Nicaragua, trame all’italiana

Roma torna a reclamare il brigatista Casimirri, riparato a Managaua nel 1983. Mentre restano nell’ombra gli intrighi e i paradossi diplomatici legati agli amici e ai discendenti di Licio Gelli 

È stata una vigilia concitata, letteralmente “all’italiana”, quella dello scorso 19 de julio, 47° anniversario della cacciata del dittatore Anastasio Somoza in Nicaragua, per il quale il “fu” comandante Daniel Ortega (oggi ottantenne) è riapparso in pubblico dopo oltre due mesi di assenza di fronte a qualche decina di migliaia di astanti rigorosamente uniformati in camicia bianca. Annunciando con disinvoltura che “non ci saranno più elezioni che possano rovesciare il nostro governo” per mano di “golpisti e oppositori vendepatria”. E scatenando l’irritazione del segretario di stato Usa, Marco Rubio.

Ma veniamo al dunque.

Nella seconda metà degli anni ’80, in piena rivoluzione, il ministro degli esteri del Nicaragua padre Miguel D’Escoto si recò a Roma dal suo omologo Giulio Andreotti. Fra gli argomenti trattati, l’allora capo della Farnesina rimproverò al presbitero la presenza a Managua di diversi “latitanti italiani di organizzazioni terroristiche della sinistra” (BR, Nuclei Comunisti Combattenti…). D’Escoto lo rassicurò sulla loro innocuità per essere “sotto lo stretto controllo delle nostre autorità”. Belzebù annuì, ma precisando: “teneteveli tutti, basta che ci ridate Casimirri».

Alessio Casimirri, unico brigatista della strage di via Fani scampato a sei ergastoli (insieme allo svizzero-italiano Alvaro Lojacono Baragiola), si è rifugiato in Nicaragua nel 1983, ottenendo la nazionalità dall’88 dopo aver fatto l’istruttore subacqueo per le truppe speciali del ministero degli interni. Per poi aprire il ristorante La Cueva del Buzo. Numerosi sono stati i solleciti per una sua estradizione, rivolti in particolare ai due governi della destra locale succeduti alla sconfitta elettorale dei sandinisti del ’90. L’ultimo, nel 2004, ad opera del secondo esecutivo Berlusconi. Ma la costituzione nicaraguense proibisce l’estradizione dei propri cittadini.

Sta di fatto che da allora non se ne è più parlato.

Come si spiega allora che oltre vent’anni dopo il vicepremier Antonio Tajani abbia resuscitato la questione ponendola sorprendentemente e con veemenza al centro del suo intervento a Madrid la scorsa settimana al Libertas Forum dei “popolari” europei con i loro omonimi latinoamericani, in occasione del 50° della fondazione del PPE?

È evidente il voler sommarsi all’onda anti Antifa (neoterrorismo rosso) montata dall’amministrazione Trump in vista delle elezioni di midterm. Anticipando non a caso il vertice dei 67 paesi del giorno successivo a Washington, sotto la regia del segretario di stato Marco Rubio; e dove Giorgia Meloni ha inviato in rappresentanza “solo” il sottosegretario agli interni Emanuele Prisco.

Un discorso quello di Tajani che seppellirebbe al contempo le passate speculazioni sui presunti legami di Casimirri (alias “Camillo” nella colonna romana) con i servizi, emerse pure nella relazione finale del 2017 della Commissione parlamentare sul rapimento e assassinio di Aldo Moro (presieduta da Giuseppe Fioroni). E che spiegherebbero eventualmente come possa essere stato il solo ad averla fatta franca.

Il ministro degli esteri ha esordito attaccando “il governo estremista del Nicaragua col quale non condividiamo nulla”. Il che ha scatenato la reazione dei copresidenti (e consorti) Ortega e Rosario Murillo per le parole “ingiustificate, aggressive e irresponsabili contro la sovranità e dignità del popolo nicaraguense”.  Che hanno reagito con la rottura delle relazioni diplomatiche.

Non che i rapporti del paese centroamericano con l’UE siano dei migliori dopo che dalla rivolta popolare del 2018, soffocata nel sangue, il parlamento europeo ha disposto sanzioni sempre più severe contro il regime orteguista che via via ha violentemente azzerato ogni forma di dissenso. Ma non con l’Italia in prima fila. Tanto che nella stessa dura reazione contro Tajani, si esprime un certo stupore dopo “il rispetto, la comprensione e il vincolo storico” sperimentato fra i due paesi sin dai tempi dell’Unità d’Italia.

Ma l’iniziativa del nostro cancelliere è risultata ancor più inaspettata dopo che appena tre settimane fa il suo ex sottosegretario alla cooperazione (sino al febbraio scorso) Giorgio Silli, nonché deputato di Forza Italia nella precedente legislatura, si è recato a Managua per ben tre giorni da neosegretario generale dell’Istituto Italo-Latinoamericano, concludendo la missione con un entusiastico comunicato che inneggiava all’”ampliamento del partenariato nei settori della cultura, della formazione, dell’innovazione e dello sviluppo umanitario ed economico”. Quando i suoi due predecessori, nei loro nove anni di mandato, si erano ben guardati di toccare il suolo di quel paese; che a questo punto uscirà anche dall’organizzazione fondata da Amintore Fanfani nel 1966.

Viene da chiedersi che fine farà ora Monica Robelo, ambasciatrice del Nicaragua a Roma dal 2015, oltre che delegata presso le agenzie delle Nazioni Unite Pam, Ifad e Fao giusto dal 2007 quando Daniel Ortega, dopo aver fatto fuori i sandinisti democratici negli anni ’90 ed aver sancito un patto con la destra oligarchica somozista, vinse le elezioni è tornò al potere con l’intenzione di non lasciarlo mai più. Quella stessa Monica che ha vissuto pressoché tutta la sua vita in Italia per essere figlia di Lucia Raffone (stretta parente dell’ex segretario di stato vaticano Agostino Casaroli) e soprattutto dell’ottuagenario faccendiere nicaraguense-italiano Alvaro Robelo, che ancora stanzia prevalentemente nel Bel Paese (più che in Costa Rica e Nicaragua). Lui che, amico del “venerabile” Licio Gelli, era pure fratello massone nella Loggia di Andorra del “banchiere di dio” Roberto Calvi; il quale nel 1977 aprì a Managua, con l’approvazione dell’altrettanto massone/tiranno Somoza  la sede nicaraguense del Banco Ambrosiano; che a sua volta rilasciò a Calvi e a Michele Sindona un passaporto diplomatico.

Una volta rimasti sconfitti i sandinisti alle urne nel ’90, essendosi Robelo autodichiarato negli anni ’80 rappresentante dei contras in Italia, fu subito nominato dalla presidente Violeta de Chamorro ambasciatore a Roma. Con la giovanissima Monica a fargli da consigliera diplomatica.

Doña Violeta lo rimosse qualche anno più tardi quando scoprì che Robelo, a sua insaputa, aveva nominato due consoli onorari mafiosi a Catania e Palermo. Con tanto di stemma della Repubblica del Nicaragua affisso all’esterno di uno degli edifici dove operava Totò Riina. Del resto nell’87 il giudice Giovanni Falcone lo aveva già segnalato in uno dei suoi rapporti.

Non datosi per vinto Robelo tentò di rifarsi in Nicaragua fondando il Banco Europeo Centroamericano (Beca) la cui presidenza affidò al deputato berlusconiano Gianfranco Saraca. Promosse al contempo la “Milano da bere” che era andata a investire consistentemente laggiù. E si candidò alle presidenziali del 1996 fondando Arriba Nicaragua (emulazione di Forza Italia). Potè contare fra gli altri sull’appoggio di Francesco Cardella (ex della comunità Saman di Mauro Rostagno a Trapani, allora fuggito dall’Italia per essere ricercato), Donatella Dini (con grandi possedimenti in Costa Rica) e Gabriele Pillitteri fratello di Paolo (sindaco di Milano) nonché cognato di Bettino Craxi (nel frattempo riparato in Tunisia). Robelo ostentò di aver ricevuto da quest’ultimo un milione di dollari in sostegno alla sua campagna elettorale. Tanto che qualcuno sostiene che per Craxi (che aveva un consolidato rapporto anche con Ortega) il Nicaragua avrebbe costituito il “piano b” nel caso qualcosa non avesse funzionato nel rifugio tunisino. 

Fece poi uno spregiudicato accordo tattico/politico con lo stesso Daniel Ortega che suonava più o meno così: “io porto via voti all’ultradestra di Arnoldo Aleman e tu vinci; se invece vincessi io, sarò comunque il “tuo” presidente”.

Robelo cresce rapidamente nei sondaggi. Ma noi de il manifesto, che conducemmo al riguardo un’inchiesta che si prolungò per un intero anno sul posto (oltre che in Italia) scoprimmo che Alvaro Robelo aveva ancora il passaporto italiano. Il che era costituzionalmente incompatibile con l’assunzione di una carica pubblica o di rappresentanza. Sta di fatto che il Consiglio Supremo Elettorale inibì la sua candidatura. E a ottobre ai seggi finì che Aleman prevalse su Ortega, subentrando a Doña Violeta.

Come se non bastasse, tornato Ortega al governo nel 2007, Alvaro Robelo, ammanicato com’era col cardinale Pio Laghi e soprattutto col presidente dello IOR, mons. Paul Marcinkus (per essersi diplomato alla Pontificia commissione dei sacramenti e del culto divino della Santa Sede, oltre che aver ricevuto la laurea honoris causa in scienze bancarie presso l’università Pro Deo degli Stati Uniti) tentò di accreditarsi come ambasciatore in Vaticano. Ma la Curia Romana si rifiutò, non senza le sue pubbliche proteste. Dovette attendere il 2011 per ottenere il massimo incarico diplomatico in Austria, Grecia, Cipro, Liechtenstein e San Marino. Fino al 2018. Mentre su figlia Monica fu piazzata a Roma. E suo fratello Carlos divenne ambasciatore in Svizzera e presso l’Onu e l’Organizzazione Mondiale del Commercio di Ginevra. Dalle quali fu, suo malgrado, ben presto rimosso dalle autorità di Berna. 

C’è poi da domandarsi cosa decideranno di fare gli ambasciatori “nicaraguensi” (ora orfani dell’originaria nazionalità italiana) Maurizio Gelli, ritirato da Madrid dopo che la Murillo ha interrotto nel gennaio scorso anche i rapporti con la Spagna (ma tuttora rappresentante a Parigi, Londra e in Cechia, Slovacchia e Andorra); e suo figlio Licio j. (nipote del capo della P2) nominato in Uruguay e dei quali abbiamo più volte informato su queste pagine. Con Maurizio che dopo aver capeggiato lo scorso anno la delegazione del Nicaragua ai funerali di papa Francesco e all’insediamento di Leone XIV°, avrebbe sperato invano di accreditarsi pure presso la Santa Sede (le cui relazioni sono sospese dal 2022 dopo che Managua rispedì a Roma il nunzio apostolico e tre vescovi locali). Lui che aveva intrapreso la carriera diplomatica nei primi anni duemila come console onorario ad Arezzo, grazie al presidente “liberale” Enrique Bolaños.

Quale potrà essere adesso il prosieguo di cotanto disinvolto uso dei passaporti dei due paesi per i personaggi sopra citati? Insieme al mantenimento della preziosissima immunità diplomatica, assegnata loro chissà in cambio di cosa?

Non si tratta altro che del verminaio dell’odierno Nicaragua che un tempo ci fece sognare con la Rivoluzione più aperta e plurale della storia moderna. Per poi convertirsi politicamente oggi in un tutto e nell’esatto suo contrario. Con l’opposizione al completo in esilio, divisa grosso modo fra leaders della destra rifugiatisi negli Usa e sandinisti veraci in Costa Rica e Spagna. A cominciare dallo storico vice di Ortega durante tutta la decade rivoluzionaria dell’80, il grande Dottor Sergio Ramirez, premio Cervantes della letteratura spagnola, riparato suo malgrado a Madrid.

Per concludere, paradosso vuole che anche Alessio Casimirri, pur avendo intrapreso poi un’altra strada, sia cresciuto nei giardini vaticani avendo avuto come padre il capoufficio stampa della Curia romana di tre papi. Tanto che fu il cardinal Montini a battezzarlo e a somministrargli la prima comunione; per poi assurgere al Paolo VI che durante il sequestro tanto si diede da fare invano per liberare Moro.

Nell’immagine: Alessio Casimirri [ci scusiamo per l’immagine errata pubblicata in precedenza]


Burattini, burattinai e bombe esplose.

Roma torna a reclamare il brigatista Casimirri, riparato a Managaua nel 1983. Mentre restano nell’ombra gli intrighi e i paradossi diplomatici legati agli amici e ai discendenti di Licio Gelli 

È stata una bomba a orologeria, congegnata per farla esplodere una manciata di giorni prima dell’Assemblea della Lega che si terrà il 31 luglio e che verosimilmente in quel giorno avrebbe dovuto prendere atto della disponibilità del consigliere di stato Claudio Zali a ricandidarsi e della decisione dell’UDC di correre da sola nella prossima elezione cantonale (aprile 2027). 

“Avrebbe”, appunto. Ma ora tutto è cambiato. Non è un mistero che parte della Lega “che conta” (per esempio il settimanale «Il Mattino della Domenica», che non è l’organo del movimento politico, ma solo il suo portavoce) voleva Zali fuori dalla lista per l’elezione del Consiglio di Stato («Il Mattino» avrebbe scritto foeura di ball ), sapendo che Claudio (come lo chiamano gli amici che ancora gli restano fedeli) era l’unico motivo che avrebbe messo fine al matrimonio utilitaristico Lega-UDC. Come in effetti è successo.

Adesso però che la bomba è esplosa tutto cambia: spazzato via Zali (mi scuso per la crudeltà delle espressioni, ma il vocabolario leghista mi sovrasta) si può tornare a ragionare (verbo impegnativo) sulla lista unica Lega-UDC per l’elezione del futuro Consiglio di Stato di questo malconcio paese. E sono certo che la maggioranza dell’Assemblea leghista sarà felice di ragionare per poter di nuovo riabbracciare i cugini uddicì. 

Ormai lo sanno anche i passerotti di Piazza della Riforma e i loro pennuti cugini di Piazza della Foca, che la regia di questo triste carnevale è nelle mani di chi più di tutti se la ride, cioè nelle mani di esponenti (per ora ignoti, come ignota rimane la voce della donna che chiedeva consigli a Claudio) della ‘destra destra’: UDC e parte della Lega. Fate voi. 

Questo gioco di cercare subdolamente degli scheletri negli armadi dei cosiddetti potenti per fini puramente partitici è certamente esecrabile, ma questa volta ha sortito almeno un risultato “positivo” per chi ancora ha la forza di indignarsi: quello di portare alla luce tre episodi affatto inaccettabili, soprattutto se il protagonista è un ministro ed ex giudice. Ce lo dirà la magistratura.

Da ieri Claudio Zali è un ministro dimezzato per aver deglutito l’auspicio dei colleghi, ma che a tutt’oggi rimane il Presidente del nostro Consiglio di Stato, cioè di tutti noi, anche perché gli altri quattro non hanno preteso (sarebbe stato troppo ?) le sue dimissioni.  

E torno a chiedermi: ma in che Paese viviamo? 


Torna a casa Zali

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Zeta come Zali, zeta come Zombie. Zali è un morto che cammina, l’abisso è lì a due passi. Tutte le donne ticinesi, tutti gli uomini vigili, lucidi e orientati sono d’accordo: quanto è venuto alla luce sul presidente del Consiglio di Stato conferma che non può più mantenere le sue cariche. Botte all’amica dell’amica, date e consigliate, riferimento mafioso agli amici picchiatori di Milano, poi l’inchiesta sui favori al quattordicenne, indagine penale in corso, e la telefonata arrogante all’Ente ospedaliero per far assumere l’amica (sic) che poi l’ha massacrato. Qui ha anche tentato di imporre il licenziamento di un’altra lavoratrice, frontaliera.

Non è fortunato con le donne, per fortuna, perché è l’amica che ha permesso di far emergere lo scandalo, il suo machismo, la sua arroganza e, basta rileggere Carlo Cipolla, la sua stupidità.

A questo punto, se questo paese non è diventato una repubblica delle banane, Zali deve andarsene. Lo può fare da solo, come insegnano i tagliatori di teste delle migliori aziende del mondo, oppure il Consiglio di Stato, il Parlamento e il popolo devono spingerlo nell’abisso.

Cosa fa il Governo? Poco o niente come sempre, ma ha l’attenuante di essere in vacanza. Infatti, i suoi colleghi di governo dichiarano che Zali ha rinunciato a gestire magistratura e polizia temporaneamente: ma ci prendono tutti per i fondelli?

Marina Carobbio, vice presidente del CdS, intervistata alla radio RSI si arrampica sui vetri. Spende molte parole per criticare la violenza sulle donne ma non riesce a mettere a fuoco il problema politico: ma da quanto avete sentito, cosa pensate di Zali? Vuoto spinto, complimenti all’intervistatrice che sottolinea anche il fatto che Carobbio, da donna, dovrebbe essere più scandalizzata dalle parole di Zali: “riempila di botte, io l’ho pestata”. 

La politica adagio adagio si sveglia. Va dato atto ai tre presidenti dei partiti maggiori, Speziali Dadò e Sirica, di aver denunciato lo scandalo. Ora, la sinistra chiede le dimissioni di Zali, il verde Buzzi dice bene: “La violenza sulle donne è incompatibile con il Consiglio di Stato”. Liberali e centro chiedono la sospensione di Zali dal governo e semmai dimissioni.

Il Ticino ha il suo bello scandalo estivo.  Possiamo scommettere sui tempi della soluzione. Zali dovrà andarsene, non sembra esserci modo perché si salvi. Il subentrante sarà l’UDC Marchesi. La destra, sotto sotto, potrà festeggiare, perché in questo modo, verosimilmente, salverà le due cadreghe in Governo. Accanto all’immarcescibile Gobbi, prenderà posto il presidente dell’UDC. Uno scandalo che produce una frittata politica.

Un Consiglio di Stato che non interviene severamente nei confronti di un suo membro istigatore di violenza non è degno. Andrebbe rimosso, basterebbero 15 mila firme da raccogliere in sessanta giorni. Ormai è tardi, il prossimo aprile ci saranno le elezioni e la Repubblica avrà un nuovo governo. Nuovo?


Angelica Lepori – “Il caso Zali evidenzia come la violenza di genere riguardi tutte le componenti della società”

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Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ascoltare in podcast su YouTube Music


Z, lo sfregio

Roma torna a reclamare il brigatista Casimirri, riparato a Managaua nel 1983. Mentre restano nell’ombra gli intrighi e i paradossi diplomatici legati agli amici e ai discendenti di Licio Gelli 


Referendum: i dieci maggiori finanziatori

Roma torna a reclamare il brigatista Casimirri, riparato a Managaua nel 1983. Mentre restano nell’ombra gli intrighi e i paradossi diplomatici legati agli amici e ai discendenti di Licio Gelli 

Di Martina Frei, INFOsperber

Lo scorso anno, i partiti politici, principalmente il Partito Socialdemocratico (SP) e il Partito Liberale Democratico (FDP), hanno finanziato cinque campagne referendarie con 1,7 milioni di franchi svizzeri – un budget modesto rispetto alle somme raccolte dalle associazioni: 10,4 milioni di franchi.

L’organizzazione no-profit “Lobbywatch”, sostenuta da un gruppo di giornalisti, ha analizzato il flusso di fondi. Secondo le loro scoperte, l’associazione dei proprietari di immobili ha investito 6,5 milioni di franchi nella campagna per l’abolizione del valore locativo figurativo. “Si tratta di dodici volte la somma raccolta dalla parte avversaria, che ha raccolto poco più di mezzo milione”, scrive Lobbywatch.

Il referendum è andato a favore dell’associazione dei proprietari di immobili: il 57,7% dei votanti si è espresso a favore dell’abolizione del valore locativo figurativo.

I donatori anonimi

Il secondo maggiore finanziatore dei cinque referendum federali del 2025 è stato Economiesuisse. Fin dall’inizio delle indagini, questa associazione di imprese è risultata “il maggiore donatore della politica nazionale”.

Dei 14,6 milioni di franchi svizzeri complessivi confluiti nelle cinque campagne referendarie federali dello scorso anno, 12 milioni provenivano da soli dieci donatori. Al terzo posto tra i maggiori finanziatori si è classificato un anonimo “Comitato d’azione per la libertà”, che ha stimato in 750.000 franchi svizzeri il valore della lotta contro l’iniziativa sull’imposta di successione.

I 10 principali finanziatori delle campagne elettorali nel 2025. © Lobbywatch

Quando si trattava di imposta di successione, il rapporto era 1:10

Per la votazione sull’imposta di successione i promotori avevano a disposizione 0,4 milioni di franchi. Secondo “Lobbywatch” gli oppositori hanno raccolto 4,2 milioni di franchi. Con il 78,3% di voti contrari l’iniziativa popolare di Juso è andata in declino.

Un numero significativo di donatori contrari all’iniziativa Juso non ha voluto essere identificato per nome: 1,75 milioni di franchi sono stati donati in forma anonima. “I dati mostrano: chi c’è veramente dietro questi milioni resta all’oscuro dell’attuale regolamentazione del finanziamento politico – una situazione che solo un requisito di trasparenza più severo può cambiare”, dice “Lobbywatch”.

Nel 2025, i privati ​​cittadini si sono classificati al quarto posto tra i finanziatori delle campagne elettorali. In totale, sette privati ​​cittadini hanno donato ciascuno oltre 15.000 franchi svizzeri. © Lobbywatch

Nell’immagine: l’esito della votazione dipende anche dai budget sia dei promotori che degli oppositori. © «SRF»


Quando finisce la guerra? Mai

Roma torna a reclamare il brigatista Casimirri, riparato a Managaua nel 1983. Mentre restano nell’ombra gli intrighi e i paradossi diplomatici legati agli amici e ai discendenti di Licio Gelli 

Di Alberto Negri, il manifesto

Fine guerra mai? Il terribile sospetto, corroborato da diversi indizi, coglie in questo periodo più di qualche esperto.

Lawrence Freedman, professore emerito in studi sulla guerra al King’s College di Londra, nel 2025 ha scritto un articolo significativo su Foreign Affairs. Intitolato “The age of forever wars” (“L’epoca delle guerre infinite”). Un saggio di incombente attualità.

Nessuna guerra del Medio Oriente è mai finita negli ultimi 45 anni. Ero in Iran per la guerra scatenata dall’Iraq nel 1980 che è continuata in Kuwait nel ’91 e nello stesso Iraq per poi estendersi in Somalia, quindi in Afghanistan nel 2001, tornare in Iraq nel 2003 e in Siria nel 2011, aggiungendo, per infinite volte, i conflitti in Libano e tra Israele-Palestina fino al massacro di Hamas del 7 ottobre 2023 e a un genocidio degli arabi che secondo il professore israeliano Omer Bartov rischia di restare del tutto impunito e diventare – in una prospettiva terrificante – persino “legittimo”.

ORA ABBIAMO la guerra di Usa e Israele contro l’Iran, che si estende dal Libano al Mar Rosso. Ma come abbiamo visto è sempre la stessa guerra. L’Ucraina, intanto, è in corso dal 2014, quella del Sudan dura da non si sa quanto. In Europa una legione di sonnambuli celebra ancora 80 anni di pace dalla seconda guerra mondiale dimenticando sempre un decennio di guerre balcaniche negli anni ‘90 (ho fatto pure quelle come le precedenti), come se si fossero dipanate tra massacri come quello di Srebrenica del ‘95 – altro genocidio – in un continente diverso, in un’ “altra Europa”.

Eppure ogni giorno qualcuno chiede quando finirà questa guerra di Hormuz, che si è allargata allo Stretto gemello di Bab el Mandeb dove gli Houthi yemeniti stanno attaccando le petroliere saudite: “Mai, è ovvio”, una risposta che nessuno vorrebbe sentire. Non lo vorremmo sentire noi come pacifisti, opinione pubblica e consumatori di petrolio, ma anche coloro che questa guerra l’hanno iniziata il 28 febbraio, Stati uniti e Israele, che sulla scorta delle menzogne di Netanyahu avevano promesso di abbattere il regime della repubblica islamica inventandosi l’ex presidente iraniano Ahmadinejad come “quinta colonna” di un fantasioso colpo di stato. Ahmadinejad lo abbiamo visto con aria dimessa e contrita dietro al feretro di Ali Khamenei.

Sul New York Times Steven Erlanger fa notare che dai tempi del Vietnam i presidenti Usa sono ripetutamente entrati in conflitti che sembravano durare all’infinito, almeno fino a quando il presidente successivo – o quello dopo ancora – non decideva che il gioco non valeva la candela dal punto di vista economico e politico, dichiarava vittoria e tornava a casa.

Con l’Iran Donald Trump sembra caduto nella stessa trappola. Nella sua campagna elettorale aveva promesso di mettere fine ai conflitti e aveva garantito che non si sarebbe mai infilato in una guerra infinita, tanto più in Medio Oriente. Eppure è questo che rischia in Iran. Al punto che la scena al Congresso per i collaboratori di Trump assume contorni quasi ridicoli, se non fossero penosi e tragici.

NELLA SUA audizione al Senato dal capo del Pentagono Pete Hegseth abbiamo appreso che questa guerra è già costata quasi 38 miliardi di dollari, che ne servono subito 70 per rifare le scorte di armi e che il prossimo bilancio della difesa passerà da 1000 a 1500 miliardi di dollari. Ma il cerone di Hegseth ha cominciato vistosamente a colare – è noto che questo machista convinto si trucca per le telecamere – quando il senatore repubblicano John Neely Kennedy gli ha chiesto a bruciapelo se il nucleare iraniano era finalmente neutralizzato o fosse pericoloso. «Se lo sia ancora non è non chiaro ma siamo comunque in grado di neutralizzarlo», ha balbettato il capo della Difesa Usa.

I leader potenti che hanno grandi eserciti tendono a cadere «nell’inganno della guerra breve», scrive Lawrence Freedman. Come Trump in Iran e il russo Putin in Ucraina, questi leader «non si rendono conto dei limiti della forza militare e quindi si pongono degli obiettivi raggiungibili (sempre ammesso che lo siano) solo attraverso un lungo conflitto», sostiene Freedman su Foreign Affairs. E i media, in maniera acritica, vanno dietro scrivendo balordaggini come nel 2001 quando i giornali occidentali – New York Times compreso – sostenevano che presto tutte le donne afghane avrebbero buttato il burqa: i talebani quando protestano spargono ancora il loro sangue sull’asfalto.

COSÌ I CAPI, impantanati in guerre infinite, trovano dei diversivi. Anche un po’ puerili se non facessero paura. Dopo avere annunciato un accordo sul nucleare civile con i sauditi, Trump ha affermato che è subordinato all’adesione del regno wahabita agli accordi di Abramo con Israele, subito intervenuto per ridurre la Casa Bianca a più miti consigli, ma i sauditi hanno ripetutamente affermato che non riconosceranno Israele (potenza atomica) senza la creazione di uno Stato palestinese.

Trump ha ancora la possibilità di vendere al suo elettorato questa guerra impopolare come una specie di vittoria e ritirarsi. Ma invece di trovare una via di uscita minaccia di allargare il conflitto. Anzi adesso vorrebbe intraprendere la “sua” nuova guerra al terrorismo intervenendo contro una filiale di Al Qaeda in Mali, dove su fronti opposti ci sono già russi e ucraini. Da qualche parte bisogna pur “vincerne” una delle guerre infinite.


Sicurezza, l’uso della forza e la fine del diritto

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Di Michele Ainis, La Repubblica

C’è un’altra vittima nel doppio caso che sta incendiando le cronache. Non una persona in carne e ossa, come i due rapinatori uccisi a freddo da un gioielliere a Grinzane Cavour. O come Fakir, morto a Bologna durante un fermo di polizia. L’altra vittima è un’idea: il diritto. E di conseguenza i suoi custodi: la magistratura e il capo dello Stato.

Qual è infatti il collante che lega i due episodi? L’uso sproporzionato della forza. Una forza privata, nel caso del gioielliere Mario Roggero. Una forza pubblica, nel caso di Fakir. L’una e l’altra, tuttavia, sottostanno alle regole giuridiche. Che giustificano la legittima difesa, ma soltanto quando sia l’unico mezzo per fronteggiare un pericolo incombente, mentre Roggero ha usato la sua calibro 38 a rapina conclusa, inseguendo i rapinatori e colpendoli alle spalle. E che ovviamente autorizzano l’uso della forza da parte della polizia, ma non la pena di morte, sia pure nei confronti del criminale più incallito.

Questo, però, è un tempo cattivo, d’umori incrudeliti, d’insofferenza all’impero delle regole. Succede nei rapporti fra gli Stati, con il ritorno delle guerre, militari o commerciali. E con la crisi, perciò, del diritto internazionale, nonché degli organismi che se ne fanno interpreti, dall’Onu alla Corte penale internazionale. E succede nei rapporti civili, ormai sempre più incivili.

Da qui la santificazione delle maniere forti. Anche per legge, e a dispetto dei principi costituzionali di ragionevolezza e di proporzionalità. Così, una riforma del 2019 ha allargato lo spettro della legittima difesa. Mentre quest’anno l’ultimo decreto sicurezza ha introdotto uno scudo penale per gli agenti. D’altronde i decreti sicurezza si rincorrono uno dopo l’altro, sempre all’insegna dell’intolleranza, sempre sull’onda d’un fatto di cronaca, dal decreto rave al decreto Cutro o al decreto Caivano.

E tuttavia non basta, non basta mai. Sicché il Consiglio dei ministri vara la «norma anti maranza», che abbassa la soglia dell’imputabilità a quattordici anni, calpestando il buon senso, oltre alla disposizione costituzionale che protegge «l’infanzia e la gioventù» (articolo 31).

A sua volta la Lega deposita una proposta di legge che allarga ulteriormente le maglie della legittima difesa, sul modello del Far West. Il ministro della Giustizia predispone la grazia per Roggero, scavalcando il Quirinale, che reagisce con irritazione. Infine la nostra premier, Giorgia Meloni. Offre copertura politica all’iniziativa del ministro. Critica le norme che stabiliscono un risarcimento per i familiari dei due rapinatori uccisi. Contesta le tre sentenze che hanno mandato in carcere il gioielliere.

E allora monta un clima avvelenato. Ai giudici arrivano minacce, insulti, messaggi d’odio. Tanto che l’Associazione nazionale magistrati lancia un allarme, e al contempo esprime solidarietà per i colleghi sotto attacco «per il solo fatto di avere applicato la legge dello Stato sull’omicidio e sulla legittima difesa».

Ma la pressione politica diventa sempre più stringente. E a farne le spese, in ultimo, è il presidente Mattarella. Potrà opporsi alla nuova legge sulla legittima difesa, pur avendo già espresso i propri dubbi nel 2019, accompagnando con una lettera la promulgazione della legge precedente? E potrà opporsi alla grazia per Roggero, reclamata a mani tese dal governo?

Ecco, l’antico istituto della grazia. Rappresenta — diceva Montesquieu — «il più bell’attributo della sovranità». Che infatti si trasmise dagli imperatori romani ai re delle monarchie assolute. I costituenti, perciò, ne investirono il presidente della Repubblica, ma i suoi atti vanno sempre controfirmati da un ministro. E attraverso la controfirma il potere di grazia si trasformò, di fatto, in una decisione necessariamente condivisa.

Poi, a metà degli anni Duemila, s’innescò il caso di Sofri e Bompressi. Il presidente Ciampi era orientato a graziarli, il ministro Castelli invece no. S’aprì un conflitto di attribuzioni. E la Consulta (sentenza n. 200 del 2006) dette ragione al primo. Perché il governo è un organo politico, e se decide sulla grazia ne snatura il carattere arbitrale — di estremo rimedio contro la summa iniuria del diritto — col rischio di graziare gli amici lasciando in carcere i nemici.

Da allora in poi questo potere spetta soltanto al presidente. Ma il presidente è un uomo solo, come è solo ciascun magistrato. Sta a noi sorreggerne il mandato.


Trump, i post su Truth condizionano il mercato e scatenano gli speculatori: 100mila dollari per leggerli prima

Roma torna a reclamare il brigatista Casimirri, riparato a Managaua nel 1983. Mentre restano nell’ombra gli intrighi e i paradossi diplomatici legati agli amici e ai discendenti di Licio Gelli 

Di Alberto Simoni, La Stampa

WASHINGTON. I post su Truth vi faranno ricchi. O al contrario vi faranno evitare grandi perdite. Le aziende di investimento a Wall Street si stanno adattando rapidamente al nuovo ambiente politico washingtoniano dove il presidente Trump è solito comunicare principalmente via Truth e annunciare lì cambi di politica, iniziative legislativa, operazioni militari. Così da tempo – rivela il Wall Street Journal – diverse grandi società di investimento hanno sviluppato un sistema automatico di monitoraggio di Truth che scandaglia i post, individua le parole chiave e poi agisce, cancellando posizioni o acquistando titoli. Spesso tutto avviene in una frazione di secondo.

Ora questo modello potrebbe subire un’ulteriore accelerazione. Il presidente Trump, infatti, ha annunciato un sistema di pagamento per aver accesso a una versione “super fast” delle notifiche dei post. I costi non sono alla portata di tutti: per abbonarsi al sistema (si chiama Truth API) bisogna sborsare 100mila dollari al mese; il prezzo cala a 60mila dollari in caso di abbonamento pluriennale. È una cifra che taglia fuori dal mercato la maggior parte delle società ma ve ne sono almeno cinque che hanno già sottoscritto l’opzione.

Questa “monetizzazione” di Truth e delle informazioni è stata duramente criticata al Congresso. Il senatore democratico Mark Warner (West Virginia) ha detto che così si crea “un sistema a due livelli per avere accesso a informazioni governative e si minaccia la credibilità del mercato dei capitali Usa”. Anche dal fronte repubblicano sono giunte critiche. «Penso sia sbagliato, è una forma di vendita degli accessi», ha detto il senatore del Texas Bill Cassidy, che non verrà ricandidato in novembre. Ma pure fra chi resta in corsa per un seggio, come Susan Collins nel Maine, i sospetti sulla mossa di Trump sono evidenti: «Non mi sembra appropriato» quanto fatto, ha commentato.

Che i post di Truth muovano gli andamenti dei listini è ormai evidente. Il Wall Street Journal ha citato alcuni esempi. Il primo è legato a un post risalente alle 12:38 del 9 giugno quando dopo l’abbattimento da parte dell’Iran di un elicottero Apache Usa Trump scrisse: «Gli Stati Uniti devono, necessariamente, rispondere a questo attacco». Attimi dopo le azioni del comparto energetico sono schizzate in alto e spinto all’insù i prezzi del greggio. All’opposto quando due giorni dopo Trump ha cancellato i raid previsti contro la Repubblica islamica parlando di negoziati in corso, l’immediata reazione dei mercati è stata una caduta dei prezzi dell’energia. Non è ovviamente una novità che i listini e le azioni reagiscono alle decisioni politiche. Ma quello cui si sta assistendo è il fatto che alcune aziende hanno la capacità di reagire in “nanosecondi” ai dati e molto più rapidamente dei competitori.Per garantirsi un ulteriore vantaggio, a dimostrazione di quanto la velocità di reazione sia diventata elemento cardine delle policy, c’è pure il fatto che alcune società hanno collocato i loro server nella zona di Washington DC per essere più vicini – spiega Eric Budish, professore della Chicago University – a dove e quando vengono diffusi i dati economici sensibili (come quelli su lavoro e inflazione).

Il pagamento per avere un accesso più rapido è un altro elemento di turbazione del mercato. Se infatti una società ha fatto un’offerta per acquistare dei futures sull’acquisto di greggio – è un esempio – e riceve il post di Trump in cui dice che la guerra con l’Iran è finita, la società può cancellare l’offerta, invertire la posizione aperta scommettere sul ribasso del prezzo del petrolio (shortare).


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