POZZO SCATENATO Venezuela, il "patto petrolifero più grande della storia" di Trump è incostituzionale. Parla l’economista di sinistra Andrés Giussepe
Di Claudia Fanti, il manifesto
Il «più grande accordo petrolifero nella storia del mondo» – Trump dixit – fa un po’ acqua da tutte le parti, decreta un solo vincitore con buona pace della retorica win-win della presidente incaricata Delcy Rodríguez, trasforma il Venezuela in un’«enclave estrattivista coloniale». È decisamente senza appello la condanna dell’economista Andrés Giussepe, tra i più influenti rappresentanti dell’opposizione di sinistra del paese.
Cosa si sa di questo accordo?
L’accordo cede agli Usa il controllo di 17 giacimenti strategici e 8 blocchi verdi (cioè completamente vergini) nella Fascia dell’Orinoco, con riserve stimate di 65 miliardi di barili, circa un quinto delle riserve accertate totali del paese. È inoltre di dominio pubblico che i proventi derivanti da royalties e imposte non confluiranno nella Banca Centrale del Venezuela, ma saranno depositati su conti custoditi dal Tesoro degli Stati Uniti. In termini fiscali, l’accordo prevede royalties minime del 16% e un’imposta sul reddito del 34%, cifre che ammonterebbero al 50% delle entrate. Ma è una percentuale illusoria: l’imposta si applica sull’utile netto, non sul valore del barile. Così, se la quota storica del governo venezuelano oscillava tra il 65% e l’85% del valore del greggio, con questo accordo al paese resterebbe appena poco più o poco meno del 28%: un ritorno all’epoca delle concessioni pre-nazionalizzazione. Ma, soprattutto, la formula della «joint venture con controllo operativo privato» viola l’articolo 303 della Costituzione, che impone allo Stato di conservare la totalità delle azioni di Pdvsa per ragioni di sovranità economica, politica e strategica. Non si tratta di un affare win-win. È il ripristino dell’enclave estrattivista coloniale, in cui Washington controlla il flusso di cassa e Caracas riceve le briciole.
Quali sono i punti di maggiore opacità?
L’assenza assoluta di una gara d’appalto pubblica internazionale, in violazione dell’articolo 299 della Costituzione, e la mancanza di previa approvazione da parte di un parlamento legittimo, in violazione dell’articolo 150. Senza contare che l’articolo 12 dichiara che i giacimenti di idrocarburi sono beni di dominio pubblico, inalienabili e imprescrittibili. Per quanto riguarda l’orizzonte temporale, il documento ufficiale pubblicato dalla Casa Bianca il 31 agosto dopo l’annuncio dell’accordo conferma una concessione per 100 anni su un quinto delle riserve del paese a una joint venture privata di cui gli Usa controlleranno complessivamente il 55% – tra partecipazione azionaria e diritto ad acquistare il petrolio al prezzo di costo – smentendo la versione venezuelana sulla durata di 25 anni dei contratti.
Che ruolo svolgerà la North American Blue Energy Partners (Nabep) controllata da Alejandro Betancourt?
La Nabep, che ha sede alle Barbados, produce attualmente circa 200mila barili al giorno e prevede di aumentare la propria produzione fino a 1 milione di barili entro cinque anni. In base all’accordo annunciato, l’Office of Strategic Capital del Dipartimento della Guerra sosterrebbe lo sviluppo dei 17 giacimenti mentre la Nabep guiderebbe le operazioni: un intermediario a cui si è fatto ricorso proprio perché le grandi compagnie petrolifere statunitensi si sono mostrate riluttanti a impegnare i capitali necessari per ripristinare le infrastrutture venezuelane deteriorate al ritmo richiesto dalla Casa Bianca. Betancourt è stato indagato in Spagna e a Miami per riciclaggio di denaro. È stato arrestato due volte a Londra nel 2025, poi rilasciato su cauzione, e nel maggio del 2026 gli sono state revocate le restrizioni di viaggio: i media internazionali hanno riferito che i pubblici ministeri di Madrid e Zurigo hanno archiviato i suoi casi, a quanto pare a seguito di pressioni da parte di funzionari Usa. Nonostante sia ancora soggetto a un mandato di arresto sul territorio statunitense, ha viaggiato liberamente tra Washington e Caracas, reclutato dall’amministrazione Trump per gestire accordi con operatori petroliferi indipendenti.
Molti i dubbi sulla reale fattibilità dell’operazione. Quali sarebbero i principali problemi?
In mancanza di una ratifica da parte di un’Assemblea Nazionale legittima e in assenza di una gara pubblica, qualsiasi cambio di governo o ripristino dell’ordine costituzionale potrebbe portare a una dichiarazione di nullità dei contratti. Gli investitori seri di Wall Street temono future controversie dinanzi al Ciadi, l’organizzazione di arbitrato internazionale, soprattutto perché l’accordo è stato negoziato sotto un governo provvisorio nato da un intervento militare straniero. In secondo ruolo, la produzione richiesta di oltre 1,5 milioni di barili al giorno (rispetto agli attuali 1,23 milioni circa) comporta un massiccio investimento di capitale nelle infrastrutture elettriche, negli impianti di trattamento del greggio pesante e nelle reti di trasporto ormai devastate. La curva di ripresa non richiederà mesi: stime tecniche prudenti parlano di almeno 3-5 anni e alcune analisi del settore energetico indicano tempi ancora più lunghi. Infine, mantenendo le entrate fiscali in conti custoditi dal Tesoro Usa, il flusso di cassa del progetto sarà costantemente minacciato dai pignoramenti dei creditori internazionali. Il Venezuela ha un debito di oltre 60 miliardi di dollari in obbligazioni, e i detentori di tali obbligazioni stanno già intentando cause per ottenere il controllo delle attività venezuelane all’estero.
L’accordo ha generato una profonda indignazione. Ma la gente comune in lotta per la sopravvivenza ha la forza di reagire?
Questo è il paradosso sociopolitico più tragico dell’attuale Venezuela. Quando una famiglia dedica il 100% delle proprie energie quotidiane a procurarsi cibo, acqua o medicinali, la capacità di mobilitazione di piazza si erode drasticamente. Tuttavia, la storia dimostra che l’indignazione in Venezuela ha tempi di incubazione sotterranei. Nella misura in cui i lavoratori, i pensionati e l’intera società comprenderanno che esistono alternative, la difesa del patrimonio nazionale diventerà la bandiera unificante della dignità.
Qual è il peso oggi dell’opposizione di sinistra?
La sinistra critica in Venezuela, con il suo accento sulla sovranità nazionale e sulla difesa della Costituzione, sta vivendo un momento di profonda ricomposizione etica e intellettuale. Per anni, la polarizzazione tra il governo e la destra ha oscurato il vero dibattito sul modello economico e sulla sovranità. Oggi, di fronte alla svolta apertamente neoliberista del governo ad interim, la sinistra critica si erge come l’unica riserva morale e intellettuale del paese. Non ci limitiamo a denunciare la capitolazione: dimostriamo che esistono altre vie. La proposta di risarcimento nei confronti dei lavoratori (dovuto a causa del congelamento salariale) tramite cartolarizzazione del debito garantito dal petrolio – che trasformerebbe ogni lavoratore in titolare di un patrimonio ereditabile con appena il 3% delle riserve petrolifere – indica come la sovranità e la giustizia sociale non siano affatto incompatibili. Ciò che è incompatibile con il socialismo è cedere un quinto delle riserve a una joint venture sotto forte controllo statunitense mentre il salario minimo rimane al di sotto dei 2 dollari al mese. È la sinistra critica che oggi si fa portavoce della difesa della Costituzione del 1999, dei diritti della classe lavoratrice e del recupero della proprietà pubblica sugli idrocarburi.
Nell’immagine: un murales a Caracas
