L’esito di un voto locale in Germania che introduce all’anno più difficile dell’Ue
È blu il colore dell’Alternative für Deutschland. Ma è nera l’ondata politica che ha travolto la Sassonia-Anhalt. Il Land più povero della nazione, quello col più alto numero di elettori anziani, che dalla caduta del Muro di Berlino è stato abbandonato da un quarto della sua popolazione, e in cui votano anche i sedicenni.
Realtà che possono solo in parte spiegare il trionfo di Ulrich Siegmund, il leader locale di uno schieramento che raggiunge il 44,6 per cento dei suffragi. Pur mancando la maggioranza assoluta, è una inquietante svolta storica per la Germania. Che abbatte un altro muro, quello che per decenni la classe politica tedesca, a destra e a sinistra, aveva alzato per contenere i nostalgici del nazismo e la destra iper-radicale che rimpiange il suo passato, e non accetta che la nazione tedesca debba continuare a sentirsi colpevole per le tragedie della Seconda guerra mondiale, dalla Shoah ebraica agli altri milioni di morti (tra i 60 e gli 80 tra militari e civili) causati dalla follia hitleriana.
Un risultato che fa paura nel cuore di una Germania che nella sua storia moderna ha fatto dell’apertura e dell’inclusione la propria bandiera. Ma che oggi dimostra quanto la condanna del passato, che ha coinvolto più di quattro generazioni, fosse il risultato di una cristallizzazione che non eliminava il problema di un’autentica, mancata elaborazione democratica.
Naturalmente si ripeterà che il Land teatro dell’onda nera sta in quella parte ex comunista di Germania che si è sentita economicamente trascurata o addirittura politicamente tradita da Berlino, dunque più facilmente portata a cercare una sponda nella protesta, che si estende paradossalmente anche negli umori meno polemici nei confronti della Russia di Putin.
Tutto vero. Ma non basta per spiegare questo recupero del passato, comprensibile unicamente se si pensa a una radice non spezzata, a una memoria non redenta, a un passato in parte di nuovo considerato accettabile. Non è soltanto questa la paura che oggi invade anche l’Europa democratica. Avanza infatti anche il timore del contagio, per di più incoraggiato al di là dell’Atlantico da una Casa Bianca (Trump insieme al suo scudiero Musk) che fa a sua volta un tifo paradossale e incomprensibile – basti pensare ai giovani americani morti nella guerra contro il Terzo Reich – per l’estrema destra europea, e in particolare proprio per l’AfD (“l’unico partito in grado di salvare la Germania”, ha declamato il multimiliardario di Tesla).
Il tutto per raggiungere l’obiettivo di indebolire, se non far implodere, l’Unione europea. Lo stesso disegno che anima i calcoli del ‘piccolo zar’ del Cremlino. Il voto di ieri, per il suo valore non solo simbolico, è un ulteriore campanello d’allarme per l’Ue, che ora deve guardare anche con maggiore apprensione all’avvicinarsi dell’anno elettorale in Francia.
Dove la fine del ‘macronismo’, in un quadro politico pressoché devastato da una strategia presidenziale che ha scardinato anche le regole di una Quinta Repubblica sostanzialmente da riformare, porta sulla soglia del potere Marine Le Pen, che ha ridipinto ma non riformato l’ex Fronte Nazionale, con le sue forti venature antidemocratiche e antieuropeiste, favorito da tutti i sondaggi. Germania e Francia, i due motori storici ma imballati dell’Ue. Che invece avrebbe bisogno di ben altro nel momento più difficile della sua esistenza.
Scritto per laRegione

