, qualcosa che costituiva l’essenza stessa della strategia militare. Non c’era più campo di battaglia, non c’era più linea del fronte. Ma migliaia di americani potevano essere assassinati gratuitamente, senza motivo, solo perché quel mattino erano là, in quel luogo, al lavoro, al bar, neri, bianchi, gialli, addetti alle pulizie e banchieri per scoprirsi di colpo in balia di una volontà di uccidere senza appello, capace di colpire nel mucchio. Che cosa avrebbe inventato Osama se avesse conosciuto le potenzialità omicide, criminali dei droni? In fondo non stiamo copiando il suo metodo?

Una cosa mi colpì quel giorno: per l’attentato fu usato l’aeroplano, ovvero il simbolo della nostra globalizzazione planetaria, capace di sconfiggere il tempo e lo spazio, convertito al prezzo di poche centinaia di dollari in nemesi.

La globalizzazione del terrorismo: ecco quello che Bin Laden, guastatore globale, ha copiato da noi mandando in pensione il vecchio terrorismo artigianale: trasformare con il timore e il tremore tutta l’umanità in una collettività di morti viventi, apatici o angosciati dalla evidenza della loro vulnerabilità. Un’enorme capacità distruttiva era, modernamente, alla portata del primo venuto. La devastazione fornita in una scatola di montaggio. Non è quello che è accaduto? Tutti quel giorno ci svegliammo, brancolando cercammo le leggi, le spiegazioni: di chi è alleato costui, chi lo finanzia? Ha l’atomica? Un uomo solo aveva dichiarato guerra al nostro mondo. Gli americani sbalorditi constatarono che un enorme numero di cittadini del mondo manifestava una compiacente comprensione nei confronti degli autori del massacro, alcuni perfino entusiasmo. Bin Laden eroe del Sud del mondo!

Un pugno di integralisti suicidi aveva interrotto la nostra bella partita di strapotenti talora prepotenti. Erano portatori di un nichilismo mistico, una religione che funziona come ideologia del castigo. Il saudita delle montagne non mise in campo forze convenzionali: mobilitò l’odio.L’odio che armato di un semplice taglierino valeva quanto e più di armi sofisticate. Non puntava a conquistare territori, questa sarà la sfida di jihadisti suoi eredi, quelli del Califfato. Voleva conquistare menti, promuovere la globalizzazione delle febbri e delle rabbie anti-occidentali.

Così i nostri schemi saltarono, le misure di polizia, la “sicurezza” devono abbracciare lo spazio planetario, sospendere le regole della democrazia e del diritto interno e internazionale. Devono, quelle eccezioni, durare generazioni, erigersi a permanenti. La spedizione punitiva in Afghanistan nelle mire dei parabolari della Casa Bianca divenne invasione, e poi sbaglio clamoroso in Iraq. La trappola di Bin Laden. La morale finisce quando si decide che tutti i mezzi sono buoni, che il fine giustifica i mezzi: era lì che il jihad totalitario voleva portarci. Tre anni dopo l’11 settembre gli americani scoprirono il volto sorridente di Lindye England, brillante soldatessa che tiene al guinzaglio, in posa con il pollice alzato, un arabo obbligato a muoversi a quattro gambe tra le grate di Abu Ghraib.

Nell’immagine: nella foto islamisti pachistani protestano dopo il raid ad Abbottabad del 2 maggio 2011 dove venne ucciso Bin Laden 


In Cile è ancora il 9/11

La leader radicale si è spenta oggi a Roma. Fu ministro e commissario Ue, decenni di battaglie per i diritti, con il grande sogno degli Stati Uniti del nostro continente 

Di Claudia Fanti, il manifesto

Erano circa le nove dell’11 settembre di 53 anni fa quando Salvador Allende, asserragliato nel palazzo della Moneda insieme ai suoi fedelissimi, veniva informato che un aereo era pronto a condurlo in salvo fuori dal paese. Come se per lui la fuga fosse accettabile. «Io non rinuncerò», aveva assicurato nel suo ultimo, immortale discorso, diffuso da Radio Magallanes in mezzo a rumori di esplosioni e spari: «pagherò con la mia vita la lealtà del popolo». Così, dopo aver organizzato l’evacuazione del palazzo, Allende si era diretto al Salón Independencia, si era seduto su un divano, si era messo tra le ginocchia il fucile AK-47 regalatogli da Fidel Castro e si era sparato.

E SE ALLA VERSIONE ufficiale del suicidio si sarebbero affiancate altre ricostruzioni, secondo cui il presidente, che una celebre foto ritrae con il casco e il mitra, sarebbe morto in uno scontro a fuoco, ciò che conta è che dalla Moneda, come aveva promesso, era uscito solo da morto, avvolto in un poncho e portato via dai soldati, come mostra un’altra foto passata alla storia. Ci aveva provato, Allende, a scongiurare il golpe. Il giorno prima, secondo quanto emerso da un audio che l’ex ministro degli esteri cileno Orlando Letelier aveva registrato nel 1974 all’uscita dal campo di concentramento di Isola Dawson, Allende aveva organizzato un pranzo di carattere riservato allo scopo di individuare le misure necessarie per fermare il colpo di stato in corso: la convocazione di un plebiscito proprio per quell’11 settembre e la rimozione di sei o sette generali identificati come golpisti, in attesa di procedere a depurare l’esercito anche a livelli più bassi. Non ci sarebbe stato il tempo.

Terminava così, nel modo più tragico, l’esperienza di governo di Unidad Popular, con le sue riforme economiche e sociali: la nazionalizzazione del rame e delle principali banche e industrie, l’espropriazione delle grandi proprietà terriere per ridistribuire la terra ai contadini e creare cooperative agricole, la tassazione delle plusvalenze, l’aumento dei salari, il miglioramento dei servizi sanitari pubblici, il potenziamento dell’accesso all’istruzione per le classi popolari.

Che gli Stati uniti lo accettassero era impensabile. Kissinger, all’epoca segretario di Stato di Nixon, si era attivato contro Allende addirittura prima che venisse eletto. Celeberrima, e agghiacciante, la frase da lui pronunciata in una riunione del 1970: «Non vedo perché dovremmo restare con le mani in mano a guardare mentre un paese diventa comunista a causa dell’irresponsabilità del suo popolo. La questione è troppo importante perché gli elettori cileni possano essere lasciati a decidere da soli».

QUALE INDICIBILE orrore sia avvenuto dopo è storia nota i carri armati per le strade, i rastrellamenti, i sequestrati ammassati nello Stadio Nacional della capitale, diventato il più grande campo di concentramento, detenzione e tortura a cielo aperto del paese, per il quale sarebbero transitate tra le 12mila e le 20mila persone, tra studenti, operai, sindacalisti, giornalisti ed esponenti politici legati al governo deposto.

Lì, in quello stadio, il 21 novembre di quell’ anno il Cile si sarebbe qualificato per i mondiali di calcio giocando da solo senza avversari, con un grottesco gol a porta vuota, a causa del rifiuto categorico dell’Unione sovietica di scendere in campo, decretato agibile dalla Fifa dopo un’ispezione sommaria, nonostante i prigionieri fossero stati semplicemente nascosti o trasferiti altrove.

Eppure, mentre in tutto il mondo cresceva la preoccupazione per le violazioni dei diritti umani da parte del regime di Pinochet, Kissinger nel giugno 1976 portava i suoi omaggi al macellaio cileno: «Vogliamo aiutarti, non indebolirti. Hai reso un grande servizio all’Occidente rovesciando Allende».

Dopo 17 anni di dittatura, il «grande servizio all’Occidente» si sarebbe tradotto in oltre 3.200 persone scomparse o giustiziate e in più di 40mila vittime totali di abusi, arresti illegali e torture documentate, mentre, per il carnefice che quel servizio lo aveva offerto, i guai giudiziari sarebbero cominciati solo nel 1998, con il mandato di cattura internazionale emesso contro di lui dal giudice Baltasar Garzón per la scomparsa di cittadini spagnoli avvenuta durante la dittatura.

ACCUSATO DI GENOCIDIO, terrorismo e tortura, Pinochet viene arrestato a Londra, ma il 2 marzo 2000 il ministro dell’interno britannico Jack Straw lo rimette in libertà permettendogli di tornare in Cile. Incriminato finalmente anche nel suo paese, riesce a farla franca evitando una condanna definitiva e morendo d’infarto nel 2006, a 91 anni. A farla franca ha continuato anche da morto: 53 anni dopo il golpe, invece del sogno di Allende – quello dei «grandi viali per dove passerà l’uomo libero per costruire una società migliore» – è la realtà brutale della sua eredità a dominare la scena.

Dopo la clamorosa, inappellabile bocciatura della nuova Costituzione al plebiscito del 4 settembre 2022 – tragico epilogo della tumultuosa e feconda stagione politica avviata dall’estallido social del 2019 – e dopo l’altrettanto clamoroso fallimento di un governo il cui programma, se rispettato, avrebbe invece potuto cambiare il volto del paese, a conquistare la presidenza è stata addirittura l’estrema destra pinochetista: quella rappresentata da José Antonio Kast, figlio di un nazista, primo presidente ad aver votato a favore di Pinochet nel plebiscito del 1988 che avrebbe posto fine al regime militare, e ad averne sempre rivendicato orgogliosamente l’eredità. E anche il primo che non terrà alcuna cerimonia ufficiale per l’11 settembre.

COSÌ, MENTRE SOLO una parte del paese, in mezzo al revisionismo dilagante, ricorda il 53.mo anniversario del golpe, al congresso è in discussione una riforma costituzionale sulla sicurezza pubblica il cui tratto principale è dato dall’introduzione, in caso di minacce all’ordine interno, di uno stato d’eccezione per la durata di 120 giorni (prorogabili) che, senza bisogno di passare per il Congresso, concederebbe al presidente facoltà simili a quelle previste in tempo di guerra. Una riforma accompagnata da un disegno di legge rivolto a inasprire le sanzioni contro chi interrompe o ostacola la libera circolazione, con l’obiettivo di contrastare le barricate sulle strade.

Il presidente ha detto di non scartare a priori l’indulto ai condannati per crimini di lesa umanità commessi durante la dittatura. Pinochet, dalla sua tomba, non fa che ridere.

Nell’immagine: il palazzo presidenziale a Santiago, dopo il golpe militare contro Salvador Allende, (Cile, 1973)


Savoia ci riprova con un terzo partito “né di destra né di sinistra”. Ma davvero?

La leader radicale si è spenta oggi a Roma. Fu ministro e commissario Ue, decenni di battaglie per i diritti, con il grande sogno degli Stati Uniti del nostro continente 

Dopo una pausa durata circa un decennio, Sergio Savoia torna in politica. Sarà candidato al Gran Consiglio sulla lista di “Avanti con Ticino&Lavoro”. È il suo terzo partito: nei primi anni 2000 è stato un esponente di spicco e deputato in Gran Consiglio del Partito socialista, per passare poi ai Verdi nel 2006. Negli anni 2014-2015 si vociferava che stesse per passare alla Lega (tant’è che Marco Borradori gli fece una proposta allettante in questo senso, cosa svelata dallo stesso Savoia durante l’intervista rilasciata a Teleticino, 6.9.2026). Ma alla fine si dimise da “coordinatore” (eufemismo) dei Verdi nell’ottobre 2015, affermando di “essersi tolto un peso, anzi due, forse anche tre” per diventare “un po’ più libero di dire come la penso” (RSI info, 5.10.2015).

Così tanti cambiamenti di casacca sono assai insoliti nel panorama partitico svizzero, ma sicuramente qualche caso isolato mi sarà sfuggito. Da cittadino e politologo, tuttavia, non posso che salutare l’impegno di ogni persona nella vita pubblica, visto che uno dei problemi delle democrazie odierne è il crescente disinteresse per la cosa pubblica, accompagnato da bassi livelli di partecipazione e dal rifiuto dei partiti.

Ciò detto, da ex politico che con Savoia ha condiviso sei anni in Gran Consiglio, vorrei contestualizzare alcune sue dichiarazioni (CdT, 7.2026). E ricordare un paio di fatti, visto che in politica la memoria è troppo spesso troppo corta.

Savoia afferma che il partito Avanti è “centrista” e che i problemi “non sono di destra o di sinistra”. Come esempio cita il problema dell’“immigrazione incontrollata”. In generale, è vero che i problemi non sono né di destra né di sinistra. Ma dipende da come li inquadriamo. L’arrivo in un Paese di persone provenienti da Paesi esteri – come nel caso mio e della mia famiglia, o in quello dei genitori di Savoia, immigrati dalla Campania – non è di per sé un problema. Come non è di per sé un problema se fuori nevica o se picchia il sole. Dipende da come affrontiamo questi fenomeni. Savoia stesso, in un’altra intervista (CdT online, 13.3.2015), ci tiene a sottolineare che i suoi genitori hanno “contribuito alla ricchezza della Svizzera”. Però loro, puntualizza, sono arrivati quando “c’erano i contingenti” e quando la Svizzera “faceva le visite mediche e le quarantene: non sono arrivati con la libera circolazione”.

Ecco perché Savoia sostiene che il problema non sia l’immigrazione in sé, ma solo quella “incontrollata”. Ma già questo aggettivo ci fa capire che il problema non è presentato da un punto di vista imparziale, “né di destra né di sinistra”, bensì da uno proprio della destra. Innanzitutto, perché crea una narrazione che non corrisponde alla realtà dei fatti: l’immigrazione legale in Svizzera è controllata, soprattutto per i cittadini provenienti da Paesi non UE/AELS. Quella illegale, per definizione, sfugge ai controlli ed è soprattutto frutto di guerre, persecuzioni e profonde disuguaglianze globali. Come la si dovrebbe “controllare”? Con muri e fili spinati, sul modello di Trump o Orbán?

La destra vuole un’immigrazione usa e getta: importiamo le braccia quando ne abbiamo bisogno, le rimandiamo a casa quando non servono più. Rimpiangere i contingenti, le visite mediche e le quarantene è di destra. Ed è francamente triste che le rimpianga un figlio di immigrati italiani, quando sappiamo quanto proprio i bambini italiani, che spesso vivevano nascosti e non potevano andare a scuola, abbiano sofferto in Svizzera durante il regime di “immigrazione controllata”. (Basta leggere gli scritti dello storico della migrazione italiana Toni Ricciardi, residente in Svizzera e oggi deputato del PD nel Parlamento italiano.)

Forse i problemi, presentati in maniera imparziale, non hanno un colore politico. Ma le soluzioni sì, eccome. E Savoia ci dice dove si colloca. Sempre nella recente intervista al CdT si vanta di aver contribuito “in maniera determinante” al successo dell’iniziativa dell’UDC-Lega “contro l’immigrazione di massa”, che il 9.2.2014 raggiunse il 50,3% di sì. Ecco un esempio di come la soluzione proposta dalla destra e promossa a spada tratta da Savoia (coinvolgendo l’insieme dei Verdi ticinesi, alcuni molto imbarazzati) non abbia risolto problemi, ma ne abbia creati: gli studenti e i ricercatori svizzeri esclusi, come conseguenza diretta del voto del 9.2.2014, da Erasmus e da importanti programmi di ricerca europei come Horizon se lo ricordano bene. E ringraziano Savoia & co. per la lungimiranza, considerando quanto la ricerca scientifica sia fondamentale per la Svizzera.

Savoia auspica inoltre che una candidatura di Avanti sia inclusa nella lista della sinistra (PS-Verdi-MPS) per le elezioni al Consiglio di Stato. Curiosa posizione. Visto che il suo nuovo partito sarebbe “centrista”, né di destra né di sinistra, perché non chiede l’inclusione nella lista del Centro?

È presto detto: hanno fatto i loro calcoli e credono che sia la lista della sinistra che, con il loro apporto, potrebbe guadagnare un secondo seggio. Savoia si chiede quindi, con malcelato compiacimento ironico, se il PS preferisca avere in Governo Mirante (Avanti) piuttosto che Marchesi (UDC). Da che pulpito! Nel 2011 fu proprio Savoia, come coordinatore (eufemismo) dei Verdi ticinesi, a rifiutare la storica congiunzione di liste fra PS e Verdi alle elezioni per il Consiglio nazionale. Il risultato? Un seggio per il PS (prima ne aveva due), zero per i Verdi. Il seggio perso dalla sinistra andò alla Lega-UDC.

Nell’immagine: Sergio Savoia in una delle sue lezioni quotidiane su Facebook


Italia, così la corruzione diventa sistema

La leader radicale si è spenta oggi a Roma. Fu ministro e commissario Ue, decenni di battaglie per i diritti, con il grande sogno degli Stati Uniti del nostro continente 

Dal nostro corrispondente dall’Italia

«Chi si loda s’imbroda», recita il vecchio detto. E Giorgia Meloni, che il 4 settembre a Bari ha celebrato il record di longevità del suo governo, arrivato a 1.413 giorni, non ha resistito alla tentazione di dipingere un’Italia che somiglia molto al Paese di Bengodi raccontato da Boccaccio, con tanti creduloni inconsapevolmente calati nei panni di Calandrino.

È stata un’autocelebrazione in grande stile, tra slogan, applausi e gigantografie, accompagnata da un imponente dispositivo di sicurezza predisposto per tenere lontane eventuali contestazioni. Sul palco, una premier circondata da fedelissimi e visibilmente affaticata, spesso sopra le righe, impegnata a rivendicare, arringando la folla, i successi del suo governo e a restituire l’immagine di un Paese più sicuro, più ricco e più efficiente.

A fare da coro sono arrivati, il giorno dopo, i quotidiani della destra. Il Tempo l’ha incoronata «Un argine di nome Giorgia», mentre Libero le ha riconosciuto il merito di aver «sistemato i conti tra due guerre dopo la pandemia».

Il Giornale, invece, ha alzato ulteriormente il tono celebrativo: Vittorio Feltri ha proiettato Meloni sul «grande palcoscenico della storia» e il direttore Tommaso Cerno si è spinto oltre, fino a proclamare nel titolo d’apertura: «Siamo andati sulla Luna, signori».

Peccato che dal Paese reale affiori un quadro assai meno trionfale, lontano anni luce dalla rappresentazione meloniana, come sanno bene milioni di italiani che ogni giorno fanno i conti con i prezzi impazziti della benzina, dell’energia, dei generi alimentari; con l’emergenza sicurezza; con la difficoltà di accesso alla sanità. Il welfare, di cui l’Italia un tempo andava orgogliosa, oggi è sempre più sotto pressione, per dare sfogo al bellicismo che lo erode con l’aumento vertiginoso delle spese militari.

È in questo scenario che suonano come l’ennesimo campanello d’allarme le diciotto pagine del rapporto “Corruzione e appalti in Italia 2020-2026”, pubblicato dall’ANAC, Autorità nazionale anticorruzione. Non un trattato sociologico, né una stima dell’intero sommerso corruttivo di cui abbiamo scritto altre volte, ma qualcosa di più circoscritto, riguardante i contratti pubblici: la dissezione di ciò che è effettivamente pervenuto sul tavolo dell’Autorità attraverso gli atti degli uffici giudiziari. Un campione necessariamente parziale di un fenomeno ben più vasto, con numeri comunque impressionanti.

Dal gennaio 2020 al maggio 2026 sono 141 i procedimenti penali riguardanti l’intreccio tra pubblico e privato, con 1.295 capi d’imputazione, 994 persone e 490 imprese coinvolte. La prima sorpresa, ammesso che ci si possa ancora sorprendere, è che la corruzione negli appalti pubblici non assomiglia più alla caricatura del funzionario che estorce denaro all’imprenditore, e dell’imprenditore che porta la bustarella, come ai tempi di Tangentopoli. Il meccanismo si è evoluto ed è diventato probabilmente più pericoloso: l’accordo preventivo che spesso sfugge ai controlli. Si crea cioè una stretta relazione di complicità, quasi alla pari, tra chi amministra denaro pubblico, soprattutto negli enti locali, e chi vuole conquistarlo.

Il quadro che emerge è quello di gare costruite perché a vincerle sia qualcuno già scelto; specifiche tecniche cucite sulla sagoma dell’impresa amica; concorrenti ammessi pur in assenza dei requisiti; commissioni che attribuiscono punteggi generosi; affidamenti diretti reiterati; procedure d’urgenza utilizzate per assegnare commesse sempre agli stessi soggetti; subappalti e incarichi incanalati dentro circuiti ormai consolidati.

Le contropartite, oltre al più tradizionale denaro contante, prendono forme sempre più varie: assunzioni clientelari, viaggi, beni di lusso, ristrutturazioni, automobili, sostegno elettorale, consulenze fittizie (cioè tangenti camuffate) e sub-affidamenti a società riconducibili al pubblico ufficiale. In alcuni casi il dominus dell’accordo è il soggetto pubblico, in altri l’imprenditore.

La geografia giudiziaria mostra una forte concentrazione in alcune regioni: il 24 per cento dei procedimenti arriva dalla Sicilia, oltre il 18 per cento dalla Campania, il 10,4 dalla Lombardia, il 9,6 dal Lazio e l’8,1 dalla Puglia, mentre la quota rimanente si distribuisce sul resto del territorio nazionale.

Quanto ai settori, oltre il 40 per cento dei casi riguarda lavori pubblici. I servizi rappresentano circa il 32 per cento e le forniture il 9,5. Fra le attività ricorrenti compaiono la manutenzione stradale e del verde, le pulizie, la gestione dei rifiuti, i centri di accoglienza per immigrati, i servizi sociali e la sanità. E ricompare puntualmente uno dei grandi varchi della discrezionalità amministrativa: la somma urgenza, con i relativi affidamenti diretti, un terreno nel quale sindaci e funzionari dispongono di margini decisionali particolarmente ampi. È lì che il confine tra conoscenza personale, relazione politica, interesse economico e abuso diventa sottilissimo.

Mentre l’Autorità anticorruzione descrive un sistema nel quale i rapporti patologici tra funzione pubblica e interesse privato sono tutt’altro che scomparsi, il governo presieduto da Giorgia Meloni, su impulso del ministro della Giustizia Carlo Nordio, ha scelto nel 2024 di cancellare dal codice penale il reato di abuso d’ufficio.

L’Unione europea ha invece imboccato la strada opposta. Una direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio, entrata in vigore il 31 maggio di quest’anno, rafforza e armonizza la legislazione anticorruzione europea e impone agli Stati membri di rendere penalmente perseguibili determinate gravi violazioni di legge commesse da pubblici funzionari.

Adesso tocca al governo e al parlamento italiani tornare sui propri passi e adeguarsi, colmando, entro il 2028, i vuoti lasciati dalla cancellazione dell’abuso d’ufficio. Sarà pertanto necessaria la reintroduzione di una fattispecie analoga, magari sotto altro nome, o comunque una nuova disciplina capace di soddisfare gli obblighi europei.

Perché la lezione più inquietante del Rapporto ANAC è che, quando la corruzione diventa sistema, abbassare le difese, come hanno fatto Meloni e Nordio, non è garantismo. È lasciare la porta aperta ai corrotti e ai corruttori.

Nell’immagine: Giorgia Melon si loda a Bari


Come rubare un emisfero

La leader radicale si è spenta oggi a Roma. Fu ministro e commissario Ue, decenni di battaglie per i diritti, con il grande sogno degli Stati Uniti del nostro continente 

Questa analisi del sito Reactionary.international, che sorveglia le attività delle destre internazionali, mostra bene le pratiche di manipolazione dei sistemi democratici attraverso l’uso di sistemi tecnologici (IA compresa) e della collusione con i mezzi di informazione. Pur analizzando quanto avvenuto e avviene tuttora in Sudamerica, non c’è motivo di credere che manipolazioni del genere non siano una realtà anche per Paesi a noi più vicini. Per ragioni di lunghezza riportiamo solo una parte del testo, che è disponibile per intero nel sito originale [ndr]


La sera del 10 febbraio 2026, Fernando Cerimedo è salito sul podio a Mar-a-Lago in occasione dell’Hispanic Prosperity Gala. L’evento, organizzato da un’organizzazione che si autodefinisce Latino Wall Street, prevedeva un intervento video del presidente argentino Javier Milei e la presenza in persona della presidente di Madrid, Isabel Díaz Ayuso. Cerimedo — cittadino argentino residente in Bolivia — ha ricevuto il premio come «Consulente politico ispanico dell’anno».

Durante il suo discorso, Cerimedo è passato all’inglese per ringraziare Brad Parscale, l’ex responsabile della campagna elettorale di Trump. «Grazie per aver creduto in me per tutto questo tempo», ha detto, «e per avermi fornito la vostra tecnologia». Noto per la sua attività di consulenza di alto livello in tutta l’America Latina, The Economist gli aveva attribuito un soprannome: «l’uomo del MAGA in America Latina». Altri lo hanno definito lo Steve Bannon latinoamericano.

Ma appena sei mesi dopo quel gala a Mar-a-Lago — all’aeroporto internazionale Viru Viru di Santa Cruz de la Sierra — la polizia boliviana ha arrestato Cerimedo con l’accusa di femminicidio mentre si preparava a imbarcarsi su un volo per Buenos Aires con una borsa piena di contanti.

La notte prima, due uomini travestiti da corrieri di cibo a domicilio avevano sparato a Nadia Beller, un’avvocatessa e attivista politica boliviana di 33 anni. Era incinta di quattro settimane del figlio di Cerimedo. Era stata attirata in un hotel di Santa Cruz con un messaggio anonimo che prometteva informazioni compromettenti sull’ex presidente Evo Morales. Gli aspiranti assassini hanno sparato tre colpi a bruciapelo, hanno rubato i suoi effetti personali, e sono fuggiti su una moto rubata quando la loro non è riuscita ad avviarsi. È sopravvissuta e, dal suo letto d’ospedale, ha iniziato a parlare.

La sua testimonianza ha ora scatenato uno scandalo che continua a propagarsi in tutta l’America Latina — anche se è rimasto in gran parte ignorato dalla stampa mainstream statunitense. Oggi, il suo racconto minaccia di far cadere i governi di destra in tutta la regione — governi che sono stati portati al potere dalle tattiche criminali di Cerimedo.

Ma sebbene Cerimedo sia senza dubbio uno dei principali protagonisti di questo gioco, non ne ha né stabilito le regole né dominato il campo di gioco. Sia individui che istituzioni negli Stati Uniti e in Israele — i nodi nazionali chiave dell’Internazionale Reazionaria — hanno investito massicciamente in questo riallineamento politico, consentendo ad agenti come Cerimedo di operare efficacemente in tutta la regione.

Tirare le conclusioni dal caso Cerimedo significa quindi vedere la vera architettura della nuova Operazione Condor: consulenti politici che fungono da strumenti della politica statale imperialista, con l’amministrazione Trump che utilizza i propri burattini per minare sistematicamente la democrazia in tutto l’emisfero occidentale.

All’interno della moderna macchina elettorale

Il tipo di attività svolta da Cerimedo non è storicamente senza precedenti. Consulenti stranieri come Parscale e Cerimedo operano in America Latina da oltre mezzo secolo, e il flusso di operatori politici latinoamericani tra i vari paesi non è un fenomeno nuovo.Sebbene molti paesi latinoamericani abbiano leggi che limitano il “denaro oscuro” non regolamentato, sia straniero che nazionale, nelle campagne elettorali — proprio come le loro controparti statunitensi —, tali norme presentano scappatoie sfruttabili o vengono raramente applicate. Inoltre, in passato è stato regolarmente scoperto che alcuni operatori politici avevano legami con élite nazionali corrotte o reti criminali.

Ciò che è cambiato radicalmente è che operatori come Cerimedo hanno ora accesso alle più recenti tecnologie per le campagne elettorali provenienti dagli Stati Uniti, le quali, anziché basarsi su tattiche mediatiche come le generazioni precedenti, si avvalgono degli strumenti del marketing e dei dati per rendere più efficaci altre strategie. Gli Stati Uniti spendono più di qualsiasi altro paese per le campagne elettorali; le sole elezioni federali del 2020 e del 2024 hanno registrato una spesa di circa 15 miliardi di dollari, con almeno 1,9 miliardi destinati alla pubblicità online. Gli esperti americani investono milioni nella ricerca di dettagli apparentemente banali — come il modo in cui la formattazione delle e-mail influisce sui tassi di donazione — ottenendo operazioni straordinariamente raffinate. Pertanto, gli americani non possiedono alcun vantaggio intrinseco né una conoscenza innata. Si tratta piuttosto, fondamentalmente, di una questione di risorse: hanno semplicemente accesso a un capitale di gran lunga superiore rispetto alle loro controparti internazionali, il che permette loro di perfezionare i propri metodi in modo più approfondito.

Il sistema nervoso centrale di una campagna: il database

L’elemento fondamentale dell’infrastruttura delle campagne moderne che Cerimedo e Brad Parscale hanno implementato è un database della campagna, nel loro caso Campaign Nucleus. Funziona come un sistema di gestione delle relazioni con i clienti, simile a quelli utilizzati nel mondo degli affari, consentendo alle campagne di consolidare e gestire tutti i dati relativi agli elettori e ai membri in un’unica sede centralizzata.

Questi database possono segmentare gli elettori in base alla zona geografica, all’età, alla storia di voto e a numerose altre variabili. Una campagna può facilmente identificare, ad esempio, gli elettori maschi di età compresa tra i 18 e i 26 anni in una regione specifica che sono stati membri attivi del partito per due anni, per poi inviare tale elenco agli organizzatori di eventi che pianificano iniziative di sensibilizzazione rivolte ai giovani sostenitori di sesso maschile.

In confronto, molti partiti si affidano ancora a fogli di calcolo per la gestione dei membri, collegati solo a servizi di posta elettronica in grado di inviare e-mail con funzionalità aggiuntive minime. Laddove tali partiti dispongono di database, in genere replicano la tecnologia statunitense o acquistano piattaforme direttamente da aziende americane.

Dati sugli elettori: cosa sanno di te le campagne elettorali

Con un database operativo, le campagne possono estrarre dati da molteplici fonti per costruire profili dettagliati degli elettori: registri pubblici di affiliazione ai partiti, liste elettorali, attività di propaganda porta a porta e database commerciali. Questa combinazione consente alle campagne di modellare il comportamento di voto individuale con notevole accuratezza, un servizio che Brad Parscale offre tramite Campaign Nucleus.

La profondità dei dati disponibili è sbalorditiva. Questi profili utilizzano dettagli personali intimi quali l’orientamento sessuale, l’etnia, la situazione finanziaria e persino il possesso di animali domestici. E questi dati non vengono utilizzati solo dagli operatori politici; anche i broker di dati commerciali creano profili simili. McDonald’s, ad esempio, ha compilato un dossier di 500 pagine su un singolo cliente per prevedere i futuri modelli di consumo. E questo tipo di dati viene utilizzato dalle campagne elettorali per capire per chi è più probabile che tu voti.

Cambridge Analytica operava proprio in questo ambito. L’unica differenza era che attingeva dati da Facebook senza il consenso degli utenti. Eppure decine di aziende concorrenti offrono servizi simili, e i dati di Facebook non sono stati significativamente più utili alla campagna di Trump del 2016 rispetto ai dati analoghi a disposizione della Clinton. Lo scandalo Cambridge Analytica è stato semplicemente una rivelazione precoce e parziale di come funzionano effettivamente le moderne campagne elettorali americane.

Attraverso Campaign Nucleus, Brad Parscale può elaborare costosi profili degli elettori, tuttavia in un modo che non è fondamentalmente diverso dai database di marketing commerciale. L’innovazione non risiede nella raccolta dei dati, ma nella loro applicazione: la stessa infrastruttura utilizzata per vendere automobili viene ora impiegata per promuovere i candidati. E operatori come Cerimedo sono tra i primi a utilizzare questi database per le elezioni in America Latina.

Targeting: identificare e persuadere gli elettori

Queste variabili vengono analizzate e inserite in un modello predittivo che identifica due gruppi prioritari: i sostenitori convinti del partito che votano in modo incostante e gli elettori costanti che possono essere persuasi a schierarsi dalla propria parte. Questi modelli si basano su dati demografici e sono quindi imperfetti; potrebbero classificare erroneamente alcuni elettori, ma è proprio per questo che le informazioni vengono attinte da fonti multiple. Sebbene i punteggi forniscano solo indicazioni approssimative, consentono alle campagne elettorali di escludere persone che, ad esempio, hanno una probabilità del 95% di essere ostili al proprio partito.

Si consideri un uomo di 57 anni, proprietario di armi da fuoco, con un passato di servizio militare, residente in una zona conservatrice, che ha fatto donazioni al partito ma vota in modo incostante. Un elettore del genere verrebbe probabilmente preso di mira dai promotori conservatori, poiché una visita porta a porta garantirebbe probabilmente che si rechi alle urne. Al contrario, una studentessa universitaria di 23 anni che vive nella stessa famiglia verrebbe probabilmente ignorata del tutto, poiché un coinvolgimento sarebbe improduttivo data la sua probabile inclinazione verso sinistra, in linea con la tendenza globale delle giovani donne a propendere per la sinistra.

Naturalmente, determinare quali elettori prendere di mira è solo metà della battaglia; la domanda diventa quindi: quale messaggio è più efficace? È qui che entrano in gioco le analisi. Consulenti come Brad Parscale utilizzano sondaggi, focus group e test A/B sugli annunci online per valutare cosa riscuote maggiore riscontro. Misurando le risposte attraverso vari indicatori, le campagne possono perfezionare i propri messaggi e identificare quali approcci funzionano meglio.

Grazie a un solido database degli elettori e all’analisi dei dati, le campagne possono anche personalizzare i messaggi per specifici sottogruppi. Un programma di direct mail o online potrebbe rivolgersi agli elettori più giovani con messaggi ambientali (sulla base di dati dei sondaggi che dimostrano come questo tema trovi riscontro in quella fascia demografica), mentre gli elettori sindacalizzati ricevono messaggi su salari e condizioni di lavoro. Esistono inoltre prove che questo targeting sia stato utilizzato per scopi più loschi nelle elezioni latinoamericane.

Creare consenso: influencer, bot e amplificazione artificiale

La pubblicità online offre uno dei metodi di targeting più convenienti, in particolare quando si sfruttano le analisi dei dati. In questo contesto, il marketing degli influencer è emerso come una strategia fondamentale: le campagne si affidano sempre più a personalità online per amplificare il proprio messaggio. Negli Stati Uniti, le principali campagne pagano abitualmente decine di migliaia per ogni post di un influencer per raggiungere il proprio pubblico, poiché gli elettori si fidano delle persone che seguono ogni giorno online piuttosto che delle parole di un porta a porta qualsiasi. Ecco perché il marketing degli influencer è diventato onnipresente online: perché è efficace. A volte, i destinatari potrebbero persino non rendersi conto di stare guardando una pubblicità. E l’azienda di Parscale, Influencable, si dedica proprio a questo tipo di attività.

Ma oltre a sfruttare la portata organica, è possibile amplificarla artificialmente. Gli annunci a pagamento sui social media funzionano, ma sono costosi e contrassegnati come pubblicità. Brad Parscale offre servizi di ottimizzazione e coordinamento per aumentare la portata degli influencer conservatori. L’alternativa più schietta — e uno dei servizi offerti da Cerimedo — sono i bot. In un’intervista del 2023, ha affermato di gestire oltre 50.000 account bot, il che gli permette di simulare un coinvolgimento organico.

Tuttavia, i post provenienti da account casuali su Twitter o Instagram sono considerati meno attendibili rispetto a un sito di notizie ufficiale. Ecco perché Cerimedo ha creato La Derecha Diario (La Destra Quotidiana). Le persone percepiscono i contenuti provenienti da un sito web simile a un giornale come più attendibili rispetto a un post casuale sui social media. Il formato della testata, il suo nome, il suo design e un titolo sovrapposto a un’immagine conferiscono un’apparente autorevolezza.

Negli ultimi anni, Cerimedo e La Derecha Diario hanno in parte aggiornato la strategia: video modificati in modo ingannevole con didascalie fuorvianti, o immagini con titoli sovrapposti, progettati per apparire come notizie autentiche. L’obiettivo è la condivisibilità. Quando il contenuto viene condiviso nelle chat di gruppo familiari, anziché essere trattato come pubblicità a pagamento, le persone lo accettano più prontamente. Sembra una notizia vera, quindi credono che lo sia.

Un post con un milione di “mi piace” si diffonde ulteriormente e conferisce credibilità; se un milione di persone lo ha apprezzato, si ragiona, deve essere vero, e le notizie false, se amplificate a sufficienza, possono influenzare le convinzioni.

Automatizzare la persuasione: l’uso dell’IA nelle campagne elettorali

Oltre alla manipolazione dei social media, i servizi di IA rappresentano un’offerta chiave nel portafoglio di Brad Parscale. La sua azienda, Eyes Over, sostiene di offrire un monitoraggio dei social media basato sull’IA, un servizio a cui le campagne elettorali hanno accesso da tempo e che è del tutto possibile realizzare senza ricorrere a grandi modelli linguistici. Sebbene l’IA possa sicuramente potenziare tali strumenti elaborando in modo concreto grandi volumi di dati non strutturati, queste capacità erano in gran parte già presenti prima della recente diffusione del marchio “IA”.

Parscale ha tuttavia sviluppato altri utilizzi per l’IA. Tra questi vi è un sistema di campagne di invio di SMS di massa basato sull’IA. Tradizionalmente, le persone inviano manualmente migliaia di SMS e rispondono utilizzando un linguaggio prestabilito dalla campagna. La sua versione elimina la necessità di risposte manuali da parte degli operatori, automatizzando le risposte con messaggi generati dall’intelligenza artificiale e rendendo l’operazione molto più fattibile su vasta scala. In particolare, Parscale ha creato siti web ottimizzati per essere utilizzati da grandi modelli linguistici come ChatGPT e Claude con messaggi filoisraeliani, modificando successivamente le loro risposte alle richieste degli utenti.

E sebbene non vi siano prove che Parscale offra questi servizi, permangono questioni più ampie sull’uso delle campagne basate sull’IA, come la creazione di deepfake per diffondere notizie false e persino la più generalizzata “slopaganda”, in cui l’IA viene utilizzata per produrre immagini e video destinati a suscitare rabbia e provocare una reazione.

Tuttavia, l’efficacia non deriva da tattiche isolate, ma dalla loro integrazione, poiché queste tattiche si alimentano a vicenda. Non dovrebbero essere considerate «brain hacking», né questi strumenti possono cambiare radicalmente le opinioni politiche di qualcuno. Eppure sono innegabilmente efficaci. Integrati tra modellizzazione degli elettori, mobilitazione degli influencer e manipolazione algoritmica, questi strumenti possono influenzare i risultati elettorali in modi che rimangono difficili da individuare o tracciare. L’impatto diventa particolarmente marcato in scenari asimmetrici: quando una parte impiega questi strumenti in modo aggressivo mentre l’altra non lo fa, il vantaggio può rivelarsi determinante. Questo è esattamente ciò che Cerimedo e Parscale possono offrire.

Israele: il nodo eccezionale nella rete

Ma mentre questi strumenti possono essere utilizzati da attori semiprivati come Cerimedo e Parscale, vi sono anche prove evidenti che anche attori statali siano stati disposti a ricorrervi. Uno degli esempi più lampanti è Israele, che ha fatto della costruzione di influenza tra la destra latinoamericana uno dei suoi principali obiettivi di politica estera.

Israele è stato uno dei primi paesi a importare sistematicamente consulenti elettorali americani e ad adottare il modello elettorale statunitense, ingaggiando per decenni famosi membri dello staff elettorale, con il primo caso noto che risale addirittura al 1977. L’allineamento strategico tra i due paesi si è naturalmente esteso alle loro operazioni politiche. Oggi nessun partito politico israeliano è considerato «serio» senza competenze americane al proprio interno.

Tuttavia, gli israeliani hanno sviluppato una propria cultura della consulenza, e questi attori sono stati coinvolti nella sua politica estera per decenni. I leader politici di paesi come la Serbia, la Grecia, l’Albania, e l’Ucraina si sono avvalsi di consulenti legati al governo israeliano. Esistono senza dubbio molti altri accordi di questo tipo che rimangono segreti.

Israele ha inoltre sviluppato un vasto ecosistema di aziende private e istituzioni parastatali per esercitare la propria influenza. Nel marzo 2026, un’azienda di social media filoisraeliana ha preso di mira «La France Insoumise», un partito di sinistra filopalestinese, durante le elezioni locali nel paese. Successivamente si è scoperto che la stessa società era attiva anche nella corsa alla carica di sindaco di New York (vinta da Zohran Mamdani), nelle elezioni scozzesi e nelle competizioni elettorali in Togo e in Angola. Più o meno nello stesso periodo, Black Cube, una società di intelligence israeliana, è intervenuta nelle elezioni slovene — il cui governo era uno dei più filopalestinesi d’Europa — sorvegliando il primo ministro in carica per ottenere materiale compromettente. La stessa società ha preso di mira anche il presidente di Cipro, una nazione di importanza strategica per Israele.

Sebbene non sia chiaro quanto lo Stato israeliano sia coinvolto in queste operazioni, dato che tali società possono essere ingaggiate privatamente, il governo israeliano mantiene comunque un controllo sulle loro attività e può bloccarle se non sono in linea con gli interessi dello Stato. La sua capacità di monitorare e fermare tali operazioni suggerisce, come minimo, un’approvazione tacita.

Inoltre, lo Stato ha la possibilità di finanziare direttamente queste campagne. Attualmente, Israele stanzia circa 730 milioni di dollari all’anno per l’hasbara, il termine che utilizza per indicare le campagne di influenza. Negli Stati Uniti, ha convogliato milioni a Brad Parscale per mantenere gli elettori di Trump su una posizione filoisraeliana e sta spendendo altri milioni in pubblicità mirata agli elettori evangelici. Questa spesa statunitense rappresenta solo una frazione delle risorse disponibili di Israele per l’hasbara. Di fronte al crescente isolamento internazionale, Israele ha sistematicamente cercato nuovi alleati attraverso vari mezzi, con un’attenzione strategica alla costruzione di relazioni con i movimenti di estrema destra, in particolare in America Latina.

Segue un’analisi dettagliata sulla situazione in diversi paesi, che tralasciamo [ndr]

Conclusione

Sebbene molto rimanga ancora da scoprire — e le indagini pubbliche in paesi come il Cile riveleranno senza dubbio ulteriori dettagli — il quadro generale è già chiaro: un bugiardo seriale diventato esperto di marketing che si è proposto come specialista nelle campagne sui social media, ricorrendo a bot e altre misure manipolative per amplificare la propria influenza. Queste competenze, insieme al legame con Javier Milei, lo hanno reso abbastanza prezioso da essere reclutato da consulenti elettorali legati all’apparato statale statunitense, che lo hanno utilizzato nell’ambito della loro guerra su più fronti contro la sinistra latinoamericana, nella speranza di trasformare la regione sotto l’egemonia degli Stati Uniti.

Ma permangono diverse domande cruciali. Cerimedo ha affermato di lavorare gratuitamente per clienti di spicco come Rodrigo Paz, ma allo stesso tempo ha dichiarato che ingaggiarlo era costoso. Il denaro proveniva da qualche parte. Ha riferito di guadagnare quasi un milione di dollari al mese grazie al suo lavoro, e si è scoperto che 44 milioni sono transitati attraverso un portafoglio bitcoin di proprietà di Cerimedo, una somma paragonabile ai contratti dichiarati da Parscale negli Stati Uniti per conto di Israele.

In particolare, siamo a conoscenza del lavoro di Parscale per conto di Israele solo perché la legge statunitense ne impone la divulgazione. Poiché il governo israeliano stanzia annualmente 730 milioni di dollari per le operazioni di Hasbara 34 e ha dimostrato un chiaro interesse nell’insediare governi filo-israeliani in tutta l’America Latina, è del tutto plausibile che alcune di queste risorse vengano impiegate nella regione. La biografia su Twitter di Fernando Cerimedo offre un indizio rivelatore: mostra le emoji delle bandiere di cinque paesi: la sua nativa Argentina, la Bolivia, l’Honduras, gli Stati Uniti e Israele.

Il suo arresto potrebbe alla fine accelerare il crollo anticipato della presidenza di Rodrigo Paz, data la profonda interconnessione di Cerimedo con il governo. Certamente, Cerimedo non è mai stato eletto dal popolo. Tuttavia, se ciò dovesse semplicemente innescare elezioni anticipate, ben poco impedirebbe alle stesse forze che hanno manipolato le ultime elezioni boliviane di ripetere il processo.

I governi che intendono proteggere la propria democrazia devono ora regolamentare l’ecosistema di influencer a pagamento, bot e dati utilizzati come arma contro i processi democratici, assicurandosi che questi attori stranieri non possano intervenire con la stessa facilità. I governi potrebbero, ad esempio, attuare alcune misure normative semplici, come vietare i pagamenti agli influencer che sostengono governi o interessi stranieri.

Ma se Cerimedo dovesse uscire dalla scena politica, gli attori parastatali israeliani e americani — Parscale, Black Cube, Black Core e altri — rimarranno, conservando l’accesso agli stessi strumenti di marketing e alle liste elettorali che hanno reso più efficace il lavoro di Cerimedo. L’unica differenza è che dovranno trovare un nuovo partner locale attraverso il quale poter vendere i propri strumenti e sostenere le loro posizioni.

Sebbene Cerimedo avesse coltivato una rete di bot e costruito un’influenza concreta attraverso un apparato di disinformazione di destra incentrato su La Derecha Diario, la sua stessa ammissione ha rivelato la verità fondamentale: la tecnologia e il supporto operativo provenienti dagli Stati Uniti si sono rivelati di gran lunga più efficaci dei suoi sforzi personali.

Come affermava nel suo annuncio della partnership con Brad Parscale: «L’arrivo di Campaign Nucleus e Eyes Over nella regione potrebbe rivoluzionare le campagne elettorali in America Latina». Cerimedo potrebbe essere messo da parte e la sua rete di bot potrebbe diventare inattiva, ma Parscale può facilmente trasferire questa infrastruttura a un altro operatore. Eyes Over stessa possiede capacità di rilevamento dei bot, quindi non è che il lavoro di Cerimedo sia unico o particolarmente degno di nota. Era semplicemente il volto incaricato della sua implementazione in tutta l’America Latina.

Considerando quanto profondamente questa rete sia integrata nell’apparato statale americano, Cerimedo non va inteso come l’artefice di questa strategia, bensì come una pedina dell’ultima incarnazione della Dottrina Monroe. Se dovesse diventare solo il capro espiatorio, la rete continuerà a minare la democrazia senza ostacoli. La vera minaccia non risiede in un singolo uomo, ma nel sistema che lo ha prodotto. E continuerà a produrne altri, anche se Cerimedo dovesse trascorrere il resto dei suoi giorni a marcire in prigione.


Trump, show a Dallas per sbancare le Midterm: “Se vinciamo, 5mila dollari a tutti gli americani”

La leader radicale si è spenta oggi a Roma. Fu ministro e commissario Ue, decenni di battaglie per i diritti, con il grande sogno degli Stati Uniti del nostro continente 

Di Alberto Simoni, La Stampa

DALLAS. «In 55 giorni gli americani andranno a votare in una delle più importanti elezioni della nostra storia. Il vostro voto deciderà se il Paese inciamperà ai blocchi di partenza dei suoi prossimi 250 anni, oppure se balzerà in avanti senza mai più voltarsi indietro». Donald Trump chiude la prima serata della Convention per le Midterm– una prima volta assoluta nella storia Usa – chiamando il suo popolo alla mobilitazione.

Tiene un discorso fiume, 1 ora e 47 minuti, nell’American Airlines Center di Dallas, (l’arena dei Mavericks dell’Nba) in cui salta dalla partitura del teleprompter all’improvvisazione in cui snocciola battute e aneddoti come fosse in un rally. E in fondo questa Convention è un’estensione di un mega comizio, a condirlo ci sono gli interventi di alti big e personalità repubblicane.

Se la partecipazione misura l’entusiasmo e anticipa la mobilitazione repubblicana in vista delle Midterm, qualche brivido deve essere corso fra le file del Gop. Un’ora prima dell’intervento del presidente l’arena piena al 60 per cento, il terzo anello deserto. Quando parla il leader la percentuale si alza di poco e gli spazi vuoti colpiscono. Trump finge di non vederli.

Lo schema lungo il quale si muove il presidente è quello previsto: dipingere le prossime elezioni come la contrapposizione fra cui ha «un’agenda che distrugger le finanze e ha portato a quattro anni di disastri e morto sotto la gestione di Sleepy Biden» e chi invece «vuole finire il lavoro iniziato nei più grandi primi due anni della storia della presidenza». In sintesi, dice Trump, la scelta è semplice: «consegnare il futuro dell’America alla sinistra radicale o votare repubblicano e lasceremo il mondo mangiare la polvere per le generazioni a venire».

È il canovaccio su cui si snoda tutto il discorso con il presidente che ha riassunto “i successi” della sua Amministrazione, dagli ingressi di illegali dal confine Sud azzerati; al grande taglio delle tasse contenuto nel Big Beautiful Bill approvato lo scorso anno; alla riduzione del prezzo dei farmaci; alla fine delle tasse sul lavoro straordinario, sulla social security e sulle mance; alle tariffe che hanno riportato lavoro negli Usa e a 19mila miliardi di investimenti dall’estero. Tutte cose, spiega Trump, che «non avrei fatto senza l’aiuto dell’incredibile maggioranza repubblicana alla Camera e al Senato».

È questo schema che deve ripetersi quindi la sera del 3 novembre quando gli americani si saranno espressi nelle elezioni di Midterm.

Quando Trump parla da un’ora, consegna al pubblico, “la notizia”. Che è una promessa: quella di destinare 5mila dollari in dividendi per ogni adulto se i repubblicani manterranno la maggioranza al congresso. Unica condizione – precisa – è che i soldi siano spesi negli Stati Uniti.

È il tentativo, molto concreto, di corteggiare una fetta di elettori ben più ampia della sua base Maga che ancora lo adora (popolarità al 90%) e cercare voti fra gli indipendenti e i moderati.

Trump ha dipinto gli avversari democratici – oltre che con il nomignolo coniato di recente di “Dumbcrats” – come radicali estremisti di sinistra, ormai andati ben oltre il socialismo e appiattiti su una agenda comunista. Sono iperboli retoriche, che hanno però buon gioco e semplice utilizzo. In quasi tutti gli interventi della prima giornata della Convention infatti gli oratori hanno evidenziato la svolta “comunista” dei democratici.

Oltre a battute e gestualità che hanno strappato risate e boati, Trump è stato anche molto concreto nell’indicare quali sono i bersagli su cui ci si deve concentrare per mantenere la maggioranza repubblicana. Il Senato soprattutto dove i pericoli vengono da Texas, North Carolina e Michigan. Ha citato i rivali Roy Cooper, James Talarico e Abdul El Sayed e chiesto di sostenere i repubblicani per i quali ha aggiunto è pronto a fare campagna elettorale e a visitare gli Stati in bilico “non una ma più volte”. Di fatto l’annuncio che i prossimi 55 giorni, la sua presidenza diventerà itinerante e che comizi ve ne saranno molti a sostegno dei candidati “pericolanti” del Gop.

Questa sera Trump farà il bis, chiuderà la due giorni di lavoro ma «non ripeterò le stesse cose, sarò breve, dirò che vi voglio bene».

Il duello delle Midterm è ormai partito, i termini della sfida ormai delineati. Se il messaggio della Convention sarà efficace e avrà perforato le resistenze dei moderati scettici sulla direzione del Paese lo si capirà però solo il 3 novembre.


IA, le dimissioni shock del ricercatore di Anthropic: “Così è a rischio l’umanità”

La leader radicale si è spenta oggi a Roma. Fu ministro e commissario Ue, decenni di battaglie per i diritti, con il grande sogno degli Stati Uniti del nostro continente 

Di Federico Ferrazza, La Repubblica

Jacob Coxon ha 27 anni ed è un informatico britannico. Si occupa di pre-addestramento dei modelli di intelligenza artificiale. In altre parole, somministra enormi quantità di dati agli algoritmi cosicché questi possano imparare a essere autonomi per eseguire un compito qualsiasi: la scrittura di un testo, la realizzazione di un video, una decisione aziendale e così via.

Coxon lavora in Anthropic, uno dei colossi statunitensi dell’IA. O meglio: lavorava. Sì, perché ieri ha annunciato le sue dimissioni con una serie di post sul social X, l’ex Twitter. L’informatico ha motivato così la sua decisione: «Ho trascorso gli ultimi tre anni sia in OpenAI (l’azienda di ChatGpt, ndr) che in Anthropic. Nessuna delle due sta agendo responsabilmente. Stanno giocando d’azzardo con le nostre vite. Presto l’IA sarà in grado di hackerare qualsiasi cosa e rivoluzionare ogni campo dall’oggi al domani. Le persone che costruiscono questa tecnologia pensano che potrebbe ucciderci tutti entro la fine del decennio».

Un allarme che in queste ore sta facendo discutere molto. In tutto il mondo. Anche perché a rafforzare i timori di Coxon ci sono state, subito dopo le sue dimissioni, le dichiarazioni di chi Anthropic non l’ha (ancora?) lasciata. Un altro dirigente dell’azienda statunitense, Evan Hubinger, ha detto: «Jacob ha ragione, crediamo che l’IA potrebbe uccidere tutti gli esseri umani! Penso che ci sia più del 10% di probabilità entro il prossimo decennio. Anthropic sta facendo del suo meglio per scongiurare questa eventualità, ma non abbiamo ancora un piano e non siamo sulla strada giusta per farlo».

Il caso di Coxon non è isolato. Negli ultimi tempi in molti hanno assunto toni apocalittici parlando di IA. Alla fine di agosto il fondatore di Microsoft, Bill Gates, in una intervista al New York Times aveva parlato delle sue paure degli algoritmi: dalla disoccupazione di massa al bioterrorismo. Parole che a loro volta avevano seguito quelle di Sam Altman (fondatore di OpenAI), Dario Amodei (Anthropic) ed Elon Musk (xAI). Che, con argomenti diversi, hanno detto la stessa cosa: si sta costruendo la tecnologia più importante della Storia; ma al tempo stesso quella stessa tecnologia potrebbe diventare incontrollabile. E letale per l’umanità.

L’aspetto curioso, e per certi versi inquietante, è però che sono proprio coloro che sviluppano IA a metterci in guardia. Per questo molti osservatori sostengono che si tratti anche di una precisa strategia di marketing. Soprattutto per aziende, come OpenAI e Anthropic, prossime alla quotazione in borsa. Perché più a una tecnologia si riconosce potere, più aumenta il valore di chi la sta costruendo.

Ma, al netto delle mosse tattiche di questi colossi e delle previsioni di una fine del genere umano entro quattro anni, ci sono degli elementi che non possono essere sottovalutati. Primo perché nessun laboratorio ha ancora risolto il problema dell’allineamento, cioè la garanzia che un’IA segua sempre e alla lettera le intenzioni umane. Lo stiamo vedendo con i sempre più frequenti attacchi hacker “autonomi”, cioè quando i software sfuggono al controllo dei loro programmatori. E poi c’è la corsa, sempre più veloce, alla cosiddetta intelligenza artificiale generale (Agi), quella teoricamente in grado di simulare e superare quella umana. Che, nonostante gli allarmi delle aziende, nessuno vuole rallentare per una banale questione di competizione. OpenAI corre perché Anthropic corre, e viceversa. Ed entrambe guardano alla Cina: decelerare significherebbe lasciare il vantaggio a concorrenti meno scrupolosi di paesi peraltro “nemici”. È il vecchio paradosso della corsa agli armamenti applicato all’IA: a parole nessuno vuole accelerare, ma nessuno può permettersi di rallentare per primo.

Come se ne esce? Servirebbero soggetti terzi forti, esterni quindi alle aziende, che siano in grado di autorizzare o meno lo sviluppo o l’ingresso sul mercato delle IA. Autorità che non dovrebbero prevedere la partecipazione degli stessi colossi tecnologici, come invece loro chiedono. Fare, insomma, come accade per altri settori industriali: per esempio, quello farmaceutico, dove le aziende non decidono da sole cosa vendere. Ci sono controlli indipendenti, autorizzazioni su più livelli, verifiche degli Stati.

E poi si dovrebbe abbandonare il racconto di una tecnologia capace di distruggere l’umanità. Non aiuta a comprendere quali sono i rischi reali. L’IA non ci spazzerà via da questo pianeta ma potrebbe concentrare il potere economico nelle mani di poche aziende; precarizzare gran parte del lavoro; aiutare a manipolare l’informazione; rendere più efficaci cyberattacchi e criminalità; facilitare la progettazione di armi, anche biologiche; aumentare la sorveglianza; automatizzare le decisioni che riguardano diritti e libertà. Gli scenari alla Terminator lasciamoli ai film. Iniziamo a occuparci delle questioni reali.

Nell’immagine: Jacob Coxon