L’anfiteatro romano farlocco costato il carcere a… Frank von Rosenfranz

Così si faceva chiamare Franco Malosso, 69 anni, che si era inventato un sito archeologico fuorilegge sui Colli Berici, nel Veneto 

Dal nostro corrispondente dall’Italia

L’Italia, si sa, è il Paese della commedia dell’arte. Talvolta persino la cronaca sembra seguire antichi canovacci di questo genere di spettacolo, con maschere, nomi d’invenzione, scenografie traballanti e improvvisi interventi dell’autorità. Anche quando sulla scena della vita reale c’è un uomo finito in carcere.

È quanto accaduto nel Veneto profondo, dal quale riaffiora una storia che sembra inventata da un romanziere per far dimenticare con un sorriso, almeno per qualche minuto, il caldo torrido di questo luglio 2026, e il clima politico arroventato da violenze fisiche, verbali e morali.

Il protagonista, all’anagrafe, si chiama Franco Malosso, ha 69 anni e da alcuni mesi è detenuto nel carcere di Ventimiglia. Non soddisfatto, evidentemente, di un nome troppo dimesso per le proprie ambizioni culturali, si faceva chiamare Frank von Rosenfranz.

Lo pseudonimo dello stravagante personaggio è già un programma. In questa particolare disciplina nazionale, quella dei titoli altisonanti non sempre accompagnati da un adeguato albero genealogico, il sedicente von Rosenfranz non è solo. Un altro famoso caso ha riguardato Dimitri Kunz, compagno di Daniela Santanché, l’ex ministra del Turismo che dovrà rispondere alla giustizia di pesanti accuse. Costui spesso si presentava pubblicamente come “principe d’Asburgo-Lorena”. Finché nel 2016 un vero d’Asburgo-Lorena, Sigismondo, chiarì che Kunz non era principe e non apparteneva al casato e lo diffidò dall’utilizzarne il nome.

Nessuno risulta aver contestato a Malosso l’appartenenza al misterioso casato “von Rosenfranz”. Ad essere presa di mira dalle autorità e dalle forze dell’ordine è stata, invece, la “scenografia” di cui si era circondato, animata forse da un’autentica passione culturale, ma certamente da un discutibile senso degli affari.

Sui Colli Berici, ad Arcugnano, in provincia di Vicenza, sorgeva infatti il suo “Anfiteatro Berico Porto degli Angeli”, segnalato anche su Tripadvisor, aperto alle visite a pagamento e disponibile per spettacoli, cene ed eventi.

Si trattava di un sito definito “archeologico” di circa cinquemila metri quadrati, composto da un laghetto, da gradinate, statue (di gesso), colonne (di cemento), esposizioni di presunti reperti neolitici, paleoveneti e romani e altre strutture dall’aspetto apparentemente antico. Quello che era definito anfiteatro, essendo semicircolare, somigliava semmai a un teatro romano. L’anfiteatro propriamente detto, com’è risaputo, è chiuso attorno all’arena, generalmente a pianta ellittica.

Nell’autunno 2016 arrivarono i funzionari della Soprintendenza archeologica del Veneto, accompagnati dai carabinieri del Nucleo tutela patrimonio culturale. Il sopralluogo era stato deciso dopo che agli uffici erano giunte notizie di presunti ritrovamenti archeologici, reclamizzati tramite comunicati, siti internet e visite guidate.

Gli esperti passarono al setaccio ogni elemento e la conclusione fu immediata. Tutto era di recente costruzione e le statue erano dei grossolani falsi. Il complesso venne sequestrato e Malosso fu indagato. Il nodo dell’accusa era costituito dalle colate di cemento e dagli abusi edilizi realizzati in un’area sottoposta a tutela paesaggistica, che già in tempi remoti aveva subìto l’assalto delle ruspe per via dell’apertura di numerose cave.

Malosso fu rinviato a giudizio per i reati di contraffazione di opere d’arte e violazioni delle norme urbanistiche e paesaggistiche, che gli costarono nel 2021 una condanna definitiva in Cassazione a due anni e quattro mesi di reclusione. Soltanto agli inizi del 2026 è finito in carcere. Dopo il rigetto di una richiesta di misura alternativa al carcere, i giornali locali hanno riportato ora alla luce questa incredibile vicenda. Proprio negli stessi giorni in cui ha iniziato a espiare la pena nel penitenziario di Bollate il gioielliere di Grinzane Cavour, colpevole di avere ucciso due rapinatori in fuga e di averne ferito un terzo.

Ma per il nostro archeologo immaginario non c’è stato un Matteo Salvini, magari travestito da legionario romano, a reclamarne la scarcerazione o a proporre la grazia o, chissà, a chiedere di affidarlo ai servizi sociali agli scavi di Pompei.

C’è una malinconia comica in questa storia, che fa venire in mente – tanto per farla scivolare nuovamente verso la politica – il G7 tenutosi nel giugno 2024, quando Giorgia Meloni riunì a Borgo Egnazia, nel territorio di Fasano, in Puglia, i leader mondiali: non in un borgo antico restaurato, ma in un resort extra lusso costruito nel 2010, che riproduce, con impeccabile accuratezza scenografica, un paese pugliese d’altri tempi.

Stradine di pietra, piazzetta, torre dell’orologio, case imbiancate, archi, cortili e ulivi: tutto… autenticamente finto. Una specie di Medioevo con la spa, l’aria condizionata e servizi esclusivi in camera. Le sette maggiori potenze industriali del mondo discussero così di guerre, debito, energia e futuro dell’umanità nella cornice di un passato farlocco.

Viene allora da pensare che Malosso abbia sbagliato non tanto l’idea, quanto la destinazione d’uso. Se avesse rispettato le leggi e invece di chiamare il suo complesso “sito archeologico” lo avesse battezzato “Exclusive heritage resort von Rosenfranz”, non sarebbe finito in prigione e probabilmente, al posto dei carabinieri, sarebbero arrivati i capi di Stato.


Altro che “non sapevamo”

Così si faceva chiamare Franco Malosso, 69 anni, che si era inventato un sito archeologico fuorilegge sui Colli Berici, nel Veneto 

Di fronte agli sviluppi di questi giorni sulla vicenda Zali, sentiamo ripetere che “nessuno sapeva”. È una ricostruzione che non possiamo accettare. La verità è un’altra: i segnali c’erano, le segnalazioni c’erano, gli indizi c’erano e il Consiglio di Stato era stato formalmente chiamato a occuparsene già nella primavera del 2025. Se oggi qualcuno sostiene di non sapere, è perché allora ha scelto di non vedere.
Il 31 marzo 2025 avevamo depositato un’interpellanza intitolata “Le sfortunate frequentazioni private del ministro Zali“. Lo avevamo fatto partendo da un fatto preciso: il processo celebrato il 27 marzo 2025, nel quale un’ex compagna di Claudio Zali compariva davanti al giudice con l’accusa di averlo ripetutamente diffamato e ingiuriato.
Nell’atto d’accusa firmato dal Procuratore generale Pagani si leggeva che la donna aveva definito Zali un “picchiatore” e un “abusatore di donne indifese”. Accuse gravissime, riportate da tutta la stampa, che imponevano almeno una riflessione politica e istituzionale, indipendentemente dagli esiti giudiziari.
La nostra iniziativa parlamentare non nasceva certo dal gossip o dalla curiosità per la vita privata di un consigliere di Stato. Nasceva dal fatto che, da tempo, circolavano voci, documenti, indiscrezioni e soprattutto atti relativi a procedimenti passati e in corso, dai quali emergeva, al di là delle risultanze processuali e delle querele spesso successivamente ritirate o abbandonate, un quadro ricorrente e un rapporto problematico con le donne che non poteva più essere liquidato come una questione puramente privata.
Proprio per questo avevamo posto domande politiche. Chiedevamo al Governo se ritenesse che quei fatti potessero avere rilevanza istituzionale. Chiedevamo se fossero state svolte verifiche. Chiedevamo se il comportamento di un membro del Consiglio di Stato non imponesse almeno una valutazione sotto il profilo della credibilità delle istituzioni.
Quelle domande sono state sistematicamente soffocate.
L’Ufficio presidenziale del Gran Consiglio, con una decisione che continuiamo a ritenere incomprensibile, ha declassato la nostra interpellanza a semplice interrogazione, impedendo che il tema venisse discusso pubblicamente in Parlamento.
Ma ancora più grave è ciò che ha fatto – o meglio, che non ha fatto – il Consiglio di Stato.
A un’interrogazione il Governo dovrebbe rispondere entro sessanta giorni. Sono trascorsi oltre 500 giorni e quella risposta non è mai arrivata.
Non si è trattato di una dimenticanza amministrativa. È stata una scelta politica.
Il Consiglio di Stato ha deliberatamente deciso di non affrontare la questione. Ha scelto di non rispondere alle nostre domande, di non confrontarsi con gli elementi che avevamo portato alla sua attenzione e di lasciare cadere nel vuoto un atto parlamentare che chiamava in causa il comportamento di uno dei suoi membri.
Questa scelta pesa oggi come un macigno.
Perché mentre si taceva, mentre si prendeva tempo, mentre si faceva finta che il problema non esistesse, continuavano a emergere elementi che avrebbero meritato attenzione e approfondimento.
E c’è un fatto che rende ancora meno credibile qualsiasi tentativo di rifugiarsi dietro il “non sapevamo”.
Nel Consiglio di Stato sedeva, e siede tuttora, Norman Gobbi, il quale ha ammesso pubblicamente di essere stato informato della vicenda già attraverso le segnalazioni ricevute nel 2021. Non solo: insieme al consigliere nazionale Lorenzo Quadri aveva liquidato la questione come una semplice “vicenda privata”, dichiarando di aver accettato le spiegazioni fornite da Claudio Zali.
Dunque qualcuno sapeva.
Il problema non è che mancassero informazioni. Il problema è che si è deciso di considerarle irrilevanti.
Si è scelto di non approfondire. Si è scelto di non fare domande. Si è scelto di non rispondere al Parlamento. Si è scelto, in sostanza, di proteggere lo status quo, consentendo che una questione di evidente rilievo istituzionale venisse archiviata come un fatto esclusivamente personale.
Oggi questa linea di condotta presenta il conto.
Per questa ragione abbiamo deciso di ripresentare il nostro atto parlamentare nella forma originaria di interpellanza, modificando soltanto il testo introduttivo e riproponendo integralmente le domande formulate nel 2025.
Lo facciamo perché quelle domande sono oggi ancora più attuali di allora.
E lo facciamo perché riteniamo che il Parlamento e l’opinione pubblica abbiano il diritto di sapere non soltanto che cosa sia accaduto, ma anche perché il Governo abbia scientemente scelto di ignorare per oltre 500 giorni tutti i segnali che gli erano stati sottoposti.
L’interpellanza, così vorrebbe la Legge sul Gran Consiglio, dovrà ricevere una risposta nella seduta del Gran Consiglio del prossimo 14 settembre.
Dopo quasi un anno e mezzo di silenzio, non sarà più possibile rifugiarsi dietro la comoda formula del “non sapevamo”. Perché la verità è molto più semplice: le informazioni c’erano, le domande c’erano e il Consiglio di Stato ha scelto di non vedere e di non rispondere.

*Giuseppe Sergi e Matteo Pronzini Granconsiglieri MPS 


Nenad Stojanovic-“Caso Zali, una resa più rapida del previsto”

Così si faceva chiamare Franco Malosso, 69 anni, che si era inventato un sito archeologico fuorilegge sui Colli Berici, nel Veneto 

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ascoltare in podcast su YouTube Music


Il passo indietro del cattivo perdente

Così si faceva chiamare Franco Malosso, 69 anni, che si era inventato un sito archeologico fuorilegge sui Colli Berici, nel Veneto 

Di Daniel Ritzer, La Regione

In sintesi:

  • Da più parti in questi giorni le dimissioni di Zali venivano ritenute inevitabili
  • Tuttavia le sue dimissioni sembrano il frutto di un patteggiamento per fermare la tempesta

Al dimissionario consigliere di Stato Claudio Zali va riconosciuta una particolare forma di coerenza. Nelle ultime due interviste rilasciate in esclusiva a laRegione (quella in cui ha annunciato la sua ricandidatura, e poi quando ha fornito la sua versione – parzialmente fuorviante – sul caso del 14enne detenuto alla Farera) ha ribadito a più riprese di essere un “cattivo perdente”. E proprio in questo modo si è comportato al momento di fare un passo indietro, travolto dalle varie vicende emerse nelle ultime settimane (riunione sul 14enne, registrazioni audio, e-mail all’Eoc). Zali non si è degnato di partecipare alla conferenza stampa in cui gli altri quattro membri del governo si sono limitati a svolgere il “compitino” (molto di più non hanno fatto) di comunicare al Paese di aver preso atto della rinuncia alla carica del collega con effetto al 30 settembre 2026. Qualche parola della neopresidente Carobbio per stigmatizzare le frasi violente sentite nei file audio, un accenno di mea culpa da parte di De Rosa per non aver dato il giusto peso all’e-mail spedita da Zali al presidente dell’Ente ospedaliero. Davvero poco, se l’obiettivo – come dichiarato – del Consiglio di Stato è quello di ristabilire la credibilità delle istituzioni.

Da più parti in questi giorni le dimissioni di Zali venivano ritenute inevitabili. Tuttavia la sua scelta di lasciare l’incarico sei mesi prima della fine della legislatura (per cedere la poltrona, scrive Zali nella sua lettera di addio affidata a Radio Ticino, “a un subentrante che da tanto scalpita per scendere in campo”) è forse l’unica nota stonata rispetto alla ferrea linea di condotta – nel bene e nel male – alla quale il direttore del Dipartimento del territorio ci aveva abituati. Qui bisogna andare a ritroso di almeno un anno (fino all’arrocchino dell’estate scorsa) per identificare, ripercorrendo le varie vicissitudini, i tratti di un disegno piuttosto ben definito. Quello in cui Zali appare inequivocabilmente come l’unico vero ostacolo ai piani elettorali dell’area di destra. Un ostacolo che andava rimosso per fare pieno spazio agli interessi convergenti di Lega e Udc. L’articolo di domenica scorsa firmato da Antonella Bignasca, editore del Mattino, valga quale prova inconfutabile di tale ipotesi.

Tutto ciò non giustifica in alcun modo i deprecabili comportamenti del consigliere di Stato leghista. Ma non si può essere così ingenui da non constatare una tempistica perfetta nello scoperchiamento del vaso di Pandora che l’ha politicamente fulminato. In effetti le sue dimissioni sembrano più il frutto di un patteggiamento (interno) per fermare la tempesta abbattutasi su di lui, che non un gesto spontaneo. Non è nella sua natura gettare la spugna. E lo dimostra anche nella sua ultima presa di posizione pubblica in cui evita ogni forma di pentimento per i suoi atti e minaccia, fedele al suo stile, querele a destra e a manca.

È davvero Zali il “cattivo perdente” di queste giornate di scandali a non finire? In realtà i grandi sconfitti sono il Canton Ticino, i suoi cittadini, tutti noi. Una comunità confrontata con tutta una serie di problematiche strutturali di non facile soluzione, e alla quale il ‘caso Zali’ ha sottratto parecchie energie. Un caso che andava comunque affrontato, poiché inammissibile sotto diversi punti di vista. Così come bisognerà appurare se negli ultimi anni ci siano stati obblighi di segnalazione disattesi da parte degli altri membri del governo. Non per un giustizialismo fine a sé stesso. Ma perché da tutte queste vicende affiora qualcosa di sistemico – a livello culturale prima che politico – che non può più essere tollerato.


Il caldo estremo che incalza la politica

Così si faceva chiamare Franco Malosso, 69 anni, che si era inventato un sito archeologico fuorilegge sui Colli Berici, nel Veneto 

L’Europa affronta un’ondata di calore che non rappresenta più un’eccezione, bensì il nuovo paradigma climatico. Eppure, tra negazionismi mascherati, investimenti asfittici e priorità rovesciate, l’inadempienza della politica resta palese.

La crisi non è domani, ma ampiamente nel presente

L’eccezionale ondata di calore che sferza l’Europa non va derubricata a parentesi meteorologica anomala, ergendosi piuttosto a prova materiale di un mutamento climatico ormai entrato in una fase di virulenza tangibile. Nel momento in cui scuole, ospedali, snodi ferroviari e intere aree urbane collassano sotto il peso di temperature inedite, non ci troviamo al cospetto di un banale disagio stagionale: stiamo osservando la fase in cui il degrado ambientale si traduce in emergenza sociale, sanitaria e politica.

Declassato per anni dal dibattito pubblico a minaccia differita, gestibile con rassicurante gradualità, il riscaldamento globale fa oggi saltare ogni schema dilatorio. Il caldo estremo non bussa più – sporadicamente – alle porte del continente, ma lo abita strutturalmente, svelando in tutta la sua drammaticità quanto le istituzioni abbiano sotto-investito nell’adattamento, nella prevenzione e nella necessaria metamorfosi delle infrastrutture. Lungi dal generare un mero fastidio fisiologico, le impennate termiche scoperchiano le disuguaglianze preesistenti, accanendosi in particolare sui soggetti più fragili e mandando in tilt l’assistenza sanitaria, in modo tale da certificare la vulnerabilità di un modello urbano concepito per un clima che non esiste più. Abitazioni progettate per trattenere il calore, quartieri saturi di cemento e reti di trasporto inadeguate raccontano una verità ineludibile: il collasso climatico è già un fatto compiutamente strutturale, sociale e culturale, al quale non è possibile sottrarsi a meno di non vagheggiare fantascientifiche vie di fuga extraterrestri (su Marte, ad esempio).

Il negazionismo cambia forma, ma non l’insidiosa sostanza

Messo all’angolo dall’evidenza, il negazionismo non è scomparso ma ha mutato pelle. Abbandonato il rozzo rifiuto frontale, assume oggi le sembianze più sofisticate della minimizzazione: nega l’urgenza dell’allarme, postula l’autosufficienza dell’adattamento passivo o delega palingeneticamente la soluzione a un futuro sviluppo tecnologico. Si tratta di un ostruzionismo più raffinato ma non meno pernicioso, poiché agisce da freno inibitore contro qualsiasi decisione realmente incisiva.

Ammantandosi di un finto buon senso, questa forma di rifiuto si rivela un’insidiosa strategia di rinvio. Finché il dibattito si arena sulla reale gravità della situazione o sull’opportunità di accelerare la transizione, si lascia che il deterioramento prosegua indisturbato il proprio logorio. La comunità scientifica, nel frattempo, ribadisce da anni un monito inequivocabile: le ondate di calore sono destinate a intensificarsi per frequenza e durata. Ignorare tale prospettiva non denota prudenza, bensì una colpevole irresponsabilità istituzionale. Il problema, di conseguenza, trascende il mero contesto ecologico per investire la sfera cognitiva e democratica, misurando lo iato tra le nostre conoscenze acquisite e la reale volontà di agire sul piano socio-politico.

Europa: promesse senza strumenti e priorità rovesciata

Sebbene l’Europa ami autorappresentarsi quale avanguardia della transizione ecologica, la prassi decisionale degli organismi di Bruxelles smentisce regolarmente la magniloquenza delle dichiarazioni d’intenti. L’Agenda 2030 avrebbe dovuto orientare in modo sistemico la spesa pubblica, la pianificazione industriale e la riconversione energetica; al contrario, gli impegni restano sovente confinati sulla carta, mentre i bilanci si muovono in direzioni diametralmente opposte.

Il nodo politico risiede proprio nel divario tra proclamazione e stanziamento: affermare l’imperativo della stabilità ecologica impone di tradurlo in massicci investimenti strutturali. Finanziare il riequilibrio climatico e lo sviluppo sostenibile significa innervare la ricerca, promuovere reti energetiche pulite, sovvenzionare un’edilizia termicamente resiliente e ripensare il sistema sanitario territoriale. Depurata da questa materialità socioeconomica, la retorica della sostenibilità si riduce a mero esercizio di stile. D’altronde, la discrasia tra discorsi solenni e interventi concreti non è un dettaglio contabile, bensì la misura di un fallimento strategico: ogni euro lesinato oggi sul fronte ambientale lieviterà domani in costi insostenibili e vite esposte al pericolo di estinzione.

A esacerbare l’incoerenza del Vecchio Continente interviene una progressiva e inquietante riallocazione della spesa pubblica a vantaggio del comparto militare. Si profila così un paradosso deleterio: si mobilitano capitali astronomici per fronteggiare scenari bellici ipotetici con un’alacrità non altrettanto spiccata allorché si tratta di difendere l’ecosistema che già abitiamo. Tale inversione di priorità appare ingiustificabile. Pur riconoscendo la problematicità e la volatilità del quadro geopolitico attuale, è altrettanto incontrovertibile che una società stremata da siccità, incendi, crisi idriche e stress termico sia, per definizione, una società intrinsecamente vulnerabile. Il riarmo si configura quindi come una risposta simbolica e miope, capace di ipostatizzare una minaccia futura, mentre sottovaluta un logoramento presente che erode inesorabilmente la coesione sociale, la stabilità democratica e la stessa esistenza umana.

E la Svizzera?

In un contesto del genere, la Confederazione Elvetica assurge a paradigma rivelatore, dimostrando come persino un Paese opulento e dotato di indubbia capacità amministrativa fatichi a concretizzare gli impegni assunti. Nel Rapporto nazionale della Svizzera 2026 per uno sviluppo sostenibile, il bilancio del quadriennio 2022-2026 viene definito “disomogeneo”: un eufemismo burocratico che maschera a malapena il divario persistente tra traguardi enunciati e attuazione effettiva, segnatamente nei comparti vitali della biodiversità e del clima.

Tale aggettivo tradisce una criticità sistemica nel trasmutare la consapevolezza ecologica in prassi governativa. Sebbene il documento assuma l’Agenda 2030 come proprio orizzonte strategico di riferimento, riconosce parallelamente la parzialità del cammino percorso e l’insufficienza dei traguardi prefigurati, ammettendo che: “Gli obiettivi concernenti il consumo sostenibile, il clima, la biodiversità, la riduzione della povertà, la presenza di alloggi a prezzi accessibili e la discriminazione saranno difficilmente raggiungibili entro il 2030 nelle condizioni attuali. (…) Nel complesso, per attuare con successo l’Agenda entro il 2030, è necessario che tutte le parti interessate si impegnino in misura significativamente maggiore”.

Eppure, l’aspetto più stridente risiede altrove: la Svizzera non difetta certo di risorse finanziarie, bensì di determinazione e coraggio nelle proprie scelte di politica ambientale. In forza della propria solidità, potrebbe imprimere una sostanziale accelerazione all’abbandono delle fonti fossili, ma si ritrova invece impantanata nel controverso dibattito sul rilancio dell’energia nucleare, con il rischio di sconfessare di fatto la Strategia energetica 2050+, che aveva escluso nuove installazioni. Il controprogetto indiretto promosso dal Consiglio federale per riaprire questa opzione ha spaccato il panorama politico: le forze conservatrici e il ministro dell’Energia Albert Rösti caldeggiano l’opzione atomica, scontrandosi con la ferma opposizione dell’ala progressista, votata all’efficienza e alle rinnovabili.

Nel frattempo, con palese strabismo strategico, Berna pianifica l’oneroso acquisto dei caccia statunitensi F-35. Viene dunque spontaneo chiedersi quali e quanti cantieri della transizione ecologica si potrebbero inaugurare stornando i fondi destinati all’acquisto e all’intero ciclo di vita anche di un singolo aereo da combattimento. La risposta a questo interrogativo travalica la contabilità per farsi manifesto politico: ogni scelta di spesa indica, in modo inequivocabile, che cosa un Paese ritiene davvero prioritario.

Sicurezza climatica quale garanzia per la sopravvivenza

Oggi il lessico politico dovrebbe riappropriarsi del concetto di “sicurezza”, emancipandolo dall’angusta accezione militarista fondata sulla mera deterrenza. Sicurezza, nel ventunesimo secolo, significa garantire abitazioni che non si tramutino in fornaci, nosocomi resilienti ai picchi termici, scuole ambientalmente vivibili, approvvigionamenti idrici tutelati e città in grado di accudire le proprie fasce più vulnerabili.

Di conseguenza, la reazione al collasso ambientale non può esaurirsi in palliativi emergenziali. Esige, al contrario, un’iniezione strutturale di fondi pubblici a favore dell’urbanistica adattiva, della sanità preventiva e della tutela del suolo, sorretta da governi che abbiano l’onestà di ammettere che il costo dell’inazione – o di un impegno timido e insufficiente – ha ormai ampiamente superato quello del cambiamento. L’autentico bivio epocale non contrappone l’ecologia al realismo, bensì un realismo cieco – ostinatamente aggrappato alla logica della deterrenza militare, inefficace contro la reale minaccia del presente – a un realismo lungimirante, capace di eleggere la salvaguardia del clima a precondizione imprescindibile della convivenza civile.

L’ondata di calore di queste settimane decreta la fine delle proroghe e l’esaurimento delle rassicurazioni astratte. Dinanzi a questa ineludibile istanza storico-esistenziale, sia l’Europa sia la Svizzera si trovano ad affrontare il medesimo crocevia: perpetuare un’inerzia che alimenta paure, dissesti e disuguaglianze, oppure porre la metamorfosi ecologica al centro della propria politica industriale, sociale e democratica. Solo quest’ultima via, che esige visione, coraggio e ingenti investimenti, merita ancora di essere chiamata futuro.

“In un mondo che sta cambiando rapidamente l’unico modo per adattarci sarebbe modificare quasi ogni aspetto della nostra vita: case, uffici, fabbriche, scuole, automobili, treni, aziende agricole, giardini.

Niente di tutto questo sta succedendo. Un giorno, quando il bilancio mortale della crisi climatica sarà diventato intollerabile, ci chiederemo perché siamo rimasti a guardare.”
(“New Scientist” da “Internazionale” no. 1673, 10.07.2026)

Nell’immagine: quante storie! Una bella spruzzatina e si sta benone


Terra, acqua, vento e fuoco. Gli incendi oltre l’emergenza

Così si faceva chiamare Franco Malosso, 69 anni, che si era inventato un sito archeologico fuorilegge sui Colli Berici, nel Veneto 

Di Francesco Sottile ( Slow Food), La Repubblica

C’è stato un tempo in cui l’uomo imparava a riconoscere la propria fragilità osservando i quattro elementi. La terra gli insegnava il limite della fertilità, l’acqua quello della sopravvivenza, l’aria il valore del respiro e del movimento. Il fuoco, infine, rappresentava insieme la conquista e il pericolo: la luce che permetteva di abitare il mondo e la forza capace di distruggerlo. Oggi quei quattro elementi continuano a raccontare la nostra storia, ma parlano una lingua diversa, una lingua che descrive un equilibrio sempre più precario. La terra è stanca. Consuma più di quanto riesca a rigenerare. Perde sostanza organica, biodiversità, capacità di trattenere l’acqua. È il primo archivio della vita e, nello stesso tempo, il più silenzioso delle vittime.

L’acqua manca, ma non manca soltanto: arriva nel momento sbagliato e con l’intensità sbagliata. Lunghi mesi di siccità si alternano a piogge violente che il territorio non riesce più ad assorbire. Non è soltanto il clima a cambiare; è il nostro rapporto con il territorio che si è impoverito. Il vento continua a essere il grande messaggero del Mediterraneo. Porta semi, umidità, profumi, vita. Ma quando incontra paesaggi abbandonati e vegetazione disseccata diventa il più potente alleato delle fiamme.

È allora che il quarto elemento cambia natura. Il fuoco non è più soltanto un fenomeno fisico. Diventa il simbolo di una frattura tra l’uomo e il paesaggio. In questi giorni il Sud Italia brucia ancora. Bruciano boschi, uliveti, macchia mediterranea, aree protette. Bruciano case, aziende agricole, animali selvatici, memorie collettive. Ogni estate sembra identica alla precedente e ogni estate promettiamo che sarà l’ultima vissuta nell’emergenza. Ma continuiamo a raccontarci una storia incompleta.

È rassicurante attribuire tutto al cambiamento climatico. È altrettanto rassicurante sostenere che la colpa sia delle politiche ambientali europee. Entrambe le letture, prese isolatamente, finiscono per nascondere la complessità del problema.

Il cambiamento climatico non appicca gli incendi. Nessuna ondata di calore accende un fiammifero. Ma rende ogni scintilla infinitamente più devastante, allunga la stagione del fuoco, prosciuga la vegetazione, moltiplica la velocità di propagazione delle fiamme.

Allo stesso tempo, sarebbe ingenuo ignorare quanto pesino l’abbandono delle aree interne, la scomparsa dell’agricoltura estensiva, la riduzione del pascolo, la perdita della manutenzione ordinaria dei boschi, la frammentazione amministrativa e, soprattutto, la mano criminale che continua a usare il fuoco come strumento di profitto, ricatto o speculazione.

Le fiamme sono il punto di arrivo di molte crisi che si sommano.

Per questo appare sempre più strumentale il tentativo di trasformare gli incendi nell’ennesimo processo al Green Deal europeo. Si insinua che la tutela della natura impedisca di gestire i boschi e che le politiche ambientali abbiano favorito l’accumulo di combustibile vegetale. È una semplificazione che non regge ai fatti.

La gestione attiva del territorio è uno degli obiettivi delle più avanzate strategie europee sulla biodiversità e sul clima. Conservare non significa abbandonare. Proteggere non significa rinunciare alla gestione. Significa, al contrario, restituire intelligenza ecologica alle nostre decisioni. Il vero problema è un altro: abbiamo progressivamente smesso di abitare il paesaggio. Per secoli agricoltori, allevatori e comunità locali hanno costruito un mosaico fatto di coltivi, pascoli, boschi, terrazzamenti, siepi, sentieri e sistemi idraulici. Non era soltanto un paesaggio bello. Era un paesaggio resiliente, capace di interrompere la continuità del combustibile, di trattenere l’acqua, di ridurre la vulnerabilità agli incendi.

Quando quel mosaico si dissolve, il fuoco trova continuità. E dove trova continuità trova velocità. Ogni ettaro che brucia non rappresenta soltanto alberi perduti. Perdiamo suolo fertile, biodiversità, capacità di immagazzinare carbonio, risorse idriche, economia rurale e identità culturale. Perdiamo quella trama invisibile di relazioni che rende un territorio una comunità e non semplicemente uno spazio geografico.

Per questo gli incendi non sono soltanto un problema forestale. Sono una questione agricola, ambientale, sociale e persino democratica. Misurano la qualità delle politiche pubbliche molto più di quanto misurino l’efficienza dei Canadair. La prevenzione non comincia quando si alzano in volo gli aerei antincendio. Comincia molto prima: nella pianificazione del territorio, nel sostegno all’agricoltura che presidia le aree marginali, nella cura dei boschi, nella ricerca scientifica, nell’educazione ambientale, nella presenza dello Stato contro chi usa il fuoco come un’arma.

Perché è proprio questo il punto che dovremmo avere il coraggio di riconoscere. Il fuoco non sta dichiarando guerra agli alberi. Sta dichiarando guerra al paesaggio. E il paesaggio non è semplicemente natura. È la forma che la natura assume quando incontra la storia, il lavoro e la responsabilità delle comunità umane.

Se continueremo a considerare gli incendi soltanto come un’emergenza estiva, continueremo a spegnerli senza mai imparare davvero a prevenirli. Il giorno in cui capiremo che difendere il paesaggio significa difendere la qualità della nostra democrazia, allora forse torneremo a governare il fuoco invece di limitarci a inseguirlo. Il paesaggio non muore quando arriva il fuoco. Comincia a morire il giorno in cui smettiamo di abitarlo.


Sorvegliare e punire con l’intelligenza artificiale

Così si faceva chiamare Franco Malosso, 69 anni, che si era inventato un sito archeologico fuorilegge sui Colli Berici, nel Veneto 

Di Mario De Vito, il manifesto

Uno-due. Il decreto legislativo recepisce il regolamento europeo sull’intelligenza artificiale e lo rende una questione di polizia accelera e, con ogni probabilità, già oggi verrà licenziato. Nel frattempo Fratelli d’Italia presenta la sua proposta di legge per far sì che chi scende in piazza a manifestare possa essere accusato di associazione a delinquere.

Il primo caso è il più clamoroso, perché è destinato a finire in Gazzetta ufficiale prestissimo. Direttamente da palazzo Chigi, su impulso del sottosegretario Alfredo Mantovano, è discesa l’indicazione alle commissioni affari costituzionali, giustizia e affari europei di Camera e Senato di dare nel minor tempo possibile il proprio parere allo schema di decreto legislativo che dovrebbe armonizzare le leggi italiane alle disposizioni europee «sull’intelligenza artificiale, in materia di utilizzo dei sistemi di intelligenza artificiale per l’attività di polizia e di responsabilità penale e civile». I punti caldi sono due: gli articoli 8 e 10. Uno parla dell’identificazione facciale «in tempo reale», l’altro la consente addirittura «a posteriori».

L’ARTICOLO 8 dice che «in casi di urgenza» (minacce di terrorismo, persone scomparse) la polizia può utilizzare i dati biometrici raccolti con l’Ai integrati con i sistemi di videosorveglianza presenti nelle città attraverso una semplice «comunicazione, anche orale» al pubblico ministero, senza cioè dover passare per l’autorizzazione di un giudice. L’articolo 10 è pure peggio: per «il contrasto dei reati» sarà infatti possibile effettuare una raccolta preventiva della durata di sette giorni dei dati biometrici di tutte le persone che accedono a un dato luogo. In sostanza, se in una strada o in una piazza è prevista una manifestazione, si potranno registrare ad esempio i tratti del viso e l’iride di chiunque passi di lì durante la settimana precedente. Tutto materiale che poi, eventualmente, sarà a disposizione dell’autorità giudiziaria.

«SIAMO al grande fratello d’Italia», dice al manifesto il senatore del Pd Filippo Sensi, che, oltre ad aver trovato la battuta giusta, ieri mattina in commissione affari europei di Palazzo Madama per primo si è accorto dell’enormità della faccenda e, con i colleghi dell’opposizione, ha vanamente cercato di opporsi al colpo di mano della maggioranza.

Ma nessuna discussione è stata concessa: il testo è blindato, le possibilità di rivederlo sono pressoché nulle e anche la controfirma del presidente della Repubblica sarà un atto sostanzialmente formale, avendo lui già concesso la delega al governo. Al limite, potrà prima o poi intervenire la Corte costituzionale, ma siamo nel campo delle ipotesi senza data di scadenza.

«Di tutto l’Ai Act europeo, che è un provvedimento enorme, qui si è deciso di occuparsi solo della parte che riguarda la polizia – prosegue Sensi -. Vogliono raccogliere dati a strascico e poi verificare se c’è o no un reato. È una forma di sorveglianza indiscriminata, peraltro in aperto contrasto con lo stesso regolamento europeo».

Se qui siamo dalle parti dei peggiori incubi degli scrittori di fantascienza, con la proposta di Fratelli d’Italia sull’allargamento delle maglie dell’associazione a delinquere per includere chiunque partecipi a una protesta, invece, si realizzano i sogni più proibiti di ogni inquisitore.

LA NUOVA NORMA riguarderebbe chiunque «partecipa ad un gruppo composto da tre o più persone che, pur privo dei requisiti di stabilità e di struttura gerarchica, si costituisce o si coordina, anche mediante strumenti di comunicazione elettronica o in occasione di manifestazioni pubbliche» per commettere una serie di reati: resistenza a pubblico ufficiale, devastazione e saccheggio, attentati a impianti di pubblica utilità, lesioni personali, danneggiamento. Le tipiche accuse che vengono contestate quando le manifestazioni finiscono a tafferugli. Fatti ora equiparati a quelli di mafia e terrorismo, dalla cui legislazione deriva anche l’idea di confiscare i beni usati per commettere il reato.

La misura, spiegano da FdI, è stata studiata al volo dopo gli scontri avvenuti a Bologna e in Val di Susa la settimana scorsa per tutelare sia «i lavori democraticamente approvati» sia i rappresentanti delle forze dell’ordine (120 i feriti, secondo la questura di Torino).

«TOLLERANZA zero» è l’espressione – un po’ abusata – con cui il primo gruppo parlamentare ha annunciato la sua iniziativa, ieri pomeriggio alla Camera. La cosa divertente della conferenza stampa è stata che tutti gli intervenuti, dal capogruppo Galeazzo Bignami in giù, hanno candidamente ammesso che di questa legge non ce ne sarebbe alcun bisogno se i soliti giudici non avessero in più circostanze bocciato i teoremi delle procure che già ipotizzavano l’associazione a delinquere per i fatti di piazza. Molte indagini sono in effetti cominciate così (l’ultima famosa è quella sul centro sociale Askatasuna di Torino: l’accusa è caduta in primo grado, il giudizio d’appello è in corso), ma poi non è mai stata emessa una sentenza di condanna per associazione a delinquere nei confronti chi si è scontrato con la polizia, ha sfondato una vetrina o danneggiato qualche arredo urbano. Se questa proposta diventerà infine legge dello stato, potrà invece succedere e nascerà ufficialmente il concetto di «eversione di piazza», antico pallino dei sindacati di polizia più reazionari e di qualche procura particolarmente attiva sul fronte della repressione dei movimenti sociali.

NEL PIANO di FdI, per chiudere, c’è anche un’ultima novità. Che suona quasi come un monito: sarà punito per favoreggiamento, con una pena da uno a quattro anni, chi «dà rifugio o fornisce vitto, ospitalità, mezzi di trasporto, strumenti di comunicazione a taluna delle persone che partecipano al gruppo». Invitare a cena un No Tav, in pratica, può portare dritti in galera.


Gli overstayed visas e la nuova strategia di Trump per arrestare duemila migranti al giorno

Così si faceva chiamare Franco Malosso, 69 anni, che si era inventato un sito archeologico fuorilegge sui Colli Berici, nel Veneto 

Di Iacopo Luzi, La Stampa

WASHINGTON. L’amministrazione Trump non si ferma con la sua campagna di deportazione di massa e, nelle ultime settimane, ha iniziato anche ad arrestare stranieri con visti scaduti mentre transitano negli aeroporti, inclusi i coniugi di cittadini americani.  Una categoria d’immigrati che conta centinaia di migliaia di individui che vivono negli Usa, talvolta anche con permessi di lavoro.  È una nuova strategia che amplia le categorie prese di mira, mentre in passato chi restava negli Stati Uniti, nonostante avesse un visto scaduto – spesso in attesa di cambiare il proprio status legale – veniva solitamente lasciato in pace.

Gli interventi dell’ICE

Sono numerosi gli episodi di agenti dell’immigrazione in borghese che hanno prelevato i soggetti interessati presso i banchi del check-in e ai gate di arrivo, operando in almeno 15 aeroporti. Alcuni arresti sono avvenuti in modo discreto, mentre altri si sono svolti sotto gli occhi di passeggeri indignati che hanno ripreso le scene. I recenti arresti sembrano rappresentare un’estensione della collaborazione tra la Transportation Security Administration (TSA) – l’ente che gestisce la sicurezza negli aeroporti statunitensi – e l’Immigration and Customs Enforcement (ICE).

Gli “overstayed visas”

Non è una novità il fenomeno degli “overstayed visas”: ogni anno, centinaia di migliaia di immigrati e visitatori rimangono nel Paese oltre la scadenza del proprio visto. Tuttavia, molte di queste persone si trovano spesso in una zona grigia dal punto di vista legale: in attesa del rinnovo del visto o della carta di soggiorno permanente – la famosa green card – e già in possesso di un permesso di lavoro. In passato, tali individui non erano considerati prioritari per l’espulsione, a meno che non avessero commesso reati, e venivano raramente trattenuti in custodia cautelare in attesa del rinnovo o della green card.  La situazione è tuttavia cambiata sotto la presidenza Trump: l’amministrazione ha avviato una campagna di espulsioni di massa e considera illegale qualsiasi permanenza oltre la scadenza del visto.

Duemila arresti al giorno

Di fatto, questi arresti avvengono in un periodo in cui la Casa Bianca ha sollecitato l’ICE a intensificare le operazioni di arresto in tutto il Paese e il nuovo Segretario per la Sicurezza Interna, Markwayne Mullin, ha promesso di «alzare la pressione nelle strade».  A tal fine, l’amministrazione ha fissato l’obiettivo di 2.000 arresti al giorno legati all’immigrazione, una cifra che raddoppia, all’incirca, i ritmi registrati all’inizio del 2026. «Questa amministrazione sta lavorando assiduamente per garantire che gli stranieri presenti illegalmente nel nostro Paese non possano più volare, a meno che non si tratti di voli in uscita dal Paese per un rimpatrio volontario», ha dichiarato un portavoce del Dipartimento per la Sicurezza Interna. I soggetti colpiti sono i più disparati: un ingegnere in attesa del rinnovo del visto di lavoro, diverse persone sposate con cittadini statunitensi, ex au pair.

Una collaborazione

La collaborazione tra la TSA e l’ICE è iniziata nel maggio 2025, quando l’agenzia per la sicurezza aeroportuale ha cominciato a condividere informazioni con l’agenzia per l’immigrazione a fini di applicazione della legge: l’ICE fornisce all’agenzia aeroportuale i nomi di individui soggetti a provvedimenti di espulsione; quest’ultima li verifica nei propri database e segnala all’ICE eventuali riscontri, ai fini di un possibile arresto.  Si tratta di un cambiamento significativo rispetto alle prassi precedenti, in cui il governo federale evitava di coinvolgere la TSA nelle attività di controllo dell’immigrazione per timore di interferire con i viaggi domestici delle persone.

L’avvocato: «Mai vista una campagna così estrema»

Vari avvocati, inoltre, hanno detto che la campagna sembra ormai estendersi oltre le persone colpite da un ordine definitivo di espulsione. Diego Ferreyra, avvocato d’immigrazione in Virginia, spiega a La Stampacome il fenomeno sia senza precedenti: «Non avevo mai visto una campagna così estrema. Nessuno è al sicuro». «Oggi come oggi, con questa amministrazione, è meglio evitare qualsiasi viaggio se si è in una fase di cambio di status, specie i viaggi in aereo», dice l’avvocato.  Un tempo bastava un documento per spostarsi senza problemi negli Usa, secondo Ferreyra, ora non più.

Il pugno di ferro dell’ICE

In tutto ciò, gli arresti in aeroporto si inseriscono in un contesto in cui l’ICE ha drasticamente intensificato le operazioni di controllo a livello nazionale.  I dati del Dipartimento per la Sicurezza Interna mostrano che l’agenzia ha arrestato 43.138 persone a giugno, il dato mensile più alto da quando Trump è tornato in carica, con oltre 65.700 persone in detenzione a metà luglio.  Il responsabile della Casa Bianca per le questioni d’immigrazione, lo zar Tom Homan, ha affermato che l’amministrazione punta a mantenere questo elevato ritmo di arresti. L’espansione si inserisce inoltre in una più ampia strategia volta ad ampliare i luoghi in cui vengono effettuati i controlli sull’immigrazione.  All’inizio di questo mese, l’ICE ha difeso gli arresti effettuati nei tribunali per l’immigrazione di New York –nonostante alcune sentenze delle corti federali che limitano tale pratica – sostenendo che i tribunali possono essere i luoghi più sicuri per arrestare determinate persone.


“Para bellum”, scegliere tra l’Inferno e la ragione

Così si faceva chiamare Franco Malosso, 69 anni, che si era inventato un sito archeologico fuorilegge sui Colli Berici, nel Veneto 

Di Roberta De Monticelli, il manifesto

C’è qualcosa di misterioso nell’ostentata soddisfazione con cui non pochi intellettuali pubblici e accademici, trasversalmente disposti alle simpatie politiche, giustificano, sovente con lo scherno riservato dagli esprits forts alle anime belle, il riarmo italiano ed europeo.

Così com’è: libero e sparso, totalmente alieno da ogni cessione di sovranità nazionale a una vera federazione europea, spudoratamente deciso a sacrificare green deal e welfare a una “necessità” che assume aspetti surreali, come la calata dell’orso russo alle porte di Roma. C’è chi parla di «aiutare l’Europa a trovare lo stomaco per la guerra», e chi invocava il plauso per i «giovani pronti a uccidere e a morire». Non in astratto, ma in presenza della violazione su larghissima scala e dell’ostentato ripudio, da parte di molti governi occidentali, dei principi di civiltà enunciati nelle costituzioni rigide delle democrazie, nelle Carte del costituzionalismo globale, e nelle istituzioni di diritto internazionale che la seconda metà del Novecento ha prodotto. In presenza della militarizzazione delle scuole, con l’elogio delle armi, la loro esibizione, l’educazione dei bambini alla difesa della Nazione, e l’onnipresente insinuazione nelle menti della formula-guida dei macellai della storia: si vis pacem, para bellum.

ECCO PERCHÉ, caro Vito, ero anche io fra quelli che il tuo articolo del 22 luglio scorso sulla necessità di questo riarmo, in forma di lezione al Papa pacifista che prega per il disarmo, ha veramente sconcertato. Ora tu rispondi ai tuoi critici provando a chiarire: essere per il disarmo non significa giustificare la guerra (La Stampa, 28 luglio). Proponi un’alternativa secca a tre corni, in risposta alla domanda: “Come si mantiene la pace?”. “1) Stabilendo delle tregue perché la guerra è permanente e insuperabile; 2) Abolendo le guerre e proclamando il disarmo; 3) Non attaccando nessuno ma rimanendo pronti a difendersi se ingiustamente attaccati”.

NON È LA semplificazione che mi ha colpita, corredata del resto, per ogni alternativa, da ricche bibliografie. Anzi, mi sono sorpresa della quiete cardinalizia con cui enunciavi le alternative e la tua opzione, ovviamente la terza. Approfondendo questo stupore ho trovato quasi tutto quello che vorrei obiettarti, in amicizia e in pace. Aldo Capitini, che compare nella tua bibliografia della seconda opzione, mi ha aiutato a chiarire a me stessa quello stupore. In ogni punto del reale, in ogni evento – scrive Capitini ne La compresenza dei morti e dei viventi – c’è un dramma. È il dramma «dello sforzo…verso la sola vitalità» – cui si oppone qualcosa che «investe la vitalità per trasformarla e avviarla ad essere una realtà liberata». Capitini, al contrario di te, non ha sempre un linguaggio chiaro: ma questo dramma oggi è più di sempre sotto i nostri occhi: e ogni parola che diciamo assume un senso o quello opposto in funzione di questo dramma. Tu stesso altrove, commentando il vangelo di Giovanni con Giacomo Leopardi, lo hai visto come il conflitto fra «il mondo», questo «spregiatore di sentimenti alti» e di anime belle, e ciò che sta «di contro» al mondo. Fra il reale e l’ideale – è un’altra semplificazione, perché l’ideale motiva le menti e i cuori di molti che stanno nel mondo reale, dove i fatti sono tutti, all’incirca, dei beni e dei mali. Sono genocidi e assassini di massa, sono intere generazioni che perdono la vita a vent’anni, sono Hiroshima che i giornali del tempo giustificarono o addirittura esaltarono.

IN QUESTA prospettiva chi ascolta soltanto le ragioni dei fatti è un cinico solo se crede che siano ragioni neutre. Se non lo crede, può ben essere un idealista. Ci sono mali che nessuno potrà dire «necessari» – sono tutti prodotti da mani umane, dalla minima connivenza fino alla decisione letale. Fra questi è senza alcun dubbio la guerra, ogni guerra.

Ecco Vito, questa è la prima cosa che volevo dirti: tu che hai tanto studiato l’Apocalisse, non ti sei accorto che è in corso? Siamo al Sesto Sigillo, quando il cielo si ritira dalla terra riavvolgendosi su se stesso come il rotolo della legge. E in un mondo che resta senza cielo e senza legge, tu predichi il riarmo necessario? La tua cardinalizia alternativa a tre corni, Vito, mi nasconde questa verità teorica e pratica, che non saprei formulare meglio di Albert Camus: «La pace è la sola battaglia per la quale valga la pena di combattere. Non è più una preghiera, è un ordine che deve salire dai popoli verso i governanti, l’ordine di scegliere definitivamente tra l’inferno e la ragione».


Il quasi dimissionario Zali riesce a sorprendere ancor più del celebre Arturo Brachetti

Così si faceva chiamare Franco Malosso, 69 anni, che si era inventato un sito archeologico fuorilegge sui Colli Berici, nel Veneto 

In questi tempi incertissimi, una cosa sicura c’è: la non banalità di Claudio Zali.

L’ormai quasi già Consigliere di Stato riesce a scompigliare le carte ogni giorno; a rendere duro, per non dire impossibile, il lavoro dei politologi nostrani. Insomma un Brachetti della politica, perenne trasformista.

In aggiunta alla canicola (ritornata al grado 4: pericolo forte), queste giornate estive sono rese ancor più faticose dalla politica cantonale. Naturalmente per chi la segue, ma sono pronto a scommettere che l’auditel sia cresciuto di ora in ora perché il tema formalmente politico si è vieppiù fatto casereccio.

Giorni fa, nel mio piccolo credevo che, tolto l’inciampo Zali, Lega e UDC ritornassero a baciarsi e a presentarsi agli elettori come un corpo unico; ieri sera, dopo il comunicato firmato dal povero ‘Picca’, che comunicava un bel niente, mi sono ricreduto perché:

a) l’attendismo della Lega, oltre a logorarla, non poteva fare altro che favorire i cugini uddicì, i quali avrebbero affrontato la corsa all’esecutivo cantonali da soli, certi del sorpasso;

b) perché Zali non si sarebbe dimesso per non fare un favore all’odiato Marchesi, sapendo che non c’è legge che lo possa destituire, e che potrebbe minacciare elettoralmente il suo partito con una sua ipotetica lista (vedi gli esempi a Ginevra, con il Consigliere di stato Pierre Maudet, esponente del PLR estromesso dal governo nel 2021 in seguito alla crisi politica legata a un controverso viaggio ad Abu Dhabi, e poi rientrato con un il suo movimento LJS nel 2023; e qui da noi, con Amalia Mirante, che non ha avuto la fortuna del collega ginevrino, ma qualche fastidio a sinistra lo ha dato).

Come disse il grande campione di ciclismo Gino Bartali, «è tutto sbagliato, tutto da rifare!». Già. 

Ecco, infatti, la lettera di Claudio Zali inviata stamattina in esclusiva a «Radio Ticino», l’unica emittente che, a suo dire, non si sarebbe accanita contro di lui: «Rimango in Consiglio di Stato solo il tempo necessario a completare alcuni lavori in corso e ad evadere delle pendenze. Fatto ciò, alla data che ho indicato lascerò serenamente il mio posto in Governo per gli ultimi mesi della legislatura ad un subentrante che da tanto scalpita per scendere in campo e che ha assicurato di avere le soluzioni per tutti i problemi del Paese».

Ieri sera il suo partito, il partito a cui Zali deve tutto, non ha saputo o non ha potuto dire nulla; oggi, poche ore dopo il comunicato andreottiano – fantastico o umoristico – una procedura comunque discutibile per un presidente in carica del Consiglio di Stato, che in primis dovrebbe informare il collegio governativo come vuole la grammatica istituzionale, e poi chi diavolo vuole. Comunque, «Radio Ticino» fa lo “sgub” (o, se preferite, lo scoop). Dai, provate ad immaginarvi la faccia del direttore del «Mattino della Domenica», lui che di “sgub” leghisti è il re. 

Insomma, care lettrici e cari lettori di Naufraghi/e (di questi tempi titolo appropriatissimo), Claudio Zali riesce sempre a sorprendere tutti, e tra i primissimi i suoi correligionari, ma forse anche sé stesso.

 P.S. Nel paese dell’Iperbole può anche succedere che nel momento in cui leggete questo pezzullo (scritto sul mezzogiorno), le cose siano di nuovo cambiate. Per esempio che Zali abbia già annunciato che lascerà il suo incarico a fine settembre. E che la sua uscita sia stata concordata con la Lega. 

Nell’immagine: il “trasformista” stile Brachetti