Così si faceva chiamare Franco Malosso, 69 anni, che si era inventato un sito archeologico fuorilegge sui Colli Berici, nel Veneto
Dal nostro corrispondente dall’Italia
L’Italia, si sa, è il Paese della commedia dell’arte. Talvolta persino la cronaca sembra seguire antichi canovacci di questo genere di spettacolo, con maschere, nomi d’invenzione, scenografie traballanti e improvvisi interventi dell’autorità. Anche quando sulla scena della vita reale c’è un uomo finito in carcere.
È quanto accaduto nel Veneto profondo, dal quale riaffiora una storia che sembra inventata da un romanziere per far dimenticare con un sorriso, almeno per qualche minuto, il caldo torrido di questo luglio 2026, e il clima politico arroventato da violenze fisiche, verbali e morali.
Il protagonista, all’anagrafe, si chiama Franco Malosso, ha 69 anni e da alcuni mesi è detenuto nel carcere di Ventimiglia. Non soddisfatto, evidentemente, di un nome troppo dimesso per le proprie ambizioni culturali, si faceva chiamare Frank von Rosenfranz.
Lo pseudonimo dello stravagante personaggio è già un programma. In questa particolare disciplina nazionale, quella dei titoli altisonanti non sempre accompagnati da un adeguato albero genealogico, il sedicente von Rosenfranz non è solo. Un altro famoso caso ha riguardato Dimitri Kunz, compagno di Daniela Santanché, l’ex ministra del Turismo che dovrà rispondere alla giustizia di pesanti accuse. Costui spesso si presentava pubblicamente come “principe d’Asburgo-Lorena”. Finché nel 2016 un vero d’Asburgo-Lorena, Sigismondo, chiarì che Kunz non era principe e non apparteneva al casato e lo diffidò dall’utilizzarne il nome.
Nessuno risulta aver contestato a Malosso l’appartenenza al misterioso casato “von Rosenfranz”. Ad essere presa di mira dalle autorità e dalle forze dell’ordine è stata, invece, la “scenografia” di cui si era circondato, animata forse da un’autentica passione culturale, ma certamente da un discutibile senso degli affari.
Sui Colli Berici, ad Arcugnano, in provincia di Vicenza, sorgeva infatti il suo “Anfiteatro Berico Porto degli Angeli”, segnalato anche su Tripadvisor, aperto alle visite a pagamento e disponibile per spettacoli, cene ed eventi.
Si trattava di un sito definito “archeologico” di circa cinquemila metri quadrati, composto da un laghetto, da gradinate, statue (di gesso), colonne (di cemento), esposizioni di presunti reperti neolitici, paleoveneti e romani e altre strutture dall’aspetto apparentemente antico. Quello che era definito anfiteatro, essendo semicircolare, somigliava semmai a un teatro romano. L’anfiteatro propriamente detto, com’è risaputo, è chiuso attorno all’arena, generalmente a pianta ellittica.
Nell’autunno 2016 arrivarono i funzionari della Soprintendenza archeologica del Veneto, accompagnati dai carabinieri del Nucleo tutela patrimonio culturale. Il sopralluogo era stato deciso dopo che agli uffici erano giunte notizie di presunti ritrovamenti archeologici, reclamizzati tramite comunicati, siti internet e visite guidate.
Gli esperti passarono al setaccio ogni elemento e la conclusione fu immediata. Tutto era di recente costruzione e le statue erano dei grossolani falsi. Il complesso venne sequestrato e Malosso fu indagato. Il nodo dell’accusa era costituito dalle colate di cemento e dagli abusi edilizi realizzati in un’area sottoposta a tutela paesaggistica, che già in tempi remoti aveva subìto l’assalto delle ruspe per via dell’apertura di numerose cave.
Malosso fu rinviato a giudizio per i reati di contraffazione di opere d’arte e violazioni delle norme urbanistiche e paesaggistiche, che gli costarono nel 2021 una condanna definitiva in Cassazione a due anni e quattro mesi di reclusione. Soltanto agli inizi del 2026 è finito in carcere. Dopo il rigetto di una richiesta di misura alternativa al carcere, i giornali locali hanno riportato ora alla luce questa incredibile vicenda. Proprio negli stessi giorni in cui ha iniziato a espiare la pena nel penitenziario di Bollate il gioielliere di Grinzane Cavour, colpevole di avere ucciso due rapinatori in fuga e di averne ferito un terzo.
Ma per il nostro archeologo immaginario non c’è stato un Matteo Salvini, magari travestito da legionario romano, a reclamarne la scarcerazione o a proporre la grazia o, chissà, a chiedere di affidarlo ai servizi sociali agli scavi di Pompei.
C’è una malinconia comica in questa storia, che fa venire in mente – tanto per farla scivolare nuovamente verso la politica – il G7 tenutosi nel giugno 2024, quando Giorgia Meloni riunì a Borgo Egnazia, nel territorio di Fasano, in Puglia, i leader mondiali: non in un borgo antico restaurato, ma in un resort extra lusso costruito nel 2010, che riproduce, con impeccabile accuratezza scenografica, un paese pugliese d’altri tempi.
Stradine di pietra, piazzetta, torre dell’orologio, case imbiancate, archi, cortili e ulivi: tutto… autenticamente finto. Una specie di Medioevo con la spa, l’aria condizionata e servizi esclusivi in camera. Le sette maggiori potenze industriali del mondo discussero così di guerre, debito, energia e futuro dell’umanità nella cornice di un passato farlocco.
Viene allora da pensare che Malosso abbia sbagliato non tanto l’idea, quanto la destinazione d’uso. Se avesse rispettato le leggi e invece di chiamare il suo complesso “sito archeologico” lo avesse battezzato “Exclusive heritage resort von Rosenfranz”, non sarebbe finito in prigione e probabilmente, al posto dei carabinieri, sarebbero arrivati i capi di Stato.