Netanyahu contro Trump sul nuovo piano per Gaza: “Israele non si ritira”

L’intesa per la fase due nella Striscia era stata annunciata dieci giorni fa dal presidente Usa come un passo storico. Il premier dello Stato ebraico: “Donald è un amico ma prima di richiamare l’Idf Hamas deve disarmare”. I miliziani rispondono: “Per noi i 15 punti restano validi” 

Di Fabio Tonacci, la Repubblica

L’intesa per la fase due nella Striscia era stata annunciata dieci giorni fa dal presidente Usa come un passo storico. Il premier dello Stato ebraico: “Donald è un amico ma prima di richiamare l’Idf Hamas deve disarmare”. I miliziani rispondono: “Per noi i 15 punti restano validi”

Non aveva mai detto un no così netto all’amico Donald. Segno che per Netanyahu i sondaggi pre-elettorali sono preoccupanti. «Israele respinge il documento in 15 punti», scandisce il primo ministro durante l’ultima riunione di gabinetto, tenutasi ieri. Documento che, non più tardi di dieci giorni fa, il presidente americano aveva annunciato con clamore e definito «accordo storico per Gaza». Ma Netanyahu deve tenere a bada la destra radicale e messianica, i cui voti saranno indispensabili per tentare di non perdere le elezioni del 27 ottobre. Quindi, per rassicurarla, mette in chiaro che non ritirerà nessun soldato dalla Striscia «finché Hamas non sarà effettivamente disarmata».

È il nodo cruciale che mesi di interlocuzioni, durante la tregua fragile cominciata nell’ottobre 2025, non sono riusciti a sbrogliare. Chi disarma Hamas, quando, come. L’accordo in 15 punti sbandierato da Trump prevede che il gruppo islamista palestinese responsabile del massacro del 7 Ottobre consegni le armi, leggere e pesanti, a un’entità palestinese, e che le truppe di Israele si ritirino in modo progressivo dalla Striscia.

Spesso, però, nei negoziati in Medio Oriente chi fa la prima mossa perde, e infatti nessuna delle due parti intende farla: Hamas si è detta favorevole all’idea di smilitarizzare solo dopo che l’Idf se ne sarà andato (al momento controlla un’area superiore alla metà della Striscia), il governo dello Stato ebraico non vorrebbe scontentare l’alleato americano ma non può permettersi di lasciare le armi ai miliziani. A maggior ragione ora che il suo principale rivale nella corsa elettorale, Gadi Eisenkot, ha definito la fase due dell’accordo per Gaza «un fallimento» rispetto agli obiettivi prefissati all’inizio della guerra, che erano, disse Netanyahu, la «vittoria totale» e l’eliminazione di Hamas.

«Donald Trump è un grande nostro amico alla Casa Bianca», ribadisce Netanyahu, usando parole già dette e che, alla luce dei fatti, perdono di valore. «Hanno delle idee, alcune le condividiamo e altre no, sappiamo come far valere le nostre posizioni». Il premier israeliano aggiunge che, fino a quando sarà in carica lui, la prospettiva del riconoscimento dello Stato palestinese non avrà vita. «Non ci sarà un Fatahstan o un Hamastan, né a Gaza né in Cisgiordania».

Scontata la reazione di Hamas, che si vede servita su un piatto d’argento la possibilità di mostrarsi conciliante e ligia ai patti. «Noi rispettiamo la road map raggiunta con i mediatori e i rappresentanti del Board of Peace al Cairo dieci giorni fa», afferma Basem Naim, uno dei portavoce del gruppo islamista. «Ora ci aspettiamo che il garante americano e i mediatori facciano pressione su Netanyahu». Il quale, per ora, incassa solo il plauso del suo ministro estremista, Bezalel Smotrich. «Lo ringrazio per aver chiarito che non ci ritireremo di un millimetro dalla Striscia, né inizierà la ricostruzione prima del dissolvimento totale di Hamas». Anche se, dal campo, arrivano notizie in controtendenza a proposito del progetto, autorizzato due settimane, di una zona pilota a est di Rafah con alloggi da tirare su nel territorio controllato dall’Idf.

Trump non ha ancora commentato la presa di posizione di Netanyahu sul piano in 15 punti. In un’intervista con Axios, ha detto di stare mantenendo con l’Iran «un profilo basso, una sorta di trattativa parziale» e ha sottolineato le condizioni pessime, da un punto di vista economico, in cui versa Teheran. Secondo il Wall Street Journal, il tycoon era pronto a dichiarare missione compiuta non appena fosse riuscito a sbloccare lo Stretto di Hormuz, pur senza aver siglato alcuna intesa sul nucleare iraniano. Cosa che innervosisce non poco gli israeliani. Netanyahu insiste nel dire che con lui l’Iran non avrà mai la bomba atomica. Se l’amico Donald dovesse puntare al risultato minimo, non è escluso che Israele prosegua la campagna militare da solo.


Cornelius Koch, un cristiano sovversivo

L’intesa per la fase due nella Striscia era stata annunciata dieci giorni fa dal presidente Usa come un passo storico. Il premier dello Stato ebraico: “Donald è un amico ma prima di richiamare l’Idf Hamas deve disarmare”. I miliziani rispondono: “Per noi i 15 punti restano validi” 

Anche quest’anno si tiene a Chiasso, proposto da Mendrisiotto regione aperta, il «Primo d’Agosto di solidarietà e di apertura al mondo», un incontro alternativo alle commemorazioni patriottiche e autocelebrative. All’origine di questa consuetudine c’è Cornelius Koch, morto esattamente 25 anni fa. Per ricordarlo riprendo un testo che avevo letto il 18 marzo 2014 quando si è presentata, al Liceo cantonale di Lugano 1, la sua biografia: Claude Braun e Michael Rössler, Un chrétien subversif: Cornelius Koch, l’abbé des réfugiés, Editions d’en Bas, Losanna 2013 (Ein unbequemes Leben. Cornelius Koch, Flüchtlingskaplan, Zytglogge, Oberhofen am Thunersee 2011). Alla presentazione, condotta da Claudia Patocchi Pusterla, erano intervenuti, oltre agli autori, anche Beat Allenbach, Paolo Bernasconi, Gunda Dimitri, Donato di Blasi e don Gianfranco Feliciani.

In questa sala si è presentata l’autobiografia di Guido Rivoir, l’11 settembre 2012. Qualche mese più tardi i docenti di storia, in occasione della Giornata della Memoria, e nell’imminenza del quarantesimo anniversario del golpe di Pinochet, hanno dedicato al Cile un’intera giornata, alla quale hanno partecipato gli studenti di terza liceo. In quella giornata è stata rievocata anche l’Azione posti liberi per il Cile, attraverso testimonianze di chi ha vissuto gli eventi successivi come profugo o come ospite di chi cercava asilo. Con queste premesse, è quasi naturale che si parli oggi in questo stesso luogo del libro dedicato a Cornelius Koch, che insieme a membri di Longo Maï ha dato avvio, già nel dicembre del 1973, all’Azione posti liberi per il Cile, che pochi mesi dopo sarebbe stata diretta dal pastore Guido Rivoir.

Cercherò di dare qualche indicazione biografica intrecciata con alcune osservazioni sul libro. Cornelius Koch è nato in Romania in una famiglia di nazionalità svizzera, poi ridotta sul lastrico dalla guerra. È quindi giunto in Svizzera come profugo, e ha conosciuto i campi della Croce Rossa: disinfettato col DDT, separato dalla famiglia per oltre un anno, si è poi trovato a crescere in un paesino del Canton Zurigo, nella condizione di bambino povero e praticamente alloglotto, poco amato nei primi mesi, come i suoi fratelli, dalla ragazzaglia locale: «Che attacchi abbiamo subito! In gruppo i bambini sono spesso crudeli. Era la caccia allo straniero. Mi ricordo ancora benissimo i nostri nascondigli».

Sono frasi tratte dalle belle pagine autobiografiche, molto efficaci, con cui si apre il libro. Pagine che si concludono così: «Senza quel che ho vissuto, non avrei certamente questa sensibilità nei confronti dei rifugiati. Chi, in un modo o nell’altro, è stato nella condizione di rifugiato una volta nella vita, necessariamente si impegna in favore dei rifugiati». Purtroppo questo non è vero in generale, ma è stato vero almeno per Cornelius Koch, per la fortuna di molti.

Non mi soffermo sulla sua scelta di diventare prete, né sui non facili rapporti con le autorità ecclesiastiche: dico solo che il suo ideale è il prete operaio, che inizia la sua vita ecclesiastica nel 1968 e che nel 1972 sostiene attivamente uno sciopero in una fabbrica alsaziana, poi sfociato in un riuscito esperimento di autogestione: in quel momento era attivo in una parrocchia del canton Basilea ed era entrato in contatto con alcuni giovani del gruppo basilese Hydra e del gruppo Spartakus di Vienna, nati nel clima della contestazione degli anni Sessanta. Con alcune di queste persone, come Hannes Reiser, collaborerà per tutta la vita.

Una vita che il libro, ricco di informazioni e di piacevole lettura, racconta senza salti cronologici, avvalendosi di testimonianze dei suoi compagni di vita e di lotta, insieme a materiali d’archivio, come i frammenti delle numerose lettere e comunicati redatti da Koch e brani di articoli usciti sulla stampa in merito alle molte azioni da lui promosse.

E queste azioni sono, in una rapida rassegna incompleta:

  • la già ricordata Azione posti liberi per il Cile;
  • il sostegno alle cooperative agricole guaraní minacciate, nel 1975, dall’esercito paraguaiano;
  • la fondazione del Cedri (Comitato europeo per la difesa dei rifugiati e degli immigrati);
  • la difesa dei rifugiati turchi e curdi in fuga dal governo militare di Evren e di zairoti perseguitati da Mobutu nei primi anni ’80;
  • di nuovo i cileni, rifugiatisi in una chiesa di Seebach nel 1985, e poi i tamil minacciati di rinvio, ospitati da varie parrocchie bernesi;
  • la battaglia contro l’inasprimento della legge sull’asilo nel 1987;
  • l’inaugurazione a Ponte Chiasso di un ufficio di accoglienza per i profughi respinti alla frontiera svizzera, e poi l’apertura a Como di una «Casa svizzera dei rifugiati»;
  • Il sostegno ai curdi minacciati di rinvio a Flüeli-Ranft nel 1991;
  • la missione internazionale in Jugoslavia, con particolare attenzione ai disertori e ai refrattari alla guerra (ricordo che l’asilo non è concesso ai disertori, gli unici che di fatto si sottraggono alla logica nazionalista-bellicista);
  • di nuovo i Tamil, minacciati di rinvio nel 1994;
  • la solidarietà e la collaborazione con il vescovo di San Cristóbal de las Casas, monsignor Ruiz, impegnato nella difesa degli indigeni del Chiapas;
  • i viaggi per appoggiare i sans papiers rifugiati in una chiesa di Parigi e gli operai sudcoreani rifugiati nella cattedrale di Seul;
  • la marcia delle coperte in sostegno dei kosovari accampati a Ponte Chiasso;
  • il viaggio a Badolato, comune calabrese che negli anni Novanta ha accolto molti profughi albanesi e turchi.

E negli ultimi due anni:

  • la creazione degli Amici di don Renzo Beretta, assassinato nel 1999;
  • l’impegno attivo contro la propaganda xenofoba dell’UDC in Svizzera e della FPÖ in Austria;
  • il viaggio a Como con i parlamentari svizzeri in seduta extra muros a Lugano, per conoscere direttamente la situazione dei profughi respinti alla frontiera svizzera.

Le forme di intervento su questi temi sono molteplici. Mi limito a segnalarne tre:

  1.  l’ampio coinvolgimento tramite l’invio massiccio di lettere. Moltissime. Già nel caso dello sciopero del 1972, manda una circolare ai 600 sacerdoti della diocesi di Basilea. Nel 1987, durante la campagna contro una revisione restrittiva della legge d’asilo, vengono inviate lettere a tutti i fuochi, 2 milioni e mezzo, tutte imbustate a mano. Un lavoro di settimane, immane e costoso, oggi impensabile per ovvie ragioni. O ancora promuove l’invio di lettere alla Nestlé per ottenere un intervento a favore della pace nel Chiapas;
  2.  l’organizzazione di efficaci atti propagandistici, sempre caratterizzati da qualche trovata comunicativa, come la marcia delle coperte appena ricordata o i primi d’agosto alternativi a Chiasso;
  3.  l’asilo ecclesiastico, iniziato con il caso dei cileni di Zurigo-Seebach nel 1985 e diventato poi una forma regolare di resistenza alle espulsioni e ai rinvii forzati. 

In tutte queste iniziative Koch non è solo. Nel libro compaiono molti nomi, come quelli di Peter e Heidi Zuber, Peter Walls, Jakob Schädelin, Friedrich Dürrenmatt e, in Ticino, Dimitri, Milena e Paolo Soldati, Hanja de Vries, Flavio Paltenghi, Fabiola Lurati, e oltre confine don Renzo Beretta, Osvaldo Cappelletti. E naturalmente i due autori del libro. Tanto per fare qualche nome tra i tanti.

Dall’altra parte – di chi agisce per arrestare, rinchiudere, negare, rimpatriare, applicare leggi sempre più restrittive – sfilano vari ministri, soprattutto quelli del dipartimento di giustizia e polizia: Kurt Furgler, Elisabeth Kopp, con il suo braccio destro Peter Arbenz, Arnold Koller, Ruth Metzler…

In queste pagine scorre anche la storia della politica federale degli stranieri e del diritto d’asilo. Dall’iniziativa Schwarzenbach del 1970 ai vari irrigidimenti della legge sull’asilo del 1983, 1986 e 1990. Quindi occuparsi della vita di Cornelius Koch implica, inevitabilmente, calarsi nella storia Svizzera del secondo Novecento. Questa entra nel racconto di Braun e Rössler in modo naturale, senza forzature didattiche. E molto vero risulta il protagonista, Cornelius Koch, di cui gli autori, che l’hanno conosciuto molto bene, evitano accuratamente ogni idealizzazione, senza però nascondere l’affetto che gli portano. Come Georg Peters, che ricordando la festa a sorpresa preparata per il sessantesimo compleanno di Cornelius Koch dice: «la nostra idea era di mostrargli una volta come l’amassimo veramente, anche se qualche volta era assolutamente insopportabile».

In occasione di quel compleanno, Michael Rössler ha composto un blues (Freelance Priest Blues, pp. 338-339), di cui riprendo due strofe: 

Da sessant’anni in fuga,
mai una baia tranquilla.
Solo, qualche volta,
si rilassa alle terme.
E così si tonifica per la prossima lotta.
Mangia solo pomodori e acetosa
e resta fino all’ultimo giorno
un rompiscatole per i padroni del mondo.

E così è stato. Appena prima di essere ospedalizzato per un tumore al midollo osseo, aveva partecipato, a Friborgo, a una conferenza stampa a proposito dei sans papiers rifugiatisi nella chiesa di Saint Paul.

L’ultimo capitolo del libro segue con delicatezza gli ultimi giorni di vita di Cornelius Koch, che muore il 21 agosto del 2001. A chiudere questa parte, un bel testo del cabarettista e scrittore Franz Hohler, uscito in quei giorni sul «Tages Anzeiger», qui nella versione francese, che traduco a mia volta:

Don Cornelius Koch – Non c’è più abbonato al numero richiesto
Dunque non arriveranno più quelle lettere
Che non mancavano di disturbarci
Perché prima ancora di aprirle
Sapevamo cosa contenevano:
La miseria del mondo
Dal Chiapas a Chiasso
Con annessa una petizione
E se non si firmava seduta stante
L’irreparabile.
Non sopportava più
Ciò a cui ci siamo lentamente abituati
Gli uomini dietro il filo spinato delle frontiere
A un passo dalla Terra Promessa.
Non ha mai intrapreso nulla
Tanto per piacere
Perché tutti sono contro la povertà
Ma quasi nessuno con i poveri.
Era la nostra cattiva coscienza
E adesso che la sua segreteria telefonica tace
E senza risposta è il suo fax
Eccoci a passare nuovamente in rassegna
Gli appelli che non abbiamo sostenuto
Perché è così faticoso
Vivere il proprio mestiere di uomo fino in fondo.

Ma poi ci sono ancora due pagine intitolate «Il lavoro continua». 

Nota (2026): l’impegno di Cornelius Koch continua nel lavoro di varie associazioni: il Cercle d’amis de Cornelius Koch, la rete Forum civique européen, Solidarité sans frontières, asile.ch, Mendrisiotto regione aperta…


Il nuovo volto di Najwa e il collasso (voluto) del sistema sanitario di Gaza

L’intesa per la fase due nella Striscia era stata annunciata dieci giorni fa dal presidente Usa come un passo storico. Il premier dello Stato ebraico: “Donald è un amico ma prima di richiamare l’Idf Hamas deve disarmare”. I miliziani rispondono: “Per noi i 15 punti restano validi” 

Di Lina Ghassan Abu Zayed, il manifesto

Quando Najwa Abu Atiwi ha aperto gli occhi dopo settimane di coma, la sua preoccupazione non è stata la gravità delle ferite, ma il desiderio di vedersi. Sentiva che qualcosa era cambiato, ma non sapeva in che modo l’attacco aereo israeliano che aveva colpito la sua casa avesse alterato il suo volto e la sua vita. Ha chiesto ripetutamente a chi le stava intorno di lasciarle vedere il proprio volto, ma la famiglia e i medici rimandavano, temendo lo choc. «Continuavo a chiedere di vedere che aspetto avessi, ma mi davano antidolorifici e farmaci per calmarmi», racconta Najwa.

POI LE PRIME PAROLE: i medici le hanno detto che aveva perso l’occhio destro e che stavano cercando di salvare l’altro, che aveva subito una grave lesione e un’emorragia interna. Quando si è guardata allo specchio, non si è riconosciuta: «Ho guardato il mio viso e non sapevo chi fossi. Mi sembrava di guardare qualcun altro».

La ferita di Najwa non riguarda solo il suo aspetto. Nello stesso attacco aereo, ha perso sua figlia Hajar: si preparavano a festeggiare il suo sesto compleanno. In terapia intensiva, Najwa continuava a chiedere notizie di Hajar e a cercare rassicurazioni sul fatto che fosse al sicuro, prima di scoprire di averla persa per sempre.

Oggi Najwa deve affrontare un lungo percorso di cure e riabilitazione. Ha subito diversi interventi chirurgici e le sono state inserite placche metalliche e reti nel viso. Ha ancora difficoltà ad aprire la mascella, a parlare e a mangiare. «Non riesco a mangiare normalmente. Mi nutro solo di zuppe, succhi di frutta e latte».

Sta aspettando l’opportunità di recarsi all’estero per sottoporsi a cure specialistiche, dopo che i medici le hanno comunicato che alcune delle procedure di cui ha bisogno non sono disponibili a Gaza. Il dottor Ayman Saidam, specialista in chirurgia oculoplastica, descrive la lesione di Najwa come uno dei casi più complessi di traumi all’occhio, al viso e alla mascella: Najwa ha perso l’occhio destro, ha subito fratture alle ossa facciali e lacerazioni alle palpebre, oltre a una lesione all’occhio sinistro che le impedisce di chiudere completamente la palpebra.

Saidam afferma che il trattamento di casi del genere non può limitarsi alle sole procedure estetiche: il primo passo consiste nel ricostruire la struttura facciale danneggiata. «Gli interventi estetici da soli non sono sufficienti perché la base è il ripristino della struttura facciale danneggiata», afferma.

DURANTE LA GUERRA, Saidam ha trattato numerose lesioni causate da esplosioni e schegge che richiedevano interventi di chirurgia ricostruttiva multipli. Spiega che la ricostruzione facciale non è un intervento singolo, ma un lungo percorso che prevede diverse fasi. Alcuni pazienti potrebbero aver bisogno di anni prima di raggiungere i risultati desiderati.

Nonostante la presenza di medici con le competenze necessarie, «il problema principale è la mancanza di risorse, attrezzature e forniture mediche», afferma il dottor Saidam aggiungendo che la carenza di determinati materiali può ritardare le fasi del trattamento, mentre in alcuni casi i pazienti sono costretti a recarsi fuori da Gaza per ricevere servizi non disponibili.

Najwa sta ancora aspettando il permesso di lasciare Gaza e proseguire le cure, mentre deve affrontare dolori quotidiani, difficoltà di movimento e problemi nel raggiungere gli ospedali. Oltre al dolore fisico, Najwa e molti altri pazienti con lesioni al viso devono affrontare notevoli difficoltà psicologiche. I cambiamenti nell’aspetto, la perdita di parti del corpo e la perdita di persone care lasciano profonde cicatrici emotive.

Il dottor Hassan Abu Shawish, psicologo presso la Clinica di salute mentale di Deir al-Balah, afferma che il caso di Najwa è stato psicologicamente difficile perché diverse esperienze traumatiche si sono verificate contemporaneamente: la sua ferita, la perdita della figlia e il drastico cambiamento del suo aspetto.

SPIEGA CHE alcuni pazienti possono soffrire di disturbo da stress post-traumatico (Ptsd), depressione e disturbi dell’immagine corporea, che possono portarli a isolarsi dalla società ed evitare le interazioni sociali. Sottolinea che il sostegno psicologico è una parte essenziale del percorso di recupero, insieme alle cure fisiche: aiuta ad accettare i cambiamenti, a ricostruire la propria fiducia e a reinserirsi nella società.

Prima dell’incidente, Najwa conduceva una vita ricca di impegni lavorativi e relazioni sociali. Oggi sta cercando di costruirsi una nuova vita, pur portando con sé il dolore per la perdita della figlia e affrontando le sfide poste dalla sua lesione. «Voglio tornare alla mia vita di prima e ritrovare la bella personalità che conoscevo in me stessa», afferma. Per Najwa, sopravvivere all’attacco aereo non ha segnato la fine delle sue sofferenze, ma l’inizio di un lungo percorso per recuperare la capacità di mangiare e parlare, ricostruire la fiducia in se stessa e riconnettersi con il mondo che la circonda.

Nell’immagine: Najwa Abu Atiwi, 42 anni, tra le macerie della sua casa a Nuseirat


A Gaza la guerra ha cambiato nome

L’intesa per la fase due nella Striscia era stata annunciata dieci giorni fa dal presidente Usa come un passo storico. Il premier dello Stato ebraico: “Donald è un amico ma prima di richiamare l’Idf Hamas deve disarmare”. I miliziani rispondono: “Per noi i 15 punti restano validi” 

Di Ruwaida Amer, La Repubblica

Da quando è scoppiata la guerra c’è una sola cosa che la gente di Gaza vuole: che finisca. Me lo dicevano di persona quelli che incontravo quando ero ancora lì, me lo raccontano ora tutti quelli con cui tutti i giorni parlo al telefono qui dal Cairo, per primi i miei familiari. Quando è arrivato l’accordo per il cessate il fuoco – il 10 ottobre del 2025 – la gente ha festeggiato, convinta che avrebbe posto fine alle sofferenze, agli sfollamenti, alla ricerca di cibo e acqua, agli anni di istruzione persi dagli studenti. Da quel momento, l’interesse per le notizie su Gaza è diminuito e la questione è diventata secondaria sui canali televisivi e sui giornali: forse il mondo ha pensato che la vita fosse migliorata e le sofferenze fossero finite. Ma non è così: a Gaza la guerra prosegue e la situazione è peggiorata sotto le spoglie di un cessate il fuoco.

Spostarsi ancora

Prima di tutto c’è la “linea gialla”, la zona sotto controllo di Israele: chiunque si avvicini viene ucciso, bambini compresi. Chi viveva in quelle aree non può tornare a casa: è il caso della mia famiglia. Abitavamo nella zona di Al-Fakhari, vicino all’Ospedale europeo, ma la nostra casa è stata demolita e lì ora ci sono gli israeliani. La mia famiglia è ancora sfollata a Ovest di Khan Younis, dove si trova in condizioni difficili. Ma neanche lì è sicuro: i continui ordini di evacuazione emessi dall’esercito israelianocostringono i miei fratelli, mio padre e tutti gli altri a spostarsi ancora. E poi c’è la questione della linea gialla: i soldati mettono blocchi di cemento di quel colore in aree vicine ai quartieri residenziali che non rientravano nella zona loro assegnata con il cessate il fuoco, espandendo in questo modo l’area che controllano. Salem Awad, 35 anni, di Deir al-Balah, mi racconta: «Ci siamo svegliati al suono di persone che gridavano a proposito di un cubo giallo che l’esercito israeliano aveva posizionato: questa è un’area verde che non rientra nella zona da loro controllata, ma parlare con gli israeliani è impossibile. Ora qui è giallo. E io sono stata costretta a fuggire con i miei tre figli».

Uno dopo l’altro

Dal 2008 abbiamo vissuto guerre una dopo l’altra e ci siamo abituati a pensare che un cessate il fuoco significhi la fine dei bombardamenti e delle esplosioni. Ma questa volta è diverso: da quando è stato dichiarato il cessate il fuoco, i bombardamenti non si sono fermati. Quasi ogni giorno vengono presi di mira luoghi diversi e nessuno sa dove si trovino le zone sicure: tende, auto, appartamenti e assembramenti di civili sono nel mirino, al punto che il terrore accompagna tutti. Anche chi, come me, ha lasciato Gaza. Seguire le notizie ogni giorno, momento per momento, capire i luoghi colpiti dai bombardamenti e dai vari attacchi, mi ha causato un grande stress mentale: cerco di tenere traccia della mia famiglia durante tutta la giornata. Raccomando loro di non spostarsi troppo, di mantenere un contatto costante per sapere dove si trova ciascuno, e di non andare in zone lontane. Li chiamo decine di volte al giorno e mi preoccupo quando non hanno connessione a Internet o copertura telefonica. Parlo con mia sorella Sahar, che ha due figli, per sapere cosa fa durante il giorno e dove si trovano mio padre e mio fratello. Si lamenta del rumore dei bombardamenti e delle continue esplosioni: ha sempre molta paura per i bambini.

Emergenza topi

Durante la guerra, tutti i medici chiedevano un cessate il fuoco e l’apertura dei valichi per consentire l’ingresso delle attrezzature mediche e dei medicinali necessari a salvare la vita di migliaia di pazienti. Quando è stato annunciato il cessate il fuoco tutti erano convinti che le sofferenze sarebbero finite, che ci sarebbe stata la libertà di viaggiare per curarsi, che le attrezzature mediche e i medicinali sarebbero entrati e che sarebbe iniziata la ricostruzione degli ospedali distrutti. Nulla di tutto ciò è avvenuto.Gaza da tre anni è inquinatissima: non ci sono fogne, non c’è nulla che funzioni. Il risultato è la moltiplicazione di roditori e insetti nelle tende e la mancanza di medicinali e insetticidi per controllarli. I topi attaccano in particolare i bambini.

Quando la sera chiamo la mia famiglia, vedo mio padre con una bomboletta che spruzza il contenuto sul pavimento, sulla biancheria da letto, sul suo corpo, su quello di mio fratello e su quello dei miei nipoti. Gli chiedo cosa sia, e lui risponde: «Non lo so. Mi hanno detto che questo uccide zanzare e pulci. Non riusciamo a stare fermi un attimo senza essere tutti irritati dalle punture».Li osservo attraverso la telecamera, con le lacrime che mi salgono agli occhi. Poi appare mio nipote Adam, di cinque anni: «Guarda il mio corpo, zia. Ho protuberanze e bozzi di un colore strano dappertutto», mi dice. Mi mostra rigonfiamenti e piaghe causati dalle punture di insetti. Anche mia sorella ha lo stesso problema. Le dico di andare da un medico o in ospedale, ma lei risponde che non ci sono cure adeguate. Ne ha provate due per Adam, ma le sue condizioni non sono migliorate.

Un’amica di mia madre ha il cancro: prima della guerra era nella fase finale della chemioterapia. Durante la guerra, la malattia si è diffusa in tutto il corpo: per lei non è disponibile alcuna cura. «È da oltre un mese che aspetto una chiamata dal medico per iniziare il trattamento, ma ormai rischio la morte». Si chiama Rawya Sharafi: in condizioni simili alle sue ci sono migliaia di persone.Non va meglio ai bambini: non ci sono né scuole né centri educativi. Mancano attrezzature didattiche, materiali e cancelleria, che sono inoltre molto costosi. Sono riuscita ad aprire un centro educativo nel campo di Khan Younis: sto cercando di salvare i bambini – i miei alunni di tre anni fa e altri – dall’ignoranza in cui sono stati costretti, ma ho enormi difficoltà nell’ottenere il materiale per studi e lezioni. Non basta: mancano spazi dedicati ai bambini e penne e quaderni hanno prezzi esorbitanti. Ciononostante, stiamo cercando di sostenerli e di aiutarli a superare questa fase estremamente pericolosa. Per un’insegnante come me tutto questo è desolante: le scuole sono distrutte o piene di sfollati, non esistono parchi giochi, né giardini.

Di ricostruzione non si parla: e, anche quando un giorno ci sarà, forse, chi ricostruirà questi bambini? Chi pagherà il danno di una generazione che avrebbe potuto aiutare Gaza, farla crescere, e che invece è stata distrutta dalla guerra insieme alle sue scuole? E poi…Non so cosa altro devo raccontarvi della mia Gaza oggi. Posso dirvi che nel mezzo di questo cessate il fuoco che non c’è, persone di tutte le età percorrono centinaia di metri per procurarsi acqua sufficiente per poche ore soltanto. Che poi era quello che succedeva durante la guerra, quando per risparmiare acqua passavo un’intera settimana senza farmi la doccia e lavare i piatti e fare il bucato era una sfida. Forse invece dovrei dirvi che gli aiuti alimentari sono stati notevolmente ridotti a causa delle restrizioni all’ingresso attraverso i valichi: e che c’è il timore di una nuova carestia perché quello che c’è costa tantissimo e le famiglie più povere già iniziano a non farcela. Del resto, anche durante la guerra la fame era cominciata da loro: succederà di nuovo? Nessuno lo sa. Magari dovreste invece sapere che manca l’elettricità da quasi tre anni: la fornitura è stata interrotta sin dal primo mese di guerra a causa del blocco del carburante necessario per il funzionamento dei generatori e dell’unica centrale elettrica nella Striscia. Anche qui, non è cambiato molto: sebbene esistano punti di ricarica a energia solare, sono insufficienti a soddisfare il fabbisogno dei due milioni di residenti. Gaza è al buio: come lo era nove mesi fa e come è sempre stata dal novembre del 2023. Ma ci ho pensato: invece quello che voglio che teniate a mente alla fine di questo articolo è che dall’inizio del cessate il fuoco a Gaza sono state uccise più di 1.300 persone e quasi 3.500 sono rimaste ferite. Uomini, donne e bambini. Questo non era mai accaduto durante i precedenti conflitti: allora, il cessate il fuoco voleva dire che la guerra era finita. Oggi ha solo cambiato nome.

Nell’immagine: l’incendio causato da un attacco israeliano a Gaza City il 15 maggio 2026: i bombardamenti sono diminuiti ma non si sono mai realmente fermati.


Migliaia di migranti assaltano Ceuta a nuoto, morti e dispersi. Madrid invia i militari

L’intesa per la fase due nella Striscia era stata annunciata dieci giorni fa dal presidente Usa come un passo storico. Il premier dello Stato ebraico: “Donald è un amico ma prima di richiamare l’Idf Hamas deve disarmare”. I miliziani rispondono: “Per noi i 15 punti restano validi” 

La Stampa

Le forze di sicurezza marocchine non hanno neanche provato a fermare la valanga di uomini, donne con bambini in grembo, ragazzi, perfino persone disabili, che nel giro di poche ore – prima per mare, poi attraversando via terra la frontiera – hanno cambiato il volto di Ceuta, porta d’ingresso dell’Europa in Africa. Nelle ultime 24 ore, le unità di controllo di frontiera di Ceuta hanno recuperato i corpi di almeno 16 persone dalle acque.

Per giorni i droni, i sistemi laser e le motovedette della Guardia Civil hanno inseguito nel buio giovani, molti minorenni, che tentavano di raggiungere a nuoto la costa spagnola aggirando la scogliera frangiflutti del Tarajal.

Ma la situazione è improvvisamente degenerata, con migliaia di persone che si sono riversate verso l’enclave spagnola alla luce del giorno, correndo verso la doppia barriera di confine. Le immagini di ragazzi fradici che raggiungono la riva e delle colonne umane lunghe chilometri sulle colline confinanti con Ceuta hanno riportato la città autonoma all’incubo del maggio 2021, quando oltre 8.000 migranti attraversarono la frontiera in appena 48 ore, provocando una grave crisi umanitaria e diplomatica con Rabat.

Ora Madrid è pronta a mobilitare l’esercito per far fronte alla situazione. E mentre Bruxelles segue l’evoluzione della crisi e assicura il massimo impegno per proteggere le frontiere della Ue, a Roma la premier Giorgia Meloni si è detta pronta a sospendere Schengen con la Spagna dopo un confronto con il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. «Le immagini che arrivano da Ceuta sono impressionanti e dimostrano, ancora una volta, che l’immigrazione clandestina fuori controllo rappresenta una minaccia concreta per la sicurezza dei confini europei», ha scritto sui social la premier.

Sulla stessa linea anche il ministro degli esteri Antonio Tajani. Immediata la replica di Madrid che per protesta ha convocato l’ambasciatore di Italia in Spagna. «Questo messaggio del ministro degli Esteri di un Paese amico e partner da cui ci aspettiamo solidarietà europea e non demagogia partitica è indegno», ha scritto il ministro degli Esteri spagnolo, José Manuel Albares, replicando al post di Tajani.

A lanciare per primo l’allarme era stato il presidente dell’enclave, Juan Jesus Vivas, denunciando la pressione migratoria nell’ultima settimana con l’arrivo di 1.500-2.000 persone a nuoto, a un ritmo di 300 al giorno.

«Siamo di fronte a un’assoluta emergenza umanitaria e sociale», ha ripetuto il governatore, che ha chiesto a Madrid di dichiarare lo stato di emergenza nazionale, istituire un comando unico e rafforzare le forze di sicurezza con il dispiegamento dell’esercito a difesa della «sicurezza dei cittadini». L’Assemblea di Ceuta ha approvato all’unanimità un ordine del giorno che sollecita la chiusura temporanea della frontiera col Marocco come misura «urgente e improrogabile» per quella che è stata definita «la più grave crisi degli ultimi anni».

Dietro la nuova ondata migratoria, povertà, assenza di prospettive e aspettative alimentate dai social network, assieme alla finestra di opportunità rappresentata dal bel tempo e il mare calmo, a un passo dallo Stretto di Gibilterra. Ma non solo. «Non trovano vie legali. la loro unica possibilità è buttarsi in mare ed entrare a Ceuta», racconta Ismail El Makdoubi, immigrato e presidente dell’associazione Exmenas.

Secondo l’attivista, la recente sentenza del Tribunale Supremo spagnolo, che esclude i respingimenti immediati per chi raggiunge l’enclave a nuoto ha alimentato, insieme alle reti dei trafficanti e al tam-tam in Rete, la convinzione che attraversare il confine sia ora più facile.

«Ci sentiamo abbandonati, senza protezione. Migliaia di migranti sono in strada e vagano senza sapere dove andare», è la voce dei residenti di Ceuta che raccontano la dimensione che la crisi sta raggiungendo in queste ore, con numerosi dispersi in mare. I testimoni descrivono l’inquietudine per il dramma umano e la situazione di insicurezza. «Siamo preoccupati per noi, ma anche per loro, molti arrivano feriti per le traversate a nuoto», raccontano.

Le autorità iberiche non danno stime ufficiali dei migranti entrati. «La valanga umana raggiunge già i 5 chilometri alla frontiera», secondo la corrispondente di Tve. E fra le centinaia di ragazzi che entrano nell’enclave con le dita in segno di vittoria è arrivata anche Farath, ripresa dai media locali, campionessa della nazionale di pallavolo marocchina.


Contenuti creati dall’IA, arrivano le etichette europee: gli utenti devono essere avvisati

L’intesa per la fase due nella Striscia era stata annunciata dieci giorni fa dal presidente Usa come un passo storico. Il premier dello Stato ebraico: “Donald è un amico ma prima di richiamare l’Idf Hamas deve disarmare”. I miliziani rispondono: “Per noi i 15 punti restano validi” 

Di Aldo Fontanarosa, La Repubblica

Le persone dovranno capire subito quando stanno parlando con una macchina. E dovranno riconoscere immagini, video, audio e testi creati o modificati dall’intelligenza artificiale.

Dal 2 agosto 2026 scattano nell’Unione europea gli obblighi di trasparenza previsti dall’articolo 50 dell’AI Act (la legge comunitaria in materia). E in queste ore la Commissione Ue pubblica le linee guida che spiegano in modo semplice quali contenuti dovranno essere segnalati, chi dovrà farlo e in quali casi sono previste delle eccezioni.

Il primo obbligo riguarda i sistemi che dialogano direttamente con le persone, sempre più in uso nei siti di persone, influencer, aziende, finanche di alcune pubbliche amministrazioni. Sono chatbot, assistenti virtuali, agenti e avatar che danno informazioni, accolgono reclami, a volte ci fanno perfino firmare contratti.

L’utente sarà avvertito fin dall’inizio della conversazione che il suo interlocutore non è umano. L’indicazione non sarà necessaria soltanto quando un robottino in stile cartoni animati (ad esempio) si materializzerà sul nostro schermo e quando la natura artificiale del servizio risulterà chiara, a colpo d’occhio.

Una impronta invisibile

Un secondo obbligo ricade sulle aziende che sviluppano i sistemi di intelligenza artificiale. I contenuti sintetici – testi, foto, audio e filmati – dovranno contenere una marcatura leggibile dalle macchine. Potrà essere inserita nei metadati o con altre soluzioni tecniche che permettano di rilevarne l’origine.

Questa impronta digitale non sarà necessariamente visibile a occhio nudo. Servirà alle autorità pubbliche – incaricate di fare le verifiche sul rispetto delle regole europee – per capire se un file sia stato generato o anche soltanto modificato attraverso l’IA.

Un avviso immediato sarà necessario per i deepfake. I deepfakesono immagini o video capaci di raffigurare una persona, un luogo, un avvenimento in modo così credibile da ingannare chi li guarda. Deepfake sono anche gli audio che clonano (a volte in modo arbitrario) la voce di una persona reale. L’avviso a tutela dell’utente dovrà essere proposto subito, appena la persona si imbatterà nel contenuto. Regola che vale ovunque, anche per i contenuti social.

Il cinema

Per le opere artistiche, satiriche o di fantasia, l’avvertenza potrà essere meno invasiva, in modo da non ostacolarne la visione. Un film non dovrà segnalare, dunque, uno sfondo o un normale effetto speciale creato con l’IA.

Capita però che un film si spinga ben oltre. Capita che faccia rivivere e recitare un attore già morto. In questo casi estremi, la segnalazione è indispensabile, ma può essere inserita nei titoli di coda senza disturbare la visione dello spettatore o la fluidità narrativa dell’opera.

Le nuove disposizioni toccano direttamente giornali, siti di informazione, uffici stampa e pubbliche amministrazioni. Un testo generato dall’IA e pubblicato per informare su politica, giustizia, salute, sicurezza, ambiente, economia o altri temi di interesse generale dovrà essere riconoscibile come tale.

La regola prevede un’eccezione importante. Il contrassegno – del tipo: “generato con l’intelligenza artificiale” – non sarà obbligatorio quando il giornalista o il funzionario pubblico si approprierà del testo scritto dalla IA, ne esaminerà la sostanza, ne verificherà l’accuratezza e si assumerà la responsabilità dello scritto (ad esempio apponendo la firma).

Le informazioni

Non basterà, invece, una lettura superficiale. La semplice correzione di refusi, grammatica e punteggiatura non è considerata dalla Commissione Ue un autentico controllo editoriale o contenutistico. L’esame dovrà riguardare la sostanza delle informazioni, l’attendibilità delle fonti e la correttezza del contenuto.

Anche in questo ambito, le regole distinguono tra il “fornitore”, cioè chi sviluppa e mette sul mercato il sistema, dagli “utilizzatori professionali”, come un’azienda, un giornale oppure una amministrazione che lo impiega per realizzare e diffondere un contenuto. Il primo deve rendere riconoscibile tecnicamente l’opera artificiale; il secondo, quando previsto, avvertirà chiaramente il pubblico.

Le emozioni

Le linee guida ricordano che l’Europa impone trasparenza anche quando un sistema di IA osserva o analizza una persona.

Per esempio, una telecamera o un microfono potrebbero essere collegati a un software che tenta di capire se una persona sia arrabbiata, impaurita oppure sotto stress; classificarla sulla base della voce, del volto o di altri dati biometrici. In questi casi la persona deve sapere di essere sottoposta all’analisi dell’IA.

Il vantaggio economico

L’utilizzo esclusivamente personale, privato resta fuori da questi specifici obblighi. La situazione cambia quando la persona agisce per lavoro, per un’attività commerciale o per ottenere con regolarità un vantaggio economico.

Le norme si applicano anche alle imprese con sede fuori dall’Europa, quando i risultati dei loro sistemi vengono utilizzati nell’Unione. Per i sistemi già immessi e disponibili sul mercato prima del 2 agosto è prevista una proroga: l’obbligo della marcatura tecnica scatterà il 2 dicembre 2026.

Non sarà invece necessario applicare subito – e retroattivamente – un’etichetta ai contenuti generati prima del 2 agosto, anche se Bruxelles invita aziende e piattaforme a farlo quando possibile.

Le ammende

I controlli spetteranno soprattutto alle autorità nazionali di vigilanza. Le sanzioni potranno arrivare a 15 milioni di euro o al 3% del fatturato mondiale annuo dell’impresa, nell’anno precedente alla violazione. Per le piccole e medie aziende dovrà essere rispettato un criterio di proporzionalità.

La Commissione – non nelle linee guide ma nel suo “Codice delle buone pratiche” – ha predisposto anche tre simboli che potranno accompagnare i contenuti artificiali, identificandoli come tali. Non è obbligatorio usare questi, se ne potranno adottare altri purché l’identificazione sia certa e immediata.

La trasparenza, attenzione, non garantisce che un contenuto sia vero. Permette però al lettore di sapere come è stato realizzato e di decidere con maggiore consapevolezza quanta fiducia accordargli.

Nell’immagine: le icone di segnalazione suggerite dalla UE


Trump e la geopolitica del mattone: così moltiplica i suoi affari nel mondo

L’intesa per la fase due nella Striscia era stata annunciata dieci giorni fa dal presidente Usa come un passo storico. Il premier dello Stato ebraico: “Donald è un amico ma prima di richiamare l’Idf Hamas deve disarmare”. I miliziani rispondono: “Per noi i 15 punti restano validi” 

Di Monica Perosino, La Stampa

Nel piccolo cimitero di Châu Ninh, tra i frutteti del delta del Fiume Rosso, in Vietnam, oltre quattromila famiglie di contadini sono state costrette a esumare i resti degli antenati prima che le ruspe spianassero campi, case e sepolture. Al loro posto, su novecento ettari di terra espropriata in cambio di pochi dollari, sorgeranno tre campi da golf, ville e alberghi di lusso nel nome di Donald Trump.

Il progetto del resort da 1, 5 miliardi è l’ultimo tassello della “diplomazia del mattone” di Donald Trump: mentre i governi trattano con la Casa Bianca, l’impero immobiliare della famiglia del presidente si allarga sui loro territori. Dalle risaie del Vietnam alle spiagge dell’Albania, dalla torre a Tbilisi ai resort delle monarchie del Golfo, l’espansione immobiliare della famiglia Trump segue con impressionante precisione la geografia della politica estera americana. Non esiste, finora, la prova di uno scambio diretto tra decisioni della Casa Bianca e concessioni immobiliari, ma l’intreccio è evidente: governi e imprenditori locali procurano terreni, autorizzazioni e capitali, la famiglia del presidente mette il nome Trump e incassa licenze.

Il modus operandi

Il modello si vede con chiarezza in Vietnam. La Trump Organization non finanzia il progetto né gestisce gli indennizzi: il socio vietnamita ha pagato cinque milioni di dollari per il marchio e amministrerà il golf club. È la tempistica a moltiplicare i sospetti: Hanoi ha dato l’approvazione definitiva il 16 maggio 2025 mentre negoziava con Washington per evitare i dazi minacciati da Trump, tre giorni prima del secondo round dei colloqui commerciali. La cerimonia di avvio dei lavori, con Eric Trump e il premier vietnamita Pham Minh Chinh, è arrivata nel mezzo di quei negoziati. Il meccanismo si ripete in altri dodici casi. La Trump Organization raramente costruisce con denaro proprio: concede il marchio, talvolta gestisce l’albergo o il golf club, e incassa una commissione più royalties. A Dubai il nome è concesso in licenza all’impresa saudita Dar Global, che costruirà una Trump Tower annunciata due settimane prima che Trump fosse ricevuto negli Emirati dal presidente Mohammed bin Zayed. La stessa società sviluppa in Oman un complesso da quattro miliardi di dollari, con hotel, ville e golf club. Donald Trump ha affidato la gestione dell’impero ai figli, ma non ha venduto le proprie partecipazioni: i beni restano in un trust del quale è beneficiario, e i guadagni della presidenza rimangono suoi. Nel 2025 le iniziative immobiliari straniere hanno prodotto circa 59 milioni di dollari in licenze, quasi il doppio dell’anno precedente.

Nei Paesi del Golfo

Il confine tra società privata e potere pubblico nei Paesi del Golfo diventa spesso impercettibile. In Qatar, il Trump International Golf Club e alcune ville rientrano nello sviluppo di Simaisma, realizzato anche da Qatari Diar, società statale. L’accordo è stato firmato due settimane prima che Trump arrivasse a Doha e incontrasse l’emiro Tamim bin Hamad al-Thani, poco prima del viaggio presidenziale in Arabia Saudita, Qatar ed Emirati, durante il quale Trump ha negoziato investimenti, forniture militari ed energia. Doha ospita una delle principali basi americane in Medio Oriente ed è mediatore nei negoziati con l’Iran e su Gaza: il marchio del presidente entra in un progetto controllato da uno Stato la cui sicurezza dipende dalla Casa Bianca.

In Arabia Saudita il rapporto è ancora più esteso. Dar Global e la Trump Organization hanno annunciato dieci miliardi di dollari di nuovi sviluppi tra Riyadh e Gedda, meno di due mesi dopo la visita del principe ereditario Mohammed bin Salman alla Casa Bianca. A Diriyah sorgeranno il Trump National Golf Course e un Trump International Hotel; a Gedda il Trump Plaza e una Trump Tower. Gli affari procedono insieme al consolidamento dell’alleanza tra Trump e il principe ereditario, dal vertice di Riad alla firma a Washington dell’accordo strategico di difesa, fino alla cooperazione militare e alla gestione della crisi iraniana.

Dar Global è il veicolo principale dell’espansione: Dubai, Oman, Qatar, Arabia Saudita e, ora, Maldive, dove progetta un Trump International Hotel con ville sul mare, puntando a raccogliere fino al 70 per cento del capitale con token digitali venduti anche a piccoli investitori americani, annunciato alla vigilia dell’incontro alla Casa Bianca tra Trump e Mohammed bin Salman.

Nei Balcani

Al di fuori della Trump Organization si muove un secondo impero, quello del genero di Trump, Jared Kushner. In Albania, la sua Affinity Partners promuove resort sull’isola di Sazan, ex base militare, e sulla costa di Zvërnec, vicino alla laguna protetta di Vjosa-Narta. Il governo di Edi Rama ha attribuito al progetto lo status di investimento strategico. Migliaia di persone hanno dato vita alla “Rivoluzione dei fenicotteri”, denunciando il rischio per le zone umide e gli animali protetti. Per il governo albanese il progetto è un segnale di accesso privilegiato agli Stati Uniti; per gli oppositori, la prova di uno Stato disposto a compiacere un investitore legato alla Casa Bianca.

Lo stesso schema si era manifestato in Serbia, dove Affinity aveva ottenuto un contratto di 99 anni per trasformare l’ex quartier generale dell’esercito jugoslavo, bombardato dalla Nato nel 1999, in hotel, appartamenti e uffici, incluso un albergo a marchio Trump. Dopo mesi di proteste e un’inchiesta su documenti falsificati per cancellare la tutela del sito, protetto come bene culturale, Kushner ha abbandonato il progetto.

Nel Caucaso

In Georgia il progetto è direttamente della Trump Organization: la Trump Tower Tbilisi dovrebbe diventare, con settanta piani, l’edificio più alto della capitale, su un’area appartenuta al fondo Cartu, legato a Bidzina Ivanishvili, colpito da sanzioni statunitensi tuttora in vigore per il suo ruolo nell’allontanamento della Georgia dall’Occidente e nell’avvicinamento a Mosca. Per il gruppo dirigente georgiano, la torre vale come certificazione americana, mentre i rapporti con Washington restano deteriorati.

Il meccanismo si è ripetuto in Indonesia, con un resort vicino a Giacarta che ha ricevuto lo status di zona economica speciale e i cui campo da golf, hotel e residenze sono gestiti dalla Trump Organization, anche se il ministero dell’Ambiente ha fermato i lavori per problemi idrici.

L’India è ormai il maggiore mercato straniero del marchio, con nove progetti tra Mumbai, Pune, Gurugram e Calcutta, a cui si è aggiunto il Trump World Center di Pune, primo complesso commerciale del gruppo nel Paese, mentre Washington negozia con Modi su dazi, commercio ed energia. In Romania è stata annunciata una Trump Tower a Bucarest e uno sviluppo golfistico in Transilvania, dopo lo scontro tra Washington e l’Unione europea sull’annullamento delle elezioni presidenziali romene.

In Israele, infine, la Trump Organization ha condotto colloqui preliminari per gestire e dare il nome al Sarona Hotel di Tel Aviv, una struttura di 47 piani e circa ottocento camere, mentre si moltiplicano gli incontri alla Casa Bianca tra Trump e Netanyahu, in uno dei Paesi maggiormente dipendenti dalle sue decisioni militari e diplomatiche.

Presi singolarmente, i progetti possono apparire normali contratti commerciali conclusi dai figli di un imprenditore diventato presidente. Considerati insieme, disegnano invece una rete immobiliare che cresce nei Paesi sottoposti alle decisioni americane su dazi, armi, sanzioni e protezione militare. I partner locali mettono terreni, capitali e autorizzazioni; la famiglia Trump mette il marchio, trasferisce agli altri i rischi e trasforma la prossimità alla Casa Bianca in royalties.

Nell’immagine: Albania, la rivoluzione dei fenicotteri


L’anfiteatro romano farlocco costato il carcere a… Frank von Rosenfranz

L’intesa per la fase due nella Striscia era stata annunciata dieci giorni fa dal presidente Usa come un passo storico. Il premier dello Stato ebraico: “Donald è un amico ma prima di richiamare l’Idf Hamas deve disarmare”. I miliziani rispondono: “Per noi i 15 punti restano validi” 

Dal nostro corrispondente dall’Italia

L’Italia, si sa, è il Paese della commedia dell’arte. Talvolta persino la cronaca sembra seguire antichi canovacci di questo genere di spettacolo, con maschere, nomi d’invenzione, scenografie traballanti e improvvisi interventi dell’autorità. Anche quando sulla scena della vita reale c’è un uomo finito in carcere.

È quanto accaduto nel Veneto profondo, dal quale riaffiora una storia che sembra inventata da un romanziere per far dimenticare con un sorriso, almeno per qualche minuto, il caldo torrido di questo luglio 2026, e il clima politico arroventato da violenze fisiche, verbali e morali.

Il protagonista, all’anagrafe, si chiama Franco Malosso, ha 69 anni e da alcuni mesi è detenuto nel carcere di Ventimiglia. Non soddisfatto, evidentemente, di un nome troppo dimesso per le proprie ambizioni culturali, si faceva chiamare Frank von Rosenfranz.

Lo pseudonimo dello stravagante personaggio è già un programma. In questa particolare disciplina nazionale, quella dei titoli altisonanti non sempre accompagnati da un adeguato albero genealogico, il sedicente von Rosenfranz non è solo. Un altro famoso caso ha riguardato Dimitri Kunz, compagno di Daniela Santanché, l’ex ministra del Turismo che dovrà rispondere alla giustizia di pesanti accuse. Costui spesso si presentava pubblicamente come “principe d’Asburgo-Lorena”. Finché nel 2016 un vero d’Asburgo-Lorena, Sigismondo, chiarì che Kunz non era principe e non apparteneva al casato e lo diffidò dall’utilizzarne il nome.

Nessuno risulta aver contestato a Malosso l’appartenenza al misterioso casato “von Rosenfranz”. Ad essere presa di mira dalle autorità e dalle forze dell’ordine è stata, invece, la “scenografia” di cui si era circondato, animata forse da un’autentica passione culturale, ma certamente da un discutibile senso degli affari.

Sui Colli Berici, ad Arcugnano, in provincia di Vicenza, sorgeva infatti il suo “Anfiteatro Berico Porto degli Angeli”, segnalato anche su Tripadvisor, aperto alle visite a pagamento e disponibile per spettacoli, cene ed eventi.

Si trattava di un sito definito “archeologico” di circa cinquemila metri quadrati, composto da un laghetto, da gradinate, statue (di gesso), colonne (di cemento), esposizioni di presunti reperti neolitici, paleoveneti e romani e altre strutture dall’aspetto apparentemente antico. Quello che era definito anfiteatro, essendo semicircolare, somigliava semmai a un teatro romano. L’anfiteatro propriamente detto, com’è risaputo, è chiuso attorno all’arena, generalmente a pianta ellittica.

Nell’autunno 2016 arrivarono i funzionari della Soprintendenza archeologica del Veneto, accompagnati dai carabinieri del Nucleo tutela patrimonio culturale. Il sopralluogo era stato deciso dopo che agli uffici erano giunte notizie di presunti ritrovamenti archeologici, reclamizzati tramite comunicati, siti internet e visite guidate.

Gli esperti passarono al setaccio ogni elemento e la conclusione fu immediata. Tutto era di recente costruzione e le statue erano dei grossolani falsi. Il complesso venne sequestrato e Malosso fu indagato. Il nodo dell’accusa era costituito dalle colate di cemento e dagli abusi edilizi realizzati in un’area sottoposta a tutela paesaggistica, che già in tempi remoti aveva subìto l’assalto delle ruspe per via dell’apertura di numerose cave.

Malosso fu rinviato a giudizio per i reati di contraffazione di opere d’arte e violazioni delle norme urbanistiche e paesaggistiche, che gli costarono nel 2021 una condanna definitiva in Cassazione a due anni e quattro mesi di reclusione. Soltanto agli inizi del 2026 è finito in carcere. Dopo il rigetto di una richiesta di misura alternativa al carcere, i giornali locali hanno riportato ora alla luce questa incredibile vicenda. Proprio negli stessi giorni in cui ha iniziato a espiare la pena nel penitenziario di Bollate il gioielliere di Grinzane Cavour, colpevole di avere ucciso due rapinatori in fuga e di averne ferito un terzo.

Ma per il nostro archeologo immaginario non c’è stato un Matteo Salvini, magari travestito da legionario romano, a reclamarne la scarcerazione o a proporre la grazia o, chissà, a chiedere di affidarlo ai servizi sociali agli scavi di Pompei.

C’è una malinconia comica in questa storia, che fa venire in mente – tanto per farla scivolare nuovamente verso la politica – il G7 tenutosi nel giugno 2024, quando Giorgia Meloni riunì a Borgo Egnazia, nel territorio di Fasano, in Puglia, i leader mondiali: non in un borgo antico restaurato, ma in un resort extra lusso costruito nel 2010, che riproduce, con impeccabile accuratezza scenografica, un paese pugliese d’altri tempi.

Stradine di pietra, piazzetta, torre dell’orologio, case imbiancate, archi, cortili e ulivi: tutto… autenticamente finto. Una specie di Medioevo con la spa, l’aria condizionata e servizi esclusivi in camera. Le sette maggiori potenze industriali del mondo discussero così di guerre, debito, energia e futuro dell’umanità nella cornice di un passato farlocco.

Viene allora da pensare che Malosso abbia sbagliato non tanto l’idea, quanto la destinazione d’uso. Se avesse rispettato le leggi e invece di chiamare il suo complesso “sito archeologico” lo avesse battezzato “Exclusive heritage resort von Rosenfranz”, non sarebbe finito in prigione e probabilmente, al posto dei carabinieri, sarebbero arrivati i capi di Stato.


Altro che “non sapevamo”

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Di fronte agli sviluppi di questi giorni sulla vicenda Zali, sentiamo ripetere che “nessuno sapeva”. È una ricostruzione che non possiamo accettare. La verità è un’altra: i segnali c’erano, le segnalazioni c’erano, gli indizi c’erano e il Consiglio di Stato era stato formalmente chiamato a occuparsene già nella primavera del 2025. Se oggi qualcuno sostiene di non sapere, è perché allora ha scelto di non vedere.
Il 31 marzo 2025 avevamo depositato un’interpellanza intitolata “Le sfortunate frequentazioni private del ministro Zali“. Lo avevamo fatto partendo da un fatto preciso: il processo celebrato il 27 marzo 2025, nel quale un’ex compagna di Claudio Zali compariva davanti al giudice con l’accusa di averlo ripetutamente diffamato e ingiuriato.
Nell’atto d’accusa firmato dal Procuratore generale Pagani si leggeva che la donna aveva definito Zali un “picchiatore” e un “abusatore di donne indifese”. Accuse gravissime, riportate da tutta la stampa, che imponevano almeno una riflessione politica e istituzionale, indipendentemente dagli esiti giudiziari.
La nostra iniziativa parlamentare non nasceva certo dal gossip o dalla curiosità per la vita privata di un consigliere di Stato. Nasceva dal fatto che, da tempo, circolavano voci, documenti, indiscrezioni e soprattutto atti relativi a procedimenti passati e in corso, dai quali emergeva, al di là delle risultanze processuali e delle querele spesso successivamente ritirate o abbandonate, un quadro ricorrente e un rapporto problematico con le donne che non poteva più essere liquidato come una questione puramente privata.
Proprio per questo avevamo posto domande politiche. Chiedevamo al Governo se ritenesse che quei fatti potessero avere rilevanza istituzionale. Chiedevamo se fossero state svolte verifiche. Chiedevamo se il comportamento di un membro del Consiglio di Stato non imponesse almeno una valutazione sotto il profilo della credibilità delle istituzioni.
Quelle domande sono state sistematicamente soffocate.
L’Ufficio presidenziale del Gran Consiglio, con una decisione che continuiamo a ritenere incomprensibile, ha declassato la nostra interpellanza a semplice interrogazione, impedendo che il tema venisse discusso pubblicamente in Parlamento.
Ma ancora più grave è ciò che ha fatto – o meglio, che non ha fatto – il Consiglio di Stato.
A un’interrogazione il Governo dovrebbe rispondere entro sessanta giorni. Sono trascorsi oltre 500 giorni e quella risposta non è mai arrivata.
Non si è trattato di una dimenticanza amministrativa. È stata una scelta politica.
Il Consiglio di Stato ha deliberatamente deciso di non affrontare la questione. Ha scelto di non rispondere alle nostre domande, di non confrontarsi con gli elementi che avevamo portato alla sua attenzione e di lasciare cadere nel vuoto un atto parlamentare che chiamava in causa il comportamento di uno dei suoi membri.
Questa scelta pesa oggi come un macigno.
Perché mentre si taceva, mentre si prendeva tempo, mentre si faceva finta che il problema non esistesse, continuavano a emergere elementi che avrebbero meritato attenzione e approfondimento.
E c’è un fatto che rende ancora meno credibile qualsiasi tentativo di rifugiarsi dietro il “non sapevamo”.
Nel Consiglio di Stato sedeva, e siede tuttora, Norman Gobbi, il quale ha ammesso pubblicamente di essere stato informato della vicenda già attraverso le segnalazioni ricevute nel 2021. Non solo: insieme al consigliere nazionale Lorenzo Quadri aveva liquidato la questione come una semplice “vicenda privata”, dichiarando di aver accettato le spiegazioni fornite da Claudio Zali.
Dunque qualcuno sapeva.
Il problema non è che mancassero informazioni. Il problema è che si è deciso di considerarle irrilevanti.
Si è scelto di non approfondire. Si è scelto di non fare domande. Si è scelto di non rispondere al Parlamento. Si è scelto, in sostanza, di proteggere lo status quo, consentendo che una questione di evidente rilievo istituzionale venisse archiviata come un fatto esclusivamente personale.
Oggi questa linea di condotta presenta il conto.
Per questa ragione abbiamo deciso di ripresentare il nostro atto parlamentare nella forma originaria di interpellanza, modificando soltanto il testo introduttivo e riproponendo integralmente le domande formulate nel 2025.
Lo facciamo perché quelle domande sono oggi ancora più attuali di allora.
E lo facciamo perché riteniamo che il Parlamento e l’opinione pubblica abbiano il diritto di sapere non soltanto che cosa sia accaduto, ma anche perché il Governo abbia scientemente scelto di ignorare per oltre 500 giorni tutti i segnali che gli erano stati sottoposti.
L’interpellanza, così vorrebbe la Legge sul Gran Consiglio, dovrà ricevere una risposta nella seduta del Gran Consiglio del prossimo 14 settembre.
Dopo quasi un anno e mezzo di silenzio, non sarà più possibile rifugiarsi dietro la comoda formula del “non sapevamo”. Perché la verità è molto più semplice: le informazioni c’erano, le domande c’erano e il Consiglio di Stato ha scelto di non vedere e di non rispondere.

*Giuseppe Sergi e Matteo Pronzini Granconsiglieri MPS 


Nenad Stojanovic-“Caso Zali, una resa più rapida del previsto”

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