Valanga AfD, la Ger­ma­nia trema

L’esito di un voto locale in Germania che introduce all’anno più difficile dell’Ue 

È blu il colore dell’Alter­na­tive für Deu­tschland. Ma è nera l’ondata poli­tica che ha tra­volto la Sas­so­nia-Anhalt. Il Land più povero della nazione, quello col più alto numero di elet­tori anziani, che dalla caduta del Muro di Ber­lino è stato abban­do­nato da un quarto della sua popo­la­zione, e in cui votano anche i sedi­cenni.

Realtà che pos­sono solo in parte spie­gare il trionfo di Ulrich Sieg­mund, il lea­der locale di uno schie­ra­mento che raggiunge il 44,6 per cento dei suf­fragi. Pur man­cando la mag­gio­ranza asso­luta, è una inquie­tante svolta sto­rica per la Ger­ma­nia. Che abbatte un altro muro, quello che per decenni la classe poli­tica tede­sca, a destra e a sini­stra, aveva alzato per con­te­nere i nostal­gici del nazi­smo e la destra iper-radi­cale che rim­piange il suo pas­sato, e non accetta che la nazione tede­sca debba con­ti­nuare a sen­tirsi col­pe­vole per le tra­ge­die della Seconda guerra mon­diale, dalla Shoah ebraica agli altri milioni di morti (tra i 60 e gli 80 tra mili­tari e civili) cau­sati dalla fol­lia hitle­riana.

Un risul­tato che fa paura nel cuore di una Ger­ma­nia che nella sua sto­ria moderna ha fatto dell’aper­tura e dell’inclu­sione la pro­pria ban­diera. Ma che oggi dimo­stra quanto la con­danna del pas­sato, che ha coin­volto più di quat­tro gene­ra­zioni, fosse il risul­tato di una cri­stal­liz­za­zione che non eli­mi­nava il pro­blema di un’auten­tica, man­cata ela­bo­ra­zione demo­cra­tica.

Natu­ral­mente si ripe­terà che il Land tea­tro dell’onda nera sta in quella parte ex comu­ni­sta di Ger­ma­nia che si è sen­tita eco­no­mi­ca­mente tra­scu­rata o addi­rit­tura poli­ti­ca­mente tra­dita da Ber­lino, dun­que più facil­mente por­tata a cer­care una sponda nella pro­te­sta, che si estende para­dos­sal­mente anche negli umori meno pole­mici nei con­fronti della Rus­sia di Putin.

Tutto vero. Ma non basta per spie­gare que­sto recu­pero del pas­sato, com­pren­si­bile uni­ca­mente se si pensa a una radice non spez­zata, a una memo­ria non redenta, a un pas­sato in parte di nuovo con­si­de­rato accet­ta­bile. Non è sol­tanto que­sta la paura che oggi invade anche l’Europa demo­cra­tica. Avanza infatti anche il timore del con­ta­gio, per di più inco­rag­giato al di là dell’Atlan­tico da una Casa Bianca (Trump insieme al suo scu­diero Musk) che fa a sua volta un tifo para­dos­sale e incom­pren­si­bile – basti pen­sare ai gio­vani ame­ri­cani morti nella guerra con­tro il Terzo Reich – per l’estrema destra euro­pea, e in par­ti­co­lare pro­prio per l’AfD (“l’unico par­tito in grado di sal­vare la Ger­ma­nia”, ha decla­mato il mul­ti­mi­liar­da­rio di Tesla).

Il tutto per rag­giun­gere l’obiet­tivo di inde­bo­lire, se non far implo­dere, l’Unione euro­pea. Lo stesso dise­gno che anima i cal­coli del ‘pic­colo zar’ del Crem­lino. Il voto di ieri, per il suo valore non solo sim­bo­lico, è un ulte­riore cam­pa­nello d’allarme per l’Ue, che ora deve guar­dare anche con mag­giore appren­sione all’avvi­ci­narsi dell’anno elet­to­rale in Fran­cia.

Dove la fine del ‘macro­ni­smo’, in un qua­dro poli­tico pres­so­ché deva­stato da una stra­te­gia pre­si­den­ziale che ha scar­di­nato anche le regole di una Quinta Repub­blica sostan­zial­mente da rifor­mare, porta sulla soglia del potere Marine Le Pen, che ha ridi­pinto ma non rifor­mato l’ex Fronte Nazio­nale, con le sue forti vena­ture anti­de­mo­cra­ti­che e anti­eu­ro­pei­ste, favo­rito da tutti i son­daggi. Ger­ma­nia e Fran­cia, i due motori sto­rici ma imbal­lati dell’Ue. Che invece avrebbe biso­gno di ben altro nel momento più dif­fi­cile della sua esi­stenza.

Scritto per laRegione


Alternative für Europa

L’esito di un voto locale in Germania che introduce all’anno più difficile dell’Ue 


La campana che suona per i governi Ue

L’esito di un voto locale in Germania che introduce all’anno più difficile dell’Ue 

Di Cesare Martinetti, La Stampa

Ottantuno anni dopo la caduta di Hitler che lasciò il paese in macerie e con l’incancellabile colpa dell’Olocausto, un partito che a quella Germania si richiama più o meno esplicitamente, vince le elezioni regionali in Sassonia. L’AfD prende il 44 per cento, superando largamente la somma dei voti di Cdu e Spd, i due storici partiti della rinascita postbellica. Sachsen-Anhalt, nell’ex Ddr, ha poco più di due milioni di abitanti (la metà di Berlino) ma il valore politico e simbolico di questo risultato è enorme.

Ancora non si sa se l’AfD avrà la maggioranza assoluta dei seggi e quindi potrà governare da sola la regione.

Il vincitore però è certo: Ulrich Siegmund, 35 anni, taglia atletica e occhi blu. È nato un anno dopo la caduta del muro di Berlino. È un tipo simpatico e allegro, un gran comunicatore, venditore di profumi di ambiente. Ha fatto una campagna elettorale per le strade e le piazze, ha girato tutta l’estate su un ciclomotore Simson, uno dei simboli evocativi della Ddr. Si è fatto conoscere sui social con tambureggianti video TikTok di trenta secondi. È l’esponente di una generazione senza complessi, nel suo entourage ci sono anche attivisti dell’Heimattreue Deutsche Jugend, la Gioventù patriottica tedesca, un gruppo messo fuori legge nel 2010 dalla Corte federale.

Il programma naturalmente è radicale: espulsione degli immigrati illegali, fuori dall’euro, scuole separate tra tedeschi e non, riscrittura della storia perché attualmente troppo colpevolizzante del Terzo Reich, stop all’informazione radio-tv pubblica.

L’Alternative für Deutschland (Alternativa per la Germania), il partito nato nel 2015 da un gruppo di economisti anti-euro, è diventato negli anni il collettore di tutti malumori, nostalgie, gruppi e gruppuscoli di dichiarata simpatia nazista, soprattutto nell’ex Ddr, nelle campagne dove sono nate anche varie comunità agricole “völkisch” che praticano la purezza etnica.

Ma la progressione dell’AfD pare inarrestabile anche ad Ovest, l’ultimo sondaggio del Politbarometer di pochi giorni fa la dà al 27-28% mentre la Cdu del cancelliere Merz non supera il 22. Una disfatta politica e anche personale a Est e a Ovest. La Sassonia è stata governata per vent’anni dalla Cdu che ieri ha dimezzato i suoi voti, confluiti tutti nell’AfD che è ormai il convitato il pietra della coalizione del governo federale.

Per l’Unione europea si apre un’altra falla, per lo meno nella tenuta psicologica: la campana della Sassonia suona per tutti i governi, soprattutto quelli del nucleo più storico che vedono erodersi un sodalizio nato nel dopoguerra per scongiurare la possibilità di nuove guerre. Le vecchie piste si confondono, la bussola è impazzita. La guerra è ai confini della Ue e intanto il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov definisce «metastasi del nazismo» i governi democratici. Alice Weidel, la leader nazionale dell’AfD, nei comizi di questi giorni, gli ha fatto da spalla ideale: «Mai più un euro all’Ucraina!». I vecchi nemici si appoggiano sulla “nuove” forze antisistema che rispondono con gratitudine ed evidenti aspettative.

Sarà questa la nuova Europa che si disegna dal voto in Sassonia? Il vero grande appuntamento sono le elezioni francesi, nel prossimo aprile. Con singolare coincidenza di tempi Louis Alliot, ex compagno di Marine Le Pen e rilevante personaggio del partito, ha detto che si deve «chiudere il rubinetto» degli aiuti a Kiev. È questa la posizione del Rassemblement, primo partito nei sondaggi francesi con il 30 per cento? Non è chiaro. Jordan Bardella, primo ministro designato in caso di vittoria, intervistato su La Stampa di ieri da Giuseppe Bottero, ha confermato il sostegno all’Ucraina. Dunque quest’onda nera che si muove sull’Europa non è per niente compatta, prevale una babele ambigua e opportunista.

Bardella era arrivato a Cernobbio da Birmingham, dove aveva firmato un protocollo di futuri intenti sull’immigrazione con il capo inglese di Reform Uk Nigel Farage (l’artefice di Brexit) che l’intero mondo politico francese ha ridicolizzato per velleità e inutilità. Ma il senso politico era più generale: stabilire un primo contatto tra i due partiti, dato che finora Farage si era rifiutato di incontrare Marine Le Pen perché la considerava «antisemita».

D’altra parte il Rassemblement due anni fa aveva tagliato i ponti con l’AfD perché «troppo estremista». E con la destra l’Italiana? «Rispetto Meloni, ma non è il nostro modello», ha detto Bardella. E si capisce: nessuno in Francia vuol fare un governo con Marine Le Pen.

Nell’immagine: il principale candidato dell’estrema destra di Alternative für Deutschland (AfD), Ulrich Siegmund, parla durante la festa elettorale 


Remigrazione, Putin e neonazismo: chi è Siegmund, il candidato governatore Afd in Sassonia-Anhalt

L’esito di un voto locale in Germania che introduce all’anno più difficile dell’Ue 

Di Tonia Mastrobuoni, La Repubblica

Stamattina Ulrich Siegmund è arrivato al seggio con il suo motorino Simson, simbolo sommo della “Ostalgie” di cui ha intriso la sua campagna elettorale, e ha sfornato il suo sorriso ammaliante da commesso viaggiatore prima di infilare la scheda del voto nell’urna. A trentasei anni, la “faccia d’angelo” dell’Afd si candida a essere il primo governatore di estrema destra in Germania dal 1945. E per un partito in cui grazie al “patto del diavolo” tra Alice Weidel e Björn Höcke rivelato da Spiegel non esistono più ali ma un’unica corrente, quella völkisch, è un banco di prova fondamentale.

L’Afd e Siegmund hanno di fatto archiviato ogni tentazione di una “melonizzazione”, ogni ipotesi di imboccare una strada più moderata, come ci hanno spiegato dal suo entourage. Anche perché la campagna elettorale e il programma eversivo in Sassonia-Anhalt hanno dimostrato chiaramente che buttarsi sempre più a destra conviene. Dopo il travolgente risultato incassato oggi, Siegmund ha già detto: “Non so se sarò governatore, ma abbiamo già scritto la storia”. E purtroppo è vero. Al momento non è ancora chiaro se l’Afd ha conquistato la maggioranza assoluta dei seggi. Ma sicuramente se i rossobruni di Sahra Wagenknecht supereranno la soglia di sbarramento del 5% gli daranno una mano. E Siegmund sarà il primo governatore dell’Afd della storia.

Il programma di Siegmund

Siegmund è nato nell’anno della Riunificazione tedesca, il 1990, in un paesino vicino a Stendal ed è cresciuto a Tangermünde, dove tre giorni fa alcuni attivisti hanno appeso nottetempo bandiere e drappi rossi con la freccia nera dell’Afd – un chiaro rimando al nazismo. Del resto, lo slogan della campagna elettorale del candidato di punta dell’Afd è stato “Tutto è possibile”, e per molti è suonato come una minaccia. La “remigrazione”, la creazione di “difese civili” che sanno tanto di milizie private, l’indottrinamento nelle scuole secondo il motto “più Bismarck, meno Hitler”, i legami ostentati con la Russia di Putin, le minacce di spazzare via i vertici delle istituzioni pubbliche e occuparle manu militari con fedelissimi dell’Afd, le scuole speciali obbligatorie per disabili e migranti, la guerra dichiarata alle chiese: tutto puzza di eversione.

A proposito di puzze. Prima di intraprendere la carriera politica, Siegmund è stato rappresentante di un’azienda di profumi per ambienti. E sembra una metafora della sua strategia politica. Dietro ai sorrisi ostentati, le profumate promesse di un futuro radioso per la Sassonia-Anhalt, i video con la figlia nei campi di grano, le pacche sulle spalle e le parole dolci ai fan che fanno un’ora e mezza di fila per farsi un selfie con lui, Siegmund copre simpatie neonaziste e filorusse e si è circondato di ex militanti della Heimattreue Deutsche Jugend (erede della Gioventù hitleriana) e della neonazista Artgemeinschaft – entrambi vietate – e di un personaggio come Hans-Thomas Tillschneider che gli ha scritto il programma ed è un ammiratore sfegatato di Putin.

La radicalizzazione durante il Covid

Eppure, Siegmund non è sempre stato così. A 18 anni aveva preso la tessera della Cdu, il partito che governa in Sassonia-Anhalt da oltre vent’anni. Dopo l’apprendistato, aveva fondato la sua azienda di profumi per ambienti. E un collega di allora ha sintetizzato allo Spiegel il suo talento con il celebre esempio del venditore di macchine usate: “E’ uno che ti riuscirebbe e vendere qualsiasi automobile. Anche se a volte non sa come funziona”. Un po’ si è visto dai duelli elettorali con il principale sfidante, il governatore uscente, Sven Schulze (Cdu), tutti finiti malissimo per Siegmund. E’ apparso balbettante, poco preparato, agitato.

Già nel 2014, un anno dopo la fondazione dell’Afd, Siegmund aveva aderito all’Afd. Due anni dopo si era candidato con successo alle elezioni regionali, ma non si era fatto particolarmente notare, come deputato. Finché non arrivò il Covid, che lo radicalizzò. Il suo video “Pandemie-Panikmache” (“I montatori di panico da pandemia”) lo rese famosissimo dal giorno alla notte e lo proiettò nell’olimpo delle star no vax e delle bolle della destra radicale. E da diva di tiktok a candidato alle elezioni regionali per l’ultradestra, come spesso accade, è stato un attimo.

Nell’immagine: Ulrich Siegmund  arrivato al seggio con il suo motorino Simson


La crisi della sinistra nata dai suoi successi

L’esito di un voto locale in Germania che introduce all’anno più difficile dell’Ue 

Di Giovanni Orsina, La Stampa

I progressisti sono in profonda difficoltà politica e culturale in pressoché tutte le democrazie avanzate. Se vogliamo comprendere le vicende dell’attuale opposizione italiana, dai cui tormenti siamo stati intrattenuti per tutta l’estate, forse ci conviene partire da questo assunto generale più che dal dibattito interno al Partito democratico di Elly Schlein, dall’attivismo di Giuseppe Conte o dai machiavellismi di Matteo Renzi.

Una cronologia molto diffusa data la crisi del progressismo agli anni Novanta del secolo scorso, ovvero al momento in cui, nell’epoca del neoliberalismo imperante, la sinistra anglosassone di Bill Clinton e Tony Blair si è sottoposta alle regole del capitalismo globalizzato. Da questa diagnosi discende la cura: la sinistra potrà rinascere soltanto tornando su posizioni di più radicale contestazione dell’ordine capitalista. Pur non essendo del tutto peregrino, il ragionamento si basa tuttavia su una cronologia incompleta.

I travagli della sinistra, infatti, hanno origine trent’anni prima, negli anni Sessanta. È in quel decennio che il comunismo, la più grande utopia della modernità, smarrisce quasi del tutto la propria spinta propulsiva. Ed è sull’onda di quel decennio che, a partire dagli anni Settanta, cominciano a moltiplicarsi e a trovare sempre maggior tutela i diritti individuali, civili e sociali. Lo sviluppo dei diritti è fortemente sostenuto dai progressisti e rappresenta una loro vittoria epocale. Ma accompagna e alimenta pure un processo di frantumazione individualistica della società che rende sempre meno rilevanti le articolazioni sociali, come la classe operaia, e sempre più faticose e inefficaci tanto la mediazione politica quanto l’azione dello Stato. E finisce così per demolire una tradizione socialista nella quale articolazioni sociali, politica e Stato svolgevano un ruolo fondamentale.

Alla fine del Novecento, Blair e Clinton cercavano alternative a un socialismo che già stava crollando: una nuova sinistra che sapesse metter radici in una società individualista e imparasse a muoversi con disinvoltura in un mondo globalizzato, accettando sì il capitalismo, ma trovando pure il modo di riportarlo sotto controllo. È difficile negare che abbiano fallito. Ma a monte non c’è nessuna età dell’oro cui possa tornarsi, perché i problemi che i due tentavano di risolvere c’erano già prima di loro e ci sono, ben più gravi, ancora oggi.

La crisi odierna del progressismo è così profonda, allora, perché è figlia non della sua sconfitta a opera del neoliberalismo negli anni Novanta ma del suo successo sul terreno dei diritti negli anni Settanta. I suoi stessi valori trionfanti gli si sono rivoltati contro: una trappola micidiale. Come può la sinistra appoggiarsi su una qualsivoglia base sociale quando gli elettorati sono così sgretolati, e lo sono anche perché le politiche progressiste hanno contribuito a sgretolarli? Come può immaginare un’idea di bene comune al tempo di un individualismo trionfante che essa stessa ha per tanti versi promosso? Come può governare il mercato, se quello sfugge ormai al controllo degli Stati nazionali mentre i tentativi di creare istituzioni efficaci su scala planetaria falliscono? E come può chiedere che gli Stati nazionali recuperino il controllo senza fare il gioco della destra sovranista?

È perché non sa rispondere a queste domande che il progressismo tradizionale, nato per tutelare i deboli, oggi raccoglie consenso soprattutto tra i forti: i ceti urbani intellettuali e benestanti che non hanno bisogno della protezione dei corpi intermedi, della politica e dello Stato per poter godere dei diritti individuali e dei benefici materiali della globalizzazione. Eppure, i deboli non sono andati tutti a destra. Nell’ultimo decennio ha preso forma una nuova sinistra populista che ha saputo parlare ai ceti più periferici e svantaggiati offrendo loro protezione dalle tempeste globali attraverso la ricostruzione di collettività piccole, coese e solidali. E che quanto meno si è posta il problema dell’identità nazionale. Alla linea di divisione fra moderati e massimalisti, o se si preferisce istituzionali e movimentisti, che da sempre tormenta la sinistra se n’è così aggiunta un’altra fra individualisti, globalisti e cosmopoliti da un lato, comunitari, localisti e particolaristi dall’altro.

Questo quadro generale contribuisce a spiegare perché l’opposizione italiana sia così divisa e travagliata. Il Partito democratico partecipa della crisi antica e profonda di tutta la sinistra, prodotta dalla sua incapacità di controllare politicamente il mondo individualista e globalizzato che pure ha contribuito a generare. E si porta dentro una frattura fra riformisti e radicali. Il Movimento 5 Stelle, figlio dell’ondata populista, ha visto fallire e ha abbandonato il proprio progetto originario, per il quale la partecipazione via internet avrebbe dovuto generare nuove comunità politiche capaci di proteggere i cittadini. Ma ha mantenuto la capacità di entrare in sintonia con i ceti periferici e svantaggiati, come il reddito di cittadinanza ha dimostrato, oltre a una notevole dose di alterità rispetto al progressismo tradizionale espresso dal Pd. Conte è disinvolto e trasformista, certo, ma le sue posizioni sulla Russia, su Trump, sulla sicurezza o sul wokismo non sono soltanto opportunistiche, rispondono a caratteristiche profonde del Movimento.

Soprattutto, Conte mi pare più adeguato di Schlein al clima storico del nostro tempo. È – per così dire – più contemporaneo. Per questo può raggiungere fasce dell’elettorato alle quali il Partito democratico non sa parlare e sarebbe per Giorgia Meloni un avversario ben più temibile. E per questo resta in gara come possibile candidato della sinistra alla presidenza del Consiglio malgrado il Movimento abbia molti meno voti del Pd.


Belgrado, Mladic sepolto con la figlia che si era suicidata per la vergogna

L’esito di un voto locale in Germania che introduce all’anno più difficile dell’Ue 

Di Anna Lombardi, La Repubblica

Ripeteva «dove c’è una tomba serba, c’è la Serbia»: l’agghiacciante slogan nazionalista usato per rivendicare l’estensione territoriale. Dai cimiteri Ratko Mladic era ossessionato, come ricordò anni fa Milos Saljic, il suo avvocato davanti al tribunale de L’Aia che lo condannò all’ergastolo per genocidio e crimini di guerra: «Parlava sempre della tomba della madre Stana. E di quella di Ana». Ana era la figlia prediletta, suicidatasi in casa con la pistola del padre, a soli 23 anni, il 25 marzo 1994. Senza lasciare nemmeno un biglietto d’addio al genitore, impegnato nelle operazioni belliche e di pulizia etnica. È proprio accanto alla tomba di granito nero della ragazza a Topčider, il cimitero monumentale nella periferia nord della capitale, che oggi, al termine dei funerali privati — per modo di dire, sono attese 80mila persone — sarà seppellito “il macellaio della Bosnia”.

Ana era estroversa e brillante. Adorava papà Ratko, ricambiata. Fino al viaggio a Mosca dove, secondo una ricostruzione di Michael Dobbs, corrispondente del Washington Post dai Balcani, incontra studenti musulmani bosniaci che apprendono con orrore il suo cognome. Scopre che consideravano suo padre un assassino: ne è sconvolta. In realtà circolano anche altre storie. Una dice che Mladic aveva mandato a morire in battaglia il ragazzo di cui era innamorata, Dragan Stojković. Sebbene, lo raccontò Der Spiegel, in Russia era con un altro, tal Goran, appioppatogli dalla madre. Lo stesso che sostenne da subito che in realtà era stata assassinata da nemici di Mladic: la versione accettata dalla famiglia.

Da allora, dicono molti, Ratko divenne ancor più spietato. Una vicenda fosca cui, nel 2013 la scrittrice Clara Usón dedicò un documentato romanzo, “La figlia”. Di sicuro, il 31 maggio 2011, ormai in manette dopo 16 anni di latitanza, Mladic chiese e ottenne di visitarne la tomba prima di essere spedito all’Aja per essere processato. Lo portarono all’alba, sostò 20 minuti, depose un mazzo di rose, accese una candela. Ma quando nel 2019 chiese di poter tornare da lei nel 25mo anniversario della morte, gli fu negato.

Trentadue anni dopo, la versione della giovane assassinata dai nemici del padre, torna ad essere gradita ai nostalgici del generale. Anche se qui c’è chi già nota l’opportunità politica della sepoltura familiare dopo le polemiche con l’Ue su quel che inizialmente era stato ipotizzati come funerale di Stato. Avrebbero potuto seppellirlo nella sezione dei militari eroi al Novo Groblje. E invece lo si riunisce romanticamente – e strategicamente al fianco della figlia amatissima.


Perché le cose diventano sempre più difficili…

L’esito di un voto locale in Germania che introduce all’anno più difficile dell’Ue 

Caldo da primato, calura opprimente, siccità persistente e situazione idrica sempre critica, salute minacciata (ottocento pazienti in due mesi al pronto soccorso e oltre venti morti solo in Ticino per la canicola); conseguenze economiche devastanti (si è calcolato che la siccità avrebbe già tagliato il prodotto interno lordo europeo di 439 miliardi di euro; ma non solo: ha scoraggiato gli investimenti e quindi messo in forse anche l’occupazione). Basterebbe questo per svegliarci. Ma non basta.

Soprattutto tra i “politici” e nei partiti che vanno per la maggiore (come l’Udc) e quindi in chi li segue. Come mai questo scarto tra ciò che costatiamo e sappiamo e ciò che siamo pronti a fare o non facciamo? Si risponde spesso: perché non se ne sa ancora abbastanza; e si aggiunge pure, risentiti o scettici: perché si esagera.

La realtà è però un’altra. Quelli che sono solitamente definiti “fatti o problemi ecologici” sono quasi sempre accompagnati da tre verbi, come fossero la loro ombra: ridurre, limitare, rinunciare. Ora è innegabile che quei tre verbi si scontrano con un concetto di libertà imposto ormai da due secoli, quello cioè di libertà uguale “assenza di ostacoli”. E allora quei tre verbi assumono una sola traduzione: quella di “perdita”. Accentuata anche da quei politici o da quei capi di Stato che vanno oltre e parlano di “fine dell’abbondanza”. E non si è mai visto vincere una causa ricorrendo agli stessi termini di quelli che la rifiutano.

Che cosa fare quindi quando i fatti, come quelli appena accennati, non bastano?

C’è chi ha avanzato un termine nuovo, complicatino, forse anche repellente, per spiegarlo: ipocognizione. Che significa, semplicemente: assenza di un’idea di cui si ha urgente bisogno.

E siamo proprio lì. Ogni canicola (che si ripeterà con certezza e peggio) e ogni inevitabile restrizione idrica ci fanno capire i limiti che si impongono; tuttavia nessuna espressione, nel nostro linguaggio pubblico, ci permette di viverle diversamente da una amputazione.

La società ha comunque una giusta intuizione: la maggior parte di noi tiene infatti sia alla propria libertà sia agli ecosistemi che la rendono possibile. Due esigenze che non sono mai state formulate assieme. Ed è questo il lavoro, fatto di discussione e di dibattiti pubblici ripetuti più ancora che di ulteriori rapporti, che potrà decidere ciò che faremo dei prossimi primati di calura, di siccità, di salute minacciata, di crisi idrica, di agricoltura in affanno, di prezzi alimentari che salgono e falcidiano il nostro potere d’acquisto.

Viene allora alla mente il buon vecchio Seneca: non è perché le cose sono difficili che non osiamo, è perché non osiamo che diventano sempre più difficili.


Clima : attendismo negazionista

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Viaggio nella Russia delusa e impaurita

L’esito di un voto locale in Germania che introduce all’anno più difficile dell’Ue 

Dal nostro corrispondente da Mosca

In Russia l’autunno inizia ufficialmente il 1. settembre – in alcune zone della Siberia scendono persino i primi fiocchi di neve! –  e coincide con il ritorno a scuola.

Non si può dire che quella appena finita sia stata un’estate tranquilla per i russi. Anche sulle grandi città e non solo nel sud del Paese, sono iniziati a volare i droni ucraini, creando sconcerto, paura, perplessità. La guerra infinita, che ora intacca anche la quotidianità e il senso di sicurezza collettivo, è un dato riconosciuto da tutti. E le lunghe file – da uno a tre chilometri nelle grandi città e tra i 3-5 chilometri in provincia – degli automobilisti per approvvigionarsi di benzina stanno lì a mostrarlo plasticamente.

Gli istituti di sondaggi cercano – nelle condizioni date – di svolgere al meglio il loro lavoro volto a rassicurare la popolazione e mostrare che il sostegno al governo resta alto. Tuttavia non tutta la polvere si può nascondere sotto il tappeto. Persino un sondaggio del VTsIOM, l’istituto statale demoscopico, ha mostrato che la percentuale di russi che ritiene che i tempi più difficili per il Paese debbano ancora arrivare è salita in luglio al 66%

Il pessimismo dei russi non è legato solo all’evoluzione degli eventi sul fronte diplomatico e agli attacchi dei droni ucraini contro obiettivi all’interno della Russia, di cui hanno subito le conseguenze gli abitanti di quasi tutte le regioni, ma in primo luogo tale pessimismo è legato al modo in cui le autorità russe reagiscono a questi attacchi, facendo finta che basterà accelerare l’offensiva di terra. Un “avanti tutta” che sta significando aumenti stratosferici dei prezzi al dettaglio. Una vicina di casa, che chiameremo Alla, afferma di mettere ormai davvero poco nel carrello della spesa: “I prezzi dei pomodori sono raddoppiati in pochi mesi, così come i cetrioli e le pesche, e con due bambini a casa non posso nutrirli solo di conserve”. Aumentano anche le spese condominiali (+20% circa da settembre) e la cancelleria scolastica per i bambini che tornano in aula. Natasha, che gestisce una piccola profumeria, afferma di aver smesso di comprare i quaderni su Ozon (la Amazon dei russi) dopo gli attacchi ucraini alla logistica, “ma i prezzi in cartoleria sono tre volte tanto!”

La gente si fida sempre meno del governo e teme interventi forzosi sui conti correnti per alimentare la macchina bellica. Mafej, un giovane tecnico di computer, mi confessa di tenere ormai i risparmi sotto il più classico dei materassi, e di convertirli di tanto in tanto in euro. Anche la Banca Centrale ha confermato questa tendenza: durante l’estate sono stati prelevati dagli istituti bancari oltre 1500 miliardi di euro. Le divise straniere sono tornate a correre dalla seconda metà di agosto e il rublo sull’euro è tornato a 1 contro 100.

Il sociologo e politologo Dmitry Dubrovsky, oggi residente all’estero, spiega così il clima di pessimismo tra i russi: «L’inizio della guerra è stato (per i russi) uno shock.  Poi c’è stata una fase di adattamento, la gente si è rassegnata alla guerra. E ora stanno assistendo al crollo delle loro prospettive future. La gente dice: `Andrà sempre peggio`, e si prepara al peggio». Se si guarda alla situazione a partire dal 2022, sembra che i russi siano entrati in una fase di «erosione della normalità».

Nelle cucine russe dove ai tempi di Breznev si parlava di ciò che non andava nel Paese, si è tornati a sussurrare oggi le proprie paure, è tornata a circolare proprio una barzelletta sovietica secondo cui la differenza tra un ottimista e un pessimista sta nel fatto che il pessimista dice che peggio di così non può andare, mentre l’ottimista dice che può.

Ci sono poi i timori per una nuova possibile mobilitazione dopo le elezioni legislative, che si terranno tra il 18 e il 20 settembre. Il governo nega con dichiarazioni quotidiane di Lavrov e di Peskov. Alcuni specialisti sulla rete affermano che se mobilitazione ci sarà, toccherà ancora una volta solo la provincia più portata ad accettare le misure più draconiane di Putin

Fatto sta che alcuni hanno deciso di andarsene, e vediamo un aumento del traffico sulla strada per Verkhniy Lars (valico di frontiera tra Russia e Georgia, N.d.R), mentre negli aeroporti, a causa delle vacanze, il fenomeno è apparso meno evidente. Sasha, un ventinovenne che faceva il barista in locale qui vicino, ha comunque deciso di trasferirsi in Vietnam dove la vita costa pochissimo. “E poi c’è il mare e fa sempre caldo” mi ha detto prima di mettere le sue cose in valigia.

Malgrado ciò, qualche ammissione sulle difficoltà del Paese inizia a far breccia anche in televisione (i social network sono ormai praticamente tutti censurati).  Si tratta di un modo, persino un po’ goffo, per riequilibrare quell’immagine propagandistica che si è allontanata molto dalla realtà.

Si può però far sempre conto sulla proverbiale pazienza dei russi e sul loro nazionalismo. Anche se la percentuale dei sostenitori della “guerra fino a Kiev” è drasticamente calata nell’ultimo anno non si è ridotto l’odio per i “khalakli” (termine razzistico per definire gli ucraini). La gente qui a Mosca è convinta per esempio che le molte truffe elettroniche siano state organizzate da un misterioso imprenditore che vive a Londra. E malgrado non esista prova alcuna di ciò, la “notizia” è continuata a girare di bocca in bocca.

Volodya, tornato recentemente nella capitale da un viaggio in Crimea (annessa da Mosca), mi conferma che la situazione è più difficile di quanto immaginasse. “Nei negozi – sostiene Volodya – i prezzi dei generi alimentari sono aumentati drasticamente; in alcuni casi è diventato impossibile acquistare cibo a causa dei problemi di approvvigionamento. Gli attacchi delle Forze Armate ucraine agli impianti energetici della penisola provocano continue interruzioni di corrente, così a Yalta gli abitanti sono costretti a cucinare direttamente nei cortili dei palazzi”.

Nelle località che erano di villeggiatura non si vede un turista, ma solo residenti locali; e per accedere al ponte di Kerch il mini bus su cui viaggiava ha dovuto aspettare 16 ore per attraversarlo. All’imbocco del ponte, c’erano recinzioni con filo spinato e persone in mimetica. Al posto di controllo, dagli altoparlanti risuonavano senza sosta le istruzioni su come comportarsi in caso di attacco e all’imbocco di Kerch compaiono autocisterne con persone che si aggirano, vendendo e acquistando carburante illegalmente.

Koktebel, il luogo di arrivo di Volodya, un tempo era una località turistica molto vivace. Ogni estate vi giungevano gli appassionati di deltaplano e i visitatori dell’annuale festival jazz. Ora la città è praticamente deserta. Così come l’unico hotel, mentre al mercato locale c’è solo una bancarella, vende frutta.

Insomma, bisognerebbe vedere quanto resta oggidì quell’ipotetico 99% di crimeani che votò per l’annessione alla Federazione Russa nel plebiscito del 2014, pensando che presto la penisola sarebbe diventata la terra del Bengodi. Al 1.651esimo giorno di guerra non sono davvero più molti quelli che si fanno soverchie illusioni.

Nell’immagine: in coda per la benzina in Russia


Contro una definizione antisemita di antisemitismo

L’esito di un voto locale in Germania che introduce all’anno più difficile dell’Ue 

Di Donatella Della Porta,il manifesto

 

Nata nel 2016 come strumento di catalogazione per documentazione d’archivio, la definizione di antisemitismo dell’Ihra (International Holocaust Remembrance Alliance) è del tutto inadeguata a fornire una base legale per la definizione dell’antisemitismo nonché dannosa per la democrazia e per la lotta contro il razzismo. Oltre a essere vaga ed imprecisa (e anche per questo esplicitamente non vincolante dal punto di vista legale), la definizione paradossalmente viola quegli stessi criteri che vorrebbe difendere, rendendo tendenzialmente inutilizzabile il concetto stesso di anti-semitismo e inquinando le stesse conoscenze sull’andamento del razzismo contro gli ebrei. I suoi effetti sulla libertà di espressione e la libertà accademica sono poi drammatici, contribuendo a ostacolare la ricerca in diversi campi di studio (inclusi quelli sul genocidio ed ebraismo), che sono ormai profondamente divisi.

CONSIDERANDO la core definition dell’Ihra come confusa, già nel 2020 un gruppo di 220 esperti di antisemitismo ha proposto, nella Dichiarazione di Gerusalemme, una definizione di antisemitismo come «discriminazione, pregiudizio, ostilità o violenza contro gli ebrei in quanto ebrei (o le istituzioni ebraiche in quanto ebraiche)». Quegli stessi studiosi avevano osservato che «poiché la definizione dell’Ihra è poco chiara sotto alcuni aspetti fondamentali e ampiamente aperta a diverse interpretazioni, ha causato confusione e generato polemiche, indebolendo così la lotta contro l’antisemitismo».

Specialmente deleteri nei loro effetti sono alcuni degli esempi che fanno parte della proposta Ihra che nei fatti introducono un collegamento tra critica a Israele e antisemitismo affermando che le manifestazioni di antisemitismo possono includere l’attacco allo Stato di Israele, concepito come collettività ebraica. Tuttavia, le critiche a Israele simili a quelle rivolte a qualsiasi altro Paese non possono essere considerate antisemite. Lasciando nel vago la definizione dei criteri per giudicare quando la critica a Israele si distacca da quella ad altri stati, tra gli esempi di critiche a Israele con potenziali connotati antisemiti vengono citate «negare al popolo ebraico il diritto all’autodeterminazione, ad esempio sostenendo che l’esistenza dello Stato di Israele è un’impresa razzista»; «fare paragoni tra la politica israeliana contemporanea e quella nazista»; «ritenere gli ebrei collettivamente responsabili delle azioni dello Stato di Israele».

DATO CHE la comparazione tra eventi storicamente diversi ma con alcune caratteristiche paragonabili è alla base stessa del ragionamento etico e politico, in generale e ancor più scientifico, l’assimilazione all’antisemitismo della utilizzazioni di termini come genocidio, pulizia etnica, apartheid, ghetto, campo di sterminio per riferirsi alle azioni di istituzioni e amministrazioni israeliane permette di reprimere le critiche a Israele. Questo appare tanto più insostenibile in un momento in cui l’appropriatezza della utilizzazione di quei termini alle violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale da parte di Israele è stata confermata da attori corti internazionali, esperti e organizzazioni umanitarie internazionali, radicadosi anche nell’opinione pubblica.

La censura nell’uso di quei termini per definire i crimini di Israele viene poi spesso attivata da una serie di attori, di governo e no, fra i principali promotori di quella definizione fuorviante: dai partiti della destra radicale (che combinano da qualche anno un antisemitismo razzista unito a un sostegno alle politiche razziste di Israele) alle correnti sioniste nei partiti centristi o anche di centro-sinistra (uniti nella difesa del passato coloniale), dalla stampa mainstream alle campagne dell’Hasbara israeliana sui social media, di gruppi razzisti di estrema destra ad alcune (ma non tutte) associazioni ebraiche sioniste.

LA DEFINIZIONE DELL’IHRA è stata spesso richiamata nella repressione delle proteste in solidarietà con la Palestina, in nome di una violazione di una definizione formalmente non vincolante dal punto di vista giuridico ma che ha acquisito uno status giuridico ambivalente. È stata infatti utilizzata da imprenditori di panico morale per giustificare campagne di repressione contro le espressioni di solidarietà con la Palestina, attraverso attacchi personali ad attivisti, anche ebrei, nella forma del doxxing organizzato e campagne di cancellazioni di eventi artisti o accademici sulla Palestina. Ragioni di sicurezza vengono citate per negare la parola dopo campagne di panico morale. La scientificità viene messa in discussione da non accademici e imposta con minacce di togliere fondi pubblici e privati.

COME MOLTI EBREI antisionisti hanno osservato, la definizione dell’Ihra non protegge gli ebrei ma anzi li colpisce direttamente come attori che criticano Israele e indirettamente screditando il concetto stesso di antisemitismo. In modo perverso, viene utilizzata per raccogliere dati falsati sul fenomeno, lamentandone una crescita che è però (almeno in buona parte) inflazionata dal contare come antisemitismo le critiche a Israele (fino alle dichiarazioni da parte di intellettuali ebrei, bersagliati come traditori). Paradossalmente la definizione Ihra viola i suoi stessi principi, introducendo quella confusione tra Israele e ebrei che si dice di volere combattere.

C’è da aggiungere che, nei paesi in cui si è fatto più ricorso alla definizione Ihra, il suo uso strumentale nella stigmatizzazione e nella repressione della sinistra e dei migranti legato al collegamento del presunto antisemitismo contro Israele a un presunto antisemitismo nella sinistra e «importato» ha prodotto gravi rotture nella fiducia istituzionale senza peraltro convincere i cittadini che ormai in maggioranze molto consistenti esprimono sia la loro convinzione che Israele sta commettendo un genocidio dei palestinesi e sia la loro opposizione al sostegno dei loro governi a esso.

 

Nell’immagine: cartello in una manifestazione Pro Palestina