Il quasi dimissionario Zali riesce a sorprendere ancor più del celebre Arturo Brachetti

Si procede a piccoli colpi di scena e propositi non detti, ma lo sbocco delle dimissioni è stato ormai varcato 

In questi tempi incertissimi, una cosa sicura c’è: la non banalità di Claudio Zali.

L’ormai quasi già Consigliere di Stato riesce a scompigliare le carte ogni giorno; a rendere duro, per non dire impossibile, il lavoro dei politologi nostrani. Insomma un Brachetti della politica, perenne trasformista.

In aggiunta alla canicola (ritornata al grado 4: pericolo forte), queste giornate estive sono rese ancor più faticose dalla politica cantonale. Naturalmente per chi la segue, ma sono pronto a scommettere che l’auditel sia cresciuto di ora in ora perché il tema formalmente politico si è vieppiù fatto casereccio.

Giorni fa, nel mio piccolo credevo che, tolto l’inciampo Zali, Lega e UDC ritornassero a baciarsi e a presentarsi agli elettori come un corpo unico; ieri sera, dopo il comunicato firmato dal povero ‘Picca’, che comunicava un bel niente, mi sono ricreduto perché:

a) l’attendismo della Lega, oltre a logorarla, non poteva fare altro che favorire i cugini uddicì, i quali avrebbero affrontato la corsa all’esecutivo cantonali da soli, certi del sorpasso;

b) perché Zali non si sarebbe dimesso per non fare un favore all’odiato Marchesi, sapendo che non c’è legge che lo possa destituire, e che potrebbe minacciare elettoralmente il suo partito con una sua ipotetica lista (vedi gli esempi a Ginevra, con il Consigliere di stato Pierre Maudet, esponente del PLR estromesso dal governo nel 2021 in seguito alla crisi politica legata a un controverso viaggio ad Abu Dhabi, e poi rientrato con un il suo movimento LJS nel 2023; e qui da noi, con Amalia Mirante, che non ha avuto la fortuna del collega ginevrino, ma qualche fastidio a sinistra lo ha dato).

Come disse il grande campione di ciclismo Gino Bartali, «è tutto sbagliato, tutto da rifare!». Già. 

Ecco, infatti, la lettera di Claudio Zali inviata stamattina in esclusiva a «Radio Ticino», l’unica emittente che, a suo dire, non si sarebbe accanita contro di lui: «Rimango in Consiglio di Stato solo il tempo necessario a completare alcuni lavori in corso e ad evadere delle pendenze. Fatto ciò, alla data che ho indicato lascerò serenamente il mio posto in Governo per gli ultimi mesi della legislatura ad un subentrante che da tanto scalpita per scendere in campo e che ha assicurato di avere le soluzioni per tutti i problemi del Paese».

Ieri sera il suo partito, il partito a cui Zali deve tutto, non ha saputo o non ha potuto dire nulla; oggi, poche ore dopo il comunicato andreottiano – fantastico o umoristico – una procedura comunque discutibile per un presidente in carica del Consiglio di Stato, che in primis dovrebbe informare il collegio governativo come vuole la grammatica istituzionale, e poi chi diavolo vuole. Comunque, «Radio Ticino» fa lo “sgub” (o, se preferite, lo scoop). Dai, provate ad immaginarvi la faccia del direttore del «Mattino della Domenica», lui che di “sgub” leghisti è il re. 

Insomma, care lettrici e cari lettori di Naufraghi/e (di questi tempi titolo appropriatissimo), Claudio Zali riesce sempre a sorprendere tutti, e tra i primissimi i suoi correligionari, ma forse anche sé stesso.

 P.S. Nel paese dell’Iperbole può anche succedere che nel momento in cui leggete questo pezzullo (scritto sul mezzogiorno), le cose siano di nuovo cambiate. Per esempio che Zali abbia già annunciato che lascerà il suo incarico a fine settembre. E che la sua uscita sia stata concordata con la Lega. 

Nell’immagine: il “trasformista” stile Brachetti


Zali abbandona la sua carica senza capire la gravità della situazione

Si procede a piccoli colpi di scena e propositi non detti, ma lo sbocco delle dimissioni è stato ormai varcato 

Le dimissioni di Claudio Zali rappresentano un atto dovuto. Arrivano dopo settimane di polemiche e dopo il progressivo accumularsi di fatti e comportamenti che hanno profondamente compromesso la credibilità della sua permanenza in Governo: dal caso del 14enne, agli audio resi pubblici, fino alla vicenda della mail all’EOC.

Non si è trattato di un episodio isolato, ma di una serie di eventi che hanno alimentato una crescente perdita di fiducia. Le pressioni politiche e dell’opinione pubblica erano quindi legittime e fondate. Chi ricopre una carica istituzionale deve assumersi fino in fondo la responsabilità delle proprie azioni.

Colpisce, tuttavia, che anche nel momento delle dimissioni Zali dimostri di non aver compreso la gravità della situazione. Nelle sue dichiarazioni afferma infatti che gli audio rappresenterebbero «l’espressione di una violenza solo verbale». È proprio quel “solo” a essere rivelatore.

Ancora oggi, infatti, c’è chi continua a minimizzare la violenza verbale come se fosse un fenomeno secondario. Al contrario, sappiamo che la violenza contro le donne si manifesta attraverso un continuum di comportamenti: la violenza psicologica, verbale e il controllo sono forme di violenza a tutti gli effetti e troppo spesso costituiscono il terreno sul quale si sviluppano successivamente anche le aggressioni fisiche. Sminuire questi aspetti significa non aver compreso la realtà della violenza di genere e il modo in cui essa si costruisce e si alimenta.

Questa vicenda deve però essere anche un punto di svolta. Governo e Parlamento cantonale, che escono male da questa vicenda, incapaci di cogliere la gravità del caso e di reagire tempestivamente (CdS in primis) hanno il dovere di trarne insegnamento e di rilanciare con decisione le politiche di prevenzione e di contrasto alla violenza di genere. Non bastano le dichiarazioni di principio o l’indignazione di fronte ai casi più eclatanti: servono investimenti concreti, risorse adeguate, competenze specialistiche, formazione continua per le istituzioni e gli operatori, un sostegno rafforzato ai servizi che accompagnano le vittime e un impegno costante sul piano educativo e culturale.

I troppi episodi di violenza contro le donne, fino ai femminicidi che continuano a segnare tragicamente la cronaca, dimostrano che siamo di fronte a un problema strutturale, che richiede una risposta altrettanto strutturale. La politica ha la responsabilità di agire con determinazione, mettendo la lotta alla violenza di genere tra le priorità dell’azione pubblica.

Le dimissioni chiudono una vicenda politica, ma non possono chiudere il dibattito culturale e istituzionale che essa ha aperto. Da chi ricopre ruoli pubblici ci si aspetta non solo il rispetto formale delle istituzioni, ma anche la consapevolezza del peso delle proprie parole e dei propri comportamenti. Su questo terreno resta ancora molto lavoro da fare.


Pirocumulonembo: cos’è la “tempesta di fuoco” che sta alimentando gli incendi in Francia

Si procede a piccoli colpi di scena e propositi non detti, ma lo sbocco delle dimissioni è stato ormai varcato 

La Stampa

Francia devastata dagli incendi. E i numeri sono impietosi, con centinaia di migliaia di persone evacuate e foreste divorate dalle fiamme. Ma c’è un altro fenomeno che la Francia ha sperimentato per la prima volta. Si tratta di un pirocumulonembo (PyroCb), un fenomeno meteorologico estremo in cui un incendio diventa così intenso da riuscire a modificare il tempo atmosferico, generando una vera e propria tempesta di fuoco. È quanto sta accadendo nella regione della Gironda, a sud-ovest del Paese, dove il gigantesco incendio sviluppatosi nei pressi di Bordeaux ha assunto dimensioni tali da creare una nube temporalesca alimentata direttamente dalle fiamme.

Che cos’è un pirocumulonembo

Il pirocumulonembo è una particolare nube temporalesca che nasce non da un normale fronte atmosferico, ma dall’enorme quantità di calore prodotta da un incendio boschivo.

Il processo avviene in diverse fasi: il rogo sviluppa temperature elevatissime che riscaldano violentemente l’aria; l’aria calda, insieme a fumo, cenere e vapore acqueo, sale rapidamente verso quote elevate; raffreddandosi, il vapore condensa formando una nube; se la colonna convettiva continua a crescere fino a raggiungere l’alta troposfera, la nube evolve in un vero cumulonembo, proprio come un normale temporale. A quel punto il fenomeno assume caratteristiche sorprendenti.

Quando il fuoco crea il proprio meteo

Il pirocumulonembo non è soltanto una gigantesca nube di fumo. Può infatti produrre: fulmini; raffiche di vento violentissime; vortici e turbolenze; improvvisi cambi di direzione dell’incendio. In pratica l’incendio diventa capace di costruire un proprio sistema meteorologico, rendendo estremamente difficile il lavoro dei vigili del fuoco. Il rischio maggiore è rappresentato dai fulmini secchi: scariche elettriche che raggiungono il terreno senza essere accompagnate da piogge significative, accendendo nuovi focolai anche a chilometri di distanza dal fronte principale.

Il caso francese

L’incendio che interessa la Gironda è uno dei più devastanti mai registrati nel Paese. Secondo il bilancio diffuso dalle autorità francesi: sono andati in fumo oltre 42.000 ettari di foresta; più di 220.000 persone sono state evacuate; decine di vigili del fuoco sono rimasti feriti durante le operazioni di spegnimento.

Le autorità francesi parlano del primo pirocumulonembo documentato sul territorio nazionale, un evento finora osservato soprattutto in Australia, Canada e Stati Uniti.

Perché preoccupa gli scienziati

Il fenomeno rappresenta uno dei livelli più estremi degli incendi boschivi. Normalmente il vento alimenta un incendio. Nel caso del pirocumulonembo avviene il contrario: è l’incendio stesso a generare nuovi venti, che possono cambiare direzione in pochi minuti e accelerare improvvisamente la propagazione delle fiamme. In alcuni casi la colonna convettiva può raggiungere 12-15 chilometri di quota, trasportando fumo e particelle fino alla bassa stratosfera, con effetti anche sulla qualità dell’aria e sulla radiazione solare.

Il legame con il cambiamento climatico

Gli esperti sottolineano che il pirocumulonembo non è causato direttamente dal cambiamento climatico, ma che ondate di calore più intense, siccità prolungate e vegetazione estremamente secca aumentano la probabilità che si sviluppino incendi così violenti da innescare questo meccanismo. Proprio per questo il fenomeno viene considerato uno degli indicatori della crescente intensità degli incendi estremi osservati negli ultimi anni nel bacino del Mediterraneo.

Una sfida nuova per l’Europa

Finora i pirocumulonembi erano stati documentati soprattutto nei grandi incendi di Australia, Canada e Stati Uniti. La comparsa di un fenomeno di questa intensità in Francia segna un precedente importante per l’Europa occidentale. Per i servizi antincendio significa dover affrontare non solo un rogo di enormi dimensioni, ma un incendio capace di alterare l’atmosfera circostante e di autoalimentarsi attraverso processi meteorologici propri, rendendo le operazioni di spegnimento molto più imprevedibili e pericolose.

Nell’immagine: il grande incendio boschivo della Gironda visto dalla spiaggia sul lago di Lacanau

 


L’intreccio tra Iran e Ucraina

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Di Paolo Garimberti, La Repubblica

Non è soltanto una pura coincidenza di calendari il fatto che le visite di Volodymyr Zelensky e Benjamin Netanyahu alla Casa Bianca si siano svolte nel giorno dei funerali di Lindsey Graham. Il senatore repubblicano era un sostenitore dell’Ucraina, anche quando i favori di Trump erano orientati verso la Russia, nonché un grande amico di Israele propugnando senza riserve la guerra all’Iran.

La coincidenza diventa così politica nel momento in cui le due guerre sono sempre più intrecciate e da conflitti locali si ampliano e si deformano in conflitto globale. Sabato 25 luglio Zelensky ha dichiarato che i suoi servizi di intelligence hanno le prove che la Russia fornisce all’Iran la sorveglianza satellitare dei Paesi del Golfo e delle basi militari americane nella regione (bersagli dei recenti attacchi iraniani). Lo stesso giorno l’Ucraina ha colpito una nave iraniana nel Mar Caspio, sostenendo che trasportava materiale bellico tra l’Iran e la Russia. E Teheran ha minacciato ritorsioni.

La cooperazione militare tra la Russia e l’Iran non è una novità (i droni Shahed di fabbricazione iraniana hanno fatto stragi in Ucraina), ma Zelensky la sta enfatizzando perché sente il momento favorevole sul piano internazionale. Il nuovo premier inglese Andy Burnham gli ha confermato la linea di sostegno militare del suo predecessore Keir Starmer. E anche Trump oggi lo guarda con occhio diverso da quello feroce che usò nella famosa sceneggiata del febbraio 2025 nello Studio Ovale. L’influencer ultra-conservatrice Laura Loomer, un tempo sostenitrice di Putin e ora convertita alla causa ucraina, è stata a Kiev la scorsa settimana e ha intervistato Zelensky. Trump ha postato su Truth il suo commento: «Very good!!!».

Il presidente ucraino ha anche avvertito che la Corea del Nord si prepara a inviare altri trentamila soldati per aiutare la Russia a vincere al fronte quell’offensiva di terra, che fa progressi molto lenti ed è in parte oscurata dagli attacchi in profondità dei droni ucraini in territorio russo.

L’arrivo di altre truppe coreane al fronte e l’intreccio sempre più scoperto tra le due guerre allarga la dimensione geografica del conflitto, globalizzandolo. Anche se l’aiuto della Cina alla Russia e all’Iran è molto discreto, ma non meno decisivo, l’allineamento politico-militare che si è creato tra Cina, Russia, Iran e Corea del Nord è stato battezzato dagli analisti di Washington come «l’asse dello sconvolgimento». E questo ha offerto ieri a Zelensky un argomento in più per cercare di portare Trump dalla sua parte.

A rendere l’intreccio tra le due visite, e le due guerre, ancora più forte è il fatto che entrambi, Zelensky e Netanyahu, hanno bisogno del sostegno di Trump per ragioni di politica interna. Zelensky deve superare la crisi provocata dal licenziamento del popolarissimo ministro della Difesa Mykhailo Fedorov.

Il presidente ucraino ha dimostrato ancora una volta che non sopporta la popolarità dei suoi ministri quando diventano potenziali concorrenti. Era già successo con Zaluzhny, si è ripetuto con Fedorov. Però Zelensky, da ex attore, è molto sensibile al consenso del pubblico. Le manifestazioni di piazza ne hanno scolorito l’immagine (ma hanno anche dimostrato che l’Ucraina, a differenza della Russia, è una democrazia, per quanto imperfetta). E lui cerca di riprendere slancio con il consenso internazionale.

Il premier israeliano, a sua volta, non può permettersi di arrivare alle elezioni di ottobre senza avere il sostegno americano. Ma nell’umorale scala delle simpatie trumpiane se Zelensky è up, oggi Bibi è down. Tanto è vero che Netanyahu ha faticato parecchio per ottenere la visita alla Casa Bianca dopo averci provato per mesi.

Gli elogi di Trump («un grande», «un premier di guerra») sono pacche sulle spalle che il presidente americano dà con la stessa facilità con la quale distribuisce insulti. Ma lui stesso ha ammesso che ci sono «piccole divergenze», che in realtà non sono tanto piccole: dal memorandum per il nucleare all’Arabia Saudita, poi ritrattato sul suo social Truth, ai caccia F35 alla Turchia (sbrigativamente giustificati col fatto che Erdogan «è stato grande con me») per finire alla guerra con l’Iran, che per Trump è un macigno anche in vista delle elezioni di metà mandato, mentre per Bibi è una leva elettorale.

Trump, nel suo ego smisurato e smania di potere, pensa di poter comandare Netanyahu a suo piacimento. In realtà finora ne è stato più spesso manipolato. A cominciare da quello che è stato definito il suo «momento Icaro», quando, proprio seguendo le motivazioni e le pressioni di Bibi, si è lanciato nella guerra all’Iran. Bruciandosi le ali.

Nell’immagine: Washington, 28 luglio: Donald Trump e Volodymyr Zelensky alla Casa Bianca


Chi guadagna e chi perde dalla crisi del clima

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Di Enzo Pranzini, il manifesto

Gustav Sjöberg ha acquistato sei ettari di terreno coltivato a frumento sulle rive del Lago Vänern, in Svezia, per trasformarli in un vigneto destinato alla produzione di Chardonnay.

Gustav non è il solo a sperare che il riscaldamento globale possa portare dei vantaggi: nel Nord Europa, in Canada e in Siberia molti agricoltori stanno già beneficiando di stagioni vegetative più lunghe, che potrebbero consentire di introdurre specie ad alto valore economico, oggi limitate dal freddo e dalle gelate primaverili, e di estendere le coltivazioni verso nord.

Mohamed El-Hassan, invece, ha dovuto abbandonare Kobio, nel Niger, perché le piogge sono diventate troppo irregolari per consentire la coltivazione di miglio e sorgo; si è trasferito a Niamey, dove oggi lavora come muratore.

Mohamed è solo uno dei 216 milioni di persone che, secondo la Banca Mondiale, potrebbero essere costrette a spostarsi all’interno del proprio Paese entro il 2050 a causa del cambiamento climatico. E dove l’acqua non manca, e anzi piove fin troppo, è il caldo-umido estremo a fermare l’agricoltura: in molte aree della pianura dell’Indo-Gange i contadini lavorano solo all’alba e al tramonto, evitando le ore centrali, quando l’afa può raggiungere livelli potenzialmente letali.

Mentre è facile valutare l’impatto del riscaldamento globale su Gustav o su Mohamed, assai più difficile è farlo per vaste regioni o interi Stati, perché molte sono le componenti della vita delle popolazioni su cui esso agisce e perché gli effetti sono molto diversi nelle varie aree geografiche. Nelle regioni fredde il riscaldamento globale determina stagioni agricole più lunghe, nuove coltivazioni, minore mortalità invernale, riduzione dei costi di riscaldamento, sviluppo del turismo e di nuove attività economiche, oltre all’apertura di rotte artiche e allo sfruttamento di risorse finora inaccessibili, come in Groenlandia.

Nelle aree intertropicali e alle medie latitudini, invece, comporta ondate di calore sempre più letali, scarsità d’acqua, calo della produzione agricola e della pesca, diffusione di malattie, perdita di abitazioni e infrastrutture per alluvioni e innalzamento del livello del mare, incendi, migrazioni forzate, impoverimento e un aumento delle tensioni sociali e dei conflitti.

Le regioni della Terra che potrebbero trarre vantaggio dal riscaldamento globale occupano una superficie molto inferiore a quella delle aree destinate a subirne gli effetti negativi e, comunque, non sarebbe ipotizzabile una redistribuzione della popolazione sulla base degli indici climatici. Di fatto, la gran parte delle migrazioni già avvenute e di quelle previste per il 2100 interessano spostamenti interni nei vari paesi, come dalle pianure agli altopiani in Africa, ma nella gran parte dei casi si tratta di spostamenti dalle campagne ai grandi agglomerati urbani.

Alcuni autori hanno calcolato l’impatto del riscaldamento globale sul Prodotto Interno Lordo (PIL) dei vari paesi, pur riconoscendo che questo indicatore non è idoneo a valutare il benessere delle popolazioni, che è comunque strettamente legato alla ricchezza prodotta dal Paese. Le prime valutazioni degli effetti economici del riscaldamento globale indicavano possibili vantaggi per i Paesi ad alte latitudini. Studi più recenti, che tengono conto anche della variabilità meteorologica e degli eventi estremi, mostrano invece che, nel bilancio complessivo, tutti i Paesi subiscono una perdita di prodotto interno lordo, sia pure con intensità molto diverse.

Gli effetti favorevoli sono in genere limitati a specifiche attività, come il turismo, mentre quelli sfavorevoli si propagano all’intero sistema economico e sociale, colpendo salute, produzione agricola e industriale, pesca, infrastrutture, trasporti, risorse idriche ed energetiche, fino ad alimentare migrazioni, conflitti e un crescente impiego di risorse per far fronte alle emergenze e ricostruire ciò che gli eventi estremi distruggono. Per ogni Gustav che potrà beneficiare del riscaldamento globale, milioni di Mohamed vedranno peggiorare le proprie condizioni di vita. Ma non è detto che in un mondo stravolto dagli effetti del riscaldamento globale ci saranno molti in grado di comprare Chardonnay.


Inferno Cisgiordania, l’escalation degli attacchi che la rende il fronte più caldo del conflitto

Si procede a piccoli colpi di scena e propositi non detti, ma lo sbocco delle dimissioni è stato ormai varcato 

Di Nello Del Gatto, La Stampa

Attacchi, demolizioni, incendio di proprietà palestinesi e luoghi di culto: la Cisgiordania torna a essere il fronte più instabile del conflitto israelo-palestinese. Negli ultimi giorni il territorio occupato è stato attraversato da una nuova ondata di violenze che vede intrecciarsi incursioni dei coloni israeliani, operazioni dell’esercito e ordini di demolizione di abitazioni palestinesi.
L’epicentro della tensione è l’area di Tell, nei pressi di Nablus, dove uno scontro scoppiato dopo l’ingresso di un gruppo di coloni armati nel villaggio ha provocato venerdì la morte di sei persone, quattro palestinesi e due israeliani. Sulla dinamica restano versioni contrastanti: secondo la ricostruzione militare, un residente avrebbe sottratto un’arma a un colono aprendo il fuoco e ferendo diversi israeliani, prima di essere ucciso insieme ad altri tre palestinesi; gli abitanti del villaggio raccontano invece di essere stati aggrediti dopo che i coloni avevano invaso l’area contravvenendo ai divieti d’accesso in vigore. Uno dei due israeliani sarebbe morto per fuoco amico.
Il bilancio dei palestinesi uccisi nei Territori dal 19 luglio è salito a dieci, mentre l’agenzia Onu per gli affari umanitari aveva già contato 68 morti dall’inizio dell’anno, almeno tredici per mano di coloni. Un conteggio più aggiornato indica che il totale dei palestinesi uccisi nel 2026 sarebbe in realtà già salito a 87, ventuno dei quali per mano diretta di coloni.
La situazione è precipitata. L’esercito israeliano ha rafforzato la propria presenza nel nord della Cisgiordania, avviando decine di arresti e annunciando una vasta operazione di sicurezza. Parallelamente, diversi esponenti del governo di Benjamin Netanyahu hanno chiesto un ulteriore inasprimento delle misure, comprese demolizioni di abitazioni ritenute collegate ai responsabili degli attacchi, che lo stesso premier ha annunciato, parlando di linea dura nei Territori, inasprendo controlli e sanzioni. A cominciare dalla cancellazione di permessi di lavoro negli insediamenti per i palestinesi per arrivare alle demolizioni delle case di coloro ritenuti responsabili degli sconti. Senza considerare i posti di blocco che hanno anche impedito ad ambulanze di raggiungere ospedali a Nablus, obbligando due donne a partorire nel veicolo, mentre una terza ha perso il feto.
Le violenze non si sono fermate dopo le morti: gruppi di coloni hanno preso di mira altri villaggi palestinesi. A Qusra e Kour sono stati incendiati edifici, tra cui almeno due moschee, mentre sui muri sono comparse scritte di vendetta in ebraico. Non è un caso isolato: solo nel 2025 almeno 45 moschee sarebbero state vandalizzate o incendiate da coloni nei Territori.

Il governo israeliano ha ordinato un’operazione militare su vasta scala e, nelle ultime ore, l’esercito ha fatto irruzione in almeno venti città e villaggi, oltre che in un centro dell’agenzia Onu per i rifugiati palestinesi a Qalandia, arrestando decine di persone.

Tra il gennaio 2025 e giugno 2026 si contano oltre tremila episodi di violenza dei coloni, con la zona di Ramallah al primo posto per numero di attacchi, seguita da Nablus ed Hebron.

Restano inoltre in carcere quasi 9.300 palestinesi, oltre un terzo dei quali senza accusa formale.

Le autorità israeliane hanno condannato gli attacchi ai luoghi di culto e annunciato indagini, ma le organizzazioni per i diritti umani denunciano da tempo un clima di sostanziale impunità che alimenta il ripetersi di episodi simili. Anche l’esercito ha condannato la violenza dei coloni che minerebbe la sicurezza di Israele e un gruppo di seicento tra ex funzionari dei servizi e degli apparati di sicurezza israeliani, hanno scritto una lettera a Trump chiedendogli di intervenire contro le violenze dei coloni.

Parallelamente prosegue la campagna di demolizioni delle abitazioni palestinesi sia di coloro che Israele ritiene colpevoli di scontri o attentati, sia per altre ragioni. Nella Valle del Giordano l’amministrazione civile israeliana ha demolito un insediamento abitativo palestinese nonostante un’ordinanza della Corte Suprema che ne sospendeva l’esecuzione, con residenti che hanno riconosciuto tra gli addetti anche coloni di un avamposto vicino. Nel solo 2025 le demolizioni hanno causato lo sfollamento di oltre 1.700 palestinesi, in una pratica che il diritto internazionale umanitario, in particolare la Quarta Convenzione di Ginevra, vieta salvo casi di stretta necessità militare.
E di sfollamento ha parlato anche il ministro della difesa Katz che ha annunciato un’operazione di conquista da parte dell’esercito di campi profughi con allontanamento dei residenti sulla scorta di quanto già fatto a Jenin e Tulkarem.
A complicare il quadro, funzionari militari israeliani di alto rango hanno avvertito che è la stessa leadership politica del governo a incoraggiare la violenza dei coloni, mentre i tentativi degli ufficiali di dialogare con i leader degli insediamenti sarebbero caduti nel silenzio. Il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich ha intanto annunciato la costruzione di 763 nuove unità abitative nell’insediamento di Eli, a sud di Nablus, in quella che viene descritta come un’accelerazione della colonizzazione in vista delle elezioni.

Gli attacchi dei coloni sono ormai la causa del 55% delle ferite subite dai palestinesi in Cisgiordania nel 2026, contro una media di un episodio ogni tre giorni nel 2020.


Caracciolo a La7: “Il riarmo europeo ci porta dritti a una guerra nucleare con la Russia che durerà mezz’ora”

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https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/07/16/caracciolo-riarmo-europa-russia-guerra-atomica/8450967/

“C’è un consenso nel gruppo dei volenterosi in cui la Germania gioca un ruolo fondamentale: tutti concordano sul fatto che la Russia comunque prima o poi ci invaderà. Alcuni, come il ministro tedesco della Difesa Boris Pistorius, la Russia ci invaderà entro il 2029. Altri dicono addirittura prima. Che sia vero o no, in Europa si ragiona come se fosse vero. E questo vuol dire riarmo“. Lo ha affermato Lucio Caracciolo, direttore di Limes, intervenendo a L’aria che tira, su La7, commentando le recenti parole di Ursula von der Leyen. Ieri, a Kiev, la presidente della Commissione europea ha ricevuto da Zelensky il primo Order of Europe e ha annunciato il “Drone Deal”, un partenariato Ue-Ucraina per la produzione congiunta di droni.
Nel suo discorso, von der Leyen ha sottolineato la necessità di “attingere a tutto questo insieme perché conosciamo le minacce che l’Europa deve affrontare in questo ambito”, riferendosi esplicitamente a eventuali incursioni russe.

Caracciolo ha analizzato le implicazioni di questo approccio europeo, rivelando che la Germania ha pubblicato per la prima volta dalla Seconda guerra mondiale una strategia militare in cui si propone di avere “l’esercito più forte d’Europa entro il 2039”. Obiettivo condiviso anche dalla Polonia. “E nel 2039, guarda caso, cade il centenario dell’invasione tedesca della Polonia“, ha ironizzato il direttore di Limes.
Le conseguenze, secondo l’analista, sono chiare: “Tutti si riarmeranno, a cominciare ovviamente dai francesi, in qualche misura anche noi italiani. Questo però che cosa significa? Che non essendoci più l’America, che era in qualche modo il coordinatore imperiale dell’Europa occidentale, questo riarmo non promette un granché bene, perché quando gli europei si sono armati in genere non è andata proprio magnificamente”.

Caracciolo ha citato anche il titolo dell’ultimo numero di Limes, “Vogliamo la guerra totale”, che riflette proprio questa spinta al riarmo fondata sull’idea che “la Russia ci stia per invadere”. Una visione molto diversa da quella statunitense: “Gli americani dicono che i russi dopo quattro anni ancora sono fermi nel Donbass, quindi, secondo gli Usa, la Russia è una potenza secondaria ed è necessaria una rapida pace di compromesso, cercando di salvare un po’ di Ucraina. Gli europei dicono che gli americani si sbagliano completamente”.
Il rischio evidenziato dal direttore di Limes è altissimo: “Il problema è che una guerra con la Russia rischia di durare qualche mezz’ora, nel senso che non può che essere una guerra atomica. Non è che i russi mandano soldati che non hanno a Parigi“. E ha concluso ricordando che “l’America ci ha fatto capire molto bene che non sbarcherà mai più in Normandia”.

Nell’immagine: per abituarci all’idea, lampada da tavolo a forma di fungo atomico stile Hiroshima


Il crepuscolo della decenza

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Il sospetto l’ho sempre avuto. Oggi ne ho la conferma. Non è un eccesso di pessimismo: stiamo andando dritti verso il peggio della politica. Quella che continuiamo a chiamare democrazia sta diventando qualcos’altro. Forse il suo esatto contrario.

Non ho mai avuto dubbi: la democrazia liberale è il miglior sistema che l’uomo abbia saputo inventare. È l’unico che pone a fondamento irrinunciabile il rispetto della dignità di ogni persona. È il solo che consente di mandare a casa gli incapaci e gli indegni senza ricorrere alla violenza. Pone limiti invalicabili a chi esercita il potere.

Questa è la democrazia ideale. La democrazia reale è tutt’altra cosa. Cammina sulle gambe degli uomini. È piena di difetti, di ipocrisie e di promesse mancate. Il suo unico dovere imperativo è autocorreggersi strada facendo e rimanere fedele ai principi su cui si regge. L’ha fatto per decenni. Oggi non più. Sta subendo un’inquietante mutazione genetica.

Aumenta la disuguaglianza. Cresce l’ingiustizia sociale. La dignità delle persone non è più una priorità dell’agenda pubblica. I valori vincenti oggi sono ben altri: arroganza, prepotenza, ignoranza, denigrazione pubblica dell’avversario. Un becero nazionalismo — con le alabarde sottobraccio contrabbandate per sano patriottismo — e una spudorata, costante semplificazione demagogica.

I limiti del potere non vengono più accettati. Vale la  legge del più forte o del più furbo. È svanito l’ingrediente  di ogni democrazia funzionante: la critica franca, dura, ma rispettosa. Non ci sono più avversari politici con cui confrontarsi, ma solo tifoserie contrapposte. I partiti, salvo rare eccezioni, non cercano più il bene comune; inseguono unicamente il convenevole di parte e la sopravvivenza della propria nomenklatura. E la cittadinanza? Sta a guardare dagli spalti: disillusa, rassegnata, complice o indifferente.

Emerge  in tutta la sua gravità il limite strutturale della democrazia liberale: privilegia il numero rispetto al merito, la quantità rispetto alla qualità. Karl Popper — uno che dell’argomento se ne intendeva — ricordava che lo scopo della democrazia non è garantire il governo dei migliori, ma consentire di cacciare i peggiori senza spargimento di sangue. D’accordo. Ma oggi nemmeno questa garanzia regge più. Le elezioni non sono più un esercizio critico e razionale: sono diventate un ricettacolo di umori cupi e rancori individuali. Premiamo sistematicamente i portavoce del risentimento e gli imprenditori delle paure. Una volta al potere, questi personaggi si rivelano totalmente incapaci di gestire la complessità dei problemi e diventano ancora più miopi di chi li ha votati.

Questa premessa era doverosa per arrivare al nostro Cantone.

Negli ultimi anni il Ticino ha dato un contributo notevole alla degenerazione della vita pubblica. Gli scandali — grandi, medi e piccoli — sono diventati una presenza fissa, quasi sistematica. Non serve  elencarli: basta fare mente locale e si spalanca una casistica sconfortante. Negli ultimi mesi abbiamo assistito ad arrocchi, accrocchi, commistioni di ogni genere, manovre e piccoli giochi di potere qualificati, con la condiscendenza di un Governo evanescente, come «atti dovuti» per dare efficienza all’azione pubblica. Balle. Sono l’ennesima dimostrazione di incapacità politica dei consueti «culi di pietra», decisi a perpetuare la propria incompetenza e a blindare le proprie posizioni anche per il futuro.

E ora, a ridosso delle scadenze elettorali, assistiamo a una doppia porcheria in un colpo solo: da un lato, una porcheria politica con un amministratore che esterna affermazioni inaudite e del tutto incompatibili con la carica che ricopre.  Dall’altro, una porcheria tattica con un tempismo chirurgico e sospetto nella rivelazione dei fatti. Perché solo ora e non prima? Fatevi una domanda elementare: cui prodest? Chi ne trae vantaggio? Guardate dalla parte giusta e avrete  la risposta.

Non entro nel merito della brutta faccenda, ma pongo una domanda diretta agli amici elettori: non sarebbe ora di far seguire all’indignazione salottiera una vera opera di pulizia? Non è giunto il momento di riattivare quel processo di autocorrezione che come cittadini sembriamo aver colpevolmente dimenticato? Meno pancia, meno emozioni pilotate, più ragione e più etica pubblica.

Georges Simenon fece dire al protagonista di un suo romanzo che «le persone sono tanto più sicure delle proprie idee quante meno nozioni possiedono per supportarle». Teniamolo presente.

Prima di mettere la croce su un simbolo o su un nome, facciamo un’operazione elementare: verifichiamo la competenza, la preparazione e lo spessore morale di chi chiede il nostro voto. E smettiamola  di premiare gli incompetenti per vocazione.

Nell’immagine: dettaglio dalla copertina di un’edizione de “La fattoria degli animali” di George Orwell


Squallidi burattinai nemmeno troppo occulti

Si procede a piccoli colpi di scena e propositi non detti, ma lo sbocco delle dimissioni è stato ormai varcato 


Nessuna mela marcia, è agenda di Stato

Si procede a piccoli colpi di scena e propositi non detti, ma lo sbocco delle dimissioni è stato ormai varcato 

Di Chiara Cruciati, il manifesto

Il villaggio palestinese di Tell dista poche centinaia di metri dalla Road 60: infrastruttura strategica voluta dall’occupazione militare israeliana, è la strada che collega il nord e il sud della Cisgiordania, da Jenin a Hebron, a favore delle colonie illegali costruite sul territorio occupato. Seguire il tracciato della Road 60 è rivelatore.

Attraverso la Road 60, si può ricostruire con precisione millimetrica la geografia dei pogrom delle milizie dei coloni contro le comunità palestinesi: gli incendi di abitazioni e campi coltivati, i furti di bestiame, la distruzione delle cisterne d’acqua, le aggressioni fisiche, i pestaggi, i rapimenti. A cavallo del 7 ottobre 2023 (dall’inaugurazione dell’attuale esecutivo a dicembre 2022 fino a metà del 2025), i coloni hanno preso di mira i villaggi palestinesi più piccoli e isolati, poche decine di famiglie beduine che vivevano di pastorizia, per costringerle con il terrore a caricare sui camioncini la propria vita e lasciare la terra all’appropriazione illegale. Da un anno a questa parte le milizie hanno alzato il tiro: nel mirino ci sono ora le cittadine palestinesi, migliaia di abitanti, non baracchine di alluminio e tende ma case in muratura circondate dalle terre agricole. La maggior parte di quelle che finiscono più spesso nelle cronache si affacciano proprio sulla Road 60: Turmus Ayya, Sinjel, Silwad, Huwara, Burin, l’elenco è lungo e potrebbe continuare. Questa mappa delle aggressioni dice qualcosa: che la violenza feroce dei coloni non è casuale, non è randomica. Segue una strategia precisa e ha un obiettivo: colpire con inquietante costanza e crescente brutalità le cittadine che ricadono in un determinato territorio, quello che lo Stato di Israele intende annettere, de iure o de facto poco importa. In Cisgiordania i pogrom hanno dunque una loro geografia (la Valle del Giordano, a est; Masafer Yatta, a sud; la mezzaluna di terre tra Ramallah e Nablus, a ovest; le comunità palestinesi intorno a Gerusalemme) e un mandante, più o meno occulto: il governo di Tel Aviv. È dai suoi uffici che i fautori della colonizzazione della Palestina di questi ultimi anni finanziano le milizie (il ministro delle finanze, Bezalel Smotrich) e le armano (quello alla sicurezza nazionale, Itamar Ben Gvir). Ed è lì la sorgente della necessaria impunità giuridica (l’ufficio del primo ministro Benjamin Netanyahu) e l’indispensabile copertura militare (i vertici dell’esercito).

La violenza dei coloni israeliani non è frutto del fanatismo di qualche «mela marcia», di movimenti radicali che agiscono al di fuori della legge: è l’agenda di Stato. Non è una novità, ma oggi si sono raggiunti livelli senza precedenti: se in passato Israele ha preferito agire secondo dei passaggi «burocratici» – la confisca della terra palestinese con una qualsiasi scusa, l’approvazione governativa di nuovi insediamenti, bandi pubblici per la loro realizzazione – l’attuale governo israeliano ha individuato nel terrore diffuso e capillare uno strumento di pulizia etnica molto più rapido ed efficiente. I coloni terrorizzano fino a svuotare la terra desiderata, impiantano un nuovo insediamento in presunta autonomia, lo fanno crescere e infine ricevono la legalizzazione dalla casa-madre, in termini di riconoscimento ufficiale e di infrastrutture. Pensare – come fa l’Europa – di fermare con delle sanzioni a dei singoli coloni la politica strutturale di Israele non è solo inutile, è pericoloso ed è complice.

Nell’immagine: coloni israeliani lanciano pietre su contadini palestinesi