

Di Alexander Stille, La Repubblica
Un risultato in chiaroscuro per l’ondata progressista che sta attraversando il Partito democratico americano nelle primarie, in vista delle elezioni di metà mandato del prossimo novembre. Francesca Hong, la candidata della sinistra per diventare governatore nel Wisconsin, nettamente favorita nei sondaggi, ha finito per perdere con uno scarto minimo contro un avversario che si era ritirato dalla corsa appena qualche settimana prima.
Mentre nel vicino Minnesota la candidata progressista Peggy Flanagan ha vinto con facilità le sue primarie per il Senato contro un’avversaria più moderata, sostenuta dall’establishment e con molti più fondi a disposizione.

La sconfitta dell’una e il successo dell’altra dicono molto sulle prospettive della svolta a sinistra del Partito democratico. Hong, ex cuoca e proprietaria di un ristorante diventata membro dell’assemblea statale, aveva accumulato un ampio vantaggio nei sondaggi grazie a una campagna vigorosa e alla presa sui giovani elettori, soprattutto nella città universitaria di Madison, roccaforte della sinistra. Ma nelle ultime settimane è stata perseguitata da post sui social e da vecchie dichiarazioni considerate estreme: togliere i fondi alla polizia, abolire le carceri, perfino cancellare la festa nazionale del Ringraziamento.

Flanagan, pur abbracciando posizioni progressiste come la sanità universale e il condizionamento degli aiuti militari a Israele, non portava con sé un bagaglio così pesante. Appartiene a una tribù indigena del Minnesota e sarebbe la prima donna nativa americana al Senato degli Stati Uniti ma, da vicegovernatrice, ha alle spalle una significativa esperienza di governo. A differenza di Hong, non è iscritta ai Democratic Socialists of America (Dsa) e, particolare significativo, aveva l’appoggio delle figure di punta dell’ala sinistra del partito: Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez, che invece hanno scelto di restare fuori dalla corsa di Hong.
Tutto ciò suggerisce che i leader del movimento progressista stiano cercando un punto di equilibrio: catturare la rabbia e l’entusiasmo dei giovani che vogliono il cambiamento, con un messaggio netto e coraggioso di populismo economico, evitando però le posizioni percepite come estreme, facili bersagli degli inevitabili attacchi della destra.

Insieme alla vittoria di misura di Abdul El-Sayed nel vicino Michigan, si comincia a delineare un quadro più chiaro dei punti di forza e delle debolezze della nuova ondata progressista.
I candidati progressisti hanno alcune caratteristiche in comune: si presentano come outsider della politica, sfidando l’establishment più moderato del partito. Sono più giovani, spingono per un ricambio generazionale e il loro movimento è alimentato dalla rabbia contro Donald Trump e contro l’incapacità del partito di contrastare il suo abuso autocratico del potere. Hanno iniettato nuova energia ed entusiasmo nelle elezioni, portando alle urne un numero insolitamente alto di elettori per le primarie, alle quali tradizionalmente vota una minoranza.
In una certa misura hanno riscritto il manuale della campagna elettorale vincente nel Ventunesimo secolo. Il Partito democratico ha abitualmente selezionato i suoi potenziali candidati chiedendo loro quanti soldi fossero in grado di raccogliere. Il che significa scegliere candidati legati ai grandi interessi economici e all’establishment finanziario. A questo criterio si accompagna un’idea di campagna elettorale che appare stanca e superata: si vince comprando enormi quantità di pubblicità televisiva.
I candidati radicali hanno battuto quelli dell’establishment con un approccio profondamente diverso. Zohran Mamdani è entrato nella corsa a sindaco di New York praticamente senza soldi e senza notorietà. Ha catturato l’attenzione del pubblico realizzando video di grande efficacia, con interviste a newyorchesi comuni nei diversi quartieri della città. Ha dimostrato una comprensione brillante dell’uso dei social media per conquistare l’attenzione collettiva, in modo assai più efficace della pubblicità a pagamento.
Questo, insieme alla sua attenzione costante alle preoccupazioni degli elettori comuni — il costo della vita — ha generato livelli straordinari di entusiasmo tra i giovani, creando un esercito di centomila volontari che hanno contattato gli elettori in tutta la città, bussato a milioni di porte e fatto milioni di telefonate per diffondere il suo messaggio.
Gli emergenti hanno unito capacità di comunicazione eccezionali, adattate all’era dei social, a un ritorno — ed è un dato significativo — alla campagna all’antica, di persona, più tipica dell’Ottocento e del primo Novecento.
In Michigan Abdul El-Sayed ha tenuto più di cinquecento eventi elettorali, ha visitato centocinquanta chiese e i suoi volontari hanno bussato a oltre duecentomila porte. Così è riuscito a battere un candidato che lo aveva superato nelle spese in rapporto di dieci a uno, nelle primarie per il Senato più costose della storia: settanta milioni di dollari.
Hanno riscritto le regole consolidate anche in un altro modo: assumendo posizioni radicali che in passato sarebbero state considerate un suicidio politico. Mamdani e altri candidati che si dichiarano socialisti hanno vinto nel Paese che ha inventato il maccartismo e la caccia alle streghe contro tutto ciò che odorasse di comunismo.
Nei recenti sondaggi Gallup il 39 per cento degli americani esprime un giudizio positivo sul socialismo, con percentuali più alte tra i giovani e tra gli elettori democratici. Hanno attaccato il sostegno militare americano a Israele, un tempo un tabù della politica statunitense. Non solo non ne hanno pagato il prezzo, hanno anzi rivendicato quella posizione, che con gli elettori delle primarie ha generalmente funzionato.
Paradossalmente i nuovi progressisti hanno preso spunto proprio dalla loro grande nemesi, Donald Trump, che ha riscritto una delle regole fondamentali della politica americana. Si dava per scontato che, alle elezioni generali, i candidati moderassero le proprie posizioni per conquistare gli elettori di centro. Fu proprio quest’idea di “eleggibilità” a condannare la campagna di Bernie Sanders, considerato troppo a sinistra per poter vincere.
Trump, considerato a sua volta ineleggibile, nel 2016 fece l’esatto contrario. La teoria della sua campagna era rovesciata: martellando senza sosta su una serie di rivendicazioni di estrema destra, portò alle urne milioni di elettori arrabbiati che in passato non avevano votato. Questo ha aperto una strada ai candidati di sinistra ritenuti “ineleggibili”. All’inizio la si considerava percorribile solo in luoghi molto liberal come New York, dove hanno vinto politici come Ocasio-Cortez e Mamdani. El-Sayed e Flanagan hanno dimostrato che può funzionare anche su scala statale, in Stati molto meno liberal di New York.
Agli elettori sembrano importare molto meno le posizioni specifiche dei candidati su questo o quel tema rispetto alla loro capacità di trasmettere energia e alla volontà di combattere l’establishment politico. Quasi due terzi degli americani — a destra come a sinistra — ritengono che il Paese vada nella direzione sbagliata. I candidati vincenti sono quelli capaci di attingere a questo serbatoio di rabbia collettiva.
Ma come dimostra la sconfitta di Hong, l’insurrezione democratica presenta debolezze e campanelli d’allarme significativi: questi candidati ottengono i risultati migliori tra gli elettori laureati, i più liberal, mentre fanno più fatica con la classe operaia bianca ma anche con gli elettori neri e ispanici, che furono decisivi per la vittoria di Trump nel 2024.
Appena poco più di un terzo degli americani ha un’istruzione universitaria, e i democratici devono migliorare sia tra i lavoratori bianchi sia nel riconquistare gli elettori neri e ispanici. La rabbia e la disillusione verso Trump offrono loro una grande opportunità, ma su temi che vanno dall’immigrazione all’ordine pubblico fino ai diritti delle persone trans questi elettori sono molto più conservatori di tanti democratici laureati.
La nuova sinistra è prigioniera di una sorta di paradosso: gli elettori premiano i candidati che mostrano fuoco, rabbia e coraggio delle proprie convinzioni. Al tempo stesso, molti di quei politici hanno posizioni ben più a sinistra dell’elettore americano medio. Nel 2024 gli spot di Trump martellarono Kamala Harris sul tema dei diritti trans, con pubblicità giudicate estremamente efficaci.
Per vincere nel 2028 i democratici dovranno riuscire in qualcosa di molto difficile: forgiare un messaggio forte e coerente di populismo economico senza apparire troppo lontani dal mainstream americano.
Nell’immagine: Minneapolis, 11 agosto: sostenitori di Peggy Flanagan
Di Lorenzo Kamel, il manifesto
Ai palestinesi viene chiesto di riconoscere lo Stato di Israele, rinunciare alla violenza e accettare tutti gli accordi sottoscritti in passato. Le autorità israeliane non sono per contro tenute a riconoscere uno Stato palestinese e il diritto all’autodeterminazione, né si considerano vincolate a rinunciare alla violenza e al rispetto dei trattati siglati.
Il primo ministro Benjamin Netanyahu lo ha ribadito implicitamente lo scorso 9 agosto: ha confermato il suo rifiuto a uno Stato palestinese e chiarito che l’esercito israeliano non si ritirerà da Gaza «fintanto che Hamas non sarà disarmato», respingendo così il documento in 15 punti del cosiddetto «Board of Peace» per Gaza.
VALE LA PENA ricordare che non era presente Hamas all’ospedale al-Nasr quando, nel novembre 2023, l’esercito israeliano ha lasciato dei neonati morire negli incubatori dopo aver obbligato chi se ne occupava a lasciarli incustoditi, impedendone il ritorno. Non c’era Hamas nella macchina della bambina palestinese Hind Rajab quando nel gennaio 2024 i cecchini israeliani le hanno sparato 335 volte.
Non esisteva Hamas nel 1948, quando centinaia di villaggi palestinesi furono rasi al suolo per fare spazio a Sderot, Or HaNer e numerosi altri villaggi israeliani costruiti sulle loro ceneri. E non c’era nemmeno nel 1967, quando iniziò l’occupazione della «Striscia di Gaza», inaugurando un processo che portò il numero delle moschee locali da 200 nel 1967 a 800 nel 1987.
Hamas venne fondato proprio quell’anno. Il primo dei suoi tre principali co-fondatori, Ibrahim al-Yazuri (1940-2021), nato a Bait Daras vicino Ashdod, aveva 8 anni quando i miliziani dell’Haganah uccisero parte della sua famiglia, espellendone il resto a Khan Younis, nell’odierna Striscia. Il secondo era Abdulaziz Rantissi (1947-2004), nato a Yibna (che è oggi è il nome di un campo profughi a Gaza), un villaggio sito nei pressi di Giaffa: la città israeliana di Yavne sorge sulle rovine Yibna. Aveva un anno quando le forze israeliane espulsero la sua famiglia a Khan Younis.
Il terzo fu Ahmed Yassin (1936-2004): aveva 12 anni quando fu espulso dalla sua casa ad al-Jura, un villaggio che – prima di essere raso al suolo dall’esercito israeliano – era sito nelle vicinanze di Ashkelon (il mausoleo di Husayn, costruito in epoca fatimide in una collina prospiciente al-Jura, venne distrutto nel 1950 su ordine di Moshe Dayan). La famiglia di Yassin si stabilì nel campo profughi di al-Shati, sulla costa della Striscia di Gaza (anche il nucleo familiare dell’ex capo di Hamas a Gaza, Yahya Sinwar, ucciso il 16 ottobre 2024, venne espulso da al-Majdal, villaggio palestinese raso al suolo nel 1948, che è oggi parte della municipalità di Ashkelon).
QUANTO DETTO finora non deve essere inteso come un modo per minimizzare le responsabilità di Hamas. Ma queste ultime non possono prescindere dal contesto e dal ruolo giocato da Israele nell’intero processo. Al contrario dell’autoproclamato Stato islamico e di altri gruppi emersi in anni recenti, privi di ancoraggi profondi nelle società locali e basati su ideologie obsolete, le fazioni palestinesi sono radicate nella storia della loro terra. Sono il prodotto di non poche decisioni nefaste, ma anche e soprattutto di un secolo di sofferenza, oppressione e una lunga ricerca legata all’autodeterminazione. Qualsiasi soluzione che non affronti questi aspetti è destinata a fallire.
Tanto più se si considera che la diffusa inclinazione a collegare il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese (sancito dal diritto internazionale e sostenuto da una schiacciante maggioranza dei paesi del mondo ben prima del 2023) a una «ricompensa ad Hamas», è figlia di un latente razzismo, che non dovrebbe essere normalizzato. Il 51% della popolazione di Gaza ha meno di 18 anni: quando Hamas vinse le elezioni nel 2006, più della metà degli abitanti non era neanche nata. Inoltre, tra fine settembre e il 6 ottobre 2023, un sondaggio di Arab Barometer in Cisgiordania e Gaza mostrava che solo il 29% degli abitanti della Striscia sosteneva Hamas.
La larga maggioranza degli interpellati criticava in modo netto la leadership inaffidabile e le condizioni di povertà dovute anche alle politiche di Hamas. Una maggioranza altrettanto ampia si era espressa a favore dell’autodeterminazione di entrambi i popoli e contro le ideologie promosse da Hamas che, per contro, è stato a lungo ritenuto utile dall’amministrazione Netanyahu per dimostrare che non esistesse alcun interlocutore moderato palestinese con cui trattare.
IL CELEBRE GENERALE israeliano Moshe Dayan sottolineò che «se vuoi fare la pace non parli con gli amici, bensì con i nemici». Gruppi paramilitari come l’Irgun, guidato da Menachem Begin, e la Banda Stern, capeggiata da Yitzhak Shamir, si macchiarono di crimini orrendi. Entrambi diventarono in seguito primi ministri dello Stato di Israele.
Agli occhi dei palestinesi, ancora oggi il governo israeliano viene visto e vissuto come un occupante permanente, che rifiuta esplicitamente l’autodeterminazione palestinese ed è accusato di genocidio, crimini di guerra e contro l’umanità. E torniamo alle parole di Dayan, che valgono tanto per i palestinesi quanto per gli israeliani.
Nell’estate del 2025, rammentando che di lì a poco sarebbe stato celebrato il centenario della morte della grande dirigente socialista italiana Anna Kuliscioff, mi misi in testa di scrivere un saggio sulla sua figura, che riguardasse la sua vita in Russia (e nell’Ucraina sotto l’impero russo, in cui era nata). Della sua opera come della sua attività in Svizzera e in Italia del resto si sanno tante cose e sono state scritte varie (ottime) biografie.
Lavori meritati, perché nei 70 anni di vita Anna fu non solo compagna di due dei fondatori del socialismo italiano come Andrea Costa e Filippo Turati, ma soprattutto fu una pioniera del femminismo nella Penisola. Sui diritti delle donne (e in primo luogo delle donne operaie) scrisse molti articoli e saggi tra cui l’ineguagliabile “Il Monopolio dell’uomo”, in cui denunciava le tremende ineguaglianze di genere. E non solo. Partecipò a mille scioperi e iniziative, sempre in prima fila, improntate a lotta dei diritti femminili, né si limitò neppure a quello: ginecologa, visitò sempre le donne proletarie, gratuitamente, due volte alla settimana, per tutta la sua vita. Per questo, nei quartieri popolari di Milano venne chiamata affettuosamente “la dottora dei poveri”. Per questo, odiata nei cenacoli reazionari, il 31 dicembre 1925, il suo funerale, che muoveva verso il cimitero Maggiore di Milano, fu disperso dalle squadracce fasciste.
Alla ricerca di nuove fonti e notizie interessanti su questa magnifica donna, fui fortunato quando rintracciai a San Pietroburgo, presso l’archivio della “Casa Plechanov”, 7 lettere inedite inviate dalla Kuliscioff quando già viveva in Italia a un’altra grande rivoluzionaria russa, Vera Zasulic. Queste lettere, pubblicate in appendice al volume, aggiungono molti particolari alla biografia di una delle fondatrici del socialismo italiano e spero saranno utili agli studiosi che si occupano di questi temi.
Tuttavia, credo che il saggio che apre il volume e affronta nel dettaglio la vita di Anna Kuliscioff (al volume sono state allegate anche delle foto inedite) permetta al lettore di avere un quadro vivido e peculiare del movimento popolare e anarchico russo nella seconda metà del XIX secolo.
Non è un caso che il mio volumetto l’ho voluto dedicare allo storico Franco Venturi, che nel secondo dopoguerra scrisse tre volumi proprio sul populismo russo (ancora oggi insuperati nella storiografia mondiale) e perfino un saggio proprio su Anna Kuliscioff in Russia, pubblicato sulla rivista “Movimento Operaio” diretta da Pietro Nenni. Era l’ormai lontano 1952.
Saggio fondamentale di cui ovviamente mi sono rifatto ma che non poteva tenere conto di alcuni aspetti storiografici che sono emersi successivamente. A partire da tutte le peripezie che come rivoluzionaria e insurrezionalista la giovanissima Kuliscioff fu protagonista tra i 17 e i 22 anni d’età.
Per non fa perdere il gusto delle storie e degli aneddoti qui narrati a chi acquisterà il volume, tralasciamo in questa presentazione le più gustose avventure in cui la futura socialista riformista fu coinvolta in quella manciata di anni in cui una generazione di giovani idealisti decise di “andare al popolo” per rovesciare come un calzino un mondo come quello dell’autocrazia dei Romanov che appariva inespugnabile e immutabile. Furono sconfitti, ma aprirono la strada alle future sollevazioni del 1905 e del 1917.
Questo scritto, va però anche ricordato, è un saggio anche con taglio “accademico”. Le 100 pagine sono accompagnate da una fitta rete di note esplicative che aiutano il lettore a districarsi in vicende e personaggi poco conosciuti. Ma così non facendo il lavoro non sarebbe stato intellegibile ai più.
Una sottolineatura e una citazione va qui sicuramente fatta in relazione all’approccio della Kuliscioff alla questione nazionale ucraina, purtroppo tornata negli ultimi anni di grande e dolorosa attualità.
Anna Kuliscioff nacque a Simferopoli, nell’attuale Crimea, annessa dalla Russia nel 2014, e ucraina dal 1954. Era di famigli ebraica (Anna Rozenštein all’anagrafe) ma non mostrò mai segni di nazionalismo né ucraino, né ebraico, e tantomeno grande russo. Si radicalizzò in chiave anarchica già da ragazza (16-17enne) e da allora fu cosmopolita e internazionalista. Forse, se assunse un senso di cittadinanza, fu quella italiana. Nel Belpaese giunse poco più di ventenne e vi cui restò per quasi mezzo secolo.
Tuttavia mostrò una grande simpatia per la causa ucraina (come per quella di tutte le minoranze dell’impero russo).
Il colonialismo russo, segnalò Anna in un saggio Anna sul nichilismo, aveva fatto “decine di migliaia di vittime non solo tra gli elementi protestanti russi ma pure tra quelli della Polonia e della Ucraina. Negli anni ’40 in Polonia come pure in Ucraina, un movimento per l’indipendenza nazionale e la sorte degl’insorti polacchi e dei protestanti d’Ucraina fu simile a quella di tutti coloro che aspiravano di liberarsi dal giogo dello Zar Nikolaj I. I movimenti fra queste due nazionalità che avevano i medesimi motivi di sollevarsi avevano però un carattere ben diverso: mentre quello della Polonia fu propriamente aristocratico e non aveva per scopo che la libertà politica e l’indipendenza nazionale senza alcuna tinta popolare, ed i rivoluzionari attivi ed intelligenti non si curavano né punto né poco del popolo, nella Piccola Russia, cioè l’Ucraina, fu invece schiettamente democratico, dove, fuori della libertà nazionale, aspiravano di rinnovare l’antica comunità dei cosacchi, l’indipendenza individuale e la repubblica democratica. Il carattere del movimento della Piccola Russia fra la parte intelligente degli scrittori e della gioventù era perciò per le idee e le aspirazioni assai più vicino al movimento in Russia. Quello che confusamente fermentava in Ucraina negli anni ’30 e ’40 ha trovato la sua formulazione nella profonda e commovente poesia d’un poeta propriamente popolare come Šcevčenko, specie di una poesia che non s’incontra quasi nell’Occidente. Storici, letterati, la gioventù, nel centro intellettuale che fu Kiev, tutti lavoravano per elaborare l’istoria del paese proprio e soprattutto nelle poesie di Ščevčenko “si leggeva la dolente nota dove si rimpiangeva la sorte del popolo d’Ucraina, la sua schiavitù politica e sociale e si proclamava la lotta per acquistare i propri diritti”.
Kuliscioff però, pur sostenendo pienamente le rivendicazioni autonomiste e/o nazionaliste non si sentì mai ucraina e si unì sin da subito al movimento socialista su profonde basi internazionaliste. Da questo punto di vista, va compreso che l’utilizzo in questo e in altri suoi scritti di termini come «Piccola Russia» o «Russia del Sud» con cui al tempo si era usi identificare l’Ucraina non avevano un carattere dispregiativo, né tanto meno razzistico o colonialistico.
Sostenitrice delle cause dei più deboli e dei reietti non poteva non si simpatizzare per chi cerca libertà e autodeterminazione al ogni latitudine del globo.
Il volume “Anna Kuliscioff, anarchica” è acquistabile online, oppure – con dedica dell’autore – scrivendo a yurii.colombo@gmail.com
Luca Steinmann lavora nelle aree di conflitto di tutto il mondo come reporter indipendente
Di Eugenio Mazzarella, Avvenire
Dare il Nobel per la Pace ai bambini di Gaza, uccisi perché non l’hanno avuta la pace, e che stanno ancora morendo perché la pace promessa non è arrivata, «è un atto di verità e di giustizia». Lo ha detto bene ad Avvenire padre Ibrahim Faltas, frate francescano direttore delle scuole della Custodia di Terra Santa, ed ha colto benissimo il senso della proposta: «Riconoscere ai bambini di Gaza il premio Nobel per la pace significa dare ancora valore alla parola pace, significa fermare nella storia il diritto alla memoria per i bambini che non potranno diventare adulti e il diritto a un futuro di pace per chi è sopravvissuto all’orrore e all’odio».
Non ci sono solo i bambini di Gaza tra le vittime innocenti delle guerre: ci sono i bambini israeliani uccisi nel raid sanguinario di Hamas del 7 ottobre 2023 e quelli che sono morti successivamente nelle prigioni dei terroristi. Ci sono i bambini ucraini e quelli russi, ci sono i piccoli iraniani e sudanesi. L’infanzia in guerra, tutta e di tutti i tempi, si può riconoscere nella candidatura al Nobel. Il premio per la Pace che non hanno avuto, per la mancanza di pace di cui sono morti, è un premio all’infanzia in tutte le guerre, ai bambini ridotti all’oscenità, con le loro madri, della categoria – l’ipocrisia della lingua di chi li uccide – dei “danni collaterali”.
La lingua ne uccide più della spada. È vero. E mai come oggi lo vediamo nel mare di menzogne in cui anneghiamo, in cui si inabissa l’etica, la politica, il diritto internazionale. Una menzogna che ci prende alla gola. Ma se è vero questo, è vero anche che la lingua può salvarne più della spada, se è parola di pace. E questa parola dobbiamo dirla. Perché è parola “non uccidere”, è parola la pace, il “patto”, il com-promesso che la sa promettere insieme ai propri popoli, è parola quella della diplomazia che le guerre le evita o le chiude. Diamo parola ad Oslo, alla pace nella memoria dei bambini cui è stata negata e che nella pace negata hanno perso la vita. E diamo parola ad Oslo alla nostra coscienza, denunciando noi stessi, l’omertà delle nostre omissioni di pace, di dialogo, di fraternità. Non c’è niente che somigli ad un uomo, all’uomo migliore che possiamo essere, che un bambino.
Fatelo vivere quel bambino, fateli vivere i bambini. Il Maestro della civilizzazione cristiano-europea i bambini li benediceva, nonostante i consigli ciechi dei suoi stessi discepoli, che volevano allontanarli, perché fastidiosi, dalla sua vista. Imponeva loro le mani e chiedeva che li si lasciasse venire a Lui, «perché di essi è il regno dei cieli» (Mt 19,13-15). Non faceva altro che riprendere al dettaglio della necessità di ogni giorno, il Salmo 8, dove la gloria del Signore, la sua forza contro i suoi nemici, gli odi e l’assassinio che ne viene, sale a Lui e si afferma «dalla bocca dei bimbi e dei lattanti». Chi salva un bambino, salva il seme degli uomini. Lo si dica ad Oslo, diamo giustizia e verità ai nostri figli. Siamo stanchi di vedere in braccio a troppe madri sudari bianchi che sono fagotti con dentro, lavati del loro sangue, i loro bambini, piccoli sudari bianchi per nascondere a Dio cui li presentano la vergogna del sangue versato.
Eugenio Mazzarella è un autorevole filosofo, politico e poeta italiano
Nell’immagine: bambini a Khan Yunis, nel sud della Striscia di Gaza
Di Francesco Bei, La Repubblica
I programmi dei partiti, almeno in Italia, valgono quello che valgono, cioè poco, e spesso è molto meglio così. Ma, al di là delle proposte strampalate, queste raccolte possono tuttavia essere utili per capire dove quel partito vuole andare e, soprattutto, quali sono le sue ambizioni, i suoi obiettivi, quanto grande è il pubblico a cui si rivolge. La pubblicazione del programma diFuturo nazionale offre da questo punto di vista diversi spunti di riflessione. Certo, quelle che saltano subito all’occhio sono alcune idee che sembrano trarre ispirazione dai Flintstones di “Wilma dammi la clava” o direttamente dai simpatici nazisti dell’Illinois dei Blues Brothers. Ci si potrebbe fermare qui e si potrebbe liquidare il tutto con una risata, d’altronde il materiale abbonda. C’è la battaglia per abolire il reato di femminicidio e ripristinare il sano e vecchio «patriarcato mediterraneo» (è scritto proprio così), «volto alla formazione di maschi forti, capaci di dominare le emozioni e le passioni, proteggendo le donne». Si possono anche citare, sempre ai fini del buonumore, i nuovi criteri per la concessione della cittadinanza italiana, che prevedono, tra l’altro, «livello di lingua C1, con esami scritti e orali», con il che bisognerebbe togliere la cittadinanza a mezzo Parlamento italiano.
Eppure, vista la crescita robusta del movimento di Vannacci, è la parte economica la più interessante del programma, anche se meno appariscente. Ed è proprio qui che si comprende come le intenzioni dell’ex generale e dei suoi seguaci, siano serie e molto diverse da quelle dei vari partitini neofascisti di cui pure l’Italia pullula. Su una questione centrale, come il rapporto con l’Unione europea e con la moneta unica, le idee sono meno scontate e prevedibili. Se persino la Lega e Fratelli d’Italia, prima dell’assunzione di responsabilità di governo, si baloccavano tranquillamente con l’Italexit e il ritorno alla lira, Futuro nazionale non si lancia in salti mortali senza rete. È questo che rende l’operazione più furba e in fondo più pericolosa: traspare la preoccupazione di non spaventare i moderati, il tentativo di presentarsi come una forza responsabile, capace di intercettare le preoccupazioni del ceto produttivo del Nord. «In questa materia — avvertono gli estensori del programma vannacciano — non c’è spazio per tifoserie come quelle a cui abbiamo assistito negli ultimi anni». Dunque che fare? Fn suggerisce la strada di «una revisione organica dei Trattati», ma «condotta con perizia» e «senza ledere il lavoro e la produttività del Paese». Niente avventure, sembra di capire, visto che «oggi la possibilità di una revisione delle regole comuni europee non può ignorare quanto nel frattempo sopravvenuto e le condizioni reali di esercizio dell’azione politica». Insomma, l’Ue è qui per restare e pure l’euro. Fn, è precisato ulteriormente, «non propone come primo strumento di rilancio della sovranità l’uscita diretta dell’Italia dall’Ue». In alternativa si suggerisce di puntare al ritorno alla Cee, come mero spazio di mercato, e, a livello politico, si guarda a una sorta di Ue sovranista, sotto forma di «cooperazione» con i Paesi dell’Europa centrale «culturalmente terzi rispetto al modello orientale della Russia e al modello occidentale americano e anglofrancese». Quanto alla moneta unica, «il prezzo che pagheremmo per una uscita fatta a prescindere e senza strategia potrebbe portare, specialmente nell’immediato, ad una serie importante di danni». Bye-bye ritorno alla lira. I vannacciani lo chiamano «il realismo della complessità».
Un altro aspetto che colpisce è la distanza dalle scelte trumpiane, con una decisa benevolenza verso l’Iran che ricorda certe fascinazioni del Msi almirantiano. C’è la «condanna dell’attacco alla Repubblica dell’Iran», il cui islam sciita «non è caratterizzato da alcuna velleità di espansione califfale in Europa». Anche Israele è tenuto a distanza, si ritiene che «gli Stati occidentali debbano tornare a difendere i propri interessi, senza assecondare le richieste dello Stato ebraico». C’è naturalmente tutto quello che si aspetta che ci sia in un programma vannacciano, a partire dal ritorno a rapporti amichevoli con la Russia e l’invito «a considerare la possibilità di recedere dai Trattati internazionali, compreso il Trattato del Nord Atlantico». Ma, in fondo, anche la politica estera a cui si guarda, più dal Cremlino sembra ispirata dalla Prima repubblica e al suo oscillare tra Est e Ovest. Con il rimpianto per le «geometrie variabili di Giulio Andreotti» nel conflitto israelo-palestinese, per la mediazione «tra Russia e Stati Uniti portata avanti da Berlusconi» e per «le mosse di Bettino Craxi». Che era socialista d’accordo, ma persino quell’altro famoso “statista”, all’inizio, lo era.
Di Isidore Senghor, il manifesto
Tra il 29 e il 31 di luglio, una petroliera battente bandiera panamense partita 10 giorni prima dal porto di Tanger Med, sul Mediterraneo marocchino, ha scaricato 30 mila tonnellate di carburante AL-92 (benzina standard a 92 ottani) nel porto artico di Murmansk, in Russia. Dopo lo scarico, la benzina, secondo la Reuters, è stata caricata sui treni della rete ferroviaria alla stazione di Kola e si è diretta verso il centro della Russia. Il nome della petroliera non compare nei registri pubblici di navigazione ma il carico sarebbe stato fornito da Lukoil, la più grande impresa non-statale russa, specializzata nella logistica energetica petrolifera.
Nonostante questa consegna, la prima dal Marocco è avvenuta mentre l’Europa sgomenta guardava sugli smartphone i fatti di Ceuta, l’agenzia Interfax riporta che ieri il governo russo ha prorogato fino al 31 dicembre la normativa che prevede la riduzione del 10% delle vendite di benzina presso le stazioni di servizio. I primi di luglio, la produzione di carburanti in Russia è scesa a circa il 65% del consumo medio estivo a causa delle interruzioni della produzione nelle principali raffinerie in seguito agli attacchi dei droni ucraini, che si sono intensificati, e il primo ministro russo Alexander Novak ha detto, citato da Reuters, che Mosca avrebbe iniziato a importare prodotti petroliferi «per stabilizzare il mercato interno», cosa ribadita ieri dal governo, a fronte della carenza di carburante dovuta agli attacchi ucraini alle raffinerie, agli oleodotti, alle autobotti e ai centri di stoccaggio.
È la prima volta che il Marocco esporta benzina in Russia, un prodotto che si aggiunge al bouquet di esportazioni marocchine che (nonostante le sanzioni internazionali contro Mosca, mai sostenute dal Marocco) fino a oggi si era limitato agli agrumi, ad alcuni prodotti orticoli e ittici, tra 1,5 e 2 miliardi di dollari di merci all’anno. Oltre che dal Marocco, la Russia avrebbe importato benzina già dall’India e, su rotaia, da alcuni paesi vicini.
La posizione della Federazione russa nel mercato globale dei prodotti raffinati è caratterizzata da una sproporzione strutturale tra una capacità di produzione e raffinazione gigantesca e un consumo interno relativamente ridotto, ma questo equilibrio è stato fortemente destabilizzato dalle recenti dinamiche belliche. In tempi normali, Mosca esporta circa il 50% del diesel e circa il 10-15% della benzina che produce internamente.
Nell’immagine: pompa di benzina a Mosca della stazione Gazprom Neft , sui cartelli si legge “Ci dispiace, l’attrezzatura è temporaneamente fuori servizio”
Il dialogo che segue è vero, l’ho sentito al bar alcuni giorni fa, ed è solo adeguato alle esigenze linguistiche. I personaggi sono tre: due uomini e una donna.
Uomo Uno: “Quest’anno il caldo sembra non finire mai. Mi sa che siamo nei guai”.
Uomo Due: “Si, fa caldo, ma in estate ha sempre fatto caldo. Adesso mi dirai che è causa del cambiamento climatico, ma sono tutte balle. In estate fa caldo. Alcuni anni è più caldo, altri meno.”
Donna: “Due, hai ragione. Il 98% degli scienziati ci dice da decenni che il cambiamento climatico è una realtà e che sarà sempre peggio. Ma questi scienziati – e politici – sono pagati da WWF, Pro Natura, Onu e altre organizzazioni simili. I veri scienziati e i politici seri – come Trump, Meloni, o in Svizzera Blocher, Chiesa, Marchesi e via dicendo – sanno benissimo che sono tutte frottole”.
La discussione è terminata subito anche perché Due non aveva capito se la donna lo stesse sfottendo o se fosse seria. Tuttavia questo breve scambio di battute è significativo perché nonostante la realtà, l’essere umano sta facendo tutto il possibile per non affrontare il problema, per negare l’evidenza.
Il negare la realtà da parte di un numero crescente della popolazione ha almeno due cause: la prima è che ci si rifiuta di voler vedere la catastrofe perché mette in seria discussione il nostro futuro; la seconda – che influisce anche sulla prima – è che una parte consistente della classe politica sta operando nella direzione opposta a quella verso cui si dovrebbe andare. La Svizzera ha deciso di annullare i fondi per la salvaguardia del bosco, sta seriamente pensando di reintrodurre il tema delle centrali nucleari a scapito delle energie rinnovabili, vorrebbe aumentare le capacità delle autostrade, e il trasporto di merci tramite ferrovia è in crisi. Per non parlare delle strategie a livello internazionale con gli Usa in testa che, con Trump, hanno abbandonato i progetti di riconversione energetica perlomeno a livello federale, ma anche l’Europa è fin troppo ambivalente: progetti sulla carta corretti ma che poi non vengono concretizzati.
Quest’anno a causa della siccità i contadini svizzeri hanno dovuto sopprimere un numero imprecisato di capi perché i pascoli sono troppo secchi e il foraggio per l’inverno sarà insufficiente. Ricorrere alle importazioni come successo in passato sarà difficile perché tutta l’Europa deve affrontare la stessa situazione. I ghiacciai si stanno sciogliendo ad una velocità superiore a quanto previsto, il livello dei laghi sta toccando i minimi storici e i bacini idroelettrici sono a livelli molto bassi. Per recuperare il deficit idrico annuo occorrerebbero entro dicembre due mesi di piogge consistenti. Considerando che per agosto non sembrano in arrivo precipitazioni significative, ci rimangono 4 mesi.
Gli impatti del cambiamento climatico in atto, dalle ondate di calore alla prolungata scarsità idrica (siccità) e alle precipitazioni di eccezionale portata, sono sempre più frequenti e intensi. Gli scienziati manifestano grande preoccupazione. Non si tratta solo di gestire le emergenze del momento, ma di fare i conti con un cambiamento del nostro clima che minaccia la sicurezza dei cittadini, la stabilità economica delle famiglie e delle aziende, la produttività agricola e l’integrità degli ecosistemi locali. Solo abbattendo le emissioni climalteranti, per lo più derivanti dall’uso dei combustibili fossili, possiamo cercare di fermare questa escalation.
La grande novità politica dell’estate è che anche i vertici dell’Udc cantonale hanno ammesso che il cambiamento climatico potrebbe avere un piccolo ruolo nelle temperature elevate e prolungate di questa estate, ma comunque, secondo loro, il tutto rientra ancora nella normale evoluzione del clima. Tuttavia secondo gli “esperti” dell’Udc il cambiamento climatico ha anche dei vantaggi perché in inverno spenderemo meno per riscaldare le nostre case. Evidentemente non hanno nemmeno sfogliato uno dei tanti rapporti dell’IPCC (Gruppo Intergovernativo sul Cambiamento Climatico delle Nazioni Unite) perché altrimenti saprebbero che il cambiamento non è lineare.
Allo stato attuale è chiaro che i politici sono assolutamente incapaci di gestire una situazione che si aggrava anno dopo anno: troppi interessi economici in gioco (che evidentemente sono di breve periodo) e troppa ideologia. L’unica possibilità di un futuro accettabile sul pianeta rimane la scienza che potrebbe trovare delle soluzioni. E lo stanno già facendo da anni. Ad esempio, ricercatori hanno sviluppato un sistema per ricreare il ghiaccio artico (vedi Naufraghi del 23 giugno 2026). Lo sviluppo di tecnologie per migliorare l’impatto del cambiamento climatico è una realtà consolidata, ma per passare alla loro applicazione occorrono capitali, molti capitali. Invece i politici stanno tagliando i fondi per la ricerca perché i soldi sono necessari per il riarmo o per altre panzane simili.
A questo punto la conclusione è una sola: al 90% siamo spacciati.
Nell’immagine: Christoph Blocher davanti alla sua piscina da 21 metri. “Il tema del clima oggi è di moda, ma passerà: si deve solo aspettare. Anche questa volta non finirà il mondo” (dichiarazione del 2019)
Di Francesca Santolini, La Stampa
Un mese di caldo record. Città soffocate da temperature oltre i 40 gradi, incendi che divorano migliaia di ettari di bosco, alluvioni improvvise che trasformano strade e piazze in fiumi.
Di fronte a un’evidenza così plateale verrebbe da pensare che il cambiamento climatico non sia più materia di discussione. Non è così: anche dopo avere vissuto sulla propria pelle eventi climatici estremi sempre più frequenti, una parte dell’opinione pubblica continua a interpretare il riscaldamento globale come un problema secondario, esagerato, o addirittura inesistente. È un paradosso che due recenti studi internazionali aiutano a spiegare. Il primo, una rassegna della letteratura scientifica, mostra che l’esperienza diretta di ondate di calore, incendi o alluvioni non modifica automaticamente le convinzioni delle persone.
Chi considera il cambiamento climatico una grande emergenza del nostro tempo interpreta questi eventi come una conferma; chi parte da posizioni scettiche li attribuisce alla variabilità del clima, alla cattiva gestione del territorio, o alla semplice fatalità.
Il motivo è che nessuno interpreta la realtà in modo neutrale: anche un fatto apparentemente inequivocabile viene filtrato attraverso convinzioni politiche, valori culturali, fiducia nella scienza. Gli psicologi chiamano questo meccanismo motivated reasonign: diamo peso alle informazioni che confermano ciò in cui crediamo, e ridimensioniamo quelle che lo mettono in discussione.
È qui che entra in gioco la politica. Una ricerca pubblicata su Nature Climate Change, basata sull’analisi di centinaia di migliaia di comunicati dei partiti europei, mostra che gli eventi meteorologici estremi non aumentano necessariamente l’attenzione per le questioni climatiche:conta il modo in cui vengono raccontati, l’interpretazione che se ne dà.
Gli esempi arrivano soprattutto dalle destre radicali. In Francia, dopo l’ondata di calore dello scorso giugno, il Rassemblement National ha sostenuto che il problema non fosse il cambiamento climatico, ma un’«ecologia della decrescita» che avrebbe ostacolato la diffusione dei condizionatori e lasciato il Paese impreparato al caldo estremo: una soluzione immediata e populista, che evita di discutere di consumi energetici, combustibili fossili, modelli di sviluppo.
In Spagna, dopo le alluvioni del 2024 che hanno provocato oltre duecento vittime nella provincia di Valencia, Vox ha attribuito la gravità della catastrofe alle politiche ambientaliste, accusate di avere impedito la pulizia dei corsi d’acqua e la costruzione di nuove infrastrutture idrauliche: una lettura smentita dagli studi di attribuzione climatica, che indicano nel riscaldamento globale la causa dell’intensità delle precipitazioni.
Negli Stati Uniti, dopo i grandi incendi nell’area di Los Angeles, Donald Trump ha attribuito le responsabilità alla gestione delle risorse idriche e alle norme di tutela ambientale.
Anche l’Italia offre esempi di questo cortocircuito tra esperienza e interpretazione. Negli ultimi anni il nostro Paese è stato colpito dalla siccità del Po, dalle alluvioni in Emilia-Romagna, da ripetute ondate di calore e da incendi.
Dopo ogni disastro si riapre puntuale il dibattito su consumo di suolo, manutenzione del territorio, prevenzione: problemi reali, che però vengono talvolta contrapposti al cambiamento climatico, come se le due spiegazioni si escludessero. Non è così: si sommano. Un territorio fragile diventa più vulnerabile quando è esposto a precipitazioni più intense, siccità prolungate, temperature record.
Nel dibattito politico, però, questi stessi elementi vengono trasformati in una narrazione alternativa: non sarebbe il clima a essere cambiato, ma soltanto la gestione del territorio a essere fallimentare.
Su questa sovrapposizione la destra radicale, in Italia come altrove in Europa, costruisce spesso il proprio messaggio: il problema non è l’emergenza climatica, ma un ambientalismo che ostacola lo sviluppo. È il tipico meccanismo di inversione del bersaglio: chi denuncia il problema ne viene presentato come responsabile.
Così la discussione pubblica si sposta dalle cause del riscaldamento globale ai presunti effetti negativi delle politiche ambientali e la crisi climatica diventa il terreno per uno scontro identitario potenzialmente disastroso.