Ma i papi ci credono, in Dio?

TERRA SANTA Il Cardinale Pizzaballa lo dice oggi – chissà, forse in cuor suo l’avrà sperato in passato: «Il Papa verrà a Gerusalemme» 

Di Roberta De Monticelli, il manifesto

 

I papi credono in Dio? Ecco, io credo di sì, ma la prova è facile. Non c’è obiezione relativa che tenga di fronte all’assoluto. Intendo, il bene, appunto, ab-solutus, “sciolto” da ogni vincolo di convenienza e opportunità, assolto da ogni umano “realismo”, o cinismo che dir si voglia.

E allora? Il Cardinale Pizzaballa lo dice oggi – chissà, forse in cuor suo l’avrà sperato in passato: «Il Papa verrà a Gerusalemme». Ecco, la domanda qui sarebbe: e cosa aspetta? Si può arrivare a un dismisura di male più grande di questa, dove non è più un uomo ad essere issato sulla croce, ma un intero popolo, e non da tre anni ma da tanti e tanti di più, però con un’impennata oggi di ferocia, impudenza, impunità e sfrontatezza che fa impallidire Caligola e Nerone, Attila e il Gengis Kahn, e anche i regimi totalitari del Novecento almeno in un aspetto inconfutabile: che oggi la legge – internazionale – da violare c’è, chiarissima. Che prima non c’era. Calpestata, triturata, oltraggiata. Mentre viene smantellato l’ultimo residuo di Onu – di Unrwa – a Gerusalemme Est, il Qualandia Training College, che formava ai mestieri tecnici migliaia di giovani palestinesi a Kafr ‘Aquab, quartiere povero già separato da un muro dalla Città Santa. Mentre l’ultimo simbolo di un filo fra la terra e il cielo – gli aquiloni dei bambini di Gaza – viene strappato dalla democrazia israeliana con voto alla Knesset. Mentre gli sfollati degli ultimi mesi in Cisgiordania superano le quattro decine di migliaia, mentre le aggressioni a mano armata coloniale e supporto militare governativo impazzano da Hebron a Betlemme, mentre il sangue stilla ogni giorno dal corpo dei milioni crocefissi a Gaza.

E cosa aspetta questo Papa a andare a Gerusalemme? Dicono che Francesco non ci sia andato perché era malato. Ma Leone è sano come un pesce, riesce perfino a andare a Rimini. Dice: ma poi che ci fa a Gerusalemme? Come: va a rappresentare il Cristo di cui è vicario, no? Dice: Ma allora poi Israele toglie il permesso di soggiorno ai Francescani della Custodia di Terra Santa…. E allora? Ammesso che un governo coloniale pur efferato riesca a scalzare dalla Terra Santa un’istituzione che è là dal Rinascimento, non sarebbe uno scandalo utile a svegliare la coscienza anestetizzata del mondo? Dice: ma sono capaci di ucciderlo, il Papa, se va a Gerusalemme.

E allora uno perché fa il Papa, perché viene chiamato dallo Spirito Santo a testimoniare il Cristo, se dovesse mai bastare quest’obiezione? Quanti, quanti di noi vorrebbero andarci, a dire ai criminali di Tel Aviv in faccia quello che si meritano – oh, altro che mercanti nel Tempio! – ma la veste bianca, l’incommensurabile potenza di una voce che si ripercuote su tutti i media del mondo appena si lasci sfuggire un sussurro – no, non ce l’abbiamo, e non serviremmo a niente, ci ammazzerebbero per nulla. Non saremmo, noi, come Cristo in croce.

E allora lui che può, che deve, la vista del quale – là, vicino al sepolcro vuoto – farebbe alzare e dispiegare in tutti i continenti le vene della speranza, un’immensa, vibrante, universale Sumud Flottilla bianca come la sua veste – lui cosa aspetta, ad andare a Gerusalemme?

Ma i papi ci credono, in Dio?


Da non credere

TERRA SANTA Il Cardinale Pizzaballa lo dice oggi – chissà, forse in cuor suo l’avrà sperato in passato: «Il Papa verrà a Gerusalemme» 


Alluvione in Nepal, Tozzi: “La montagna sta cambiando, le catastrofi sono il nostro presente”

TERRA SANTA Il Cardinale Pizzaballa lo dice oggi – chissà, forse in cuor suo l’avrà sperato in passato: «Il Papa verrà a Gerusalemme» 

Di Domenico Agasso, La Stampa

 

«Non avevamo mai visto niente del genere». Le immagini dei drammatici eventi in Nepal, con colate gigantesche di fango, ghiaccio e detriti capaci di spazzare via tutto ciò che incontrano, raccontano una verità ormai non più rinviabile: la crisi climatica ha preso un’accelerazione senza precedenti e sta riscrivendo le regole del pianeta. Il bilancio al momento è di 362 vittime e tra i 1.300 dispersi si contano anche tre italiani. Dalle vette dell’Himalaya fino al cuore delle Alpi, il collasso dei ghiacciai e il surriscaldamento globale mettono in discussione la presenza stessa dell’uomo e dei centri abitati in alta quota. Il geologo e divulgatore scientifico Mario Tozzi analizza con La Stampa la tragedia nepalese e le lezioni cruciali che la politica globale e la società devono apprendere da questa nuova realtà.

Professore, qual è il messaggio da recepire dall’alluvione in Nepal?
«Una volta stabilito — come riporta il servizio geologico degli Stati Uniti — che ad innescare la frana non è stato un terremoto, bensì che le scosse hanno solo registrato l’avvenuto crollo, questo disastro dimostra quanto l’accelerazione della crisi climatica stia provocando eventi estremi un po’ ovunque e in ogni campo. Fenomeni che colpiscono soprattutto le aree più fragili: i territori coperti da ghiacci come le catene dell’Himalaya e delle Alpi, i poli, e le zone di cerniera fra ambienti diversi come il Mediterraneo, autentico hotspot climatico. La colata di detriti ribadisce ancora una volta la diretta responsabilità di uno stravolgimento globale ormai rapido e senza precedenti».

Ci aiuti a capire: il fattore determinante è il riscaldamento globale?
«Sì, nel senso che a determinare l’occlusione e la tracimazione di un bacino dove confluivano le acqua è stato il crollo di una massa glaciale. Le acque sono state spostate, hanno sfondato la barriera naturale formatasi, sono precipitate a valle forse creando un nuovo sbarramento per poi travolgere anche quello… insomma, una reazione a catena innescata proprio dal cedimento di quella porzione di ghiaccio. Siamo di fronte a un processo fortemente accelerato, tale da generare spaccature capaci di provocare questo crollo. E le fratture o i crepacci — in Antartide così come sui ghiacciai alpini e d’alta quota in generale — sono fenomeni che si intensificano quando l’attività di deglaciazione, ossia il surriscaldamento atmosferico, aumenta notevolmente. Parliamo di dinamiche che avvengono anche in natura, ma che risultano forzate nei tempi e amplificate nelle dimensioni dall’attuale incremento delle temperature».

Le immagini arrivate dal Nepal sono quasi cinematografiche.
«Sì, è la prima volta che assistiamo a una cosa del genere. Quelle persone che si muovono disperatamente stanno per morire: sono scene impressionanti, che ricordano le vittime delle Torri Gemelle costrette a buttarsi nel vuoto per non sapere di che morte morire. La valanga di acqua, detriti e fango in arrivo offre per la prima volta un’idea visiva di quanto accaduto al Vajont. Quando Longarone fu rasa al suolo nel 1963 dall’ondata fuoriuscita dalla diga a causa della frana, a distruggerla fu soprattutto una sorta di enorme cannonata precipitatasi a valle. Qui l’effetto è identico: si vedono le persone scappare dopo aver probabilmente avvertito il boato, ma prima del fango arriva la massa d’aria spostata, come una tremenda sferzata di aria compressa, e subito dopo piomba la furia dei detriti. Per noi è la prima occasione per visualizzare quella tragedia».

Sono casi da considerarsi “isolati”?
«No. Le dimensioni sono colossali: l’elicotterista in sorvolo parlava di muri d’acqua di 6-7 metri, e a giudicare dai filmati forse anche di più. È una visione estrema e clamorosa, ma purtroppo destinata a non rimanere un episodio unico al mondo. Anzi, da oggi fa da nuovo benchmark: d’ora in avanti, quando guarderemo all’Himalaya e alle regioni glaciali, dovremo sempre tener conto di quanto accaduto in Nepal».

Chi ha potere e responsabilità geopolitica che cosa dovrebbe fare?
«Agire in fretta. Dobbiamo prendere atto che le statistiche meteo-climatiche del passato non valgono più: non possiamo valutare piene, mareggiate, tempeste e valanghe con il metro dei dati del 1920. Usando quei parametri diremmo che un evento simile si verifica ogni duecento o mille anni, ma non è più così. Serve un nuovo sistema di riferimento statistico aggiornato, tarato dagli anni ’90 del Novecento ad oggi. Solo così vedremo che questi episodi hanno ormai cadenza decennale, se va bene. E la situazione è destinata a peggiorare rapidamente. Senza dimenticare che nemmeno l’arco alpino è immune da simili rischi».

Ci spiega?
«Le calamità di Bardonecchia, della Marmolada e i crolli sulle Dolomiti vanno inquadrati esattamente in questo contesto. Nello specifico, il mondo della montagna sta cambiando in modo radicale: non solo non ci sarà più spazio per gli sport invernali a causa della mancanza di neve, ma l’imponente infrastrutturazione realizzata negli anni e la stessa vivibilità dei centri abitati rischiano di essere messe seriamente in discussione».


“Dalle Ande all’Himalaya, stiamo perdendo i ghiacciai. Prepariamoci al disastro”

TERRA SANTA Il Cardinale Pizzaballa lo dice oggi – chissà, forse in cuor suo l’avrà sperato in passato: «Il Papa verrà a Gerusalemme» 

Di Luca Fraioli, La Repubblica

 

«L’azione contro la crisi climatica è troppo lenta. Di questo passo la probabilità che si inneschi una perturbazione irreversibile del sistema terrestre continuerà ad aumentare».

Peter Wadhams ha dedicato la vita a studiare i ghiacci del Polo Nord e da tempo è rassegnato alla loro scomparsa: nel 2016 diede alle stampe A Farewell to Ice, poi pubblicato in Italia da Bollati Boringhieri. Ma ancora oggi, a 78 anni, continua a studiare e suggerire azioni concrete dalla sua casa di Cambridge, dove ha diretto lo Scott Polar Research Institute ed è decadono del Dipartimento di Matematica applicata e Fisica teorica. L’ultima sua pubblicazione scientifica risale a poche settimane e contiene fin dal titolo uno suggerimento per la politica: “Una strategia basata sulla valutazione del rischio per la stabilizzazione del clima”.

Professor Wadhams, qual è il problema?

«Dobbiamo ormai prendere atto che le attuali strategie climatiche, incentrate sulla riduzione delle emissioni e sulla rimozione del carbonio, probabilmente non impediranno alle temperature di superare punti di non ritorno pericolosi. E non solo a causa di un’ambizione politica insufficiente e dell’inerzia istituzionale, ma anche per una fondamentale discrepanza tra le dinamiche in accelerazione del sistema Terra e le tempistiche delle risposte politiche e tecnologiche».

Abbiamo ormai perso la battaglia di limitare il riscaldamento del Pianeta a 1.5 gradi in più rispetto all’era pre-industriale?

«Penso proprio di sì. Ma si può fare ancora molto per limitare i danni e, appunto, stabilizzare il clima».

Nel vostro studio cosa proponete?

«Partiamo dalla constatazione che la lentezza con cui si agisce dipende da una grande sottovalutazione del rischio climatico e di quanto ci costerà agire in ritardo. Per questo suggeriamo un metodo che permetta di confrontare in modo scientifico i rischi legati agli interventi di mitigazione o adattamento con i rischi del riscaldamento che continua indisturbato».

Tra gli interventi che citate ci sono anche i “metodi di riflessione della luce solare” che sono al centro di molte polemiche?

«Vanno valutate tutte le possibilità, anche quelle controverse. La questione chiave non è se una tecnica comporti dei rischi, ma come questi rischi si confrontano con il rischio di un continuo riscaldamento della Terra».

Intanto stiamo vivendo l’estate più calda. Lei dove l’ha trascorsa?

«Qui a Cambridge. Fa molto caldo, anche se la sera si sta bene. Però è impressionante vedere i prati di Parker’s Piece ridotti a una distesa di stoppa marrone».

E i ghiacciai a cui ha dedicato la vita, come hanno attraversato questa estate?

«Si stanno sciogliendo più rapidamente che mai, soprattutto nell’Artico e nell’Antartico. E sulle cime più alte del mondo, quello che è successo in Nepal l’altro giorno ne è una conseguenza diretta».

Quali altri effetti possono essere innescati dallo scioglimento dei ghiacci?

«La settimana scorsa c’è stato un forte fenomeno di frammentazione all’imbocco del ghiacciaio Thwaites, in Antartide. Il suo scioglimento totale provocherebbe l’innalzamento dei mari mondiali di 65 centimetri, secondo alcune stima. E la scomparsa della calotta artica, che con il suo colore bianco rifletta la luce solare, farebbe assorbire ancora più calore dall’Oceano».

E ora sta arrivando El Niño, il più intenso mai registrato, che colpirà soprattutto aree equatoriali e Sudest asiatico…

«È davvero terribile. Il primo pensiero va ai ghiacciai delle Ande e dell’Himalaya. Mi aspetto una perdita di ghiaccio senza precedenti e molte valanghe».

Di fronte a tutto questo, si fa poco o nulla. Una volta ci ha detto: forse quando il clima farà molte vittime la politica sarà costretta ad agire…

«E invece quest’estate non è successo nulla nonostante i morti per le ondate di calore. Non so che dire, forse è perché i più vulnerabili al caldo sono gli anziani. O forse è perché non è facile individuare il nemico. Durante la pandemia c’era il virus da contrastare. A far salire la temperatura del Pianeta contribuiscono molte concause, difficili da disinnescare. C’è anche da dire che la situazione politica globale è molto cambiata negli ultimi anni: il mondo sembra essere diventato molto più egoista. E quante persone oggi credono a quello che dicono gli scienziati? Credo siano molto meno rispetto a 10 anni fa, sia per l’influenza dei social network sia per politici che attaccano i ricercatori e li privano di risorse economiche».

Ma continuando così, cosa può succedere?

«Rischiamo di trovarci in una situazione in cui non avremo più strumenti per arginare gli effetti della crisi climatica. Non potremo fare altro che conviverci, ma con costi elevatissimi. Si pensi solo agli impatti sull’agricoltura a livello mondiale e quindi alla futura disponibilità del cibo e al suo prezzo».

Professor Wadhams, qual è la sua speranza per il futuro?

«Non credo di averne più molta».


Meno scuole più armi

TERRA SANTA Il Cardinale Pizzaballa lo dice oggi – chissà, forse in cuor suo l’avrà sperato in passato: «Il Papa verrà a Gerusalemme» 

Ecco la ricetta per garantire un futuro radioso alla Svizzera e al Ticino: tagliare i fondi alle scuole e alla ricerca e investire in armi, preferibilmente acquistate negli Stati Uniti e in Israele. È solo l’ultima vergogna della politica rossocrociata.

Il Consiglio di Stato, con la responsabile dell’educazione allineata collegialmente, ha approvato i tagli ai sussidi previsti per l’Università e per la Supsi. Per l’USI si prevede un taglio di 6,5 milioni che, su un budget di 130 milioni, rappresenta quasi il 5% delle entrate. La Supsi subirà una riduzione di 1,3 milioni di franchi.

Ora scatta l’aumento delle rette. Alla Supsi passeranno a 1’000 franchi a semestre per i residenti e a 2’000 franchi per i non residenti, mentre all’USI la già elevata tassa ordinaria per le nuove iscrizioni salirà a 5’000 franchi a semestre, con una tariffa ridotta a 2’000 franchi per gli studenti svizzeri o residenti e per altre categorie. Il sindacato VPOD aveva lanciato la petizione “No ai tagli su USI e SUPSI: per il lavoro, il diritto allo studio e la ricerca pubblica» sottoscritta da circa 1’900 persone, che rivendicava la salvaguardia del diritto allo studio e il blocco di ogni aumento delle rette universitarie.

Il programma di “sgravi 27” della Confederazione – di fatto trattasi di tagli – previsti a carico dell’educazione e della ricerca è una lunga lista: 139 milioni di franchi per la ricerca, 120 per le scuole universitarie cantonali, 78 per i politecnici, 33 per l’innovazione, altri 33 per le scuole universitarie e 10 milioni di franchi per la formazione professionale. Il Parlamento ha attenuato qualche sforbiciata, ma la sostanza rimane.

La spiegazione è semplice: i tagli operati dalla Confederazione – scrivono USI e Supsi – «sono correlati a un’esplicita volontà politica di aumentare il contributo degli studenti ai costi di studio (Nutzerfinanzierung) a cui è seguita un’altrettanto chiara sollecitazione da parte del Consiglio di Stato all’aumento delle tasse di studio per studenti esteri». Tra l’altro, a proposito di tasse universitarie, sarebbe corretto far pagare in modo proporzionale, secondo le possibilità finanziarie degli studenti.

Mentre si taglia sulla formazione, si investono miliardi nel buco nero grigioverde. L’ultima scoperta è il Fondo per gli armamenti, in grado di contrarre debiti fino a un massimo di sei miliardi di franchi che, afferma il Consiglio federale, “aumenterà la flessibilità nei pagamenti e contribuirà a velocizzare gli acquisti necessari”. Così i gallonati avranno mani libere per sperperare! Inoltre, alla luce “dell’aggravarsi della situazione di minaccia” (formula che viene usata per inficiare l’iniziativa sulla neutralità), il Consiglio federale chiederà un credito aggiuntivo di 970 milioni di franchi che recupererà dall’aumento delle entrate delle imposte sugli utili. Soldi che potrebbero essere investiti nella formazione!

Non rifaremo l’elenco dei fallimenti dell’esercito, soprattutto nella pratica degli acquisti di armamenti, ma merita di essere ricordata una perla del consigliere nazionale Alex Farinelli, già lanciato alla conquista di un seggio in Consiglio di Stato. In una intervista televisiva sul tema F-35 (Falò del 26 maggio scorso), il cui acquisto Farinelli difende a spada tratta, è riuscito a dire che negli ultimi trent’anni si sono risparmiati 100-150 miliardi di franchi con l’esercito. Una bufala pazzesca: dal momento che negli scorsi anni, per fortuna, l’Europa non era in guerra, non c’era nessuna necessità di investire miliardi supplementari nell’esercito. I nostri gallonati avrebbero bruciato cherosene, sparato obici e proiettili, acquistato armi, tutto inutilmente. Farinelli avrebbe voluto buttare nel buco nero 150 miliardi di franchi: attenzione, semmai… sarà opportuno tenere il giovane lontano dalle finanze cantonali.


Dieci domande al pro­cu­ra­tore gene­rale

TERRA SANTA Il Cardinale Pizzaballa lo dice oggi – chissà, forse in cuor suo l’avrà sperato in passato: «Il Papa verrà a Gerusalemme» 

Di Daniel Ritzer, La Regione

Ono­re­vole pro­cu­ra­tore gene­rale, ci ren­diamo conto che que­sta non sia la forma più comune di porle una serie di domande. Ma sa: siamo tra quelli che riten­gono che certe con­ven­zioni piut­to­sto che con­ser­vate vadano tra­sfor­mate. Oppure adat­tate alle cir­co­stanze. Ora, di fronte a una crisi isti­tu­zio­nale senza pre­ce­denti e dopo aver ten­tato infrut­tuo­sa­mente di otte­nere alcuni chia­ri­menti tra­mite le cano­ni­che vie, ci si ritrova costretti a for­mu­lare i nostri que­siti pub­bli­ca­mente. Costretti per­ché – e qui forse siamo un po’ vec­chio stampo – con­ti­nuiamo a cre­dere che il ruolo dei media sia quello di vigi­lare sul buon fun­zio­na­mento dello Stato di diritto.

Per quel che con­cerne la Pro­cura da lei diretta, ci preme riu­scire a garan­tire alla cit­ta­di­nanza che tutte le per­sone restino uguali davanti alla legge. E che, nell’ambito della Giu­sti­zia, la ricerca della verità pre­valga su qual­siasi altro inte­resse. Fatte le dovute pre­messe, pas­siamo al dun­que.

Vor­remmo innan­zi­tutto sapere se nelle ore imme­dia­ta­mente suc­ces­sive all’iden­ti­fi­ca­zione del corpo della 52enne di Melide, ritro­vata nelle acque del Cere­sio, il con­si­gliere di Stato Clau­dio Zali sia stato inter­ro­gato. E se abbiate avuto accesso ai suoi dispo­si­tivi elet­tro­nici. Se ciò non fosse il caso, vor­remmo cono­scere le moti­va­zioni. Qui urge una pre­ci­sa­zione: lungi da noi il voler addos­sare al dimis­sio­na­rio diret­tore del Dipar­ti­mento del ter­ri­to­rio qual­si­vo­glia pre­sun­zione di col­pe­vo­lezza. La domanda riguarda que­stioni pret­ta­mente pro­ce­du­rali, tenuto conto che la morte è stata defi­nita dagli inqui­renti come “inso­lita”, e che l’ipo­tesi di un even­tuale ran­core ser­bato da Zali nei con­fronti della donna appare tutt’altro che remota. Donna che ha con­tri­buito in modo deci­sivo al suo declino poli­tico. In maniera più gene­rale le chie­diamo, quindi, di volerci comu­ni­care se da mar­tedì 18 ago­sto (giorno del decesso) fino a oggi Clau­dio Zali sia stato sen­tito in Pro­cura. E, se sì, in quale veste.

Poi: oltre all’inchie­sta coor­di­nata dal pro­cu­ra­tore pub­blico Rug­geri per quel che riguarda il decesso della donna e quella con­dotta dalla pp Borelli in merito alla denun­cia con­tro ignoti a seguito dell’aggres­sione subita dalla 52enne, non­ché all’inchie­sta da lei coor­di­nata per i pre­sunti reati di abuso di auto­rità e coa­zione, ricon­du­ci­bili alla riu­nione voluta dal con­si­gliere di Stato leghi­sta per richie­dere il tra­sfe­ri­mento del 14enne dete­nuto alla Farera, vor­remmo sapere se c’è un altro incarto, da voi aperto di recente, che vede coin­volto Clau­dio Zali. Se sì, per quali ipo­tesi di reato? Tra l’altro, la per­ma­nenza in governo del dimis­sio­na­rio diret­tore del Dt fino alla fine di set­tem­bre, secondo lei, osta­cola, age­vola oppure ha un impatto neu­tro sullo svol­gi­mento delle varie inda­gini? Noi abbiamo un nostro parere: ci pia­ce­rebbe cono­scere il suo.

Le ultime, pro­messo. Visto che le varie inchie­ste in corso riguar­dano diret­ta­mente o indi­ret­ta­mente un mem­bro del governo, ex respon­sa­bile poli­tico di poli­zia e magi­stra­tura, già pre­si­dente del Tri­bu­nale penale can­to­nale, colui che in più occa­sioni ha fatto capire di sen­tirsi “a casa” nei tri­bu­nali tici­nesi: non riter­rebbe oppor­tuna una sua-vostra ricu­sa­zione e con­se­guente richie­sta di un pro­cu­ra­tore straor­di­na­rio? Insomma, dopo tutto ciò che è emerso in que­ste set­ti­mane, lei si ritiene ancora ido­neo a svol­gere il ruolo di pg? Anche qui, noi abbiamo un nostro parere: ci pia­ce­rebbe molto cono­scere il suo.

Non la distur­biamo più. Restiamo volen­tieri in attesa di un suo cor­tese – non­ché celere – riscon­tro e nel frat­tempo le por­giamo, ono­re­vole pro­cu­ra­tore gene­rale, i nostri più distinti saluti.


Neutrali ma non ignavi

TERRA SANTA Il Cardinale Pizzaballa lo dice oggi – chissà, forse in cuor suo l’avrà sperato in passato: «Il Papa verrà a Gerusalemme» 

Dopo due sconfitte consecutive (iniziativa sul canone SSR e sulla Svizzera da 10 milioni di abitanti), l’Udc spera questa volta si spuntarla. La rivincita è affidata alla persuasione che la neutralità abbia sempre incontrato i favori della popolazione, addirittura con percentuali oscillanti tra l’80 e il 90 percento. A tale scopo, il movimento che formalmente l’ha promossa, ossia Pro Svizzera, non ha lesinato gli sforzi finanziari per guadagnare alla causa gli scettici, attraverso una cartellonistica su cui spicca un perentorio «no alla guerra», con accanto una colomba della pace che rimanda al celebre disegno di Picasso.

Nelle buche delle lettere domestiche è poi giunto un «bollettino» di ben otto pagine, in cui varie personalità, tra le quali alcuni politici socialisti, espongono le loro ragioni a sostegno. Manovra astuta, per sottolineare che l’iniziativa non è un’esclusiva del partito di Blocher (il quale se ne attribuisce la paternità), ma è un’esigenza avvertita anche da parecchi esponenti di altre formazioni. Tuttavia il gioco si fa sporco quando, nell’ultima pagina, si scrive che «Sinistra e Verdi dicono SÌ» [nell’immagine].

Quale Sinistra e quali Verdi? Qui occorre far chiarezza, dato che il PS è ufficialmente contrario, così come i Verdi, i quali definiscono il testo «filo-putiniano». È comunque vero che alla sinistra del PS si è formato un comitato di sostegno «pacifista e internazionalista per la neutralità», comitato che raggruppa diverse sigle, tra cui quella del Partito comunista.

Sono molti i cittadini tuttora inclini a pensare che nella Costituzione federale non si faccia cenno alla neutralità. Invece è presente, e in ben due articoli: n. 173 e n. 185. Certo non è sorretta da un articolo a sé stante, proprio perché il legislatore ha voluto che governo e parlamento potessero decidere in base alle contingenze, e non avere le mani legate «immerwährend», in modo permanente. Le neutralità, storicamente, è sempre stata considerata un mezzo («Mittel zum Zweck») a garanzia della politica di sicurezza del paese e della sua indipendenza, non un fine in sé. Nel caso specifico s’intende invece elevarla a fine, e quindi a caposaldo assoluto e intangibile. Si passa insomma da un principio relativo ad un principio assoluto.

Le conseguenze sono molteplici. Innanzitutto un auto-isolamento strategico, come se fossimo ancora ai tempi del ridotto nazionale. Non sono previste collaborazioni con altri paesi, se non in caso di minaccia imminente (ma nel qual caso sarebbe troppo tardi). Si esclude lo strumento delle sanzioni economiche, a meno che non siano decise dall’Onu (che però è nelle mani di potenze tra loro in conflitto). «Armata» vuol dire investire soldi in una difesa nazionale che non sarà mai in grado di contrastare gli arsenali dei potenziali nemici, con in testa la Russia (lo afferma lo stesso Blocher, quando scrive che «la potenza nucleare russa… rappresenta probabilmente la maggiore minaccia di guerra per il nostro paese»).

Noi non sappiamo come evolverà la situazione internazionale, se i conflitti in corso rimarranno circoscritti alle aree contese o se sorgeranno altri focolai, a noi sempre più vicini. Abbiamo però capito che la guerra ibrida è già realtà e non un’eventualità. Combatterla vuol dire costruire rapporti di cooperazione con le nazioni a noi vicine che condividono le nostre stesse preoccupazioni.

Ma torniamo al cartellone: «no alla guerra». Sottinteso: c’è qualcuno che invece la desidera, questa guerra, la invoca e forse la esalta con parole futuriste. E costoro sono tutti quelli che non intendono sostenere l’iniziativa. Il messaggio è efficace, dobbiamo riconoscerlo, ma anche qui abbiamo a che fare con l’assolutizzazione di un concetto che non prevede eccezioni. Considerare l’Udc un partito pacifista fa strano, ma andiamo oltre. Finora si riteneva che la guerra fosse giusta ovvero un diritto all’autodifesa («jus ad bellum») ogniqualvolta un paese fosse vittima di un’invasione a fini di conquista e di un’aggressione giudicata illecita dal diritto internazionale e dalle relative convenzioni. La distinzione tra guerra giusta e guerra ingiusta risale all’antichità classica e a teologi come Sant’Agostino e San Tommaso. Una disamina organica di questa teoria si ritrova nell’opera ormai classica di Michael Walzer, Guerre giuste e ingiuste. Una discussione morale con esempi storici, ora riedita da Garzanti. «A volte è giusto combattere – osserva l’autore – e a volte i soldati combattono in modo giusto. Nessuno che sia cresciuto durante la Seconda guerra mondiale può dubitare dell’esistenza di guerre giuste, oltre che ingiuste. Ma è altrettanto vero che a volte è sbagliato combattere, e a volte i soldati combattono in modi sbagliati».

Neanche questa teoria è comunque esente da punti deboli. Le divergenze emersero già durante i conflitti che portarono alla disgregazione della Jugoslavia, durante il primo conflitto del Golfo nel 1991 e soprattutto durante il secondo (2003), quello sorretto dalla certezza che il regime di Saddam fosse in possesso di armi di distruzione di massa. In tutti questi casi l’opinione pubblica e la comunità degli studiosi espressero giudizi divergenti, a volte opposti, sulla base di argomentazioni che si estendevano dal pacifismo assoluto al dubbio che le operazioni militari intraprese sotto l’egida dell’«umanitarismo» favorissero davvero la pacificazione tra i belligeranti e non prendessero di mira i civili.

Di questi dibattiti non v’è traccia nell’iniziativa per la salvaguardia della neutralità, che sarebbe più giusto qualificare come iniziativa per il neutralismo, un atteggiamento in cui ogni distinzione cade a vantaggio di un’indifferenza omologatrice, dove l’unica opportunità ghiotta è data dalla possibilità di commerciare in armi con tutti, anche con gli Stati-canaglia.

Pubblicato da laRegione


Veronica Noseda – Mobilitazioni in Francia per la corsa all’Eliseo

TERRA SANTA Il Cardinale Pizzaballa lo dice oggi – chissà, forse in cuor suo l’avrà sperato in passato: «Il Papa verrà a Gerusalemme» 

Veronica Noseda è corrispondente di Naufraghi/e da Parigi

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ascoltare in podcast su YouTube Music


Nepal, l’esperto: “Una bomba di ghiaccio caduta da 1.400 metri a causa del caldo”

TERRA SANTA Il Cardinale Pizzaballa lo dice oggi – chissà, forse in cuor suo l’avrà sperato in passato: «Il Papa verrà a Gerusalemme» 

Di Elena Dusi, La Repubblica

A 5.100 metri di quota si nota la ferita lasciata dal ghiacciaio crollato. È larga 600 metri, lunga 400 e appare spessa circa 50 metri. La lingua del ghiacciaio è precipitata per 1.400 metri prima di finire nella valle sottostante. Da una prima stima conteneva almeno 10 milioni di metri cubi di ghiaccio». Giovanni Crosta, professore di geologia applicata all’università di Milano Bicocca, analizza le prime immagini del Nepal trasmesse dai satelliti e non nasconde la sua impressione per le dimensioni del crollo. In quella regione ha partecipato a un progetto post-sisma con l’ong Asia.

Il crollo del ghiacciaio ha causato l’alluvione?

«All’inizio ho pensato alla tracimazione catastrofica di un lago glaciale. Sono fenomeni abbastanza frequenti sulla catena dell’Himalaya e hanno un potenziale devastante. Una semplice frana o delle precipitazioni abbondanti non potevano giustificare una portata simile del fiume. Lungo la sua gola stretta il livello si è alzato di alcune decine di metri. L’acqua avanzava a decine di metri al secondo. Le immagini dei satelliti invece non mostrano laghi nella zona, ma la parte terminale di una lingua glaciale. Fino a ieri era visibile, oggi non c’è più».

Un ghiacciaio è solido. Come si è trasformato in alluvione così rapidamente?

«Il ghiaccio si è spaccato e fuso in parte per l’attrito. I frammenti sono precipitati nella valle continuando a sciogliersi man mano che scendevano, inglobando rocce e detriti».

In quel momento si è registrato un terremoto di magnitudo 5.2. Può essere stata la scossa a causare il distacco?

«Al contrario, è il segnale sismico fortissimo provocato dalla caduta del ghiacciaio. Non è sorprendente per crolli di queste dimensioni. In Italia la scorsa estate una frana di roccia da Cima Falkner, sulle Dolomiti di Brenta, aveva provocato un segnale sismico di magnitudo tra 2 e 3. Oggi i sismometri vengono usati anche per localizzare le frane in località remote».

Siamo sempre in una valle di alta montagna. Come mai i danni e il numero delle vittime sono stati così ingenti?

«Acqua, ghiaccio, rocce e detriti si sono riversati all’improvviso in una valle molto stretta. Un fiume che aumenta di livello di decine di metri, fra pendii così ripidi impiega decine di chilometri a dissipare la sua piena, travolgendo ogni cosa. E in alta montagna strade, villaggi e abitanti si concentrano nei fondovalle, proprio vicino alle sponde dei fiumi. Venti chilometri più a valle, rispetto al punto di distacco del ghiacciaio, c’è anche il passaggio di frontiera tra Cina e Tibet».

In dieci anni l’Himalaya ha perso il 40% del suo ghiaccio. Il cambiamento climatico gioca un ruolo nel crollo di ieri?

«L’aumento delle temperature è più accentuato in alta montagna rispetto al resto del territorio. Le valanghe e le frane possono essere più frequenti proprio per le temperature stagionali più alte, che fanno cedere il permafrost in alta quota e accelerano lo scioglimento del ghiaccio».

Ci sono rischi simili anche da noi?

«Anche da noi i ghiacciai sono in forte sofferenza per il riscaldamento del clima. Sulle Alpi abbiamo molte situazioni di instabilità. Tutti ricordiamo il crollo della Marmolada nel 2022. L’anno scorso in Svizzera una frana di roccia ha causato il distacco di un ghiacciaio, che è precipitato sul villaggio di Blatten. La situazione era monitorata da tempo e gli abitanti sono stati evacuati in anticipo. Oggi una minaccia simile riguarda il ghiacciaio sospeso del Weisshorn, nel canton Vallese. E da anni in Val d’Aosta si monitora il ghiacciaio instabile di Planpincieux in Val Ferret».


Meta patteggia per 16 miliardi. Poteva andargli molto peggio

TERRA SANTA Il Cardinale Pizzaballa lo dice oggi – chissà, forse in cuor suo l’avrà sperato in passato: «Il Papa verrà a Gerusalemme» 

Di Marco Schiaffino, il manifesto

 

Con un patteggiamento da 16,7 miliardi di dollari, Meta mette fine a un processo che avrebbe potuto costarle molto più caro. Nella causa, promossa da 29 stati dell’unione, l’azienda di Mark Zuckerberg era accusata di non aver protetto adeguatamente bambini e adolescenti iscritti ai suoi social network. Nel mirino il design stesso delle piattaforme, pensate per massimizzare il tempo e il coinvolgimento degli utenti, pur sapendo che potevano favorire un uso compulsivo e danneggiare soprattutto i soggetti più fragili. Non solo: le accuse riguardavano anche la verifica dell’età degli utenti e in particolare il fatto che Meta raccogliesse comunque i dati dei minori di 13 anni senza la necessaria notifica e il consenso dei genitori. Un comportamento vietato dal Children’s Online Privacy Protection Act.

L’accusa a Zuckerberg di aver progettato i suoi social con l’obiettivo di «creare una dipendenza» in bambini e adolescenti non è nuova. Il Ceo di Meta aveva già dovuto difendersi dalle stesse contestazioni avanti al congresso e al senato statunitensi, oltre che alla Commissione europea. Occasioni in cui Zuckerberg ha sostanzialmente dichiarato di «fare tutto quanto sia possibile» per proteggere al meglio i minori che frequentano i social network di Meta.

IL PROCESSO DI OAKLAND, però, si è trasformato in un vero incubo. Le bordate sono arrivate già con la prima testimonianza. Sul banco dei testimoni è salito Arturo Béjar, già collaboratore di Facebook tra il 2009 e il 2015 e tornato nel 2019 come consulente del cosiddetto «Instagram Well-Being Team». Béjar, particolarmente coinvolto in tutti i processi legati alla tutela del benessere dei minori iscritti ai social network Meta, ha sparato a zero sulle politiche aziendali spiegando che si ispirava a una «cultura che considerava la sicurezza dei bambini secondaria rispetto alla crescita e al coinvolgimento su Facebook e Instagram». Esattamente il contrario di quanto sostenuto da Zuckerberg in più occasioni pubbliche.

Béjar ha anche attaccato il ruolo dello stesso fondatore di Facebook per quanto riguarda l’impegno nella protezione dei minori, che Zuckerberg ha sempre descritto come una sua priorità: «Se Mark definisce qualcosa come una priorità, si spostano montagne in pochi mesi». Insomma: se Meta non ha implementato sistemi di protezione dei minori, la responsabilità è certa.

DALLE SUCCESSIVE testimonianze di George Volichenko, Francesco Fogu e Adam Mosseri sono emersi altri aspetti controversi, come alcune «opportune omissioni» nella pubblicazione di dati riguardanti l’impatto negativo di Facebook e Instagram su bambini e adolescenti o la scelta di non introdurre come impostazioni predefinite le funzionalità che visualizzano un avviso che «suggerisce» una pausa nell’uso dei social network.

La decisione di optare per una transazione, seppur multimiliardaria, permette a Meta di uscire da quello che si era trasformato in un vero tritacarne mediatico, il cui proseguimento prometteva di portare ulteriori danni a livello reputazionale. L’uscita dal processo ha permesso alla società californiana di evitare l’audizione di Frances Haugen, che molti commentatori consideravano come una sorta di «arma fine di mondo» nella causa e che era iscritta nell’elenco dei testimoni depositato dai ricorrenti. La ex manager di Meta ha infatti denunciato le pratiche dell’azienda già nel 2021, fornendo alla stampa migliaia di documenti che comprovavano il fatto che i dirigenti erano perfettamente a conoscenza dell’impatto che gli algoritmi avevano sulla salute mentale di bambini e adolescenti. La sua testimonianza sarebbe stata senza dubbio il pezzo forte del processo.

PER MARK ZUCKERBERG l’accordo è tutto sommato un buon affare. La causa avviata al tribunale di Oakland coinvolgeva solo California, Colorado, Kentucky e New Jersey, ma era solo la prima di una serie di procedimenti che nel complesso vedevano Meta sottoposta al fuoco di fila di denunce da parte di 47 stati. Con il patteggiamento, evita tutti i processi e soprattutto un’esposizione mediatica di cui l’azienda è ben contenta di fare a meno. Gli oltre 16 miliardi pagati dalla società, come conferma il suo andamento in borsa dopo la diffusione della notizia, sono considerati un «effetto collaterale» tutto sommato accettabile.

 

Nell’immagine: protesta al tribunale di Oakland, iI nomi dei bambini e degli adolescenti vittime dell’uso dei social media