“La Libreria è chiusa”: un foglio A4 segna la fine della Hoepli

Il sogno del grande editore svizzero finisce, dopo 156 anni di gloriosa storia e di successi, per le incomprensioni tra gli eredi. E Milano capitale del lusso e della moda diventa culturalmente più povera 

Dal nostro corrispondente dall’Italia

Nella Milano ferragostana mi soffermo davanti alla porta a vetri di via Hoepli numero 5, a pochi passi dal Duomo, e penso che non vi sia epitaffio più crudele. Un serramento a tre ante grigio, impersonale, d’alluminio satinato, con grandi specchiature opache, vetri oscurati da una pellicola lattiginosa per non mostrare l’interno, maniglie quadrate, da ingresso d’ufficio pubblico d’antan. E, incollati sopra, tre fogli formato A4 orizzontale con l’avviso laconico tracciato con la stampante laser: “La Libreria è chiusa”. Da notare: Libreria con la elle maiuscola, forse un segno di rispetto, inconscio o voluto, da parte di chi ha digitato il testo.

Era la Hoepli. Era la casa editrice fondata un secolo e mezzo fa da uno svizzero illuminato, Ulrico Hoepli, nome italianizzato di Johannes Ulrich Höpli, originario di Tuttwil. Canton Turgovia. Aveva fatto della precisione, del libro tecnico, della manualistica, della scienza, delle lingue e del sapere applicato una forma di civiltà.

La Hoepli non era semplicemente una libreria, non soltanto una casa editrice, ma uno dei pilastri sui quali si reggeva la Milano colta e perbene, quella Milano che si era conquistata anno dopo anno il titolo di capitale morale. Titolo decaduto ormai da qualche decennio. Dietro quella porta anonima si aprivano fino a ieri spazi luminosi, vasti, con migliaia di libri ordinati su scaffali e personale gentile che trasformava quel luogo in una sorta di macchina del sapere.

Entravi, e Milano sembrava ancora capace di credere che la cultura fosse un elemento fondamentale del vivere civile. Uscivi dopo aver comprato un libro, o semplicemente dopo avere curiosato tra le novità, e ti sentivi un po’ più cittadino.

Invece è arrivata la liquidazione volontaria dopo 156 anni di storia e di successi, tra le proteste degli 89 lavoratori e dei sindacati. Non per una vera crisi economica che pure ha colpito molte librerie e case editrici in tutta Italia, ma per dissapori familiari tra i discendenti del fondatore.

Il palazzo di via Hoepli, secondo il Corriere della Sera, sarebbe oggetto di trattative con un fondo statunitense, mentre per la libreria non risultano offerte concrete. Per la casa editrice, invece, Mondadori ha finalizzato l’acquisizione del ramo d’azienda relativo all’editoria scolastica, salvando almeno una parte industriale di quel nome.

Ironia della sorte, proprio nel giugno scorso, mentre la casa editrice viveva gli ultimi giorni della sua lunga agonia, si è spento a 91 anni un altro Ulrico Hoepli, discendente di quarta generazione del fondatore: quasi che il patriarca venuto da Tuttwil volesse congedarsi insieme alla sua creatura.

Malinconicamente, davanti alle vetrine oscurate, rifletto su quella che fu l’età dell’oro dell’editoria milanese, nell’Otto e Novecento, quando, accanto al fiorire delle grandi industrie metalmeccaniche, nacquero le più importanti case editrici, che richiamavano grandi scrittori e richiedevano maestranze sempre più specializzate nel settore grafico e tipografico.

Ulrico Hoepli fu un autentico pioniere. Arrivò a Milano il 7 dicembre 1870, proprio nel giorno di Sant’Ambrogio, quando la capitale del Regno era ancora Firenze. Aveva soltanto 23 anni ma godeva di una solida esperienza maturata a Zurigo presso il libraio-editore Schabelitz e in altre città (Magonza, Trieste, Breslavia). Fu uno dei primi a intuire la necessità di alfabetizzazione di un popolo eterogeneo, impresa non da poco in un Paese che, nel 1861, anno dell’unificazione dei vari stati e staterelli, contava il 70 per cento di analfabeti. La sua intraprendenza e, chissà, magari la benedizione del santo patrono o la fortuna, gli aprirono le porte di una città affamata di sapere pratico, di tecnica, di strumenti per diventare moderna,

Rilevò dapprima la libreria Laengner nella Galleria De Cristoforis, ma la sua ambizione non era stare dietro un bancone, bensì diventare libraio-editore, come Schabelitz. Ebbe un’intuizione geniale: trasformare il libro in strumento di formazione alle professioni e al lavoro, realizzando piccoli manuali chiari, pratici, tecnico-scientifici, con elegante, inconfondibile veste grafica, per un’Italia che imparava mestieri, tra industria e modernità.

Il primo fu il Manuale del tintore di Roberto Lepetit, uscito nel 1875; il successo esplose due anni dopo con il Manuale dell’ingegnere di Giuseppe Colombo, al quale seguirono centinaia di altre pubblicazioni, fino a superare, al momento della chiusura, duemila titoli. Sui manuali si formarono generazioni di professionisti e di studiosi, anche nel campo delle discipline umanistiche. Tra i miei libri più cari, per esempio, figurano l’utilissimo Cronologia e Calendario Perpetuo di Adriano Cappelli – ne sa qualcosa l’amico Aurelio Sargenti che lo utilizza per i suoi studi filologici – e, dello stesso autore, il Lexicon Abbreviaturarum, ovvero Dizionario delle abbreviature latine e italiane, che io consulto da oltre mezzo secolo per decifrare antichi documenti d’archivio.

Ulrico si aggiungeva ad altri pionieri, Edoardo Sonzogno, fondatore nel 1861 di una grande casa editrice; Giovanni Ricordi, già attivo dal 1808 come editore musicale; i fratelli triestini Emilio e Giuseppe Treves, editori di De Amicis e Verga; Ettore Baldini e Antenore Castoldi… E dopo di loro i due giganti dell’editoria, Arnoldo Mondadori e Angelo Rizzoli, entrambi nati nel 1889, entrambi di umili origini (Arnoldo da ragazzo faceva il garzone a Mantova; Angelo, orfano, trascorse l’infanzia nel collegio dei “Martinitt”): la loro struttura organizzativa di tipo padronale durerà fino agli anni Ottanta del Novecento, per trasformarsi poi in una editoria societaria. Accanto a loro spiccano nella prima metà del secolo altri grandi nomi: Aldo e Livio Garzanti, Valentino Bompiani, Leo Longanesi e, subito dopo la metà del secolo, Ugo Mursia e Giangiacomo Feltrinelli.

Tempi tramontati. Usciti di scena i grandi vecchi dell’editoria tutto si è trasformato, fino all’attuale appiattimento editoriale (si rivolterà nella tomba Arnoldo Mondadori vedendo la sua impresa in mano ai Berlusconi…) e alle grandi librerie trasformate in supermarket pieni di libri-paccottiglia.

Forte di questi ricordi, lascio via Hoepli e, tanto per farmi del male poiché già so che cosa mi aspetta, percorro la Galleria Vittorio Emanuele. Mi pare di attraversare, pur tra le vetrine scintillanti, le macerie di un luogo che ho amato. Quando ero studente a Pavia, tra la fine degli anni Sessanta e i primi Settanta, Milano era per molti della mia generazione una vivace capitale della cultura: severa, generosa, piena di opportunità. Venivo qui quasi in pellegrinaggio. In Galleria c’erano negozi antichi, vetrine che sussurravano storie.

Alla libreria dell’Istituto Poligrafico dello Stato si andava per comprare francobolli nuovi da collezione, monete celebrative, la Gazzetta Ufficiale, preziosissimi e inarrivabili (per noi che avevamo quattro lire in tasca) volumi d’arte e di archeologia, con l’ingenuità di chi allora credeva che la carta custodisse il mondo.

Alla mitica Remainder’s sempre affollata, noi studenti di Lettere cercavamo libri rari a metà prezzo. Con un po’ di fortuna negli scaffali polverosi si trovava qualche volume delle “Belles Lettres”, costose edizioni critiche dei classici greci e latini con testo originale e traduzione francese a fronte.  Quei volumi arrivavano al lettore con i fogli di carta spessa e ruvida ancora inton­si, cioè non rifilati su alcuni lati: i grandi fogli di stampa erano ripiegati e cuciti a fascicoli, spesso in ottavo o in sedicesimo, e le pagine restavano unite sul margine superiore o inferiore o laterale. Per leggerlo bisognava aprirlo con un tagliacarte, lentamente, quasi officiando un rito, e il lettore si sentiva l’ultimo artigiano del libro confezionato con regole antiche.

Poco più in là, all’angolo con piazza della Scala, c’erano l’edicola con i giornali da mezzo mondo e, di fronte, il venditore di stampe antiche, a volte d’occasione ma rigorosamente originali, che teneva aperta una finestra su secoli lontani, dell’epoca viscontea, sforzesca, settecentesca, risorgimentale.

E invece eccola qui la Galleria d’oggi, non più salotto della città ma convulso luogo di transito; non più rilassante passeggiata ma insopportabile ingorgo. Una fiumana di turisti vocianti, ciabattanti e fotografanti; un variopinto campionario umano incolonnato in comitive disciplinate, cappellini tutti uguali, zainetti, telefonini che catturano immagini anonime e banali. Dagli auricolari e dai piccoli altoparlanti gracchia la “lezione” del capocomitiva, che avanza tra la folla impugnando la sua bandierina d’ordinanza per non perdere qualcuno del gruppo.

Alzo gli occhi verso le insegne e vedo solo il lessico del lusso: Saint Laurent, Rolex, Gucci, Chanel, Louis Vuitton, Prada, Armani, Fendi, Bottega Veneta, Moncler. È rimasta, eroica, solitaria e quasi assediata, la Libreria antiquaria Bocca. Anche per questa Libreria la elle maiuscola è d’obbligo.

Il resto è stato consegnato al migliore offerente, e al migliore offerente sarà ceduto anche il palazzo della Hoepli. È la legge del mercato. Il Comune, proprietario della Galleria, evidentemente preferisce far cassa invece di difendere un luogo-simbolo della città. E io, passando, non rimpiango soltanto i negozi perduti: rimpiango una Milano che sapeva ancora avere un’anima.

Nell’immagine: quando era aperta


I torti del governo Meloni contro le donne

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Di Mirella Serri, La Stampa

La storica Lucetta Scaraffia è intervenuta su questo giornale per criticare Dacia Maraini che sul Corriere della sera condannava la triste condizione delle afghane. La scrittrice sarebbe stata rea di aver dimenticato di dire che le afghane sono oppresse dalla cultura islamica.

Alla ricercatrice però in questo caso è sfuggito che il dovere degli storici è consultare gli archivi. Se lo avesse fatto avrebbe riscontrato che dopo l’invasione dell’Afghanistan il gruppo di Controparola, fondato da Dacia Maraini e con lei alla testa, andò a manifestare a Palazzo Chigi. Erano giovani donne che per l’occasione si erano velate in segno di protesta contro l’islam e che volevano denunciare l’oppressione che si stava mettendo in atto nei confronti del mondo femminile. Scaraffia peraltro non è andata a rivedere nemmeno gli altri numerosi interventi della scrittrice in tema di velo imposto dagli islamici alle donne. Non lo ha fatto perché l’argomento da lei individuato – l’assenza nell’articolo della Maraini della parola islamico – è pretestuoso.

Alla storica non interessa contestare la posizione di una delle maggiori esponenti del femminismo italiano. Preferisce, denigrando Maraini, tessere l’elogio dei successi del governo di destra in materia femminile. Al contrario, l’elenco di quanto la destra meloniana non fa per le donne è molto lungo. Per esempio Meloni, che aveva come slogan elettorale «sono una donna, sono una madre», sta registrando un fallimento totale in ambito di natalità (nel 2025 i nati sono scesi a circa 355 mila, con un calo del 3,9 per cento rispetto al 2024, un record negativo che prosegue nei primi cinque mesi del 2026). In Italia esiste la voglia di fare figli, dicono le statistiche, ma il 62 per cento rinuncia per ostacoli economici o lavorativi. Ostacoli che pesano come macigni sulla strada dell’emancipazione del mondo femminile. Le donne sono cambiate e sono più attive nelle denunce. Ma i femminicidi continuano. E i centri anti violenza, che avrebbero una funzione fondamentale nella prevenzione, sottolineano i fondi elargiti con il lumicino da questo governo.

In tema di libertà femminili, inoltre, Meloni premier si è drasticamente opposta all’inserimento nel documento finale del G7 delle parole «diritto all’aborto» e «identità di genere» mentre il suo governo ha fatto diventare reato la Gpa, la gestazione per altri. Ancora più importante è la polemica contro la libertà di aborto portata avanti dai politici più fedeli e vicini a Meloni. Francesco Giulibei è un personaggio di primo piano di questa destra meloniana. È direttore scientifico della Fondazione Alleanza Nazionale, star dei salotti televisivi. Ha fondato la casa editrice Historica Giubilei-Regnani che pubblica libri sul revival mussoliniano ma anche l’opera di studiosi che si scagliano contro l’aborto per i quali dovrebbe essere vietato persino in caso di violenza o di pericolo di vita. Il titolo è riduttivo: Breve critica all’aborto e all’eutanasia. Sempre lo stesso Giubilei è l’editore del volume firmato nel 2026, con la prefazione di Giorgia Meloni, da Nicola Procaccini: L’ecologia dei conservatori. Il ritorno al sacro della natura. Nel capitolo “Contro natura” si attacca l’interruzione di gravidanza quale che sia la situazione concreta. Procaccini, presidente del gruppo dei conservatori e dei riformisti europei, svolge peraltro azioni di contrasto alle risoluzioni del Parlamento Europeo favorevoli all’inserimento dell’aborto tra i diritti Ue.

Insomma anche il plauso all’operato del governo nei confronti delle donne meriterebbe il lavoro dello storico, ovvero un approfondimento sulla storia del presente e una ricerca nelle biblioteche della destra più antifemminista. Lasciando perdere islam e Maraini.


La pioggia israeliana di dollari non basta: vince Aisha Wahab

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Di Marina Catucci, il manifesto

 

Aisha Wahab, senatrice statale californiana, è diventata la prima persona afghano-americana eletta al Congresso degli Stati uniti, vincendo il voto per il seggio alla Camera lasciato libero dalle dimissioni di Eric Swalwell, accusato di abusi sessuali e costretto alle dimissioni lo scorso aprile. Si tratta di elezioni suppletive, quelle che negli Stati uniti si tengono fuori calendario quando un seggio si libera prima della scadenza e che assegnano soltanto la parte residua del mandato.

Anche in California si è ripetuto uno scenario ormai costante: la progressista Wahab ha battuto la moderata Melissa Hernandez 53% a 47%, al termine di una delle campagne più costose mai viste per una consultazione parziale.

FINO A POCHE SETTIMANE FA la corsa sembrava già decisa: alle primarie di giugno Wahab aveva stravinto con il 43% dei consensi, un margine che nel sistema californiano a doppio turno equivale quasi a una designazione. Poi, in agosto, è arrivata l’ondata di denaro, e anche questo sta diventando un grande classico: l’Aipac, l’American Israel Public Affairs Committee, e i comitati collegati hanno riversato nella corsa oltre sei milioni di dollari per sostenere la sfidante.

Il braccio operativo è stato il Super Pac United Democracy Project, con circa 2,5 milioni, affiancato da Bold America Pac, alimentato in parte dagli stessi network, che ha speso tra i 2,4 e i 2,6 milioni tra spot d’attacco contro Wahab e pubblicità a favore di Hernandez. Per un singolo seggio della Camera è una cifra del tutto fuori scala.

Ma il dato politicamente più interessante è nel contenuto degli spot. Quasi nessuno ha mai nominato Israele, Gaza o la politica estera, i milioni sono serviti a costruire un profilo allarmistico di Wahab sulla sicurezza pubblica e la giustizia penale, per dipingerla come «troppo progressista» per il suo collegio.

In realtà la radice dello scontro sta altrove. Wahab appartiene all’ala democratica progressista, è stata la prima donna musulmana eletta al Senato della California e nel 2025 ha co-firmato una risoluzione parlamentare che definiva la situazione a Gaza una «catastrofe umanitaria». Ad aprile, alla domanda se ritenesse un genocidio l’operato israeliano nella Striscia ha risposto «sì», mentre Hernandez ha rifiutato di rispondere.

A sostenere Wahab sono scesi in campo sindacati, funzionari locali, il procuratore generale dello Stato della California, Rob Bonta, e Our Revolution, l’organizzazione politica nata dalla campagna presidenziale di Bernie Sanders del 2016.

PER APPOGGIARE WAHAB si sono mossi Super Pac progressisti nati per reggere l’urto, ma con fondi molto più ridotti: American Priorities, costituito per contrastare l’Aipac, ha investito 200mila dollari, un rapporto di forze di trenta a uno. Wahab ha reagito definendo la pioggia di denaro dell’Aipac un’«interferenza elettorale», un tentativo di miliardari esterni di «comprare il seggio» di una comunità operaia e in larga parte immigrata e ha annunciato un esposto alla Federal Election Commission sulla trasparenza di alcune campagne diffamatorie diffuse sui social.

La rimonta di Hernandez è stata reale e il voto è rimasto in bilico fino allo spoglio, ma il risultato ha confermato una tendenza che sta attraversando gli Stati uniti. Dopo la vittoria di Zohran Mamdani a New York e il successo di Angie Nixon in Florida, il denaro dell’establishment continua a non bastare contro candidature progressiste radicate nel territorio, sostenute da reti di volontari e da un messaggio economico esplicito. La parola socialismo, per la prima volta da generazioni, non funziona più come marchio d’infamia nelle primarie democratiche, anzi, funziona come programma.

«Mi batterò per questo distretto che mi ha cresciuta – è stato il commento a caldo, ieri, di Wahab – Dall’affido familiare al Congresso, questo percorso dimostra la possibilità del sogno americano».

La partita non si chiude qui: il 3 novembre, con le elezioni di medio termine, Wahab e Hernandez si sfideranno di nuovo per il mandato pieno di due anni, su una mappa distrettuale ridisegnata e con un elettorato molto più ampio.

 

Nell’immagine: Aisha Wahab durante un comizio ad Hayward, in California


Una colomba nera

Il sogno del grande editore svizzero finisce, dopo 156 anni di gloriosa storia e di successi, per le incomprensioni tra gli eredi. E Milano capitale del lusso e della moda diventa culturalmente più povera 

Nell’autunno del 1989 circolavano cartoline in cui spiccavano, su sfondo rosso, una colomba della pace, col rametto di ulivo nel becco, e un grande SI bianco. Quel sì era per l’iniziativa popolare «Per una svizzera senza esercito e per una politica globale di pace». E ancora c’erano degli “autocollanti” in cui la stessa colomba appariva su sfondo rossocrociato, con lo slogan quadrilingue (qui riprendo solo il romancio, in omaggio alla minoranza più minoritaria: «Per ina Svizra senza armada»). Ecco che ora mi ritrovo quella colomba, con quello stesso rametto nel becco, sui cartelloni dei sostenitori dell’iniziativa detta «Salvaguardia della neutralità» con le scritte a caratteri cubitali «No alla guerra» e «Sì alla neutralità svizzera».

Magnifico! «No alla guerra», come abbiamo sempre detto!

O forse c’è qualcosa che non quadra?

L’UDC e i suoi satelliti (in questo caso Pro Schweiz) ci hanno abituati a una pubblicità politica fuorviante, a campagne astutamente menzognere e però, anche per questo, molto efficaci. Va riconosciuto che questa destra lavora con ottimi esperti di comunicazione e buoni grafici (oltre che con ragguardevoli risorse finanziarie, come dimostra la quantità di cartelloni messi in giro in questi giorni). Pochi mesi fa, propagandando l’iniziativa antistranieri «No a una Svizzera da 10 milioni» – presentata come iniziativa per la sostenibilità! – l’UDC ha cavalcato istanze che di solito avversa: la lotta alla cementificazione, l’allarme per la perdita  di permeabilità dei suoli, la difesa di una natura in sofferenza, il richiamo alla perdita di biodiversità, la preoccupazione per l’aumento degli affitti. Si è addirittura tormentata perché «il suolo non è più in grado di assorbire sostanze inquinanti» (dopo aver fin qui combattuto tutte le iniziative tese a limitare l’uso di quelle sostanze).

E ora eccola lì a promuovere il rifiuto della guerra, pur essendo sostenitrice di un sistema di pensiero fondato sulla sacralità della libertà economica e del profitto, sul darwinismo sociale, sull’assenza di regole o la loro riduzione, sulla marginalizzazione del diritto internazionale, sulla propagazione di sentimenti xenofobi, sulla spinta al riarmo, su tutto quanto di fatto alla guerra, direttamente o indirettamente, conduce. La mentalità di questa destra partecipa insomma pienamente alla costruzione di un mondo strutturalmente belligeno, lontanissimo dalla ricerca della pace. Poi meglio se le guerre le combattono gli altri, e noi ce ne stiamo tranquilli intorno alle nostre montagne, possibilmente approfittando quanto si può della situazione: non schierarsi formalmente, trafficare con tutti (sarebbe questo il vero slogan da propagandare sui cartelloni).

Insomma, siamo ancora una volta di fronte a una campagna spregiudicata e ingannevole (qualcuno ha scritto che c’è sorveglianza sulla correttezza degli slogan pubblicitari ma non su quelli delle campagne politiche, dove non sembrano proprio esserci limiti ai tentativi di raggiro), ma indubbiamente ben pensata. Non che gli oppositori siano esenti da semplificazioni pubblicitarie, come quella di parlare insistentemente di “iniziativa pro-Putin”. Anche se è vero che la questione delle sanzioni è centrale e che l’iniziativa è nata dopo che la Svizzera aveva aderito alle sanzioni europee contro la Russia, puntare troppo su questo tema, anche tenuto conto della quantità di “Stati canaglia” che animano l’attuale deriva planetaria (in testa USA e Israele), è veramente riduttivo e magari anche controproducente.

Neppure l’argomento equestre di Ignazio Cassis, che per funzione si trova in prima linea nella campagna, sembra adatto a contrastare la subdola iniziativa: nel maggio del 2025 aveva detto in un’intervista: «Perché non cambiare la neutralità? Perché non si cambiano mai in corsa i cavalli vincenti: da 180 anni viviamo in pace, prosperità e sicurezza con questa neutralità» (Corriere del Ticino, 12.5.25). L’immagine gli è piaciuta così tanto che l’ha ripresa qualche giorno fa alla RSI: «non si cambiano i cavalli in corsa. Hai una cosa che funziona da 180 anni: è meglio non toccarla» (è un livello argomentativo che illustra bene le qualità del ministro: che sia lui il primo cavallo da cambiare?).

E però, bisogna riconoscerlo, in una campagna spinosa come questa non è facile portare ragioni articolate. Meglio formulette (il cavallo vincente), spauracchi (Putin) e specchietti per le allodole (No alla guerra). A proposito di quella “cosa che funziona da 180 anni” bisognerebbe per esempio riflettere su com’è stata mutevolmente interpretata in questo arco di tempo, cosa ha “funzionato”, in che senso e in che contesto. Proprio grazie a Cassis vediamo bene come possa funzionare a geometria variabile, con le sanzioni alla Russia e la scandalosa acquiescenza nei confronti di Israele, il che non può che indebolire l’immagine di una Svizzera neutrale e dar corda al discorso dell’UDC e degli altri soggetti politici, diversamente colorati, che promuovono il sì.

Certo la soluzione non può essere quella proposta dall’iniziativa, portatrice di un’idea di neutralità illusoria e ipocrita. Invece di seguire solo le sanzioni decretate dall’ONU (cioè, dato il contesto attuale, nessuna), la Svizzera dovrebbe, come Stato depositario delle Convenzioni di Ginevra, intervenire ogni qual volta il diritto internazionale umanitario viene crassamente svilito. Non quindi chiudere un occhio con tutti e passare l’acqua bassa, ma denunciare con coerenza le violazioni di quel diritto, indipendentemente da chi le commette.

E per essere credibile non dovrebbe partecipare al riarmo generale (e a quello dell’area Nato, in cui è di fatto integrata, e continuerebbe a esserlo anche con un sì all’iniziativa) ma investire in strumenti di pace: non F-35, batterie Patriot e droni ma cooperazione internazionale, solidarietà con i deboli, promozione della risoluzione nonviolenta dei conflitti, insomma perseguimento di una vera politica di pace. Se poi la Svizzera non avesse un esercito, ancora meglio… Ma dire questo oggi è come seminare tra i ciottoli, in un terreno inaridito non solo da caldo e siccità ma dalla generale barbarie.

Tornando alla colomba della pace, una piccola differenza grafica c’è pure, tra quella di allora e quella mendace che vediamo affissa per strada: il rametto di ulivo portato dalla “nostra” aveva le foglioline verdi. Questa qui le ha nere (e non certo per ragioni di risparmio, visti i milioni che l’UDC butta nelle sue campagne). Forse è un piccolo indizio, cromatico, di quell’abisso che separa un genuino rifiuto della guerra (di tutte le guerre!) dal pensare alla propria tranquillità, individuale e nazionale, e ai propri interessi, non necessariamente sporchi ma spesso sì. Certo sarebbe stato più onesto fare nera anche la colomba.

Danilo Baratti è consigliere comunale verde a Lugano e membro del GSse


A Mendrisio i trasporti per i vivi e per i morti

Il sogno del grande editore svizzero finisce, dopo 156 anni di gloriosa storia e di successi, per le incomprensioni tra gli eredi. E Milano capitale del lusso e della moda diventa culturalmente più povera 

Avrete notato come gli autobus luganesi, così come i vecchi tram di Milano, sono “tappezzati” da grandi pubblicità delle imprese di onoranze funebri. Quando, incolonnato in automobile, vedo davanti a me l’immagine di due noti gemelli del ramo, una mano si stacca immediatamente dal volante per abbassarsi o mimare, quantomeno, gesti scaramantici.

I servizi offerti da queste ditte sono molteplici, a tratti sorprendenti: si tratta di anticipare le richieste, intercettare i bisogni, cavalcare i nuovi trend. Il marketing la fa da padrone, l’empatia viene sbandierata su siti sempre più curati: il funerale può essere personalizzato, esclusivo, ecosostenibile. Raramente “economico”, anche perché gli addetti ai lavori ti fanno notare, più o meno discretamente, che al defunto, proprio in questa circostanza, va dimostrata riconoscenza e va fatto tutto il possibile affinché – con una cerimonia, una tomba o un monumento funebre degni di quel nome – il suo ricordo non svanisca. Addirittura, come a un matrimonio, vengono proposti ai familiari dei video professionali realizzati sulla base di fotografie e filmati del defunto, che saranno il clou del commiato terreno.

Ma nel secolo scorso, in Ticino, era diverso? Un gustoso articolo di Renato Simoni, Viaggi nell’aldiqua e verso l’aldilà, pubblicato nel numero appena uscito della rivista Archivio Storico Ticinese, ripercorre la storia dell’impresa Fratelli Travaini di Mendrisio. Originari di Paruzzaro (Arona), dove facevano gli ombrellai, arrivati nel Borgo nel 1863 e naturalizzati 7 anni dopo, fiutarono la possibilità di arricchirsi cambiando settore e dedicandosi ai trasporti in un Cantone che si stava sviluppando, anche in àmbito turistico.

Trasporti è un termine generico che comprende una serie di attività diverse: quelli di linea, quelli sanitari e… quelli funebri. A inizio ‘900 Mendrisio contava circa 3’400 abitanti, ma era già sede dell’Ospedale Beata Vergine (dal 1860) e del Manicomio cantonale (dal 1898). Pazienti, loro parenti, personale medico e infermieristico e, qualche tempo dopo, anche l’ultimo viaggio verso il cimitero, di cui i Travaini mantennero, sino al secondo dopoguerra, un quasi monopolio.

Descritto accuratamente il cerimoniale adottato in prossimità e subito dopo la morte di un individuo – che coinvolgeva un’intera collettività di parenti, amici, vicini di casa, confraternite – Simoni passa a quella del funerale vero e proprio, protagonisti assoluti gli assuntori dei carri e i necrofori (professionalmente attivi quali netturbini comunali), i fabbricanti dei baüll (le bare), i becchini chiamati a scavare la fossa. La categoria dei marmisti veniva coinvolta qualche settimana dopo il funerale, per chi si poteva permettere una lapide o un monumento più importante. In tutta questa economia del caro estinto – annota Simoni – “All’attività degli uomini occorre aggiungere quella meno appariscente, ma tutt’altro che secondaria, svolta nel caseggiato di via Motta dalle nuore Giovanna e Anita: rispondere al telefono, preparare impeccabili addobbi per i cavalli e le carrozze, ripulire e stirare l’abbigliamento degli uomini di casa e dei necrofori, curare gli animali in stalla (…)”.

Fu nel Ventennio tra le due guerre che la ditta Travaini, sotto la guida di Goffredo (1871-1945), assistito dai figli, si sviluppò, diversificando ulteriormente le proprie attività. Una scelta non casuale e avveduta, poiché proprio in quegli anni al tradizionale trasporto sui carri trainati da cavalli, si stava aggiungendo quello a motore. In realtà – scrive Simoni – “Sino alla fine della Grande guerra, il motore incontrastato del trasporto stradale fu il cavallo, a cui si erano affiancati, durante la Belle Époque, i velocipedi, che i vettorali non guardavano con eccessiva simpatia, e ancora meno le prime automobili e motociclette che si avventuravano a velocità folli sulle polverose e tortuose contrade”.

Già a inizio secolo, i Travaini disponevano di 14 cavalli e si assicurarono anche il lucroso trasporto estivo dei turisti dalla Stazione di Mendrisio alle Terme di Stabio. Visto che nihil sub sole novum, già allora questi antenati dei moderni taxisti si scontravano, talvolta fisicamente, per accaparrarsi gli stalli più vicini ai binari, e facevano capo a persone che si intrufolavano tra i passeggeri per pubblicizzare il servizio, violando le regole imposte dal Municipio.

Il quale, nel 1923, si diede nuove norme per i trasporti funebri. A Bellinzona erano a carico del Comune (carro unico e senza distinzione di classe); a Locarno e Lugano venivano appaltati a terzi con possibilità di scegliere, oltre alla variante gratuita, altre due classi a pagamento. Nel Magnifico Borgo il dibattito politico tra la maggioranza liberale e la minoranza socialista (favorevole al modello bellinzonese) vide affermarsi il modello a tre classi (a pagamento) e gratuità per i nullatenenti. Il dibattito sui funerali proseguì acceso per una quindicina d’anni, costellato da domande di referendum e iniziative popolari. Il 14 novembre 1937 la cittadinanza decretò il si al funerale gratuito per tutti i domiciliati, prassi abolita solo quasi mezzo secolo più tardi, nel 1984, dal Municipio in nome della liberalizzazione. Questa decisione portò anche allo scioglimento definitivo della Fratelli Travaini. Tra il 1937 e il 1973 i registri della Travaini annotano oltre 1’200 servizi funebri, il cui prezzo variava notevolmente: il trasporto della salma del pittore Jean Corty dal manicomio al Cimitero costò 22 franchi; l’ultimo, solenne saluto a Goffredo Travaini cento volte tanto, 2’042.50 franchi per la precisione. Il tariffario dipendeva dal numero di carri/cavalli, furgoni, vetture, portantini, corone e addobbi impiegati.

“Il periodo tra le due guerre mondiali fu caratterizzato dalla convivenza tra il tradizionale quadrupede e il motore a scoppio (automobile e autocarro)”, osserva l’autore del saggio. Se i secondi vennero vieppiù utilizzati per il trasporto di merci e persone vive (domiciliati, turisti, pazienti), “purtroppo, per i malati in ospedale, la degenza poteva significare anche la morte e allora subentravano il trasporto delle salme (in tutto il Cantone) e i funerali (…). Le cerimonie potevano mobilitare tutta la famiglia: Bruno (figlio di Goffredo, ndr) a cassetta del carro principale col defunto, Elvezio e Egidio che seguivano con le carrozze di accompagnamento per corone e fiori, con l’ausilio, se necessario, di qualche avventizio alla ricerca di un lavoro alla giornata; soprattutto negli anni Trenta, con la dilagante disoccupazione, essi non mancavano”. I Travaini acquistarono dapprima alcune FIAT 1100, poi una 1500, poi ancora alcune grosse vetture americane. La ditta si mantenne prospera per tutti gli anni Cinquanta contando su una serie di clienti fedeli e facoltosi per il servizio taxi. Dalla fine del 1953, tuttavia, Mendrisio poté contare sui servizi della Croce Verde coperti dall’assicurazione. Anche il ramo trasporti pesanti sarebbe stato tagliato di lì a qualche tempo. Negli anni ’60, deceduti sia Goffredo che Bruno, la ditta dovette assumere degli autisti stipendiati, che fecero impennare i costi di gestione già saliti per il carburante, la manutenzione dei veicoli, le assicurazioni, le tasse di circolazione.

Mi sono soffermato, in questo articolo, sulla branchia funeraria. Ma Renato Simoni amplia il proprio sguardo a tutte le attività di una storica impresa familiare come quella dei Travaini. Nell’ambito del trasporto di merci e bestiame; dei traslochi, programmati in genere attorno alla Festa di San Martino, scadenza dei contratti d’affitto di case e terreni (11 novembre); della distribuzione postale; del trasporto del personale sanitario (medici, infermiere, levatrici) che spesso raggiungeva pazienti e partorienti al loro domicilio; dei battesimi; delle gite aziendali e dei primi viaggi turistici collettivi. Leggere la nostra storia raccontata in questo modo è un piacevolissimo arricchimento.

L’articolo citato è apparso nel nuovo numero (il 179) della rivista Archivio Storico Ticinese, fondata nel 1960 da Virgilio Gilardoni e Libero Casagrande


Washington rompe il «silenzio» sul nucleare di Kim. Seul sempre più all’angolo

Il sogno del grande editore svizzero finisce, dopo 156 anni di gloriosa storia e di successi, per le incomprensioni tra gli eredi. E Milano capitale del lusso e della moda diventa culturalmente più povera 

Di Lorenzo Lamperti, il manifesto

 

«Per garantire il diritto del paese all’esistenza e allo sviluppo, dissuadere la guerra e proteggere la pace, la Repubblica popolare democratica di Corea porta avanti lo sviluppo delle armi nucleari». Tre anni dopo l’emendamento costituzionale fatto approvare da Kim Jong-un, la Corea del nord non è più sola a riconoscere il suo status nucleare de facto.

Da qualche tempo c’è il supporto esplicito della Russia, frutto dell’alleanza militare siglata con Vladimir Putin nel 2024. Ora sembrano farlo implicitamente anche gli Stati uniti. «Pyongyang possiede 57 armi nucleari molto potenti», ha detto ieri Donald Trump, ribadendo di andare comunque «molto d’accordo» con Kim.

LA COREA DEL SUD ha subito corretto il presidente americano. «Di bombe ne stimiamo tra le 80 e le 120», ha detto il ministro della difesa Ahn Gyu-back. Assai inusuale che Washington e Seul forniscano queste cifre. Il nucleare di Kim c’è, ma tradizionalmente non si quantifica per evitare di dargli un riconoscimento.

Da qui, più che dalla discordanza numerica, lo sgomento sudcoreano di fronte all’uscita di Trump. Seul teme che la Casa bianca stia di fatto cancellando l’obiettivo della denuclearizzazione. Una chimera, ormai, a maggior ragione dopo che la cattura di Maduro e l’uccisione di Khamenei hanno ulteriormente convinto Kim a tenersi stretto il nucleare come salvavita. Eppure, le uscite unilaterali di Trump rischiano di esporre la Corea del sud e mettere Pyongyang in una posizione negoziale più forte, in vista della possibile riapertura del dialogo.

Il tycoon vorrebbe incontrare Kim a novembre, durante il viaggio in Asia per il summit Apec di Shenzhen. Nel frattempo Kim Yo-jong, la potente sorella del leader supremo, ha smentito l’esistenza di contatti diretti recenti tra i due ma non ha escluso futuri incontri. Con la precondizione che non si parli di denuclearizzazione.

Il tono è invece sprezzante verso Seul, presa in giro per il ridimensionamento delle esercitazioni militari congiunte con gli Usa: «Un giusto castigo per le illusioni irrealistiche di chi segue ciecamente il proprio padrone», ha detto Yo-jong. Nelle stesse ore, Pyongyang ha lanciato 10 missili balistici a corto raggio verso il mar del Giappone. Una risposta programmata alle esercitazioni, ma anche un messaggio di forza ai rivali.

LE MANOVRE annuali Washington-Seul si concludono oggi, sei giorni prima del previsto. Per Trump, un modo per compiacere Kim e insieme «punire» l’alleato che a suo dire non farebbe (o meglio, non spenderebbe) abbastanza per garantirsi l’ombrello statunitense. Anche il presidente democratico Lee Jae-myung vuole riaprire il dialogo con Kim, a cui ha offerto colloqui di pace per chiudere formalmente la guerra di Corea.

Ma Seul ha bisogno della deterrenza garantita dagli Stati uniti, che vacilla sia per la diplomazia transazionale di Trump che per ragioni più pratiche. La guerra contro l’Iran sta prosciugando le risorse di Washington, che nei giorni scorsi ha ritirato dall’Asia-Pacifico l’ultima portaerei che era rimasta nella regione.

Lee ne ha approfittato per rilanciare uno dei suoi cavalli di battaglia, il trasferimento del controllo delle forze armate sudcoreane in tempo di guerra. «Va completato entro il 2030», ha detto subito dopo il taglio delle esercitazioni. La Corea del sud gestisce le sue truppe in tempo di pace, ma in caso di conflitto il controllo passerebbe a Washington, che nel paese ha circa 29mila soldati.

Lee ha anche chiesto di velocizzare lo sviluppo di sottomarini a propulsione nucleare, pur sottolineando che maggiore autonomia non significherebbe abbandonare l’alleanza con gli Usa. Una garanzia ribadita a Xavier Brunson, potenziale comandante dell’esercito di Seul in caso di guerra, avvistato due giorni fa al ministero della difesa senza rilasciare dichiarazioni.

IERI, INVECE, in Corea del sud c’era il ministro degli esteri cinese Wang Yi, prima visita dal 2021. Il tempismo è rilevante, così il fatto che sia stato ricevuto dallo stesso Lee: si vuole sondare la disponibilità di Pechino a favorire il dialogo con Kim, senza lasciare l’iniziativa al solo Trump. Seul ha abbassato la soglia d’ingresso ai negoziati, parlando di blocco o arresto del programma nucleare nordcoreano, piuttosto che di un suo smantellamento.

Una posizione che sembra in sintonia con quella della Cina. Lanciando i missili nel giorno in cui Wang incontra Lee, Kim lascia però intendere che, dopo la sua alleanza con Putin, forse l’influenza di Pechino non è più sconfinata.

 

Nell’immagine: soldati sudcoreani durante le esercitazioni con gli Usa


La tempesta su Zelensky indebolisce l’Ucraina

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Di Maurizio Molinari, La Stampa

 

Per la prima volta dall’inizio dell’invasione russa, il fronte più pericoloso per Volodymyr Zelensky non sembra essere quello militare ma politico interno. Nelle ultime 48 ore tre novità si sono intrecciate: il licenziamento della vicecapo di gabinetto Iryna Mudra, coinvolta in un’inchiesta per riciclaggio da 3,3 milioni di dollari, la richiesta pubblica di elezioni dell’ex ministro della Difesa Mykhailo Fedorov, appena estromesso, e la conferma del successore Yevhen Khmara, mentre l’esercito continua a colpire con i droni a lungo raggio le raffinerie russe, mettendo Putin alle corde.

Il caso Mudra non è isolato. Segue le dimissioni dell’ex capo di gabinetto Andriy Yermak, travolto lo scorso autunno dallo scandalo energetico, e i casi precedenti che hanno coinvolto l’ex ministra degli Esteri e funzionari dello stesso dicastero. La novità, però, è che lo scandalo torna a investire direttamente l’ufficio presidenziale: segno che la corruzione non può essere considerata un problema periferico nell’entourage di Zelensky, anche se il leader non è mai stato coinvolto personalmente nelle accuse formulate.

A questo si somma la sfida di Fedorov, che ha parlato di «crisi di governance» e ha chiesto elezioni, nonostante la Costituzione le vieti sotto legge marziale. Non è un oppositore qualunque: è stato tra i più stretti alleati di Zelensky dal 2019 e il suo allontanamento – insieme a quello del comandante militare Oleksandr Syrskyi – sta provocando proteste pressoché quotidiane a Kyiv.

Questa morsa fra corruzione ed opposizione interna arriva nel momento peggiore per le ambizioni europee di Kyiv. L’Unione europea ha, infatti, più volte indicato la corruzione sistemica come uno degli ostacoli principali al percorso di adesione ucraino e Bruxelles osserva con particolare attenzione la tenuta delle istituzioni anticorruzione. Ogni nuovo episodio che coinvolge l’ufficio presidenziale indebolisce l’immagine di un’Ucraina rispettosa degli standard europei di governance e rischia di fornire argomenti ai governi più scettici sull’allargamento. Il paradosso è che proprio le agenzie anticorruzione sostenute dall’Occidente, mostrando di funzionare e riuscire a colpire in alto, offrono munizioni a chi vuole rallentare l’integrazione europea di Kyiv.

Per l’amministrazione Trump, che spinge da mesi per un accordo di pace con Mosca, l’instabilità ucraina crea opportunità ma anche rischi perché rafforza chi a Washington sostiene che Kyiv debba accettare compromessi «più rapidamente» perché «non può permettersi» un negoziato lungo ma è anche vero che un Zelensky indebolito ha meno capitale politico per cedere ad un piano di pace percepito come troppo favorevole a Mosca. Le richieste di elezioni, per quanto costituzionalmente impraticabili, alimentano inoltre il sospetto che l’assenza di un mandato elettorale rinnovato – è scaduto nel 2024 – indebolisca la legittimità di Zelensky come firmatario di un accordo duraturo: un argomento-chiave della propaganda russa.

Per il Cremlino, la tempesta politica a Kyiv è dunque un dividendo geopolitico gratuito. Mosca presenta da tempo Zelensky come illegittimo e corrotto: ogni scandalo che tocca l’ufficio presidenziale rafforza tale narrazione, amplificata dai media russi. Ma sul terreno la situazione militare russa non è affatto solida: la campagna ucraina di droni a lungo raggio contro le raffinerie sta causando seri danni all’industria energetica con carenze di carburante in più regioni, evidenziando un logoramento economico che si somma alle pesanti perdite umane sul fronte e all’impatto delle sanzioni internazionali.

Da qui un quadro di debolezza reciproca dei duellanti. Zelensky è reso fragile da scandali di corruzione, dissenso interno e proteste di piazza mentre Putin subisce gli scacchi militari inflitti dai droni ucraini che minano la narrativa sulla guerra vittoriosa e mettono sotto pressione l’economia russa. Tale opposta fragilità è un’arma a doppio taglio per la mediazione americana: da un lato può facilitarla perché due leader indeboliti hanno, in teoria, maggiore incentivo a chiudere un accordo che consolidi ciò che resta del loro potere, dall’altro però può renderla assai più difficile: uno Zelensky troppo debole rischia di non avere la legittimità interna per firmare concessioni dolorose senza essere accusato di tradimento così come un Putin alle strette può voler intensificare la guerra invece di negoziare, per non mostrare segni di cedimento. In questo equilibrio instabile, a fare la differenza potrebbe essere chi, tra Kyiv e Mosca, vedrà per primo nella propria fragilità una ragione per trattare con il nemico.


La febbre del debito Usa a quota 40mila miliardi. Il blitz del Tesoro fa flop

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Di Paolo Mastrolilli, La Repubblica

 

Gli americani li chiamano 40 trilioni di dollari, noi preferiamo dire 40mila miliardi, ma la sostanza è la stessa: il debito pubblico degli Stati Uniti ha fatto segnare il record di sempre. E il problema viene confermato anche dal rapporto di questa massa di soldi col Pil, che viaggia verso il 100%, soglia mai raggiunta dalla Seconda guerra mondiale in poi.

La colpa è di tutti, repubblicani e democratici, perché a parole promettono sempre di tagliare deficit e debito, ma poi finiscono sempre per spendere più di quanto incassano con le tasse, soprattutto perché per fare un intervento serio bisognerebbe toccare le pensioni, la sanità e la spesa militare, urtando frotte di elettori e finanziatori.

Trump però ha peggiorato la situazione con i suoi tagli alle tasse e le spese generate dalla guerra in Iran. Così sta fallendo anche l’iniziativa presa mercoledì dal suo segretario al Tesoro Bessentper contenere l’aumento dei rendimenti dei bond, perché nessuno crede davvero che il governo sia serio nell’intenzione di ridurre il debito, e quindi il costo del denaro necessario a finanziarlo.

Il record di 40,047 trilioni, secondo la dizione americana, è stato raggiunto ufficialmente martedì, ma di questo passo, secondo le stime del Congressional Budget Office, il rapporto fra debito e Pil è destinato a salire al 120% nel giro di 10 anni e al 175% in 30 anni. Per capire le dimensioni, se Elon Musk donasse tutta la sua ricchezza allo scopo di raddrizzare i conti, non ci accorgeremmo neppure della differenza.

Alla radice del problema c’è il fatto che politici ed economisti non hanno mai dato grande peso al debito, considerandolo una funzione della straordinaria ricchezza Usa.

Certo, sarebbe meglio non spendere più di quanto si guadagna, come ognuno dovrebbe fare con la propria famiglia, ma l’economia americana è così forte da potersi permettere di accumulare debito all’infinito. Qualche preoccupazione sta emergendo, visto ad esempio l’intervento di Bessent, che ha raddoppiato la quantità di titoli di Stato che il governo può ricomprare, nella speranza di abbassarne i rendimenti sulle lunghe scadenze. L’operazione però ha funzionato meno di 24 ore e ieri è stata accompagnata dal crollo dei mercati: non ha credibilità.

Nel 2016 Trump aveva promesso di annullare il debito in 8 anni, ma da allora è raddoppiato. Molto dipende dal fatto che nessuno vuole toccare Social Security e Medicare, ossia pensioni e sanità pubblica, per non perdere voti. Biden ci aveva messo del suo con le spese pazze seguite al Covid, che hanno favorito l’inflazione, ma ora Trump non sta facendo nulla di quanto aveva promesso per ridurre deficit di bilancio e debito. Anzi, ha peggiorato le cose con i tagli alle tasse che riducono le risorse del fisco, e con le spese militari. In più i suoi dazi sono stati giudicati illegali dalla Corte Suprema, facendo mancare altri soldi.

Ieri Bessent ha commentato che «non c’è nulla di magico nella soglia di 40 trilioni» e ha aggiunto: «Probabilmente tra la fine di questa settimana e l’inizio della prossima annunceremo misure incentrate sul consolidamento fiscale». Si vedrà. Tutti promettono di tagliare deficit e debito quando non sono al potere, poi si dimenticano di farlo quando governano e la tentazione di spendere diventa irresistibile. Così il debito aumenta, correndo verso l’insostenibilità.

 

Nell’immagine: il segretario al Tesoro americano, Scott Bessent 


Ccà nisciuno è fesso

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Questo articolo ci è stato inviato un giorno prima della notizia del decesso della signora “X” nelle acque del Ceresio. La tragedia, su cui dovrà far luce la magistratura, non muta le domande di natura politica contenute nell’articolo


Le dimissioni del mio ex collega Claudio Zali sono avvenute per motivi che si spiegano da sé, talmente evidenti da averlo condotto a questa inevitabile decisione in maniera molto rapida. Non è mia intenzione esprimere  considerazioni su questa vicenda, che appartiene già al passato, anche se il cambio in Governo avverrà solo a fine settembre; ma siccome, come moltissime altre persone, tengo al sistema democratico, non posso esimermi dal dirmi stupito del fatto che, in un Cantone nel quale si discute di tutto, anche di parecchie quisquilie, poco spazio abbiano avuto ed abbiano gli interrogativi attorno ad alcuni elementi della vicenda che hanno portato a questo risultato, che finora ho sentiti espressi solo da Anna Biscossa (non uso più i social media, per cui non so cosa sia successo in quel contesto particolare).

I fatti
  • Nel corso del 2022 o del 2023 (cfr. Corriere del Ticino del 22 luglio 2026), in data imprecisata, una persona non identificata (X) e l’allora Consigliere di Stato Claudio Zali hanno avuto una conversazione telefonica con contenuti fortemente compromettenti per Zali, che è stata registrata a sua insaputa.
  • Nell’aprile 2023 si svolgono le elezioni cantonali e Zali è rieletto su una lista comune Lega-UDC assieme al collega di partito Norman Gobbi, mentre primo subentrante risulta Piero Marchesi. Né prima né dopo quelle elezioni la conversazione registrata, che è di mesi o anni precedenti, diviene di pubblico dominio.
  • Nel corso della legislatura 2023-2027 Zali e l’UDC presieduta da Marchesi entrano in conflitto politico manifesto, cosa da rendere difficile la riedizione della lista unica per il Consiglio di Stato alle prossime elezioni qualora Zali intende ripresentarsi.
  • Nel giugno 2026 l’UDC scioglie le riserve e comunica effettivamente che nel 2027 sarà lista separata; da osservare che tale scelta è rischiosa per l’UDC, che per entrare in Governo deve raggiungere probabilmente almeno il 12-13%, ma lo è anche per la Lega, che faticherebbe molto a mantenere il suo primato e quindi i due seggi, anche in caso di insuccesso dell’UDC.
  • Nemmeno un mese dopo l’annuncio della mancata lista unica, il 13 luglio 2026, a circa quattro anni dalla registrazione di cui sopra e un paio di settimane prima dell’assemblea della Lega che avrebbe dovuto confermare la ricandidatura di Zali per il Consiglio di Stato, parte della registrazione viene pubblicata su una pagina Instagram in un paio di file audio.
  • Tra il 22 e il 23 luglio 2026 più media danno la notizia della diffusione di tali audio e ne pubblicano, integralmente o parzialmente, i contenuti.
  • Il 23 luglio 2026 la RSI informa l’opinione pubblica del fatto che nel 2020 Zali si sarebbe adoperato affinché l’Ente ospedaliero cantonale assumesse X, se del caso licenziando qualcuno, e cita i contenuti di una mail professionale di sei anni prima da egli indirizzata al presidente dell’Ente ospedaliero cantonale con copia ad un collega di Governo.
  • Le diverse pubblicazioni, dei contenuti degli audio e del mail, hanno portato in pochi giorni alle inevitabili dimissioni di Zali e, ovviamente, alla caduta dell’ipotesi di una sua ricandidatura per la legislatura 2027-2031.
  • A seguito di tali dimissioni, il 1° ottobre 2026 il nemico politico Marchesi gli subentrerà in Governo, e nell’aprile 2027 si ripresenterà all’elettorato per un nuovo mandato partendo dalla posizione di Consigliere di Stato in carica; allo stesso modo, Norman Gobbi si ripresenterà per la quinta legislatura senza più avere la concorrenza non facile di Zali.

Il concatenamento temporale degli avvenimenti qui descritti e le valutazioni su svantaggi e vantaggi da essi prodotti non può non generare il dubbio che il Ticino abbia assistito in piena estate 2026 a un’operazione orchestrata volta ad influenzare la composizione del Consiglio di Stato e forse i risultati delle prossime elezioni per il Governo.

Le domande

A prescindere dalle motivazioni più che fondate delle dimissioni di Zali, su cui come detto non entro, e dal fatto che è noto che purtroppo la cosiddetta lotta politica non avviene solo dibattendo su temi e visioni, risulta infatti davvero difficile credere che la diffusione a nove mesi dalle elezioni di parti della registrazione di quattro anni fa e del messaggio email di sei anni fa costituisca una concatenazione casuale di eventi. Come si dice a Napoli “Ccà nisciuno è fesso”, o tiene particolarmente a passare per tale. Troppe sono le domande ancora aperte che sono venute anche a uno come me, in generale non sospettoso verso gli accadimenti o le persone, domande alle quali è necessario dare risposte inequivocabili se si ha a cuore il buon funzionamento del sistema democratico.

  • Perché X e chi aveva ottenuto copia della/e registrazione/i tra X e Zali del 2022-2023, rispettivamente chi aveva ottenuto copia del messaggio e-mail di Zali del 2020, ha pubblicato questo materiale solo ora, lasciando passare anni e segnatamente le elezioni del 2023, invece di informarne il Ministero pubblico o di pubblicarlo al momento dell’avvenuto possesso?
  • Perché le preoccupazioni etiche sorte relativamente al loro contenuto valide oggi non lo sono state in passato? Forse perché, più forti delle preoccupazioni etiche, erano le attese sui benefici delle inevitabili ricadute delle pubblicazioni?
  • C’è stata una regia che ha organizzato queste pubblicazioni in maniera concatenata in un momento cruciale per le istituzioni, influenzando così la composizione del Consiglio di Stato dal 1° ottobre 2026 e forse i risultati delle prossime elezioni cantonali? Se sì, chi ne ha avuto parte e chi ne ha avuto conoscenza?

Le risposte a queste domande sono di natura politica e servono a capire se quella che appare chiaramente come una concatenazione di troppe coincidenze sia il frutto di un timing preordinato da qualcuno o no. Sono risposte dovute al Ticino democratico, che vuole sperare di non essere vittima di meccanismi di dossieraggio e di scandali pianificati ad orologeria. Intendiamoci bene, i fatti di rilevanza pubblica è bene che siano resi noti, non c’è alcun dubbio, ma questo deve accadere senza agendarli in base alle convenienze di qualcuno.

Il cosiddetto caso Hospita ha già mostrato che, in certe circostanze, le istituzioni sono attente rispetto ai maneggi che le toccano da vicino, e che i media non sono da meno, per cui non vi è ragione di girare la faccia dall’altra parte a proposito delle tante coincidenze che hanno caratterizzato gli avvenimenti di questa calda estate.

Se le risposte saranno convincenti io sarò tra i primi ad esserne felice, ma non mi va di essere tra quelli che oggi fingono di non vedere la famosa mucca in corridoio di bersaniana memoria, attendendo che essa muggisca e non possa più essere ignorata.

Le circostanze da chiarire potrebbero anche avere dei risvolti penali, perché potremmo anche essere di fronte ad un’istigazione a commettere un reato, quello previsto dall’’art. 179ter CPS inerente alle registrazioni non autorizzate, rispettivamente alla mancata denuncia di un potenziale abuso di autorità regolato dall’art. 312 CPS; ma di queste cose deve occuparsi il Ministero pubblico, che sa certamente fare il suo mestiere.

In attesa di risposte convincenti da chi le ha, mi auguro che l’unica risposta non sia la classica tanatosi da opossum, quell’atteggiamento per il quale si finge la morte per non farsi coinvolgere dagli avvenimenti, e che le prossime elezioni avvengano in un clima di sano confronto sui temi e non su altro. Alla luce di quanto successo, vedremo anche se, alla destra dello scacchiere politico, esse si terranno davvero con due liste separate per il Governo, come sembra essere stato deciso prima degli avvenimenti di luglio, o con una sola: cambiare opinione su questo tema malgrado i solenni proclami pubblici del recente passato è perfettamente legittimo, ma inevitabilmente aggiungerebbe altre coincidenze alle tante a cui abbiamo già assistito.


Luca Steinmann – Siria, il pericolo di farsi trascinare nella guerra regionale

Il sogno del grande editore svizzero finisce, dopo 156 anni di gloriosa storia e di successi, per le incomprensioni tra gli eredi. E Milano capitale del lusso e della moda diventa culturalmente più povera 

Luca Steinmann lavora nelle aree di conflitto di tutto il mondo come reporter indipendente

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ascoltare in podcast su YouTube Music