Dazi, Trump minaccia l’Ue dopo la multa a Google: “Pagherà un prezzo molto alto, li avevo avvertiti”

Il presidente americano si dice pronto a imporre nuove tariffe come forma di ritorsione. Il frontale nel giorno in cui Bruxelles aveva tirato un sospiro di sollievo sulle barriere al 10% 

Di Claudio Tito, La Repubblica

Donald Trump non riesce mai a fare a meno di minacciare qualcuno o qualcosa. E ieri è tornato a farlo contro l’Ue per le multe contro le cosiddette “Big Tech”, le grandi aziende digitali. L’ultima sanzione europea, contro Google, è di giovedì scorso. «L’Unione europea – ha attaccato ieri il presidente Usa – pagherà un prezzo molto alto per questa condotta illegale e profondamente scorretta, una rapina contro la quale li avevo ripetutamente messi in guardia». Il tycoon ha ripetuto che gli Stati Uniti non sono il «salvadanaio» dell’Europa: «Le sanzioni saranno completamente revocate e prevediamo di imporre loro pesanti dazi doganali il prima possibile».

L’Unione ha più volte ribadito che non intende rinunciare alle sue leggi sulla concorrenza. In particolare l’ultima multa a Google da 890 milioni di euro è stata comminata sulla base del Digital Markets Act. Soprattutto la Commissione ha sempre sottolineato che negli accordi sui dazi non rientravano le norme antitrust.

Bruxelles per ora si limita a far notare che i nuovi dazi Usaimposti due giorni fa sono «in linea» con l’accordo sottoscrittolo scorso anno in Scozia e respinge al mittente le critiche americane sul lavoro forzato, ossia come forma di punizione.

«L’Ue – si precisa in una nota – ha già adempiuto alla propria parte dell’accordo e si aspetta che gli Stati Uniti continuino a rispettare i termini della dichiarazione congiunta». Le nuove tariffe a stelle e strisce stabiliscono un’aliquota globale del 10% per l’Ue e reintroducono alcune esenzioni come quelle su sughero e diamanti che si aggiungono a quelle già in vigore per aeromobili, medicinali e principi attivi. Per l’esecutivo comunitario Bruxelles, questa può essere l’occasione per «esplorare ulteriori esenzionitariffarie e approfondire la cooperazione in un’ampia gamma di settori, tra cui le risorse naturali critiche, la sicurezza economica, l’intelligenza artificiale e le questioni digitali, solo per citarne alcuni».

L’Unione nello stesso tempo respinge i rilievi statunitensi sul lavoro forzato. «Disponiamo già di norme rigorose in materia – ha sottolineato un portavoce dell’esecutivo comunitario – e respingiamo l’idea di poter essere considerati come un fattore che contribuisce al problema globale del lavoro forzato».

A criticare con fermezza i nuovi dazi di Trump sono soprattuttoCina, Brasile e Australia. «Ci opponiamo a qualsiasi forma di misura tariffaria unilaterale – ha avvertito il portavoce del ministero degli esteri di Pechino –. Una guerra tariffaria o una guerra commerciale non serve agli interessi di nessuna delle parti». Per il ministro brasiliano del Commercio, Marcio Elias Rosa, la posizione di Washington è «ingiustificata» e basata su «fatti non reali». Il governo australiano, infine, ha chiesto agli Stati Uniti di revocare le tariffe «incompatibili con il nostro accordo di libero scambio».


Tra Usa e Iran la Guerra dei 47 anni: offensive, tregue e colpi sempre più duri

Il presidente americano si dice pronto a imporre nuove tariffe come forma di ritorsione. Il frontale nel giorno in cui Bruxelles aveva tirato un sospiro di sollievo sulle barriere al 10% 

Di Maurizio Molinari, La Stampa

Attacchi militari, mosse strategiche e dichiarazioni roventi di Washington e Teheran lasciano intendere che il nuovo round della guerra del Golfo si annuncia più feroce del precedente.Basta guardare a cosa sta maturando sul terreno per accorgersi dell’accelerazione in corso. Il presidente Donald Trump parla dell’«attacco più grande di sempre», la Casa Bianca fa sapere che «i danni causati dall’Iran saranno risarciti con i loro beni congelati all’estero» e da 14 notti l’aviazione Usa estende aree e intensità dei raid, fino a colpire i ponti attorno a Bandar Abbas e le milizie sciite ai confini Iran-Iraq, indicando senza mezzi termini come obiettivo strategico la montagna di Pickaxe dentro la quale gli ayatollah avrebbero spostato – a oltre 100 metri di profondità – le centrifughe nucleari sopravvissute ai precedenti attacchi.

Da Teheran il regime guidato da Ahmad Vahidi, il comandante in capo dei Guardiani della rivoluzione diventato uomo forte per la perdurante assenza del Leader supremo Mojtaba Khamenei, non è da meno: bersaglia basi Usa in Kuwait ed Emirati, sedi della Cia in Giordania e centri di Amazon in Bahrein con una precisione tale da tradire il flusso di informazioni satellitari russe e cinesi, minaccia di colpire «in maniera devastante» le infrastrutture civili dei Paesi arabi e di Israele, fa sapere di volersi vendicare con Londra perché offre le basi ai B-1 americani e, soprattutto, minaccia di far bloccare ai fedelissimi ribelli yemeniti Houthi lo Stretto di Bab el-Mandeb, chiudendo l’accesso al Canale di Suez per sommarlo a Hormuz. Al fine di strangolare buona parte del commercio marittimo internazionale, mettendo mezzo mondo in ginocchio.

E ancora: Vahidi e i suoi Pasdaran hanno non solo riparato in tempo record basi missilistiche e centri di intelligence colpiti dall’attacco israelo-americano del 28 febbraio, grazie ai rifornimenti cinesi affluiti attraverso il Pakistan, ma sono riusciti a stroncare ogni rivolta interna con un sistema di repressione basato sulla memoria del feroce massacro di inizio gennaio, quando le vittime in 48 ore furono almeno 40 mila.

Insomma, la Repubblica islamica divenuta dittatura militare dimostra una capacità di resistere tale da fargli credere di riuscire a prevalere su Washington su un campo di battaglia asimmetrico mentre Trump vede la possibilità di vincere la «guerra dei 47 anni» con gli ayatollah, riuscendo lì dove tutti i predecessori hanno fallito. Si spiega così il diverso ruolo di Israele nell’attuale escalation. Trump vuole l’alleato in secondo piano perché punta a essere lui il protagonista di una sfida destinata a segnare la presidenza. Immaginando forse di spingere gli alleati arabi del Golfo ad unirsi all’attacco. Teheran, invece, è determinata a coinvolgere Israele proprio per ostacolare i piani di Washington, come fece Saddam Hussein nella guerra del 1991. Gerusalemme, dunque, aspetta di essere attaccata per intervenire anche se, assicura Trump, «può seguirci in appena due minuti». Come dimostra il fatto che mai tanti armamenti Usa sono stati posizionati nelle basi dello Stato ebraico.

Tale escalation, su entrambi i lati, si accompagna ad una narrazione da scontro epico. Trump parla di «un regime di fanatici che ci attacca da quando è nato 47 anni fa» ricordando, con i leader repubblicani al Congresso, il rapimento degli ostaggi a Teheran nel 1979, la strage dei Marines a Beirut nel 1983, il capo della Cia William Buckley torturato per mesi in Libano da Hezbollah prima di morire nel 1985, le migliaia di soldati uccisi dagli ordigni Ied iraniani in Iraq, gli innumerevoli atti di terrorismo e il grido di «morte all’America» a ogni evento pubblico, fino al recente funerale di Ali Khamenei segnato dalla volontà di uccidere il capo della Casa Bianca. Da parte loro i leader iraniani, dalla firma del Memorandum di intesa il 17 giugno in poi, si sono rivolti all’America come a un «nemico mortale»destinato ad essere «cacciato da Hormuz e dalla regione» proprio come auspicava Khomeini, primo Leader supremo della rivoluzione islamica.

Questa cornice di uno scontro progressivo ma totale riporta ai conflitti del passato nei quali si alternavano combattimenti e tregue consentendo ai contendenti di riorganizzarsi ed essere più efficaci, avere armi più feroci. Così furono le Guerre puniche, la Guerra dei Cent’anni e le faide guelfi-ghibellini seguendo uno schema a cicli: pace armata e violenze sempre più sanguinose. L’attuale conflitto Usa-Iran è assai simile perché esistenziale e costellato di battaglie alternate a tregue: dalla guerra dei 12 giorni nel giugno del 2025 a quella di 50 giorni iniziata lo scorso 28 febbraio. Con accordi sul cessate il fuoco annunciati e poi falliti nell’impossibilità di vere intese. L’ultimo corto circuito è stato sullo status di Hormuz perché Teheran vuole imporre un pedaggio che lo trasformerebbe in acque nazionali mentre gli Usa difendono la libertà di navigazione. «Hormuz non tornerà al pre-28 febbraio» assicura il ministro degli Esteri iraniano Araghchi. «Il controllo iraniano di Hormuz minaccia l’economia globale» ribatte il Segretario di Stato statunitense Rubio. Il resto è dietro l’angolo: escalation feroce o un’altra tregua, fino al ko di uno dei duellanti.


Remigrazione, una parola politica: così la destra normalizza la violenza

Il presidente americano si dice pronto a imporre nuove tariffe come forma di ritorsione. Il frontale nel giorno in cui Bruxelles aveva tirato un sospiro di sollievo sulle barriere al 10% 

Di Gianrico Carofiglio, La Stampa

Le parole non sono mai neutre, mai innocenti: possono descrivere la realtà, o mascherarla; far progredire la convivenza o trasformare il mondo in un posto peggiore. La politica lo sa da sempre: cambiare il nome delle cose è uno dei modi più efficaci per cambiare il modo in cui le percepiamo. Nel bene e soprattutto nel male. Per questo, quando il dibattito pubblico si concentra sulle parole anche con interpretazioni capziose, conviene fermarci e chiederci di cosa stiamo effettivamente discutendo.

Prendiamo il termine deportazione. Da qualche tempo alcuni esponenti dell’estrema destra sostengono che sia sbagliato usarlo per indicare il trasferimento coatto di immigrati nei loro Paesi d’origine: la deportazione, affermano, sarebbe altra cosa, perché significherebbe portare qualcuno in un luogo diverso da quello da cui proviene; se invece lo si riporta nel Paese di origine, bisognerebbe parlare di “remigrazione” . L’obiezione ha una sua insidiosa suggestività, ma non regge.

La parola deriva dal latino deportare: de– indica l’allontanamento, portare il trasporto. Portare via, appunto. Nel diritto romano la deportatio era una pena che consisteva nell’allontanamento forzato disposto dall’autorità, e il punto decisivo non era mai dove si veniva mandati, bensì il fatto di esservi mandati contro la propria volontà. È rimasto così fino a oggi: i dizionari definiscono la deportazione come il trasferimento forzato di persone disposto da un’autorità, e l’elemento essenziale resta la costrizione, non la destinazione.

Sostenere il contrario significa confondere ciò che è essenziale con ciò che è accessorio, un po’ come pretendere che un omicidio commesso con un coltello appartenga a una categoria diversa da un omicidio commesso con una pistola: cambia lo strumento, non la natura del fatto. Se un’autorità costringe migliaia di persone a salire su autobus, treni o aerei e le allontana contro la loro volontà, è quel trasferimento coatto a definire l’atto; che le persone vengano condotte in un campo, in un Paese terzo o nel loro Paese d’origine cambia la destinazione geografica, non la natura dell’operazione.

Del resto, la storia non ha mai usato un criterio diverso. Dopo la Seconda guerra mondiale milioni di tedeschi furono costrette a lasciare i territori dell’Europa orientale per raggiungere la Germania, e gli storici parlano di deportazioni e di espulsioni di massa non perché quelle persone fossero condotte in un luogo a loro estraneo (era la loro patria), ma perché vi furono costrette.

Remigrazione e deportazione, del resto, non sono nemmeno termini alternativi: appartengono a piani diversi. Remigrazione è una parola politica, che indica un obiettivo – ridurre drasticamente la presenza di immigrati riportandoli nei Paesi di provenienza – ma non dice nulla sul modo in cui quell’obiettivo dovrebbe essere raggiunto. Il mezzo può essere il rimpatrio volontario, oppure l’espulsione individuale decisa caso per caso nel rispetto delle garanzie di legge; ma può anche essere il trasferimento coercitivo e generalizzato di intere categorie di persone. Se il mezzo è quest’ultimo, chiamarlo remigrazione non elimina il problema: lo nasconde, come parlare di “pacificazione” per indicare un’occupazione militare. La parola descrive il fine dichiarato, non ciò che concretamente accade.

Deportazione porta con sé un alone di violenza e razzismo di Stato che pochi, anche a destra, sono disposti a rivendicare apertamente: richiama i vagoni piombati, le leggi razziali, un capitolo della storia europea che nessuno, salvo frange dichiaratamente estreme, vuole evocare in pubblico. Remigrazione suona invece neutra, quasi tecnica – e in parte lo è stata per decenni, nel lessico della demografia, prima di essere ripresa dagli ambienti di estrema destra identitaria europea.

Usarla consente di rivendicare un obiettivo radicale senza doverne indossare il peso simbolico: la parola suona accettabile e proprio per questo può essere pronunciata nei programmi elettorali e nei talk show, dove deportazione risulterebbe nauseante e impronunciabile. Ovviamente non è un errore terminologico ingenuo. È una cinica scelta di comunicazione (e manipolazione) politica.

Anche il diritto internazionale opera questa distinzione. Uno Stato può espellere uno straniero irregolare seguendo procedure individuali e nel rispetto delle garanzie previste dall’ordinamento; altra cosa è il trasferimento forzato di gruppi di persone individuati in base all’origine nazionale o etnica. Il discrimine, qui, non è la destinazione finale, ma la natura dell’atto: individuale o collettivo, volontario o coercitivo.

Non ogni rimpatrio forzato è una deportazione, ma se l’obiettivo dichiarato è di allontanare coattivamente, e in modo generalizzato, migliaia e migliaia di persone in ragione della loro appartenenza a una determinata categoria, il problema etico e giuridico non si risolve inventando una parola nuova: la realtà non cambia (non dovrebbe cambiare) perché cambia il vocabolario.

Orwell osservava che il linguaggio politico serve spesso «a far sembrare vere le menzogne e rispettabile l’assassinio»: una frase estrema, scritta pensando ai totalitarismi del Novecento, ma il meccanismo resta lo stesso anche quando gli esiti voluti non sono così spaventosi. Si comincia attenuando il significato delle parole, e quasi senza accorgersene si finisce per disperdere il senso delle cose e la struttura morale delle società.

In questo, come in molti altri casi, è fondamentale riflettere sulle ambiguità e sulle deliberate intossicazioni del discorso pubblico: dietro una disputa lessicale si nasconde, molto spesso, un tentativo di occultare la realtà e di inquinare la politica.

Nell’immagine: Gianrico Carofiglio, scrittore ed ex magistrato 


Nicaragua, trame all’italiana

Il presidente americano si dice pronto a imporre nuove tariffe come forma di ritorsione. Il frontale nel giorno in cui Bruxelles aveva tirato un sospiro di sollievo sulle barriere al 10% 

È stata una vigilia concitata, letteralmente “all’italiana”, quella dello scorso 19 de julio, 47° anniversario della cacciata del dittatore Anastasio Somoza in Nicaragua, per il quale il “fu” comandante Daniel Ortega (oggi ottantenne) è riapparso in pubblico dopo oltre due mesi di assenza di fronte a qualche decina di migliaia di astanti rigorosamente uniformati in camicia bianca. Annunciando con disinvoltura che “non ci saranno più elezioni che possano rovesciare il nostro governo” per mano di “golpisti e oppositori vendepatria”. E scatenando l’irritazione del segretario di stato Usa, Marco Rubio.

Ma veniamo al dunque.

Nella seconda metà degli anni ’80, in piena rivoluzione, il ministro degli esteri del Nicaragua padre Miguel D’Escoto si recò a Roma dal suo omologo Giulio Andreotti. Fra gli argomenti trattati, l’allora capo della Farnesina rimproverò al presbitero la presenza a Managua di diversi “latitanti italiani di organizzazioni terroristiche della sinistra” (BR, Nuclei Comunisti Combattenti…). D’Escoto lo rassicurò sulla loro innocuità per essere “sotto lo stretto controllo delle nostre autorità”. Belzebù annuì, ma precisando: “teneteveli tutti, basta che ci ridate Casimirri».

Alessio Casimirri, unico brigatista della strage di via Fani scampato a sei ergastoli (insieme allo svizzero-italiano Alvaro Lojacono Baragiola), si è rifugiato in Nicaragua nel 1983, ottenendo la nazionalità dall’88 dopo aver fatto l’istruttore subacqueo per le truppe speciali del ministero degli interni. Per poi aprire il ristorante La Cueva del Buzo. Numerosi sono stati i solleciti per una sua estradizione, rivolti in particolare ai due governi della destra locale succeduti alla sconfitta elettorale dei sandinisti del ’90. L’ultimo, nel 2004, ad opera del secondo esecutivo Berlusconi. Ma la costituzione nicaraguense proibisce l’estradizione dei propri cittadini.

Sta di fatto che da allora non se ne è più parlato.

Come si spiega allora che oltre vent’anni dopo il vicepremier Antonio Tajani abbia resuscitato la questione ponendola sorprendentemente e con veemenza al centro del suo intervento a Madrid la scorsa settimana al Libertas Forum dei “popolari” europei con i loro omonimi latinoamericani, in occasione del 50° della fondazione del PPE?

È evidente il voler sommarsi all’onda anti Antifa (neoterrorismo rosso) montata dall’amministrazione Trump in vista delle elezioni di midterm. Anticipando non a caso il vertice dei 67 paesi del giorno successivo a Washington, sotto la regia del segretario di stato Marco Rubio; e dove Giorgia Meloni ha inviato in rappresentanza “solo” il sottosegretario agli interni Emanuele Prisco.

Un discorso quello di Tajani che seppellirebbe al contempo le passate speculazioni sui presunti legami di Casimirri (alias “Camillo” nella colonna romana) con i servizi, emerse pure nella relazione finale del 2017 della Commissione parlamentare sul rapimento e assassinio di Aldo Moro (presieduta da Giuseppe Fioroni). E che spiegherebbero eventualmente come possa essere stato il solo ad averla fatta franca.

Il ministro degli esteri ha esordito attaccando “il governo estremista del Nicaragua col quale non condividiamo nulla”. Il che ha scatenato la reazione dei copresidenti (e consorti) Ortega e Rosario Murillo per le parole “ingiustificate, aggressive e irresponsabili contro la sovranità e dignità del popolo nicaraguense”.  Che hanno reagito con la rottura delle relazioni diplomatiche.

Non che i rapporti del paese centroamericano con l’UE siano dei migliori dopo che dalla rivolta popolare del 2018, soffocata nel sangue, il parlamento europeo ha disposto sanzioni sempre più severe contro il regime orteguista che via via ha violentemente azzerato ogni forma di dissenso. Ma non con l’Italia in prima fila. Tanto che nella stessa dura reazione contro Tajani, si esprime un certo stupore dopo “il rispetto, la comprensione e il vincolo storico” sperimentato fra i due paesi sin dai tempi dell’Unità d’Italia.

Ma l’iniziativa del nostro cancelliere è risultata ancor più inaspettata dopo che appena tre settimane fa il suo ex sottosegretario alla cooperazione (sino al febbraio scorso) Giorgio Silli, nonché deputato di Forza Italia nella precedente legislatura, si è recato a Managua per ben tre giorni da neosegretario generale dell’Istituto Italo-Latinoamericano, concludendo la missione con un entusiastico comunicato che inneggiava all’”ampliamento del partenariato nei settori della cultura, della formazione, dell’innovazione e dello sviluppo umanitario ed economico”. Quando i suoi due predecessori, nei loro nove anni di mandato, si erano ben guardati di toccare il suolo di quel paese; che a questo punto uscirà anche dall’organizzazione fondata da Amintore Fanfani nel 1966.

Viene da chiedersi che fine farà ora Monica Robelo, ambasciatrice del Nicaragua a Roma dal 2015, oltre che delegata presso le agenzie delle Nazioni Unite Pam, Ifad e Fao giusto dal 2007 quando Daniel Ortega, dopo aver fatto fuori i sandinisti democratici negli anni ’90 ed aver sancito un patto con la destra oligarchica somozista, vinse le elezioni è tornò al potere con l’intenzione di non lasciarlo mai più. Quella stessa Monica che ha vissuto pressoché tutta la sua vita in Italia per essere figlia di Lucia Raffone (stretta parente dell’ex segretario di stato vaticano Agostino Casaroli) e soprattutto dell’ottuagenario faccendiere nicaraguense-italiano Alvaro Robelo, che ancora stanzia prevalentemente nel Bel Paese (più che in Costa Rica e Nicaragua). Lui che, amico del “venerabile” Licio Gelli, era pure fratello massone nella Loggia di Andorra del “banchiere di dio” Roberto Calvi; il quale nel 1977 aprì a Managua, con l’approvazione dell’altrettanto massone/tiranno Somoza  la sede nicaraguense del Banco Ambrosiano; che a sua volta rilasciò a Calvi e a Michele Sindona un passaporto diplomatico.

Una volta rimasti sconfitti i sandinisti alle urne nel ’90, essendosi Robelo autodichiarato negli anni ’80 rappresentante dei contras in Italia, fu subito nominato dalla presidente Violeta de Chamorro ambasciatore a Roma. Con la giovanissima Monica a fargli da consigliera diplomatica.

Doña Violeta lo rimosse qualche anno più tardi quando scoprì che Robelo, a sua insaputa, aveva nominato due consoli onorari mafiosi a Catania e Palermo. Con tanto di stemma della Repubblica del Nicaragua affisso all’esterno di uno degli edifici dove operava Totò Riina. Del resto nell’87 il giudice Giovanni Falcone lo aveva già segnalato in uno dei suoi rapporti.

Non datosi per vinto Robelo tentò di rifarsi in Nicaragua fondando il Banco Europeo Centroamericano (Beca) la cui presidenza affidò al deputato berlusconiano Gianfranco Saraca. Promosse al contempo la “Milano da bere” che era andata a investire consistentemente laggiù. E si candidò alle presidenziali del 1996 fondando Arriba Nicaragua (emulazione di Forza Italia). Potè contare fra gli altri sull’appoggio di Francesco Cardella (ex della comunità Saman di Mauro Rostagno a Trapani, allora fuggito dall’Italia per essere ricercato), Donatella Dini (con grandi possedimenti in Costa Rica) e Gabriele Pillitteri fratello di Paolo (sindaco di Milano) nonché cognato di Bettino Craxi (nel frattempo riparato in Tunisia). Robelo ostentò di aver ricevuto da quest’ultimo un milione di dollari in sostegno alla sua campagna elettorale. Tanto che qualcuno sostiene che per Craxi (che aveva un consolidato rapporto anche con Ortega) il Nicaragua avrebbe costituito il “piano b” nel caso qualcosa non avesse funzionato nel rifugio tunisino. 

Fece poi uno spregiudicato accordo tattico/politico con lo stesso Daniel Ortega che suonava più o meno così: “io porto via voti all’ultradestra di Arnoldo Aleman e tu vinci; se invece vincessi io, sarò comunque il “tuo” presidente”.

Robelo cresce rapidamente nei sondaggi. Ma noi de il manifesto, che conducemmo al riguardo un’inchiesta che si prolungò per un intero anno sul posto (oltre che in Italia) scoprimmo che Alvaro Robelo aveva ancora il passaporto italiano. Il che era costituzionalmente incompatibile con l’assunzione di una carica pubblica o di rappresentanza. Sta di fatto che il Consiglio Supremo Elettorale inibì la sua candidatura. E a ottobre ai seggi finì che Aleman prevalse su Ortega, subentrando a Doña Violeta.

Come se non bastasse, tornato Ortega al governo nel 2007, Alvaro Robelo, ammanicato com’era col cardinale Pio Laghi e soprattutto col presidente dello IOR, mons. Paul Marcinkus (per essersi diplomato alla Pontificia commissione dei sacramenti e del culto divino della Santa Sede, oltre che aver ricevuto la laurea honoris causa in scienze bancarie presso l’università Pro Deo degli Stati Uniti) tentò di accreditarsi come ambasciatore in Vaticano. Ma la Curia Romana si rifiutò, non senza le sue pubbliche proteste. Dovette attendere il 2011 per ottenere il massimo incarico diplomatico in Austria, Grecia, Cipro, Liechtenstein e San Marino. Fino al 2018. Mentre su figlia Monica fu piazzata a Roma. E suo fratello Carlos divenne ambasciatore in Svizzera e presso l’Onu e l’Organizzazione Mondiale del Commercio di Ginevra. Dalle quali fu, suo malgrado, ben presto rimosso dalle autorità di Berna. 

C’è poi da domandarsi cosa decideranno di fare gli ambasciatori “nicaraguensi” (ora orfani dell’originaria nazionalità italiana) Maurizio Gelli, ritirato da Madrid dopo che la Murillo ha interrotto nel gennaio scorso anche i rapporti con la Spagna (ma tuttora rappresentante a Parigi, Londra e in Cechia, Slovacchia e Andorra); e suo figlio Licio j. (nipote del capo della P2) nominato in Uruguay e dei quali abbiamo più volte informato su queste pagine. Con Maurizio che dopo aver capeggiato lo scorso anno la delegazione del Nicaragua ai funerali di papa Francesco e all’insediamento di Leone XIV°, avrebbe sperato invano di accreditarsi pure presso la Santa Sede (le cui relazioni sono sospese dal 2022 dopo che Managua rispedì a Roma il nunzio apostolico e tre vescovi locali). Lui che aveva intrapreso la carriera diplomatica nei primi anni duemila come console onorario ad Arezzo, grazie al presidente “liberale” Enrique Bolaños.

Quale potrà essere adesso il prosieguo di cotanto disinvolto uso dei passaporti dei due paesi per i personaggi sopra citati? Insieme al mantenimento della preziosissima immunità diplomatica, assegnata loro chissà in cambio di cosa?

Non si tratta altro che del verminaio dell’odierno Nicaragua che un tempo ci fece sognare con la Rivoluzione più aperta e plurale della storia moderna. Per poi convertirsi politicamente oggi in un tutto e nell’esatto suo contrario. Con l’opposizione al completo in esilio, divisa grosso modo fra leaders della destra rifugiatisi negli Usa e sandinisti veraci in Costa Rica e Spagna. A cominciare dallo storico vice di Ortega durante tutta la decade rivoluzionaria dell’80, il grande Dottor Sergio Ramirez, premio Cervantes della letteratura spagnola, riparato suo malgrado a Madrid.

Per concludere, paradosso vuole che anche Alessio Casimirri, pur avendo intrapreso poi un’altra strada, sia cresciuto nei giardini vaticani avendo avuto come padre il capoufficio stampa della Curia romana di tre papi. Tanto che fu il cardinal Montini a battezzarlo e a somministrargli la prima comunione; per poi assurgere al Paolo VI che durante il sequestro tanto si diede da fare invano per liberare Moro.

Nell’immagine: Alessio Casimirri [ci scusiamo per l’immagine errata pubblicata in precedenza]


Burattini, burattinai e bombe esplose.

Il presidente americano si dice pronto a imporre nuove tariffe come forma di ritorsione. Il frontale nel giorno in cui Bruxelles aveva tirato un sospiro di sollievo sulle barriere al 10% 

È stata una bomba a orologeria, congegnata per farla esplodere una manciata di giorni prima dell’Assemblea della Lega che si terrà il 31 luglio e che verosimilmente in quel giorno avrebbe dovuto prendere atto della disponibilità del consigliere di stato Claudio Zali a ricandidarsi e della decisione dell’UDC di correre da sola nella prossima elezione cantonale (aprile 2027). 

“Avrebbe”, appunto. Ma ora tutto è cambiato. Non è un mistero che parte della Lega “che conta” (per esempio il settimanale «Il Mattino della Domenica», che non è l’organo del movimento politico, ma solo il suo portavoce) voleva Zali fuori dalla lista per l’elezione del Consiglio di Stato («Il Mattino» avrebbe scritto foeura di ball ), sapendo che Claudio (come lo chiamano gli amici che ancora gli restano fedeli) era l’unico motivo che avrebbe messo fine al matrimonio utilitaristico Lega-UDC. Come in effetti è successo.

Adesso però che la bomba è esplosa tutto cambia: spazzato via Zali (mi scuso per la crudeltà delle espressioni, ma il vocabolario leghista mi sovrasta) si può tornare a ragionare (verbo impegnativo) sulla lista unica Lega-UDC per l’elezione del futuro Consiglio di Stato di questo malconcio paese. E sono certo che la maggioranza dell’Assemblea leghista sarà felice di ragionare per poter di nuovo riabbracciare i cugini uddicì. 

Ormai lo sanno anche i passerotti di Piazza della Riforma e i loro pennuti cugini di Piazza della Foca, che la regia di questo triste carnevale è nelle mani di chi più di tutti se la ride, cioè nelle mani di esponenti (per ora ignoti, come ignota rimane la voce della donna che chiedeva consigli a Claudio) della ‘destra destra’: UDC e parte della Lega. Fate voi. 

Questo gioco di cercare subdolamente degli scheletri negli armadi dei cosiddetti potenti per fini puramente partitici è certamente esecrabile, ma questa volta ha sortito almeno un risultato “positivo” per chi ancora ha la forza di indignarsi: quello di portare alla luce tre episodi affatto inaccettabili, soprattutto se il protagonista è un ministro ed ex giudice. Ce lo dirà la magistratura.

Da ieri Claudio Zali è un ministro dimezzato per aver deglutito l’auspicio dei colleghi, ma che a tutt’oggi rimane il Presidente del nostro Consiglio di Stato, cioè di tutti noi, anche perché gli altri quattro non hanno preteso (sarebbe stato troppo ?) le sue dimissioni.  

E torno a chiedermi: ma in che Paese viviamo? 


Torna a casa Zali

Il presidente americano si dice pronto a imporre nuove tariffe come forma di ritorsione. Il frontale nel giorno in cui Bruxelles aveva tirato un sospiro di sollievo sulle barriere al 10% 

Zeta come Zali, zeta come Zombie. Zali è un morto che cammina, l’abisso è lì a due passi. Tutte le donne ticinesi, tutti gli uomini vigili, lucidi e orientati sono d’accordo: quanto è venuto alla luce sul presidente del Consiglio di Stato conferma che non può più mantenere le sue cariche. Botte all’amica dell’amica, date e consigliate, riferimento mafioso agli amici picchiatori di Milano, poi l’inchiesta sui favori al quattordicenne, indagine penale in corso, e la telefonata arrogante all’Ente ospedaliero per far assumere l’amica (sic) che poi l’ha massacrato. Qui ha anche tentato di imporre il licenziamento di un’altra lavoratrice, frontaliera.

Non è fortunato con le donne, per fortuna, perché è l’amica che ha permesso di far emergere lo scandalo, il suo machismo, la sua arroganza e, basta rileggere Carlo Cipolla, la sua stupidità.

A questo punto, se questo paese non è diventato una repubblica delle banane, Zali deve andarsene. Lo può fare da solo, come insegnano i tagliatori di teste delle migliori aziende del mondo, oppure il Consiglio di Stato, il Parlamento e il popolo devono spingerlo nell’abisso.

Cosa fa il Governo? Poco o niente come sempre, ma ha l’attenuante di essere in vacanza. Infatti, i suoi colleghi di governo dichiarano che Zali ha rinunciato a gestire magistratura e polizia temporaneamente: ma ci prendono tutti per i fondelli?

Marina Carobbio, vice presidente del CdS, intervistata alla radio RSI si arrampica sui vetri. Spende molte parole per criticare la violenza sulle donne ma non riesce a mettere a fuoco il problema politico: ma da quanto avete sentito, cosa pensate di Zali? Vuoto spinto, complimenti all’intervistatrice che sottolinea anche il fatto che Carobbio, da donna, dovrebbe essere più scandalizzata dalle parole di Zali: “riempila di botte, io l’ho pestata”. 

La politica adagio adagio si sveglia. Va dato atto ai tre presidenti dei partiti maggiori, Speziali Dadò e Sirica, di aver denunciato lo scandalo. Ora, la sinistra chiede le dimissioni di Zali, il verde Buzzi dice bene: “La violenza sulle donne è incompatibile con il Consiglio di Stato”. Liberali e centro chiedono la sospensione di Zali dal governo e semmai dimissioni.

Il Ticino ha il suo bello scandalo estivo.  Possiamo scommettere sui tempi della soluzione. Zali dovrà andarsene, non sembra esserci modo perché si salvi. Il subentrante sarà l’UDC Marchesi. La destra, sotto sotto, potrà festeggiare, perché in questo modo, verosimilmente, salverà le due cadreghe in Governo. Accanto all’immarcescibile Gobbi, prenderà posto il presidente dell’UDC. Uno scandalo che produce una frittata politica.

Un Consiglio di Stato che non interviene severamente nei confronti di un suo membro istigatore di violenza non è degno. Andrebbe rimosso, basterebbero 15 mila firme da raccogliere in sessanta giorni. Ormai è tardi, il prossimo aprile ci saranno le elezioni e la Repubblica avrà un nuovo governo. Nuovo?


Angelica Lepori – “Il caso Zali evidenzia come la violenza di genere riguardi tutte le componenti della società”

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Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ascoltare in podcast su YouTube Music


Z, lo sfregio

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Referendum: i dieci maggiori finanziatori

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Di Martina Frei, INFOsperber

Lo scorso anno, i partiti politici, principalmente il Partito Socialdemocratico (SP) e il Partito Liberale Democratico (FDP), hanno finanziato cinque campagne referendarie con 1,7 milioni di franchi svizzeri – un budget modesto rispetto alle somme raccolte dalle associazioni: 10,4 milioni di franchi.

L’organizzazione no-profit “Lobbywatch”, sostenuta da un gruppo di giornalisti, ha analizzato il flusso di fondi. Secondo le loro scoperte, l’associazione dei proprietari di immobili ha investito 6,5 milioni di franchi nella campagna per l’abolizione del valore locativo figurativo. “Si tratta di dodici volte la somma raccolta dalla parte avversaria, che ha raccolto poco più di mezzo milione”, scrive Lobbywatch.

Il referendum è andato a favore dell’associazione dei proprietari di immobili: il 57,7% dei votanti si è espresso a favore dell’abolizione del valore locativo figurativo.

I donatori anonimi

Il secondo maggiore finanziatore dei cinque referendum federali del 2025 è stato Economiesuisse. Fin dall’inizio delle indagini, questa associazione di imprese è risultata “il maggiore donatore della politica nazionale”.

Dei 14,6 milioni di franchi svizzeri complessivi confluiti nelle cinque campagne referendarie federali dello scorso anno, 12 milioni provenivano da soli dieci donatori. Al terzo posto tra i maggiori finanziatori si è classificato un anonimo “Comitato d’azione per la libertà”, che ha stimato in 750.000 franchi svizzeri il valore della lotta contro l’iniziativa sull’imposta di successione.

I 10 principali finanziatori delle campagne elettorali nel 2025. © Lobbywatch

Quando si trattava di imposta di successione, il rapporto era 1:10

Per la votazione sull’imposta di successione i promotori avevano a disposizione 0,4 milioni di franchi. Secondo “Lobbywatch” gli oppositori hanno raccolto 4,2 milioni di franchi. Con il 78,3% di voti contrari l’iniziativa popolare di Juso è andata in declino.

Un numero significativo di donatori contrari all’iniziativa Juso non ha voluto essere identificato per nome: 1,75 milioni di franchi sono stati donati in forma anonima. “I dati mostrano: chi c’è veramente dietro questi milioni resta all’oscuro dell’attuale regolamentazione del finanziamento politico – una situazione che solo un requisito di trasparenza più severo può cambiare”, dice “Lobbywatch”.

Nel 2025, i privati ​​cittadini si sono classificati al quarto posto tra i finanziatori delle campagne elettorali. In totale, sette privati ​​cittadini hanno donato ciascuno oltre 15.000 franchi svizzeri. © Lobbywatch

Nell’immagine: l’esito della votazione dipende anche dai budget sia dei promotori che degli oppositori. © «SRF»


Quando finisce la guerra? Mai

Il presidente americano si dice pronto a imporre nuove tariffe come forma di ritorsione. Il frontale nel giorno in cui Bruxelles aveva tirato un sospiro di sollievo sulle barriere al 10% 

Di Alberto Negri, il manifesto

Fine guerra mai? Il terribile sospetto, corroborato da diversi indizi, coglie in questo periodo più di qualche esperto.

Lawrence Freedman, professore emerito in studi sulla guerra al King’s College di Londra, nel 2025 ha scritto un articolo significativo su Foreign Affairs. Intitolato “The age of forever wars” (“L’epoca delle guerre infinite”). Un saggio di incombente attualità.

Nessuna guerra del Medio Oriente è mai finita negli ultimi 45 anni. Ero in Iran per la guerra scatenata dall’Iraq nel 1980 che è continuata in Kuwait nel ’91 e nello stesso Iraq per poi estendersi in Somalia, quindi in Afghanistan nel 2001, tornare in Iraq nel 2003 e in Siria nel 2011, aggiungendo, per infinite volte, i conflitti in Libano e tra Israele-Palestina fino al massacro di Hamas del 7 ottobre 2023 e a un genocidio degli arabi che secondo il professore israeliano Omer Bartov rischia di restare del tutto impunito e diventare – in una prospettiva terrificante – persino “legittimo”.

ORA ABBIAMO la guerra di Usa e Israele contro l’Iran, che si estende dal Libano al Mar Rosso. Ma come abbiamo visto è sempre la stessa guerra. L’Ucraina, intanto, è in corso dal 2014, quella del Sudan dura da non si sa quanto. In Europa una legione di sonnambuli celebra ancora 80 anni di pace dalla seconda guerra mondiale dimenticando sempre un decennio di guerre balcaniche negli anni ‘90 (ho fatto pure quelle come le precedenti), come se si fossero dipanate tra massacri come quello di Srebrenica del ‘95 – altro genocidio – in un continente diverso, in un’ “altra Europa”.

Eppure ogni giorno qualcuno chiede quando finirà questa guerra di Hormuz, che si è allargata allo Stretto gemello di Bab el Mandeb dove gli Houthi yemeniti stanno attaccando le petroliere saudite: “Mai, è ovvio”, una risposta che nessuno vorrebbe sentire. Non lo vorremmo sentire noi come pacifisti, opinione pubblica e consumatori di petrolio, ma anche coloro che questa guerra l’hanno iniziata il 28 febbraio, Stati uniti e Israele, che sulla scorta delle menzogne di Netanyahu avevano promesso di abbattere il regime della repubblica islamica inventandosi l’ex presidente iraniano Ahmadinejad come “quinta colonna” di un fantasioso colpo di stato. Ahmadinejad lo abbiamo visto con aria dimessa e contrita dietro al feretro di Ali Khamenei.

Sul New York Times Steven Erlanger fa notare che dai tempi del Vietnam i presidenti Usa sono ripetutamente entrati in conflitti che sembravano durare all’infinito, almeno fino a quando il presidente successivo – o quello dopo ancora – non decideva che il gioco non valeva la candela dal punto di vista economico e politico, dichiarava vittoria e tornava a casa.

Con l’Iran Donald Trump sembra caduto nella stessa trappola. Nella sua campagna elettorale aveva promesso di mettere fine ai conflitti e aveva garantito che non si sarebbe mai infilato in una guerra infinita, tanto più in Medio Oriente. Eppure è questo che rischia in Iran. Al punto che la scena al Congresso per i collaboratori di Trump assume contorni quasi ridicoli, se non fossero penosi e tragici.

NELLA SUA audizione al Senato dal capo del Pentagono Pete Hegseth abbiamo appreso che questa guerra è già costata quasi 38 miliardi di dollari, che ne servono subito 70 per rifare le scorte di armi e che il prossimo bilancio della difesa passerà da 1000 a 1500 miliardi di dollari. Ma il cerone di Hegseth ha cominciato vistosamente a colare – è noto che questo machista convinto si trucca per le telecamere – quando il senatore repubblicano John Neely Kennedy gli ha chiesto a bruciapelo se il nucleare iraniano era finalmente neutralizzato o fosse pericoloso. «Se lo sia ancora non è non chiaro ma siamo comunque in grado di neutralizzarlo», ha balbettato il capo della Difesa Usa.

I leader potenti che hanno grandi eserciti tendono a cadere «nell’inganno della guerra breve», scrive Lawrence Freedman. Come Trump in Iran e il russo Putin in Ucraina, questi leader «non si rendono conto dei limiti della forza militare e quindi si pongono degli obiettivi raggiungibili (sempre ammesso che lo siano) solo attraverso un lungo conflitto», sostiene Freedman su Foreign Affairs. E i media, in maniera acritica, vanno dietro scrivendo balordaggini come nel 2001 quando i giornali occidentali – New York Times compreso – sostenevano che presto tutte le donne afghane avrebbero buttato il burqa: i talebani quando protestano spargono ancora il loro sangue sull’asfalto.

COSÌ I CAPI, impantanati in guerre infinite, trovano dei diversivi. Anche un po’ puerili se non facessero paura. Dopo avere annunciato un accordo sul nucleare civile con i sauditi, Trump ha affermato che è subordinato all’adesione del regno wahabita agli accordi di Abramo con Israele, subito intervenuto per ridurre la Casa Bianca a più miti consigli, ma i sauditi hanno ripetutamente affermato che non riconosceranno Israele (potenza atomica) senza la creazione di uno Stato palestinese.

Trump ha ancora la possibilità di vendere al suo elettorato questa guerra impopolare come una specie di vittoria e ritirarsi. Ma invece di trovare una via di uscita minaccia di allargare il conflitto. Anzi adesso vorrebbe intraprendere la “sua” nuova guerra al terrorismo intervenendo contro una filiale di Al Qaeda in Mali, dove su fronti opposti ci sono già russi e ucraini. Da qualche parte bisogna pur “vincerne” una delle guerre infinite.