Riunione sul 14enne alla Farera, Claudio Zali indagato

Il Ministero pubblico ha aperto nei confronti del consigliere di Stato un procedimento penale per le ipotesi di abuso di autorità e tentata coazione 

Di Andrea Manna, La Regione

Scattano le verifiche della Procura. Sull’iniziativa del consigliere di Stato leghista Claudio Zali – ovvero sulla riunione con i funzionari responsabili delle strutture detentive da lui voluta in relazione al caso del 14enne (inchiestato per gravi fatti) rinchiuso nel carcere giudiziario della Farera, figlio di una sua conoscente – vuole vederci chiaro non solo il parlamento, che ha già attivato l’Alta vigilanza, ma anche il Ministero pubblico. Che nei confronti del ministro ha avviato un procedimento penale per due ipotesi di reato: abuso di autorità e tentata coazione. L’incarto, da nostre informazioni, sarebbe stato aperto già a fine giugno, ma solo ora se ne ha notizia. Titolari del procedimento sono il procuratore generale Andrea Pagani e la sost pg Chiara Borelli.

Nel frattempo gli inquirenti hanno compiuto alcuni atti istruttori per appurare l’esistenza o meno di elementi di rilevanza penale, ai sensi dei reati ipotizzati, nell’agire di Zali. Sarebbero stati eseguiti interrogatori e perquisizioni, così come sarebbe stata sequestrata documentazione. E di ulteriore documentazione si è in attesa. A questo punto gli accertamenti della Procura sfoceranno in un decreto d’accusa o in un decreto d’abbandono. Se ne saprà di più nelle prossime settimane.

L’incontro del 9 giugno

Stando a quanto da noi ricostruito, e già riferito, l’organizzazione della riunione era stata chiesta alla direttrice della Divisione giustizia (Dipartimento istituzioni) Frida Andreotti mercoledì mattina 3 giugno, via WhatsApp, da Zali, responsabile, nel post arrocchino leghista in Consiglio di Stato, del dossier giustizia (non però del settore carceri, rimasto nelle mani di Norman Gobbi). La Direzione del Dipartimento del territorio, ossia quello ufficialmente diretto da Zali, veniva informata per telefono, già la sera di quel mercoledì, dei nomi di coloro che avrebbero preso parte all’incontro del 9 giugno: la stessa Andreotti, il direttore delle Strutture carcerarie cantonali Stefano Laffranchini, la direttrice medica del Servizio di medicina penitenziaria dell’Ente ospedaliero cantonale Teresa Salamone e la magistrata dei minorenni Fabiola Gnesa. Non è tutto. A Zali era stato fatto presente anticipatamente da Andreotti che gli sarebbe stato spiegato come avviene la presa a carico dei minorenni detenuti in generale. In generale. Da aggiungere che Andreotti aveva prospettato per la riunione un paio di date, tra fine giugno e inizio luglio. Ma l’incontro era considerato da Zali urgente.

Incontro che si svolge la mattina di martedì 9 nello studio del consigliere di Stato. L’ex giudice ed ex presidente del Tribunale penale cantonale sposta subito il focus sul 14enne, che conosce, come la madre. Zali chiede la scarcerazione/trasferimento del ragazzo nel giro di poco tempo. Lo vuole fuori dalla Farera. Si dice anche disposto a prenderlo con sé a casa pur di tirarlo fuori da quel carcere giudiziario. Quest’ultimo non è certo il posto idoneo per un minore, quantunque sotto inchiesta per gravi reati, ma in Ticino mancano strutture chiuse adatte per minorenni (peraltro l’avvocato difensore del ragazzo non ha impugnato il provvedimento giudiziario del collocamento alla Farera). I due alti funzionari, la dottoressa e la magistrata dei minorenni non cedono: non accennano al caso specifico, quello del 14enne. Nella riunione parlano in termini generali della presa a carico dei minorenni detenuti.

Rispondendo martedì 30 giugno alle domande della sottocommissione parlamentare della ‘Gestione’ incaricata dell’Alta vigilanza, Andreotti e Laffranchini hanno affermato che mai, in base alla loro esperienza, un consigliere di Stato ha indetto una riunione partendo da un caso specifico con il quale aveva un legame/una conoscenza personale. Sull’incontro sollecitato dal ministro ha acceso i riflettori politico-istituzionali anche un’altra sottocommissione del Gran Consiglio, quella della commissione ‘Giustizia e diritti’.

Pure le valutazioni della Procura sono in corso.


A brigante (Agnelli) brigante e mezzo (Infantino)

Il Ministero pubblico ha aperto nei confronti del consigliere di Stato un procedimento penale per le ipotesi di abuso di autorità e tentata coazione 

Andrea Agnelli, presidente dell’Associazione dei Club europei (ECA), pugnala alle spalle il presidente dell’Uefa Ceferin d’accordo con il presidente del Real Madrid Florentino Perez e quello del Barcellona Juan Laporta y Estruch: il calcio è Cosa Nostra, ci trasformiamo in ‘Banda Bassotti’ a caccia dei lingotti d’oro generati dal moderno ‘oppio dei popoli’. Lingotti? A quintali: i Mondiali 2026 hanno generato alla FIFA 13 miliardi di dollari, 3,8  solo per i diritti televisivi planetari.

Si calcola che la finale sia stata vista da 5 miliardi di umani, magari anche da qualcuno in più. Come affondare la ‘SUPERLEAGUE’ di Agnelli &Co, nella quale 22 squadre si dividono la ricchissima torta (2,5 miliardi) giocando tra di loro? E come respingere l’altro misterioso progetto (UNIFY LEAGUE) che prevede un bonus d’entrata di  400 milioni di euro a testa per 96 squadre?

Ci pensa Infantino tagliando l’erba sotto i piedi alle varie ‘Bande Bassotti’ dell’impresa privata: come? Concede i Mondiali di calcio a veri democratici rispettosi delle regole dello sport (e della vita) come Trump e Bin Salman, che li avrà nel 2034 facendo spuntare l’erba dal deserto arabo. E soprattutto riempendo gli spazi con i mondiali per club estivi e il passaggio dei Mondiali a squadre da 32 a 48, con progetto a 64! Tutto l’oro va alla FIFA che però, di certo, ne distribuisce molto a pioggia, contrariamente all’impresa privata.

Ma ora Infantino si trova il nemico in casa, il presidente dell’UEFA Ceferin che teme un ulteriore allargamento dell’ingordo Gianni: i campionati e le coppe europee perderebbero importanza, visibilità e soprattutto massa monetaria, fagocitata dalla FIFA.

Se ‘business is business’ secondo la Corte Europea che ha smentito il suo avvocato generale Athanasios Rantos in nome del ‘turbo-capitalismo’, perché ci lamentiamo?

Infantino può applicare il teorema del mitico ‘Berlüsca’, che di fronte a una statistica sulla povertà in Italia aveva risposto: ‘sull’aereo da Malpensa a Olbia a me risulta che non ci sia mai abbastanza posto’ . Perfetto: nel mondo c’è un miliardo di persone che vive sotto la soglia della povertà (2 dollari al giorno di paga) e un altro miliardo di milionari: per questi ultimi i 500 dollari d’entrata, e i 2’000 – 8’000 per la finale (ma in realtà i 6’000 – 60’000 in media sulle piattaforme di rivendita) sono ampiamente tollerabili.

Dopo i turni di qualifica Infantino ha annunciato 5 milioni di spettatori, alla fine sono stati 6,81 milioni.

Ma per sottrarre i lingotti ai briganti, Infantino è andato troppo oltre: il suo sodalizio con Trump ha raggiunto vertici impensabili, riuscendo persino a scavalcare l’idea del Premio FIFA assegnato al guerrafondaio ‘The Donald’ per la Pace fra i Popoli. 

Trump ha imposto a Infantino la revoca della squalifica a Balogun, ex compagno di squadra di Embolo nel Monaco, ma gli USA hanno ugualmente perso (troppo deboli) dal Belgio.

Contro ogni regola, Trump ha potuto alzare la Coppa, ha vessato i giocatori dell’Iran limitandoli negli spostamenti, ha impedito l’entrata al miglior arbitro africano (il somalo Artan), ha decimato la delegazione palestinese e iraniana, ha permesso a due argentini di esporre uno striscione politico (LAS MALVINAS SON ARGENTINAS).

E se Trump sarà ancora Presidente nel 2028 alle Olimpiadi di Los Angeles?

I Capi di Stato, come avvenuto da Carter a Breshnev passando per l’imperatore giapponese Hirohito, devono limitarsi ad annunciare l’apertura ufficiale dei Giochi, senza una virgola in più.

Vi immaginate Trump, castrato nel suo smisurato, paranoico egocentrismo, costretto a due parole? Che farà il Comitato Olimpico? Si inchinerà al potente di turno come Infantino?

L’etica, abbiamo detto,  non interessa al capitalismo, anche se in qualche caso si arrampica (vanamente) sui vetri per dimostrare il contrario: Alain Berset, Segretario generale del consiglio d’Europa è stato fra i pochissimi a denunciare l’ultima oscenità di Infantino: l’accredito come OFFICIAL TOURNAMENT SUPPORTER di un agenzia di scommesse (Batando) e di un’altra che opera sul mercato delle previsioni (se non è zuppa è pan bagnato). Molti giocatori scommettono, anche contro la propria squadra, vedasi Tonali che ha rischiato di essere presente ai Mondiali.

Negli USA le partite sono state subordinate all’imperativo del business.

In finale doveva arrivare la mediocre, fallosissima Argentina, maestra (con il Paraguay) del gioco ‘sporco’: grazie a Messi che gioca a Miami il ‘soccer’ avrebbe preso ulteriormente piede negli USA generando profitti miliardari.

Una maglietta vale 100 dollari, una di Messi 500, da campione del mondo facilmente almeno 1’000… 

Contro l’Egitto l’arbitro francese Letexier e il principale del VAR, il messicano Pacheco, hanno annullato una rete agli egiziani per un fallo a centrocampo ma hanno chiuso 4 occhi quando Salah è stato atterrato in area di rigore e sul contropiede gli argentini hanno segnato! Nessun VAR retroattivo.

Contro la Svizzera gli argentini hanno assunto notizie su Embolo (troppo facile, non era necessario uno 007) e lo hanno picchiato con la tolleranza del portoghese Pinheiro (al VAR sempre Pacheco…) sino a provocarne la stupida reazione, la simulazione e l’espulsione. La Svizzera era migliore dell’Argentina, l’avrebbe battuta. 

Contro l’Inghilterra lo statunitense Elfath (al VAR l’italiano Di Bello) ha tollerato un plateale placcaggio di Simeone a Stones in area di rigore e una serie di falli argentini. La partita è poi stata persa dalla stupida tattica difensiva degli inglesi di Tuchel che hanno avuto il 12% di possesso palla, un primato a rovescio!

Di fronte a un gioco troppo scoperto, nella finale Collina ha ingarbugliato le carte promuovendo lo sloveno Slavko Vincic, che ha ammonito 3 argentini e ha espulso Fernandez: ma l’Argentina avrebbe dovuto essere in nove per i ripetuti falli di Paredes che non ha avuto un secondo cartellino giallo e alla fine si è sfogato picchiando anche gli spagnoli della panchina.

A brigante, brigante e mezzo: ma ora i briganti aumentano. Assisteremo fra poco a una lotta senza esclusione di colpi per spodestare Infantino: capofila la Gazzetta dello Sport. Infantino, piccato per il tentativo dell’Italia (e sottotraccia di Trump) di recuperare la squadra (non qualificata), si è vendicato in modo molto offensivo: ha detto che con 64 squadre forse gli azzurri si qualificano…

La Gazzetta ha definito i Mondiali ‘un disastro’, Infantino ne ha combinata un’altra negando l’accredito, già concesso, a 3 giornalisti della ‘Rosea’ che si è vendicata con l’aiuto del presidente del calcio spagnolo Antonio Tebas: con una dichiarazione di rara disonestà Tebas ha detto che ‘ la faccenda della Superleague ha consegnato a Infantino il monopolio del calcio’: falso, perché il calcio è aperto a ogni libera impresa con scopo (legale) di lucro: come chi mette i carciofini sott’olio o gestisce una rete di bordelli di lusso: libera impresa in libero mercato.

Al momento l’impresario Infantino ha messo i suoi rivali K.0. I briganti del capitalismo affilano le armi. Il gioco si fa sempre più sporco. Ne vedremo delle belle.

Nell’immagine: con questa illustrazione bonariamente allegorica non si intende alludere a comportamenti truffaldini da parte delle persone che dovessero eventualmente ritenere di riconoscersi nelle figure rappresentate


Trump minaccia i ponti iraniani e concede il nucleare ai sauditi

Il Ministero pubblico ha aperto nei confronti del consigliere di Stato un procedimento penale per le ipotesi di abuso di autorità e tentata coazione 

Di Paolo Mastrolilli, La Repubblica

Trump vuole costringere l’Iran a rinunciare al suo programma nucleare, e ora minaccia di bombardare le infrastrutture civili se Teheran continuerà a bloccare lo Stretto di Hormuz, ma ha deciso di fare un accordo con l’Arabia Saudita per aiutarla a sviluppare la sua energia atomica. Una contraddizione che genera critiche anche fra i repubblicani, per i rischi di una corsa al riarmo in Medio Oriente.

La crisi iraniana continua a complicarsi. Ieri il capo della Casa Bianca ha scritto sul suo social che «da ora in poi, ogni volta che la Repubblica islamica sparerà contro una nave nello Stretto di Hormuz, noi colpiremo un ponte o una centrale elettrica», anche vicino a Teheran. Simili attacchi verrebbero considerati crimini di guerra, in base al diritto internazionale, e dimostrano la frustrazione di Trump, che finora non è riuscito a far cadere il regime, ma neppure a costringerlo a un accordo diplomatico che riapra Hormuz e blocchi il programma nucleare. La sfida ora si concentra sullo Stretto, che era aperto prima della guerra, col prezzo del petrolio tornato sopra i 95 dollari al barile, mentre gli Houthi minacciano di paralizzare la navigazione anche nel Mar Rosso. Il segretario di Stato Marco Rubio ha detto che gli iraniani hanno mandato messaggi per riprendere le trattative, ma non verranno presi in considerazione fino a quando dimostreranno di voler negoziare sul serio.

La crisi ora si sovrappone al nucleare saudita, che rischia di sconvolgere gli equilibri. Il principe Mohammed bin Salman vuole sviluppare l’energia atomica a scopi domestici, in modo da avere più petrolio da esportare. Lui stesso però ha detto che costruirebbe l’arma nucleare, se l’Iran la ottenesse. In passato giravano anche teorie secondo cui l’atomica pachistana era stata realizzata con finanziamenti sauditi per garantire anche la difesa del regno.

Biden aveva considerato la possibilità di aiutare Riad a sviluppare il programma nucleare, in cambio dell’adesione agli accordi di Abramo e quindi il riconoscimento di Israele. L’attacco di Hamas del 7 ottobre aveva fatto saltare il negoziato, e si sospetta che Teheran lo avesse ordinato o quanto meno incoraggiato proprio per boicottare queste intese.

Trump ha riaperto il dossier, senza però vincolarlo alla normalizzazione dei rapporti con Israele, impossibile dopo la guerra a Gaza. L’accordo prevede uno studio di due anni per valutare la convenienza del progetto. Se la risposta sarà positiva, Riad pagherà miliardi di dollari ad aziende americane come Westinghouse, che avranno un’esclusiva di trent’anni per costruire i reattori modello AP1000. L’Arabia ha rifiutato i controlli dell’Aiea sul suo arricchimento di uranio o plutonio, ma gli Usa sostengono di poter garantire che il programma non sarà usato per l’atomica. L’Iran teme però che lo scopo sia proprio questo, ma anche Israele, Egitto, Turchia ed Emirati hanno la stessa preoccupazione, che potrebbe scatenare una corsa alla proliferazione.

Nell’immagine: Trump in versione “bomber”


I cubani strangolati: «Così si preparano ad attaccarci»

Il Ministero pubblico ha aperto nei confronti del consigliere di Stato un procedimento penale per le ipotesi di abuso di autorità e tentata coazione 

Di Roberto Livi, il manifesto

«La rivoluzione cubana è il nemico della civilizzazione occidentale». E naturalmente del suo centro motore, gli Stati Uniti. È questa la tesi del documento elaborato dal Dipartimento di Stato. Un linguaggio che resuscita il fantasma di McCarthy e l’ossessione anticomunista della guerra fredda. E una ragione c’è, afferma il ministro degli esteri cubano Bruno Rodriguez: «Rubio prepara la strada per un attacco a Cuba».

Il capo della diplomazia cubana indica nel segretario di Stato il vero falco dell’amministrazione Trump. Al suo confronto il tycoon di Washington appare un moderato, ancora vincolato a una strategia di sanzioni e pressioni per «acquisire» Cuba. Una linea questa appoggiata dal suo vice J.D. Vance. Rubio invece insiste sull’urgenza di schiacciare «la testa del serpente cubano» per rinnovare la fedeltà della sua base elettorale.

«LADRONE E MENTITORE», ha reagito il presidente Miguel Díaz-Canel. Il primo epiteto si riferisce all’inizio della carriera di Rubio, sponsorizzato in Florida dai terroristi della Fondazione nazionale cubano-americana, in partnership con gruppi mafiosi cui faceva parte il cognato del segretario di Stato. Il secondo epiteto, sulle menzogne di Rubio, è stato ripreso anche dal ministro degli esteri Rodriguez. Sono gli Stati uniti che, direttamente e indirettamente, hanno usato il terrorismo per tentare di abbattere la Rivoluzione cubana. Hanno causato centinaia di morti, come pure sono state diverse centinaia gli attentati – tutti falliti – per uccidere Fidel Castro.

IL TEMPO, PERÒ, stringe anche per il vertice cubano. Le sanzioni più dure – quelle che hanno un pesante versante extraterritoriale – emanate da Trump per strangolare l’economia cubana e «provocare fame e disperazione» nella popolazione cubana hanno effetti devastanti. Citiamo solo gli ultimi. Una portacontainer della compagnia francese Cma Cgm con a bordo 3,5 milioni di siringhe donate a Cuba dall’associazione Spagnola SodePaz è stata bloccata in Giamaica a causa dell’ordine presidenziale 14404 che colpisce con dazi chi attracca in porti cubani. A causa delle sanzioni previste a chi ha relazioni col ministero del turismo di Cuba, la società alberghiera Melia – nell’isola da ben 36 anni – chiude da venerdì le sue attività in tutti i 34 hotel che gestiva (misura adottata anche dalle catene Iberostar e Barceló). Mentre a causa del blocco energetico, tutta l’isola subisce lunghi black out (in provincia anche più di 70 ore) che provocano anche una drammatica scarsezza del rifornimento di acqua.

PER QUESTE RAGIONI il presidente Miguel Díaz-Canel ha annunciato che entro la fine del mese il governo inizierà l’applicazione di 121 delle 176 ”trasformazioni economiche e sociali” decise a metà giugno. Si tratta di un pacchetto di riforme che, almeno nel suo disegno, tendono a sostituire la programmazione centrale col mercato e a ampliare il settore privato. Un processo che, secondo il presidente, è necessario per dare maggiore efficienza alle strutture produttive e quindi poter garantire migliori condizioni di vita alla popolazione. Il tutto sotto la direzione del governo e del Pcc.

«LE PRIME RIFORME sono orientate verso il sociale, alle persone più vulnerabili, con meno reddito come i pensionati», ha informato il presidente in un’intervista con Russia Today in spagnolo. Díaz-Canel ha ribadito che tale pacchetto di riforme «pone sfide e rischi nella sua applicazione». Il primo rischio è che «aumenti la diseguaglianza sociale», una piaga «già esistente nel paese». Per questa ragione, viene data priorità al Fondo di garanzia per proteggere gli strati della popolazione con minor reddito.

RIGUARDO ALLA BRUTALITÀ e extraterritorialità delle sanzioni emanate da Trump, il presidente cubano ammette che gli Stati uniti «stanno trattando di fare in modo che non vi siano investimenti in Cuba con una persecuzione davvero aggressiva verso gli investitori, però – ha aggiunto – l’interesse a investire in Cuba non è solo negli Usa, ma anche in altre regioni del pianeta». Si tratta, ha affermato, di persone e imprese interessate a lavorare con Cuba, «non disposte a subordinare i propri interessi alle imposizioni di chi si crede un impero destinato a governare il mondo». Tra questi vi sono anche «molti cubani residenti all’estero».

Quanto alle critiche – sia interne che esterne – che il pacchetto di riforme possa aprire la strada al capitalismo, il presidente ha ribadito che l’obiettivo è «rafforzare e perfezionare il socialismo». Però con coraggio non nega il dibattito su questa fondamentale questione: «Credo anzi che questo dibattito ci aiuti, che vi sia molta gente nel nostro paese preoccupata affinché non si alterino i principi (del socialismo), che non si tocchi per nulla la giustizia sociale».

GLI EFFETTI del «castigo collettivo» imposto dalle sanzioni però non vengono affatto sottovalutati. Le proteste sociali, soprattutto i cacerolazos, si moltiplicano dovuti alla drammaticità delle condizioni di vita del cubano


Kiev e Mosca verso la battaglia finale. Putin spera ancora nella sponda Usa

Il Ministero pubblico ha aperto nei confronti del consigliere di Stato un procedimento penale per le ipotesi di abuso di autorità e tentata coazione 

Di Anna Zafesova, La Stampa

«Attaccare»: questa è la missione che Volodymyr Zelensky ha affidato al nuovo comando del suo esercito, dopo che la “rivoluzione dei cartoni” ha dato al presidente ucraino il sostegno per ribaltare la catena di comando del suo esercito proprio in un momento estremamente delicato della guerra. L’apparentemente inamovibile capo delle forze armate Oleksandr Syrsky è stato licenziato insieme al suo capo dello Stato maggiore Andriy Gnativ: a sostituirli sono arrivati Mykhailo Drapaty e Ihor Skibyuk, con l’ex capo dei servizi segreti Sbu, Yevhen Khmara, nella poltrona (per ora provvisoria) del ministro della Difesa. Manca l’ultimo tassello, la nomina dell’ex ministro della Difesa Mykhailo Fedorov, il cui licenziamento aveva scatenato proteste in piazza a Kiev e in altre città ucraine, e a quel punto si sapranno tutti i componenti del dream team con il quale Zelensky conta di affrontare quella che molti osservatori ucraini ritengono l’inesorabile escalation finale della guerra contro la Russia.

Il braccio di ferro tra Syrsky e Fedorov, ciascuno dei quali aveva chiesto al presidente la testa dell’avversario, si è concluso quindi con una decisione solomonica solo in apparenza: dopo aver prestato ascolto al primo, Zelensky ha fatto una giravolta a 180 gradi, ascoltando la voce della piazza e dei militari. Eroe della difesa di Kiev e della controffensiva a Kharkiv nel 2022, nei primi mesi terribili dell’invasione russa, Syrsky veniva criticato da molti, militari e civili, come il “macellaio”, un generale sessantenne di formazione sovietica, maestro della guerra di trincea, indifferente alle perdite umane e spesso attento alle esigenze della politica più che a quelle militari. Fedorov, 35 anni di cui gli ultimi sette ininterrottamente nei vari esecutivi di Zelensky, è un manager nativo digitale, uno degli autori della rivoluzione dei droni, e convinto sostenitore della candidatura di Drapaty. Classe 1982, il nuovo comandante è un general-maggiore che aveva nove anni quando l’Ucraina è diventata indipendente, e ha trascorso tutta la sua vita a combattere i russi: era lui al comando del celebre “blindato volante” che nel maggio del 2014 aveva sfondato a tutta velocità le barricate dei filorussi per liberare Mariupol.

Due visioni, due generazioni e due narrazioni a confronto, con Zelensky che è riuscito abilmente a districarsi da uno scontro che aveva messo a rischio la sua popolarità e soprattutto la fiducia degli ucraini verso l’esercito. Drapaty è probabilmente il primo comandante della storia scelto dalla piazza e dai social, in quella “rivolta dei cartoni” che ha spinto i giovani ucraini a una protesta spontanea durata per giorni, non solo a Kiev, chiedendo la rimozione di Syrsky e la nomina del suo avversario. Una mobilitazione che ha permesso a Zelensky – impegnato nel frattempo in fitti negoziati con i comandanti militari più importanti e popolari – di accumulare il potenziale politico per scardinare non solo Syrsky, ma la sua catena di comando. Resta l’interrogativo se l’avesse pianificato fin dall’inizio, ma intanto il risultato gli restituisce il consenso e l’autorità, anche se l’ex ministro Fedorov schizza all’improvviso al terzo posto nei sondaggi su eventuali elezioni, dietro al presidente e all’ex comandante dell’esercito Valery Zaluzhny. Ma intanto il vecchio comandante si porta via in parte la rabbia accumulata dalle brutali campagne di reclutamento forzato, e dai numerosi scandali di violenza e corruzione nell’esercito, lasciando il campo libero a un giovane popolare e dotato di un credito di fiducia enorme.

Che gli servirà molto presto: il nuovo esecutivo di Serhiy Koretsky appena nominato da Zelensky ha lo scopo dichiarato di mantenere il Paese in bilico durante quello che viene già promesso come «l’inverno più duro della guerra». Pochi dubitano che Vladimir Putin tornerà a intensificare i bombardamenti e potrebbe lanciare la mobilitazione generale per tentare un’escalation e conquistare infine il Donbas. E intanto che Fedorov in un tweet invita ad «affrettarsi a scrivere i nuovi capitoli della storia», intensificando l’offensiva ucraina soprattutto in territorio russo, qualcosa si muove a sorpresa anche nella diplomazia.

Il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha annunciato ieri di avere in agenda, nella giornata di oggi a Manila, un colloquio con Marco Rubio. A giudicare dalle rispettive dichiarazioni nessuno dei due diplomatici si aspetta grandi progressi, ma la notizia di un incontro è bastata da sola a fare schizzare in alto la Borsa di Mosca, piombata ai minimi storici la settimana scorsa. Zelensky intanto ha riaperto il dialogo con Jared Kushner e Steve Witkoff, i due negoziatori americani messi in stand by dalla posizione intransigente del Cremlino, e a Kiev si parla di una imminente visita del presidente ucraino alla Casa Bianca.


Un’altra tegola su Claudio Zali

Il Ministero pubblico ha aperto nei confronti del consigliere di Stato un procedimento penale per le ipotesi di abuso di autorità e tentata coazione 

Ma in che Paese viviamo? C’è da vergognarsi.

Mi metto nei panni di un o una docente che deve insegnare “civica” ai suoi discenti. Ci vuole coraggio, tanto. Oggi più di ieri. Basterebbe la notizia appena giunta (22 luglio) sul mio cellulare, per capire la mia forte preoccupazione.

Vediamola.

Ore 13.32, il portale online della RSI titola: «Zali e quegli audio diffusi online: riempila di botte, io l’ho pestata». E subito dopo: «File pubblicati in rete gettano un’ombra sul presidente del Governo ticinese – La politica chiede chiarimenti – Il ministro annuncia denunce: violazione strumentale della mia sfera privata».

A parlare non è una persona qualsiasi ma, appunto, il presidente del Governo ticinese, il ministro leghista Claudio Zali, già al centro di un’altra imbarazzante e non ancora chiarita vicenda: il suo interessamento alle condizioni di salute di un quattordicenne detenuto nel carcere Farera, figlio di una sua conoscente. Per cui ha voluto incontrare la direttrice della Divisione giustizia, il direttore delle strutture carcerarie, la direttrice medica del Servizio di medicina penitenziaria dell’EOC e la Magistrata dei minorenni: persone e servizi che fanno capo al collega di Governo Norman Gobbi e non a lui: un’invasione di campo, dunque, cui si aggiunge il mettere le mani sull’esercizio della giustizia.

La notizia giunta oggi è ancora più grave, se fosse vera. Lasciano sgomenti le parole pronunciate da Zali e rese pubbliche su un profilo Instagram anonimo che – dice la RSI – «coinvolge appunto il direttore del Dipartimento del Territorio e una seconda persona: una donna che, da nostre verifiche, Zali conosce bene. File che quest’ultima ha registrato all’insaputa del ministro. Audio diventati ora di dominio pubblico, che la RSI ritiene autentici, avendoli anche potuti inserire nel contesto di una conoscenza prolungata tra i due. Zali parla in questi termini di un’altra donna, che avrebbe stalkerizzato la sua interlocutrice». Dopo la pubblicazione online di questi audio, i presidenti di Centro, PLR e Partito socialista hanno chiesto chiarimenti allo stesso Zali, con copia agli altri membri del Consiglio di Stato.

Ma tutto ciò sarà vero? Ma è mai possibile? Eppure “l’ha dii la radio”.

E se, come è probabile, la storiaccia fosse vera,  Lega e UDC possono di nuovo mettere su casa insieme, riponendo gli stracci fin qui volati nella stessa cesta. La pietra d’inciampo Zali è tolta. Con conseguenze non liete, anche per gli altri partiti: PLRT in primis.

A mortificare ancora di più il sottoscritto, ecco che arriva dalla «Regione» una notizia che riguarda la mia città, Lugano. Titolo: «Filippo Lombardi resta nel CdA di AIL. Malgrado il municipale abbia già compiuto 70 anni e l’articolo 19 dello statuto societario che prevede la sua estromissione, la Città non intende sostituirlo».

Nel pezzo, Alfonso Reggiani scrive che nella seduta del Consiglio comunale del 12 maggio scorso il sindaco Michele Foletti – rispondendo all’ interpellanza intitolata Governance e nomine AIL  (primo firmatario Giovanni Albertini) in cui, tra l’altro, chiedeva il pieno rispetto dell’ art 19 dello statuto delle Aziende Industriali Luganesi  (I consiglieri restano in carica quattro anni e sono sempre rieleggibili per un massimo di tre mandati, fino al compimento del settantesimo anno di età)» –   così rispose: «Il Municipio, come è suo dovere, si attiene e si atterrà al quadro legale vigente, e ribadisce questo principio anche in sede di risposta al presente atto parlamentare. Non credo che questo Municipio abbia mai dimostrato di aver violato Leggi, regolamenti e decisioni». Appunto! Lo crede soltanto lui.

Una doppia notizia da far allibire, non solo l’immaturo (qualità che forse oggi sarebbe da rivalutare) allievo, ma chiunque abbia ancora il bene dell’indignazione.

Ma in che Paese viviamo? Ma nel mondo là fuori, esiste ancora qualcuno/a che abbia un minimamente il senso del dovere? Che sappia ancora cos’è l’educazione? Cose semplici, veh, che ci hanno insegnato da bambini, magari con qualche sberla in appoggio.

Ciò succede quando si vive in Paese culturalmente sempre più povero, dove le grida di ciarlatani si fanno sempre più forti.

C’è da vergognarsi.


“Presidente, deve chiarire”

Il Ministero pubblico ha aperto nei confronti del consigliere di Stato un procedimento penale per le ipotesi di abuso di autorità e tentata coazione 

Sig. Consigliere di Stato
Claudio Zali
Residenza governativa
CH-6501 BellinzonaBellinzona, 17 luglio 2026Richiesta di presa di posizione pubblica

Signor Presidente del Consiglio di Stato,le rivolgiamo la presente lettera in seguito alla recente diffusione pubblica, attraverso canali social media, di alcuni file audio contenenti una conversazione telefonica a lei attribuita e altri contenuti.

Da tali registrazioni emergono affermazioni riguardanti fatti e circostanze che destano profonda preoccupazione per la loro gravità, in quanto riferiti a potenziali questioni di violenza nei confronti di una donna.

La pubblicazione di questo materiale sta generando numerosi interrogativi e segnalazioni da parte della cittadinanza, che mettono in discussione la credibilità delle nostre istituzioni. In questa sede non vogliamo giungere a conclusioni affrettate ed eventuali accertamenti spettano esclusivamente alle autorità competenti.

Riteniamo tuttavia che, quando materiali di questa natura coinvolgono direttamente una persona chiamata a ricoprire una delle più alte cariche dello Stato, si ponga inevitabilmente una questione di fiducia e credibilità istituzionale. Le istituzioni democratiche vivono dal rapporto saldo con i cittadini, un patrimonio prezioso che impone a chi ricopre alte cariche pubbliche standard etici ineccepibili.

La funzione pubblica esige equilibrio, rispetto delle persone e la piena consapevolezza del valore esemplare di ogni comportamento tenuto da chi è chiamato a governare il Cantone. Ciò deve valere nei fatti così come nella percezione da parte della cittadinanza.

Per queste ragioni, riteniamo che questa situazione non possa essere confinata nel silenzio. Nell’interesse delle istituzioni e della fiducia che i cittadini ripongono in esse, le chiediamo di assumere personalmente e il prima possibile un’iniziativa responsabile affinché lei chiarisca pubblicamente questa situazione. È necessario fare piena luce sulla vicenda per tutelare il prestigio e la credibilità del Consiglio di Stato, anche nel complesso del suo collegio.

Con i nostri distinti saluti,
Fiorenzo Dadò
Alessandro Speziali
Fabrizio Sirica


Sovranità digitale: ipnotizzati e intrappolati dagli Stati Uniti

Il Ministero pubblico ha aperto nei confronti del consigliere di Stato un procedimento penale per le ipotesi di abuso di autorità e tentata coazione 

Lo avevamo lasciato pochi mesi or sono, quando era uscito, Edizioni Casagrande di Bellinzona, La mente sotto assedio. Come non lasciarsi manipolare nell’era dell’intelligenza artificiale. Un testo agile e di agevole lettura anche per non addetti ai lavori, in cui vengono dapprima descritti meccanismi e obiettivi più o meno palesi con cui opera l’IA; messi sul tavolo i rischi (di disinformazione / manipolazione individuale e collettiva); infine, proposti comportamenti e scelte che ci permetterebbero, almeno in parte, di difenderci. Li ricordo brevemente, poiché repetita juvant: Creare leggi e regole; Tracciare una frontiera morale; Riconquistare la sovranità digitale; Disamericanizzarsi; Riconoscere la manipolazione; Allentare la morsa digitale; Educare una super intelligenza; Saper pensare.

Bruno Giussani torna ora in libreria con un nuovo saggio, apparso nel novembre scorso in lingua francese Moins d’Amérique dans nos vies presso l’editore ginevrino georg all’interno di una collana particolarmente stimolante, chiamata Kraft, che si prefigge di rilanciare, nella Svizzera romanda, la saggistica, purché – come i testi di Giussani – scritta in un linguaggio accessibile a un pubblico più largo.

Mezz’anno più tardi, il libro esce anche in italiano con identico titolo – quasi un appello – Meno America nelle nostre vite, al quale è stato aggiunto il sottotitolo Riconquistare la sovranità digitale europea, che suona come chiara indicazione di rotta. Rispetto alla versione francese, quella italiana non solo è ulteriormente aggiornata, ma anche assai più corposa.

Il libro approfondisce di fatto uno dei suggerimenti che l’autore dava nella pubblicazione precedente (vedi sopra). Parola chiave, anzi neologismo chiave: disamericanizzarsi. Ma attenzione: quello di Giussani non è un partito preso, un antiamericanismo a prescindere. “Il mio” spiega “non è un libro anti-americano, bensì un libro anti-sottomissione tecnologica. Parla della nostra situazione collettiva, economica e politica, ma anche delle dinamiche che ci portano a consegnare ogni giorno alle piattaforme-mondo digitali americane fette intere della nostra vita privata e sociale. Discute leggi e geopolitica. Descrive la enshittification della nostra esperienza digitale, l’extraterritorialità delle leggi americane, le alternative tecnologiche europee e coloro che le hanno adottate“.

Giussani analizza una situazione ormai consolidata, il fatto che sono gli Stati Uniti a dominare, se non monopolizzare, il mondo digitale, le sue piattaforme, le tecnologie sempre più pervasive e tentatrici che lo caratterizzano.

Da un lato, quindi, l’America, in grado così di influenzare interi Paesi, interi governi, miliardi di cittadini poiché, come riportato in epigrafe, “Non è una coincidenza che la democrazia stia vacillando proprio mentre la tecnologia digitale è in ascesa” (Carissa Véliz, docente di etica e filosofia a Oxford).

Dall’altro, il Vecchio Continente che questa colonizzazione tecnologica ha subìto e continua a subire ponendosi in una posizione di debolezza, subalternità, dipendenza. Con rischi enormi, che spingono Giussani a definire quella tecnologica la sfida più urgente e decisiva dei nostri tempi: più di quella climatica, più di quella geopolitica, più di quella alle diseguaglianze e alla povertà. Perché non riusciremo – né come individui né come Governi/Stati o schieramenti politici – a vincere le altre sfide se non disporremo di strumenti in grado di darci, diversamente da molte di queste piattaforme, un quadro oggettivo della realtà, una visione attendibile, verificabile, basata su dati veri e reali, non un’immagine distorta – volutamente distorta, falsa, prodotta con intenti manipolatori basati su interessi personali delle poche decine di aziende che oggi controllano il mondo, producono tecnologie sempre più potenti e tentatrici, di cui né loro né tantomeno chi le utilizza conoscono gli effetti collaterali.

Social media, chatbot e altre risorse (Giussani le definisce ipnotizzanti, poiché sanno accarezzare l’utente, gli mostrano empatia, soddisfano ogni sua domanda, rendendolo sempre più dipendente) ci danno risposte convincenti, ma certamente non neutre (dal punto di vista economico e/o politico). Facendolo, raccolgono miliardi di dati e informazioni che permettono alle Big Tech di influenzare sempre più profondamente i nostri comportamenti/scelte individuali e di indirizzare le dinamiche planetarie. Questi strumenti sono (o ce lo fanno credere) comodi, pratici, semplici da usare, gratuiti, ti rispondono in un batter di ciglia, sanno adeguare il loro linguaggio a quello di chi li interpella e ti sollecitano a chiedere altro ancora. Il rapporto con loro è di amicizia (les faux-amis), quando non di intimità. Con loro interagiamo quasi ininterrottamente, e loro sono diventati pervasivi: ma così facendo hanno ormai sostituito le sedi tradizionali del dibattito pubblico; hanno rivoluzionato i processi democratici ed elettivi; hanno stravolto le modalità di scelta e di consumo, lasciando sul campo morti e feriti a migliaia.

Giussani suona l’allarme: “questa algoritmizzazione della vita solleva questioni essenziali. Chi controlla questi sistemi? Quali logiche e valori convogliano, e quali escludono? Quali sono le conseguenze sulla nostra autonomia personale? E anche: siamo ancora in grado di porci queste domande, o ci stiamo abituando a vivere in un mondo dove le risposte sono già scritte nei codici informatici che ci circondano?”.

Che fare allora? Meno America, la via indicata da Giussani, ricordando che 25-30 anni or sono c’erano anche aziende europee a cercar di contrastare lo strapotere d’oltre Atlantico: una su tutte, la finlandese Nokia, quella dei nostri primissimi telefonini. Oggi l’impressione – confermata dai dati reali – è che tra Europa e America non ci possa essere partita in questo ambito così decisivo. “La sovranità digitale europea è molto limitata. Una manciata di aziende statunitensi controlla la maggior parte dei cavi sottomarini, dei satelliti e dei servizi cloud che compongono l’infrastruttura digitale mondiale, nonché le piattaforme social ed intelligenza artificiale, che costituiscono la struttura informativa e i sistemi operativi dei telefoni, porte d’accesso alla privacy degli utenti. Non sono solo le banche e le imprese europee, ma anche gli ospedali, le reti elettriche e gli stessi governi a funzionare grazie ai server e ai software delle multinazionali statunitensi”.

E c’è un aspetto essenziale, un cambiamento decisivo nel modo con cui oggi utilizziamo queste tecnologie: in passato “si acquistava un programma, lo si installava e lo si utilizzava sul proprio computer. Oggi quasi tutti i software importanti funzionano nel cloud, controllati – così come gli aggiornamenti, le modifiche e soprattutto le autorizzazioni di accesso – dalle aziende produttrici piuttosto che localmente dall’utente. Quando accedete a Facebook, entrate nei server dell’azienda. Ciò le conferisce un potere considerevole sulla vostra esperienza sulle informazioni visualizzate e sulla raccolta dei dati”.

Il grado di dipendenza si è dunque centuplicato e con esso i rischi. L’Europa e gli altri alleati degli USA si sono a lungo adeguati confidando nella dichiarata volontà degli Stati Uniti di operare costruttivamente “a favore di un ordine internazionale basato su regole e valori condivisi”. L’attuale governo americano, con la sua deriva radicalmente nazionalista dell’America first, che rimette in discussione alleanze e amicizie storiche con il Vecchio Continente, fa sì che la dipendenza tecnologica dagli USA diventi “un fattore primario di vulnerabilità sistemica” al di qua dell’oceano. La debolezza europea appare ancora maggiore se si considera che anche in ambito finanziario globale, in quello legato agli armamenti e ai sistemi di difesa, alle risorse energetiche, recuperare il terreno perduto sarà un processo lungo, laborioso e assai difficile.

“Negli ultimi anni” osserva l’autore “a forza di barattare l’autonomia con la comodità e l’efficienza, il problema ha raggiunto proporzioni critiche. L’onnipresenza di piattaforme social e commerciali, l’ascesa dell’intelligenza artificiale generativa, la dipendenza di aziende governi ed eserciti europei dal cloud e dal software statunitensi creano grande vulnerabilità. Che può essere tecnica (un’interruzione del cloud di Amazon l’autunno scorso ha paralizzato centinaia di imprese) ma anche, ormai lo sappiamo, politica”. 

Come difendersi, allora? “Disconnettersi da infrastrutture digitali consolidate o svilupparne di alternative è difficile e costoso in termini sia pratici sia di tempo e di denaro”, sostiene Giussani. Nel 2005 Francia e Germania tentarono di dar vita a un concorrente dei giganti Google e Yahoo spendendo circa 200 milioni di euro: Quaero fu un fallimento. Altrettanto difficilmente ipotizzabili sono dei provvedimenti giuridici-legali sulle piattaforme, poiché la loro forza è tale da renderli quasi impraticabili. Secondo il giornalista Luigi De Biase, bisognerebbe creare “non una nuova piattaforma gigantesca, ma un numero gigantesco di nuove piattaforme interoperabili e trasparenti” trasformando l’attuale mercato monopolizzato da pochi giganti americani in un mercato concorrenziale aperto, libero e pluralista, basato “sul rispetto di valori europei essenziali come i diritti umani o lo stato sociale (…), ciò che le piattaforme statunitensi non sono”.

Di qua dall’Atlantico – più che un giudizio, è diventato un mantra – mancano le alternative. Ma è davvero così? No, non sempre, risponde Giussani. Già esistono decine di software validissimi (talvolta anche più economici), in grado di competere con i giganti nell’ambito dell’informatica office, della gestione dei dati, dell’archiviazione, della messaggistica, del design, dei sistemi di pagamento. I Governi e le aziende europee dovrebbero “soltanto” adeguare le gare d’appalto per sostenere maggiormente prodotti europei, anche se nessuno può imporre a un’azienda privata quale tecnologia acquistare presso quale fornitore. L’Europa dovrebbe inoltre investire maggiormente in ricerca e sviluppo.

Quanto alla Svizzera – nota  Giussani – l’Amministrazione federale ha versato a Microsoft 150 milioni di franchi per acquistare nuove licenze software spiegando che “non esiste attualmente alcuna alternativa che permetta di garantire un esercizio senza interruzioni”. Insomma, di Microsoft il nostro Paese appare prigioniero. Tutt’attorno, invece, qualcosa si sta muovendo: alcuni mesi or sono, la Francia ha adottato nell’Amministrazione pubblica un sistema di videoconferenze sviluppato al proprio interno e a ogni Ministero è stato chiesto di approntare un piano per diminuire la dipendenza digitale extraeuropea. Il Parlamento europeo, ha sua volta, ha deciso, il 4 giugno, di adottare in tutti i suoi computer (720 deputati e migliaia di collaboratori) il motore di ricerca francese Qwant, sviluppato dalla Francia nel 2013. A differenza di Google, Qwant non traccerebbe gli utenti e non raccoglierebbe / venderebbe a terzi i loro dati personali.  Ma il motore di ricerca francese fa comunque capo a tecnologie Microsoft per fornire i risultati delle ricerche.

Evidente, in queste scelte, la componente politica: “Optare per un software A piuttosto che per un software B oggigiorno non significa più semplicemente scegliere tra opzioni tecnologiche, ma allinearsi geopoliticamente. La tecnologia digitale è ormai inestricabilmente legata alla competizione strategica. Ne sta diventando anzi il vettore principale”.

In tutto ciò – e riporto le parole con cui Giussani conclude il suo libro – “la buona notizia è che il potere algoritmico del cloud si basa almeno in parte sul nostro consenso passivo e sulla nostra acquiescenza silenziosa. Per cui questa rinuncia a noi stessi può anche essere rovesciata. Iniziando con l’interrogare il potere tecnologico, capirne gli impatti e fare tutto il possibile affinché ci sia meno America nelle nostre vite”.

Per saperne di più:

https://www.youtube.com/watch?v=yMuHRU2bfWY è

Nell’immagine: i “telefonini” dell’europea Nokia. Un brillante futuro alle spalle


Troppi turisti e a Lucerna c’è chi pensa a un tetto massimo ai letti d’albergo

Il Ministero pubblico ha aperto nei confronti del consigliere di Stato un procedimento penale per le ipotesi di abuso di autorità e tentata coazione 

tvsvizzera.it

Non sono i numeri di mete tradizionali del turismo, come Parigi, Roma, Venezia o Barcellona, ma per una città che conta poco più di 80’000 abitanti sono cifre di tutto rispetto: l’anno scorso, Lucerna ha registrato quasi 1,5 milioni di pernottamenti, un record, in aumento del 5% in più rispetto al 2024. Sono oltretutto cifre che non conteggiano il turismo di giornata. Stando a un’analisiCollegamento esterno del 2019 della Scuola universitaria professionale di Lucerna, nella città sulle rive del Lago dei Quattro Cantoni arriva ogni anno un minimo di due milioni di turisti di giornata e un massimo di sette.

Come in altre località confrontate con il fenomeno del sovraffollamento turistico, tra la popolazione serpeggia un certo malcontento. Le autorità sono finora intervenute con alcune misure mirate.

Ad esempio, per cercare di porre un freno al costante afflusso di pullman, sono stati introdotti dei disincentivi: l’accesso alle aree di sosta è ora possibile solo previa prenotazione e per ogni automezzo viene applicata una tassa di 100 franchi. Le misure hanno dimezzato il numero di autobus in centro, ma hanno in parte spostato il problema in periferia, dove a volte gli operatori turistici fanno scendere i clienti per aggirare la tassa.

All’inizio del 2025 è inoltre entrato in vigore un regolamento sugli affitti di breve durata. In particolare, esso prevede che camere e appartamenti destinati ai turisti non possono essere affittati per più di 90 notti all’anno. L’obiettivo è di porre un freno al fenomeno AirBnb. Sulla scia di quanto fatto a Lucerna, altre città svizzere hanno introdotto o prevedono di farlo limitazioni simili.

Ora c’è però chi vorrebbe spingersi oltre. Preoccupato per una crescita ritenuta troppo forte il gruppo d’interesse Nachhaltiger TourismusCollegamento esterno (turismo sostenibile) ha lanciato l’iniziativa Luzerner Tourismus in Balance (Turismo lucernese in equilibrio), depositata in maggio con 986 firme.

Il testo chiede che per ogni categoria alberghiera venga fissato un tetto invalicabile. La regola “uno entra, uno esce” diventerebbe la norma: un nuovo hotel potrebbe aprire i battenti solo se un’altra struttura della stessa categoria cessasse definitivamente l’attività.

Un letto d’albergo ogni 13 abitanti

Per il gruppo promotore, si tratta di un passo obbligato, non da ultimo perché il regolamento comunale sulle locazioni brevi per arginare Airbnb si sarebbe rivelato un colabrodo, facilmente aggirabile con l’ondata di hotel a self check-in.

“Ad Amsterdam c’è un letto d’albergo ogni 17 abitanti, mentre a Lucerna la proporzione è addirittura di uno ogni 13 residenti”, ha dichiarato all’agenzia stampa Keystone-ATS il consigliere nazionale socialista David Roth, uno dei volti dell’iniziativa.

A suo avviso la città olandese è un esempio lampante di sovraffollamento turistico, eppure a Lucerna si vuole comunque far crescere il settore.

Secondo Roth, la strategia di crescita perseguita da Lucerna Turismo entra in concorrenza con il mercato abitativo in un contesto di scarsità di alloggi. “Con una crescita annua del 5%, sarebbero necessari 315 posti letto alberghieri aggiuntivi, il che comporterebbe la perdita di circa 64 appartamenti all’anno”.

Iniziativa controproducente

Ma la controffensiva del settore non si è fatta attendere. Ferdinand Zehnder, presidente del Forum turistico di Lucerna e parlamentare cantonale del Centro, bolla l’iniziativa come inefficace e controproducente. “Ad Amsterdam, nonostante il tetto, lo scorso anno si sono contati 22 milioni di pernottamenti, ben più del plafond fissato a 20 milioni”, sottolinea. Secondo l’ex albergatore, il vero problema non sono gli ospiti che dormono in città, bensì i turisti giornalieri, che generano un valore aggiunto minore.

Zehnder ha avvertito che un blocco del numero dei letti rischierebbe di innescare una fuga verso i comuni limitrofi o verso le piattaforme di affitto breve, senza risolvere il nodo della sostenibilità. Gli hotel di Lucerna nel 2025 hanno registrato un tasso di occupazione del 69%: a suo avviso non vi è quindi un problema di capacità, ma di distribuzione. Il 61enne difende la strategia dell’ente turistico, che punta sulla qualità e su una migliore distribuzione dei flussi durante tutto l’anno piuttosto che su una crescita a oltranza.

Nell’immagine: il Kappelbrücke – Ponte della Cappella – è una delle attrazioni prese d’assalto dai turisti a Lucerna.


Chi si rivede, i dazi: ricomincia la guerra, «tariffe a 60 paesi»

Il Ministero pubblico ha aperto nei confronti del consigliere di Stato un procedimento penale per le ipotesi di abuso di autorità e tentata coazione 

Di Andrea Valdambrini, il manifesto

Il presidente americano Donald Trump riapre il capitolo dazi. Secondo il Financial Times, già questa settimana la Casa Bianca potrebbe annunciare una nuova ondata di tariffe commerciali nei confronti di circa 60 paesi, rilanciando la strategia dell’amministrazione dopo le limitazioni imposte dalla Corte Suprema Usa all’uso dei poteri d’emergenza – l’effetto della sentenza scadrà però il prossimo venerdì. La novità riguarda soprattutto la base giuridica dei dazi. Per superare il verdetto supremo, la Casa Bianca starebbe preparando una nuova strategia legale per reintrodurre le tariffe. Il perno sarebbe il rapporto preparato dal rappresentante al Commercio Jamieson Greer, fedelissimo di Trump e negoziatore dei dazi con le controparti internazionali, a partire dall’Ue. Quel rapporto parla dei dazi come lotta al lavoro forzato.

TRA GLI STATI sotto minaccia di nuovi dazi figurano l’Unione europea, insieme a Cina, Giappone, India, Messico, Corea del Sud, Vietnam e diverse altre economie asiatiche. L’ipotesi di imporre tariffe aggiuntive a numerosi partner commerciali è stata di fatto rilanciata martedì dallo stesso Greer. Intervistato dall’emittente economico-finanziaria statunitense Cnbc, all’indomani dell’annuncio di dazi del 50% su alcune importazioni dal Canada, Greer ha ribadito che l’obiettivo dell’amministrazione Usa resta quello di ridurre il deficit commerciale, a partire dai vicini Canada e Messico. Secondo il rappresentante al Commercio, il disavanzo complessivo americano è diminuito grazie all’introduzione delle tariffe, che si confermano quindi una buona strategia per Washington. Greer ha poi sostenuto che «gli Usa hanno leggi per proibire il commercio di beni prodotti con lavoro forzato. Altri paesi, la maggior parte, non hanno una legge, e quelli che ce l’hanno non la applicano realmente». Ed è questo l’argomento principale che prepara la svolta.

L’ANNUNCIATA OFFENSIVA commerciale trumpiana poggia infatti sul dossier che l’United Stated Trade Representative (Ustr), ovvero l’ufficio guidato dallo stesso Greer, porta avanti da mesi. Il report è stato pubblicato il 2 giugno, al termine di un’indagine avviata, con tutti i crismi giuridici, ai sensi della Sezione 301 del Trade Act del 1974. In circa 100 pagine, l’Ustr argomenta che i paesi oggetto dell’inchiesta «non impongono o non fanno rispettare efficacemente un divieto di importazione di beni prodotti con lavoro sotto coercizione». A differenza delle tradizionali misure commerciali rivolte a specifiche categorie di beni, la proposta non riguarda singoli prodotti. I dazi si applicherebbero alla quasi totalità delle merci provenienti dalle economie coinvolte.

LA REGOLA VARRÀ per tutti gli Stati messi nel mirino, ma è Bruxelles a trovarsi nella posizione più delicata. Già a inizio giugno la Commissione europea aveva definito «ingiustificate» le minacce americane di imporre nuovi dazi basandosi sul criterio del lavoro coercitivo. L’esecutivo aveva ricordato che l’Ue si è dotata di una delle legislazioni più severe al mondo per vietare l’immissione sul mercato di prodotti realizzati secondo tali modalità. A oggi, comunque, la Commissione sarebbe perfino pronta ad accettare la nuova base giuridica dei dazi statunitensi. La condizione è che Washington rispetti il tetto massimo del 15% concordato nell’ambito dell’intesa di Turnberry, siglata in Scozia un anno fa tra la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen e Trump e giudicata da più parti, anche tra i funzionari Ue di più alto livello, una vera e propria capitolazione all’arroganza della Casa Bianca.

BRUXELLES SPERAVA però di essersi lasciata la vicenda alle spalle, pur consapevole della scarsa affidabilità dell’amministrazione Trump. Il percorso istituzionale dell’intesa commerciale con Washington si è infatti concluso: dopo l’accordo politico raggiunto a maggio tra Parlamento europeo e Consiglio, il 16 giugno l’Eurocamera ha approvato in via definitiva i due regolamenti che danno attuazione agli impegni tariffari concordati in Scozia la scorsa estate, ricevendo il 25 giugno anche il via libera finale del Consiglio Ue, dove siedono i governi dei 27. Il pacchetto elimina, a partire dal 1° luglio, i dazi europei sui beni industriali statunitensi e amplia l’accesso al mercato Ue per alcuni prodotti agricoli e ittici americani.

L’APPROVAZIONE legislativa, tuttavia, non ha chiuso del tutto il negoziato. La Commissione continua infatti a trattare con l’amministrazione Trump per ottenere esenzioni su alcuni prodotti agroalimentari particolarmente importanti per le esportazioni europee, tra cui vini, olio d’oliva e formaggi pregiati.