Così i droni di Israele uccidono i bambini a Gaza. Lo studio forense: “Non per errore, mirano alla testa”

Utilizzando analisi cliniche e balistiche una ricerca della Brown University ricostruisce 18 casi di minori colpiti da piccoli quadricotteri armati: un solo proiettile, un foro d'ingresso minuscolo e lesioni devastanti al capo, al collo o al torace 

Di Marco Pasciuti, il Fatto Quotidiano

Il primo segno che sono nei paraggi è quasi sempre un ronzio. Non il rombo di un caccia, né quello di un elicottero. Un rumore sottile, persistente, elettrico. Significa che il quadricottero è immobile sospeso su una strada, una tenda, un cortile. Poi esplode un singolo colpo. Alla testa. Al collo. Al torace. È la scena che emerge da due dossier pubblicati recentemente. Il primo è della Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite sui Territori palestinesi occupati. Il secondo è pubblicato dalla Brown University, firmato da un medico che ha operato a Gaza, da un ex responsabile della guerra di precisione del Pentagono, da un ex dirigente del Dipartimento di Stato e dalla direttrice del progetto Costs of War. Entrambi descrivono lo stesso fenomeno: l’impiego di piccoli droni armati contro i minori.

Hanno nomi vocativi come Bird of Prey e i TerminaTHOR prodotti dalla Elbit Systems. Non sono grandi velivoli da combattimento, ma piccoli sistemi dotati di telecamere elettro-ottiche, sensori termici e infrarossi che volano a bassissima quota. Pesano meno di 25 chili, possono essere trasportati da uno o due soldati e operano a una distanza tra gli uno e i 5 chilometri. Possono essere equipaggiati con fucili, lanciagranate, piccoli ordigni, altoparlanti o spray urticante. Per l’Onu il loro uso è una delle caratteristiche dell’offensiva dell’esercito israeliano a Gaza: “Si librano vicino ai bersagli, consentendo agli operatori di vedere chiaramente — grazie a telecamere ad alta risoluzione dotate anche di visione notturna — chi stanno colpendo prima di aprire il fuoco”. Per gli osservatori è un passaggio decisivo, perché se l’operatore può osservare il volto, l’età, i movimenti della persona che ha nel mirino, diventa difficile sostenere che un bambino venga colpito per errore semplicemente perché non era distinguibile. Solo per l’Onu sono stati 168 i bambini colpiti da arma da fuoco tra il novembre 2023 e il luglio 2025. Di questi, almeno 88 sono morti. Almeno 70, con un’età che va dalle 10 settimane ai sedici anni, sarebbero stati colpiti da quadcopter armati: 73 alla testa, 22 al torace.

Uno dei casi più sconvolgenti si svolge il 12 aprile 2024, nel campo profughi di Nuseirat. E’ l’una del pomeriggio. Una madre sta allattando il figlio, il piccolo ha dieci giorni di vita. Un solo proiettile attraversa la tenda, entra nella testa del neonato, esce dalla nuca e finisce sul cuscino. Il bimbo sopravvive, ma riporta gravissime lesioni cerebrali: avrà crisi epilettiche per tutta la vita, dicono i dottori. Dopo avere analizzato il proiettile e le testimonianze, la Commissione conclude che il colpo è compatibile con un fucile di precisione montato su un quadricottero. “Poiché lo sparo è avvenuto in pieno giorno, la Commissione conclude che l’operatore del drone fosse in grado di vedere all’interno della tenda e ritiene che il bersaglio fosse una madre con il suo bambino”.

Lo studio “Lethal Precision Without Accountability” [“Precisione letale senza responsabilità”] pubblicato dalla Brown University – tra le più prestigiose università al mondo – prova invece a spiegare come sia possibile arrivare a quelle conclusioni. Gli autori sono Mahmooda “Mimi” Syed, medico d’urgenza che ha trascorso mesi negli ospedali Al-Aqsa e Nasser; Wes J. Bryant, ex capo delle valutazioni sui danni ai civili del Pentagono e architetto della campagna aerea contro l’Isis; Charles “Cob” Blaha, già direttore dell’Ufficio Sicurezza e Diritti Umani del Dipartimento di Stato americano e Stephanie Savell, direttrice del progetto Costs of War dell’ateneo di Providence.

Non è un rapporto basato sulle testimonianze ma un’analisi medico-forense, ovvero un’indagine costruita dentro le sale operatorie. Incrociando cartelle cliniche, radiografie, Tac, proiettili recuperati, analisi balistiche, fotografie e competenze militari gli autori hanno ricostruito la dinamica degli spari. La dottoressa Syed racconta di aver documentato personalmente le cure applicate a 18 bambini feriti da arma da fuoco. C’è un elemento che torna quasi ossessivamente: in tutti i casi i piccoli “hanno riportato lesioni alla testa, al collo o al torace, a causa di proiettili singoli di piccolo calibro”. Il 90% delle famiglie che accompagnano quei bambini in ospedale riferisce di avere visto un quadricottero armato nell’area subito prima dello sparo.

Molti pazienti non vengono colpiti durante combattimenti. Come Mira Al-Dariny, quattro anni. Sta giocando davanti alla tenda della famiglia a Khan Younis. I genitori trovano la figlia a terra, il sangue le copre il volto. Il foro è minuscolo. Il proiettile è conficcato nel cranio e i neurochirurghi praticano una craniotomia d’urgenza. Mira sopravvive. Nel report compare la Tac. Secondo gli autori il punto d’ingresso, la posizione finale del proiettile e il suo orientamento indicano una traiettoria proveniente dall’alto. In ospedale la madre e il padre raccontano di avere visto quadricotteri sorvolare il campo.

Il cuore dello studio è nella balistica. Gli autori hanno analizzato i proiettili recuperati nei corpi dei bambini e hanno concluso che sono compatibili con i “fully metal jacketed 5.56×45 mm NATO rounds”. Munizioni rivestite integralmente in metallo e progettate per non deformarsi facilmente. Entrano, attraversano i tessuti, perdono velocità, cominciano a ruotare. Possono restare conficcate nelle ossa del cranio o nel collo. Ed è proprio la loro posizione finale, insieme all’angolo d’ingresso, a consentire agli autori di ricostruire la traiettoria. Secondo l’analisi medico-legale, nei casi studiati i proiettili penetrano con angoli compresi fra circa 30 e 60 gradi. “Questo dato – scrivono gli autori – è compatibile con la balistica attesa di un proiettile esploso da un drone tattico collocato ben al di sopra del bersaglio e in posizione angolata rispetto ad esso. Gli spari provenienti da cecchini o da altre armi da fuoco terrestri presentano invece, di norma, traiettorie ben inferiori ai 30 gradi, soprattutto in un territorio pianeggiante come Gaza”.

Nell’immagine: documenti relativi ad un caso del 24 agosto 2024. Il rapporto dice: “Una bambina di quattro anni è stata ricoverata con una piccola ferita alla fronte. Testimoni oculari, tra cui i suoi genitori, hanno riferito che alcuni quadricotteri stavano sparando contro le persone intorno alle loro tende, causando numerose vittime con ferite simili. La bambina stava giocando fuori dalla sua tenda quando è stata trovata dai genitori a terra, coperta di sangue. La TAC (a sinistra) ha rivelato un proiettile incastrato nel suo cranio. La bambina è stata sottoposta a craniotomia d’urgenza e
si è ripresa. Il punto di ingresso del proiettile rispetto al suo punto di arresto finale, insieme al suo orientamento, dimostra che il proiettile è stato sparato con un angolo elevato e dall’alto, in linea con la traiettoria di un proiettile sparato da un drone”


Bab El – Mandeb, la seconda trappola

Utilizzando analisi cliniche e balistiche una ricerca della Brown University ricostruisce 18 casi di minori colpiti da piccoli quadricotteri armati: un solo proiettile, un foro d'ingresso minuscolo e lesioni devastanti al capo, al collo o al torace 

ISPI

Il fronte del Mar Rosso si riapre nel momento più critico della guerra tra Stati Uniti e Iran. I ribelli Houthi nello Yemen hanno annunciato infatti un “embargo marittimo immediato” contro i porti dell’Arabia Saudita, minacciando di colpire le petroliere dirette ai porti del regno lungo lo stretto di Bab el-Mandeb. “Ribadiamo il diritto del nostro popolo di rispondere a un blocco con un blocco e di rispondere a ogni escalation con un’escalation”, ha dichiarato in un comunicato il portavoce del gruppo, considerato vicino all’Iran dopo che la scorsa settimana diversi scontri a fuoco lungo la frontiera con l’Arabia Saudita, avevano minacciato un cessate il fuoco con il regno che dura da oltre quattro anni. La reazione dei mercati non si è fatta attendere: il Brent ha sfiorato i 91 dollari al barile, massimo da metà giugno, prima di ripiegare verso gli 88 in seguito alle indiscrezioni riferite da Reuters relative ad una proposta di mediazione, un cessate il fuoco di dieci giorni tra Washington e Teheran, pensata per riaprire uno spiraglio diplomatico dopo il naufragio dell’intesa siglata a giugno. Tra le due notizie, quasi contemporanee, si misura la fragilità dell’intero scacchiere: un fronte che si apre a sud, mentre un altro prova, faticosamente, a chiudersi a nord.


Sudafrica,maxi-processo per la tragedia del 2021

Utilizzando analisi cliniche e balistiche una ricerca della Brown University ricostruisce 18 casi di minori colpiti da piccoli quadricotteri armati: un solo proiettile, un foro d'ingresso minuscolo e lesioni devastanti al capo, al collo o al torace 

Cinque anni dopo i violenti saccheggi nel Kwazulu-Natal e nel Gauteng che fecero 354 morti (secondo le cifre ufficiali), per lo più nel Kwazulu-Natal, e gravissimi danni, si giunge finalmente al processo che chiama in causa i responsabili di quei gravi episodi di violenza. Da notare che all’ombra di questi incresciosi eventi vi è l’ex Presidente Jacob Zuma, che gestì allora il paese come se fosse una sua proprietà.

Centinaia  di facinorosi, organizzatisi usando gruppi di messaggerie di WhatsApp, presero d’assalto il centro e la zona commerciale di Durban, appiccando il fuoco a stabili commerciali e saccheggiando indiscriminatamente  negozi e depositi. I disordini, che durarono 5 giorni, scossero tutto il paese, in particolare Durban, ancora considerata una delle più belle città d’Africa.

Le stime dei danni economici causati da saccheggi e incendi variano dai 40 ai 50 miliardi di Rand (2 a 2,5 miliardi di franchi). I fatti del giugno 2021 lasciarono un’impronta di dolore durevole in tutta la nazione, tant’è che la gente ne parla ancora oggi.

Il processo si è aperto il 20 luglio davanti alla Alta Corte di Giustizia del Kwazulu-Natal nei confronti di 62 imputati, accusati di terrorismo, insurrezione, sedizione e incitazione alla pubblica violenza. Uno dei capi di accusa specifici concerne un complotto volto ad assassinare il giudice Raymond Zondo, dopo che l’ex Presidente Jacob Zuma era stato condannato a 15 mesi di detenzione per non essersi presentato a un’udienza nell’ambito del processo per i gravi reati di corruzione nei quali lui stesso era coinvolto. 

Una delle peculiarità di questo complesso processo è che la pubblica accusa intende utilizzare la catena dei messaggi di WhatsApp come mezzo di prova centrale per dare corpo alle accuse di incitamento al terrorismo e alla sedizione.

Il processo ha riaperto una pagina tragica della storia recente del paese, ma al contempo è stata accolto con soddisfazione dalla gente che apprezza e osserva con attenzione l’intervento della giustizia, seppur lento. Fra la gente vi è anche rinnovata fiducia che si possa finalmente chiudere con una chiara e forte sentenza questo buio capitolo del Sudafrica democratico.

Nell’immagine: 2021, i saccheggi nel Kwazulu-Natal


L’orefice-giustiziere, l’uomo fermato, morto chiedendo aiuto, e la destra allo sbando

Utilizzando analisi cliniche e balistiche una ricerca della Brown University ricostruisce 18 casi di minori colpiti da piccoli quadricotteri armati: un solo proiettile, un foro d'ingresso minuscolo e lesioni devastanti al capo, al collo o al torace 

Dal nostro corrispondente dall’Italia

In questa estate rovente, due video circolano in rete e catturano l’attenzione degli italiani in partenza per le vacanze ferragostane. 

Il primo, risalente al 28 aprile 2021 ma diventato d’attualità in questi giorni, mostra Mario Roggero, il gioielliere di Grinzane Cavour, uscire dal negozio impugnando una pistola calibro 38, inseguire in strada tre rapinatori in fuga, sparare uccidendone due, uno dei quali preso a calci mentre era già agonizzante a terra.

Il secondo video, registrato con un telefonino domenica 19 luglio 2026 nel popolare quartiere Pilastro di Bologna, mostra un uomo immobilizzato a terra, a faccia in giù: due poliziotti gli bloccano la parte superiore del corpo, mentre un terzo uomo, forse un residente, gli trattiene le gambe. Già ammanettato, Abderrahim Fakir, 43 anni, di origine marocchina e residente in Italia da quand’era bambino, si dimena e grida ripetutamente «aiuto, basta», finché i movimenti rallentano e smette di respirare. A pochi passi, quattro soccorritori volontari assistono alla scena senza che dalle immagini emerga un intervento immediato per verificarne la respirazione e le condizioni. Fakir sarebbe stato inizialmente bloccato dagli agenti con spray urticante mentre, in preda a un incontrollabile stato di agitazione, danneggiava un’auto.

Due sequenze diverse, separate cronologicamente da oltre cinque anni, accomunate sul web dalla morte, dalla violenza e dalla rapidità con cui la discussione pubblica sostituisce l’accertamento dei fatti con una sorta di osceno referendum emotivo.

Sul caso del primo video la giustizia si è già pronunciata definitivamente. Il 15 luglio la Corte di Cassazione ha confermato la condanna a quattordici anni e nove mesi per Roggero, riconosciuto responsabile dell’uccisione di Andrea Spinelli e Giuseppe Mazzarino e del ferimento di un terzo rapinatore, Alessandro Modica. 

Sulla tragedia di Bologna l’indagine è appena cominciata. La Procura ha aperto un fascicolo per omicidio colposo, in base alle nuove norme del cosiddetto scudo penale per le forze di polizia previsto nel decreto sicurezza. Saranno l’autopsia, le testimonianze dei residenti e le bodycam degli agenti a stabilire le cause della morte e le eventuali responsabilità dei due poliziotti e degli operatori sanitari.

Nel caso Roggero esistono una sentenza definitiva e tre gradi di giudizio. Nel caso di Bologna esistono, per ora, un morto, un video inquietante e molte domande. Confondere questi due livelli sarebbe scorretto. Metterli in relazione, invece, serve a osservare il modo in cui la politica, l’informazione e il pubblico trattano la forza quando viene esercitata contro qualcuno che è già percepito come colpevole, pericoloso o socialmente estraneo.

La rapina e l’orefice-giustiziere

La rapina alla gioielleria di Roggero fu violenta e traumatica. Uno degli assalitori minacciò la figlia del commerciante con una pistola risultata poi giocattolo, privata del tappo rosso; un altro impugnò un coltello contro la moglie. La figlia venne immobilizzata con fascette di plastica e Roggero fu costretto ad aprire la cassaforte. I rapinatori uscirono dal negozio con un bottino stimato in circa 68 mila euro. Nessuna persona ragionevole può minimizzare la paura, l’umiliazione e il senso di vulnerabilità provocati da un’aggressione del genere.

Ma il processo non riguardava il diritto di Roggero a difendersi mentre la rapina era in corso. Riguardava ciò che fece quando gli aggressori stavano ormai fuggendo. È questo passaggio che la propaganda governativa tende a cancellare, come pure dimentica un precedente giudiziario ricordato nelle sentenze. Nel 2005, durante una lite con il fidanzato della figlia, Roggero aggredì il giovane ed estrasse una pistola, minacciando anche i suoi genitori. Nel 2007 patteggiò due mesi di reclusione, sostituiti con una multa di 2.280 euro, per ingiurie e minacce aggravate dall’uso dell’arma.

La richiesta di grazia diventata comizio

Dopo la sentenza definitiva, la destra di governo ha reagito in modo scomposto. Matteo Salvini si è precipitato nel carcere di Bollate per incontrare Roggero, ripetendo la visita anche il giorno successivo. Il vicepremier e leader della Lega si è spinto a parlare del gioielliere come di una possibile candidatura politica.  Giorgia Meloni ha definito la pena sproporzionata e ha detto di avere chiesto al ministro della Giustizia Carlo Nordio di procedere sull’ipotesi della grazia.

Nordio, da parte sua, ha contribuito come al solito alla confusione annunciando l’avvio di un’istruttoria, mentre dal suo stesso ministero arrivavano precisazioni e smentite sulla natura e sullo stato effettivo della procedura. Soltanto in un secondo tempo la moglie dell’orefice ha inviato al presidente Mattarella la richiesta di grazia.

La gestione del caso ha provocato un intervento del Quirinale, che ha richiamato i limiti delle attribuzioni ministeriali. La grazia infatti è una prerogativa del presidente della Repubblica, come era stato precisato nella concessione di questa misura a Nicole Minetti. Il ministro svolge l’istruttoria e trasmette gli elementi necessari, ma non può presentarsi come il titolare politico del potere di correggere una sentenza sgradita.

L’irritazione di Sergio Mattarella nasce da questa confusione. Il governo ha trasformato una prerogativa presidenziale, tradizionalmente esercitata con discrezione e sulla base di valutazioni umanitarie individuali, in uno strumento di pressione pubblica, mettendo il Quirinale nella posizione scomoda di dover resistere a una campagna politica.

E ancora: è istituzionalmente ragionevole valutare un eventuale provvedimento di grazia dopo che Roggero ha espiato una parte significativa della pena, quando possono essere esaminati la sua condotta in carcere, il percorso compiuto, le condizioni personali e gli altri elementi umanitari. Concederla a pochi giorni dalla sentenza definitiva darebbe invece l’impressione di un’amnistia personale ottenuta per pressione politica. In pratica, una sconfessione dei giudici.

Bologna, la polizia come l’ICE?

Mentre la destra occupava la scena con Roggero, da Bologna è arrivato l’altro video-shock sulla morte di Abderrahim Fakir. Le immagini diffuse in rete pongono domande precise: per quanto tempo un uomo può essere tenuto prono con il peso di più persone sul corpo? Gli agenti hanno percepito che stava perdendo conoscenza? I soccorritori presenti hanno valutato tempestivamente la respirazione e le condizioni cardiache? Esistevano tecniche meno pericolose per contenere una persona in evidente stato di alterazione?

La prudenza deve valere in entrambe le direzioni: non si possono dichiarare colpevoli gli agenti sulla base di un filmato, ma non si può neppure assolverli preventivamente. E invece ecco il precipitoso Galeazzo Bignami, capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, che manifesta solidarietà alla polizia e parla di un intervento condotto con professionalità e in modo adeguato.

Il linguaggio delle immagini richiama altri video provenienti da oltreoceano, riguardanti il caso di George Floyd a Minneapolis e numerose altre operazioni della famigerata agenzia americana ICE, Immigration and Customs Enforcement, rafforzata dall’amministrazione Trump, con uomini immobilizzati a terra, agenti mascherati, persone trascinate o caricate su furgoni mentre chiedono spiegazioni e aiuto. 

Si sta diffondendo anche in Italia una cultura visiva e politica nella quale, grazie a una destra allo sbando, la durezza dell’intervento diventa, di per sé, una prova di efficienza. Chi è fermato viene considerato colpevole in anticipo; se resiste è pericoloso, se grida recita, se muore aveva probabilmente qualche patologia.

È proprio questa logica che una democrazia matura deve rifiutare, perché la forza pubblica è regolata, controllabile e orientata alla tutela della vita, compresa quella di chi sta commettendo un reato o attraversando una crisi.

Il telefonino diventa tribunale del popolo

Il confronto tra i due casi diventa allora tutto politico. Per Roggero si mobilitano ministri, vicepremier e presidente del Consiglio. Il condannato viene presentato dalla destra al governo come un simbolo nazionale, quasi un eroe.

Per Fakir una parte della stessa destra ha offerto una difesa preventiva degli agenti. Nel primo caso il video viene piegato fino a far sparire l’inseguimento, gli spari e i calci. Nel secondo si rischia di far sparire l’uomo a terra, il suo disperato grido di aiuto.

Dovrebbe invece valere lo stesso principio: nessuno può amministrare la giustizia da sé. Non poteva farlo Roggero. Non può farlo la polizia attraverso tecniche di contenimento che, stando alle immagini, appaiono sproporzionate di fronte a evidenti segnali di sofferenza. E non può farlo la politica, selezionando le sentenze da rispettare e quelle da delegittimare secondo la convenienza elettorale.

La parte più amara riguarda però anche noi. Milioni di italiani guardano pochi secondi di un video e si trasformano immediatamente in giudici, medici legali, esperti balistici e costituzionalisti.

“Sciacalli rossi contestano la polizia”

Il giornalismo avrebbe il compito di opporsi a questa deriva. Dovrebbe separare i fatti dalle ipotesi, controllare le fonti, contestualizzare i video, spiegare le norme e resistere alla tentazione di trasformare un processo in intrattenimento. Troppo spesso fa l’opposto. Insegue gli algoritmi, pubblica prima di verificare, presenta la dichiarazione politica come se avesse lo stesso valore di una sentenza tenendo sotto pressione un pubblico già surriscaldato.

Non tutto il giornalismo italiano è così, naturalmente. Ma la crisi di etica e professionalità è diventata strutturale. Quando una testata sa che un titolo falso o deformante produrrà più consensi di una ricostruzione accurata, la verità va a farsi benedire. Che dire del titolo di Libero on line all’indomani della tragedia di Bologna? “Marocchino muore durante l’arresto. Sciacalli rossi contestano la polizia”.

I “due pesi e due misure” della destra

La destra ricorre a elementi simbolici semplici: il commerciante è la vittima, il rapinatore perde ogni diritto, l’agente ha ragione perché è un agente, lo straniero fermato diventa un problema di ordine pubblico anche quando è morto. Le opposizioni fanno sciacallaggio. È una politica che celebra la legge quando colpisce gli avversari e la contesta quando condanna i propri cosiddetti eroi.

Resta una domanda elementare. Che cosa distingue uno Stato di diritto da una folla disinformata e da politici inetti? La differenza sta nella capacità di non affidare alle reazioni emotive il verdetto finale. Roggero aveva diritto a essere difeso e giudicato con equilibrio, e così hanno fatto i giudici nei tre gradi di giudizio, concedendogli oltretutto le attenuanti del caso. I rapinatori avevano il diritto di non essere inseguiti e uccisi quando il pericolo era cessato, bensì di scontare la pena in un carcere. Fakir aveva diritto a non essere condannato a morte in strada. I poliziotti hanno diritto a un’indagine seria, non a una gogna ma neppure a un’assoluzione politica preventiva.

Tutto il resto, dalle petizioni ministeriali ai processi celebrati nei commenti su Facebook, è fastidioso rumore. Un rumore sempre più forte, dentro il quale le ultime parole di un uomo, «aiuto, basta», rischiano di diventare soltanto un contenuto da scorrere con un clic e commentare sullo smartphone prima di partire per il mare.

Nell’immagine: Bologna, l’arresto di Fakir


Vannacci supera i limiti della decenza

Utilizzando analisi cliniche e balistiche una ricerca della Brown University ricostruisce 18 casi di minori colpiti da piccoli quadricotteri armati: un solo proiettile, un foro d'ingresso minuscolo e lesioni devastanti al capo, al collo o al torace 

Di Massimiliano Panarari, La Stampa

Quando viene superato il limite, se il limite non c’è? Fuor di metafora (e di quesito filosofico), l’esempio più immediato proviene, ancora una volta, da Roberto Vannacci, il quale ha rilanciato ieri sui suoi canali social un video realizzato con l’Ai che varca l’ennesima frontiera della decenza nello scontro politico. Ambientazione in un anfiteatro romano, musica e scenografia da Gladiatore, il trionfante condottiero (novello Cesare? dittatore pro tempore? imperatore prossimo venturo? chissà…) “Robertus Vannaccius” – proprio così negli hashtag di accompagnamento – siede nella “tribuna d’onore” del Colosseo accanto a Giorgia Meloni, Ignazio La Russa e all’augusta consorte di origine dacia Camelia Mihailescu, che fa il dito medio ai prigionieri giù nell’arena, mentre i leoni scalpitano per divorarli. Guai ai vinti, dunque: i malcapitati Elly Schlein, Giuseppe Conte, Romano Prodi e Laura Boldrini, legati a coppie, ai quali Vannaccius non riserva alcuna clemenza e indirizza il pollice verso, che parecchi dei suoi giovani seguaci scambieranno per il dislike di Facebook (d’altronde, nella propaganda digitale tutto si tiene).

Il miles gloriosus (e furioso) decreta, insomma, la loro condanna a morte, assecondato dalle urla del pubblico, tramite la falce e il martello che «loro non hanno mai usato» (essendo i politici di sinistra per natura degli “scioperati”). Ed ecco arrivare, arruolato per eseguire questa “sentenza” ultimativa, un gladiatore dalle fattezze di Giuseppe Barboni, il giustiziere di San Benedetto del Tronto. Il video made in Grok – non prodotto formalmente dallo staff di Futuro nazionale – è (auto)citazionista e come molti di quelli fatti con l’intelligenza artificiale pure un po’ confusionario. Ma, soprattutto, è di cattivissimo gusto e inaccettabile e, quindi, come si ripete in queste ore, l’ex generale ha oltrepassato l’ennesima soglia. Giustissimo. Ma non verissimo. Nel senso che la vannacciana «strategia della feccia» – termine da lui utilizzato insieme a quello di «figli di nessuno», nell’assemblea costituente del suo partito – non riconosce alcun limite, puntando sempre e solo a colpire al di sotto della cintola e a “épater les bourgeois”. Altrimenti che comunicazione politica (della) sporca (dozzina) sarebbe? La propaganda serrata di quest’ultima versione dell’imprenditore politico sicuritario e della paura mira innanzitutto a far parlare di sé, e a creare hype, apparendo “coerente” con slogan antisistema sempre più radicali, massimalisti e sovversivi. È l’overdose populista, un’addiction sempre crescente, e una rincorsa estremista nella campagna elettorale permanente che non ha fine, ma finisce per essere legittimata proprio dalla maggioranza di governo lanciata al suo inseguimento. Come insegnano le inesorabili leggi del marketing politico, chi detta l’agenda, ovvero l’originale, prevale sempre sulle copie: e oggi Meloni e Salvini stanno proprio normalizzando le parole d’ordine di Fn, a partire dal “format della remigrazione”. Quello che era impensabile – fino a pochi anni or sono – viene sdoganato all’insegna di una profezia che si autoavvera. La politica vannacciana è geneticamente “fuori legge”, a partire dal lessico che dall’occhieggiare al ventennio si è fatto direttamente (para)fascista, dai “badogliani” alla Decima mas, dal “me ne frego” agli “attributi”, senza dimenticare la retorica nazionalista novecentesca (da Piave a Caporetto). Semplicemente, stando fermo sul suo (non più così) criptofascismo, l’ex parà mena le danze e conduce il gioco – e così Fn si gonfia nei sondaggi e nei consensi. E stando fermo, anzi (con più precisione in riferimento al video) seduto accanto alla premier e al presidente del Senato – senza Crosetto, Salvini, né men che meno i moderati della maggioranza –, presenta pure il manifesto politico-visuale della sua offerta e della sua idea di coalizione spostata tutta a destra che più a destra non si può.

In ogni caso a muoversi, e moltissimo, è la sua comunicazione (diretta o dei proxy), come mostra il “feccioso” video gladiatorio. Un trionfo imperiale di trash, che rientra nella categoria della “slopaganda”, la propaganda Ai slop (ossia la “sbobba artificiale”), che mescola estetica iperrealista (o surreale) e contenuti acchiappaclic di infima qualità. Ampiamente usata da Trump, a cui l’ex generale si ispira in tutto e per tutto anche nello spostare l’asticella del consentito e dell’intollerabile ogni volta più in là. Come da esemplare «strategia della feccia», giustappunto.

Nell’immagine: Vannaccius imperator, fotogramma tratto dallo squallido video


«Genova 2001-2026. Nessuna notte finisce da sola»

Utilizzando analisi cliniche e balistiche una ricerca della Brown University ricostruisce 18 casi di minori colpiti da piccoli quadricotteri armati: un solo proiettile, un foro d'ingresso minuscolo e lesioni devastanti al capo, al collo o al torace 

«Prefazione»

Di Riccardo Bagnato Bulgarelli
L’ autore era inviato di alcune testate italiane a Genova, ed è il curatore del libro

Genova, luglio. Il caldo che sale dai vicoli come un respiro. L’odore del mare che non vedi ma senti, sempre, dietro ogni angolo. E quella luce particolare che taglia le ombre nette sui palazzi e fa brillare i sampietrini come fossero onde. Genova era così in quei giorni di luglio 2001. Era bella. Nessuno poteva immaginare cosa sarebbe successo.

Il G8 di Genova, dal 18 al 22 luglio 2001, fu uno di quei momenti in cui la storia sembra concentrarsi in pochi giorni, in poche ore, in pochi luoghi. Questo libro nasce dalla necessità di tornare su quei giorni: di raccogliere le voci di chi c’era, di chi vide, di chi subì, di chi ancora oggi porta dentro di sé il peso e la speranza di quella storia.

In quei giorni due mondi si guardavano senza vedersi, separati da una linea rossa tracciata sulle mappe e presidiata da migliaia di uomini in divisa. La chiamavano così: la zona rossa. Come il colore del pericolo. Come il colore del sangue che avrebbe macchiato l’asfalto di piazza Alimonda. Da una parte, il cuore del centro storico blindato, dove non si entrava senza il timbro giusto. Dall’altra, trecentomila persone che premevano contro le transenne con i loro cartelli, i loro cori, la loro rabbia e la loro speranza.

Il 20 luglio morì Carlo Giuliani, aveva ventitré anni. Fu colpito da un proiettile sparato da un carabiniere — un ragazzo poco più giovane — durante gli scontri del pomeriggio. C’è una fotografia, scattata un istante prima: Carlo con il braccio alzato, un estintore tra le mani, il volto coperto da un passamontagna. E c’è un’altra fotografia, scattata un istante dopo: Carlo a terra, immobile, e attorno a lui il vuoto. Tra quelle due immagini, tutto. Poi venne la notte.

E la notte portò la Diaz.

La scuola Diaz era un edificio come tanti, in via Cesare Battisti. Durante il G8 era diventata un dormitorio per i manifestanti. La sera del 21 luglio — era quasi mezzanotte — le forze dell’ordine entrarono. Quello che accadde fra quelle mura, nei minuti che seguirono, è stato raccontato da decine di testimoni, ricostruito in tanti processi e certificato da decine di sentenze. Ma le parole dei documenti ufficiali non restituiscono il suono dei manganelli sulla carne, delle urla, del vetro che si rompe, dei corpi che cadono: ottantadue feriti, di cui una sessantina ricoverati in ospedale, tre in prognosi riservata, novantatré arresti. 

E poi Bolzaneto. La caserma dove i fermati vennero condotti per l’identificazione. Ciò che accadde lì dentro — le umiliazioni, le percosse, le torture, sì, usiamo questa parola — appartiene a un repertorio d’altri tempi. Amnesty International, nei giorni successivi, parlò di «violazione dei diritti umani di dimensioni mai viste nella recente storia europea».

Ma questo libro non è solo questo. È soprattutto un racconto. Personale e corale. Perché a Genova, in quei giorni, erano arrivate trecentomila persone da ogni parte d’Italia, d’Europa, del mondo. Un popolo attraversato da mille anime diverse ma unito da una domanda di fondo: è possibile un’altra globalizzazione? È possibile un mondo in cui il mercato non sia l’unica legge, in cui i diritti vengano prima dei profitti?

Erano giovani e vecchi, preti e anarchici, sindacalisti e studenti, madri coi bambini, ragazzi e ragazze. Erano le Tute Bianche e i Beati Costruttori di Pace, erano Medici Senza Frontiere e i Centri Sociali del Nord-Est, erano Pax Christi, Mani Tese e Nigrizia, Amnesty International e Via Campesina, il sindacato della CGIL e Attac, la Tavola della Pace e la Rete di Lilliput, Emergency e Jubilee 2000. Erano 1.187 sigle diverse — millecentottantasette modi di dire la stessa cosa: che il mondo così com’era non andava bene. Che l’acqua doveva restare pubblica, i farmaci accessibili e il clima doveva essere difeso. Che il debito dei paesi poveri andava cancellato e le transazioni finanziarie tassate. Che il libero commercio non poteva esistere senza regole sociali e ambientali. Quel movimento chiedeva la sovranità alimentare contro i brevetti sulle sementi e la difesa dei servizi pubblici come beni comuni; proponeva il disarmo e dunque la riduzione delle spese militari, la giustizia climatica e il commercio equo; e si opponeva alle politiche migratorie restrittive, rivendicando una carta dei diritti dei migranti.

Tutto era cominciato qualche anno prima, nel Chiapas messicano, dove era scoppiata la rivolta zapatista proprio il giorno in cui era entrato in vigore il NAFTA, l’accordo di libero scambio tra Messico, Stati Uniti e Canada. Per i popoli indigeni di quella regione, il trattato implicava la fine delle terre comuni e la vittoria di un modello economico inaccettabile; inventarono allora una forma nuova di resistenza grazie a internet — locale nelle radici, globale nel messaggio — che avrebbe ispirato tutti i movimenti successivi. Il momento di svolta arrivò però a Seattle, negli Stati Uniti, cinque anni dopo, quando cinquantamila manifestanti bloccarono il vertice dell’Organizzazione Mondiale del Commercio: nacque il «popolo di Seattle». Da lì il movimento crebbe rapidamente, contestando i vertici di Washington, Praga, Nizza, Québec e Göteborg. A Napoli, nel marzo 2001, la violenta repressione del Global Forum anticipò quanto sarebbe accaduto al G8 di luglio.

Dentro la zona rossa, a Genova, si ritrovavano proprio i potenti che avevano voluto quell’accordo e i trattati successivi. I principali responsabili di una globalizzazione neoliberale contestata dagli zapatisti prima, dal popolo di Seattle poi. Erano i capi di Stato e di governo delle otto potenze industriali mondiali: USA, Canada, Regno Unito, Francia, Germania, Italia, Giappone e Russia. I vertici dell’Unione Europea, delle Nazioni Unite, del Fondo Monetario Internazionale, della Banca Mondiale. Tra gli invitati anche i rappresentanti di Algeria, Nigeria, Sudafrica, Mali, Senegal. Era il G8: il summit che doveva governare la globalizzazione. Fuori, il futuro era già lì, e bussava alle porte. Ma la risposta fu la repressione. Due anni dopo — due anni dopo Genova, due anni dopo l’11 settembre, due anni dopo che il mondo era cambiato ancora una volta — quel movimento era ancora vivo. Il 15 febbraio 2003, contro la guerra in Iraq che gli Stati Uniti  del presidente George W. Bush stavano per scatenare, scesero in piazza tra i dodici e i quattordici milioni di persone, in più di seicento città del mondo. Fu la più grande manifestazione coordinata nella storia dell’umanità. Il New York Times scrisse: «Le imponenti manifestazioni contro la guerra tenutesi in tutto il mondo questo fine settimana ci ricordano che sul pianeta potrebbero esserci ancora due superpotenze: gli Stati Uniti e l’opinione pubblica mondiale» (Patrick E. Tyler, «A New Power in the Streets», New York Times, 17 febbraio 2003). Un riconoscimento importante, che sollevava una domanda: può l’opinione pubblica mondiale diventare un soggetto politico? Poi, però, la guerra fece quello che le riesce meglio: seppellì la risposta.

Quello che state per leggere è solo in parte il racconto di quei giorni. È anche il racconto di quello che i processi, le sentenze e i venticinque anni trascorsi da quel luglio 2001 hanno lasciato dietro e dentro di sé. È il tentativo di restituire, a venticinque anni di distanza, parte di quell’esperienza e di quei sentimenti.

C’è Francesca che racconta quello che ha preceduto l’evento nella sua città. Leonardo, che ha attraversato tutte le giornate del G8 da manifestante — e chissà cosa avrà pensato, la sera del 20, tornando nel suo sacco a pelo. Gabriella, giornalista, inviata nella zona rossa per raccontare l’altro versante. Luca, uno dei volti dei Disobbedienti, e oggi impegnato nelle missioni di Mediterranea Saving Humans, a salvare persone nel Mare Nostrum — come se non avesse mai smesso di cercare un altro mondo. Ebe, che dovette rimanere a casa, mentre suo fratello era potuto partire per Genova. Lorenzo, che alla Diaz fu picchiato e arrestato. Roberto, che negli anni dopo dovette scrivere una delle sentenze più importanti su quanto successe nella caserma di Bolzaneto — e chissà cosa avrà provato, a mettere nero su bianco l’orrore. Gilberto e Alessandra, avvocati del Genoa Legal Forum, che corsero da un commissariato all’altro aiutando i fermati. Vittorio, che si trovò a fare il portavoce del Genoa Social Forum, e questo gli cambiò la vita. Silvia, all’epoca non ancora sedicenne e oggi sindaca della città di Genova. Donatella, che i movimenti sociali li ha studiati per anni, con la pazienza dello scienziato e la passione della militante. Glauco, venuto a Genova per testimoniare una certa idea repubblicana — quella delle istituzioni che proteggono, non che picchiano. Carlo, della rete PeaceLink. Christophe e Vincent, di Attac Francia, che avevano attraversato le Alpi per organizzare quel controvertice. E Haidi. Haidi Gaggio Giuliani, la madre di Carlo. A lei, in particolare, va la nostra gratitudine per aver accettato di partecipare a questo racconto.

A tutti e tutte, grazie. Grazie per aver ripreso in mano i vostri ricordi e per averli affidati a queste pagine. 

Questo libro vuole essere un atto di conoscenza e di coscienza. Una storia che parla di noi — di quello che eravamo, di quello che siamo diventati, di quello che potremmo ancora essere.

Perché quello che accadde a Genova riguarda tutte e tutti. Riguarda chi non c’era e chi non era ancora nato. Riguarda l’idea che ci portiamo dentro — spesso senza saperlo — di cosa sia lo Stato, di cosa sia la democrazia, di cosa siano i diritti e i doveri. Riguarda quel confine sottile tra il potere e chi lo subisce, tra la forza e la legge, tra l’ordine pubblico e la libertà di scendere in piazza a dire no. Una libertà che appare oggi più fragile che mai.

Da qui nasce una domanda: sarebbe potuta andare diversamente? Non possiamo saperlo, ma il solo fatto di porla significa rifiutare l’idea che la storia sia un destino già scritto. Significa che siamo ancora in tempo — siamo sempre in tempo — per un mondo migliore.

Venticinque anni dopo possiamo dirlo: quel movimento aveva ragione. 

Ma la lezione più difficile è un’altra. 

Avere ragione non basta.

© 2026 Riccardo Bagnato Bulgarelli
Pubblicato in «Genova 2001-2026. Nessuna notte finisce da sola»
Prima edizione a cura di Riccardo Bagnato Bulgarelli — parallels.it (2026)
Licenza CC BY-ND 4.0

 

«IL TALLONE DI FERRO»

Di Gilberto Pagani
Legale del
«Genova Legal Forum » e della famiglia Giuliani

Il mio G8 è cominciato il 14 luglio 2001, una settimana prima dell’inizio ufficiale. Una colonna di anarcociclisti provenienti dalla Germania era bloccata alla frontiera di Chiasso e ad alcuni di loro veniva impedito di entrare in Italia perché rappresentavano un pericolo per la sicurezza pubblica. Dopo estenuanti trattative alla frontiera e un ricorso urgente al TAR (Tribunale Amministrativo Regionale, ndc) che consentiva loro l’accesso in Italia, sono andato a Genova insieme ad altre decine di avvocati di tutta Europa per dare supporto legale ai manifestanti che in quei giorni convenivano da tutto il mondo.

In quei due giorni si è visto quanto fosse importante la nostra presenza. Dopo la prima giornata dedicata ai migranti, svoltasi in tutta tranquillità e con intensa partecipazione, nei giorni seguenti abbiamo sperimentato sulla nostra pelle il tallone di ferro del potere che si scagliava contro il più grande movimento sociale degli ultimi anni. Non a caso anche Amnesty International ha riconosciuto quanto accaduto a Genova nel luglio 2001 come una delle più gravi violazioni dei diritti umani in occidente del dopoguerra.

I giorni di Genova, le grandi manifestazioni, ma anche le innumerevoli violazioni delle leggi, le violenze gratuite ed efferate contro persone pacifiche ed inermi, l’omicidio di Carlo Giuliani hanno avuto come sfondo comune la partecipazione massiccia di giovani e meno giovani provenienti da tutti gli angoli della terra, che a migliaia sono sfilati nei cortei, hanno partecipato ai dibattiti e alle tante iniziative e sono stati vittime della violenza di stato. Abbiamo visto il nuovo movimento globale dispiegarsi in maniera mai vista prima. Non erano delegazioni estere, ma una moltitudine di persone, in gran parte non appartenenti ad organizzazioni tradizionali, che si riconoscevano in questo grande movimento che si opponeva alle pretese di comando e di ordine mondiale che i potenti della terra riuniti a Genova intendevano imporre e gridava che un altro mondo è possibile.

Dalla nostra postazione al Convergence Centre sono passati tutti: dagli irlandesi che abbiamo “scortato” sino al campeggio (si sentivano protetti da tre avvocati e un prete…), alle centinaia di persone che chiedevano informazioni, volevano presentare denunce per le violenze subite, si offrivano di testimoniare su ciò che avevano visto. Decine i feriti che avevano paura di farsi visitare in ospedale a Genova. E quante persone ho incontrato, non tanto in quei giorni, ma negli anni successivi quando si è trattato di permettere a tutte le vittime della mattanza, della «macelleria messicana», di poter difendere i propri diritti prima per essere scagionati da accuse gravissime, poi per avere un risarcimento per quello che avevano ingiustamente subito.

Per un caso della vita sono stato l’unico avvocato che ha potuto entrare nel carcere di Pavia prima dell’inizio dell’udienza di convalida, cioè la procedura di verifica della legittimità degli arresti. In quel momento c’erano decine di ragazzi (le donne erano in un altro carcere) percossi brutalmente e arrestati alla Diaz, torturati a Bolzaneto, in procinto di affrontare un’udienza in cui si decideva se dovessero restare in carcere per una serie di reati gravissimi. Quel che segue è storia.

L’accusa di devastazione, saccheggio e associazione sovversiva è stata archiviata quando è emersa la verità dei fatti, in seguito alla quale molti agenti e funzionari sono stati condannati per gli abusi e le violenze, ma a pene miti (non era ancora stato introdotto il reato di tortura) e i danni subiti da centinaia di manifestanti sono stati risarciti dopo un gran numero di sentenze, fino alla Corte di Cassazione e alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Nulla potrà mai risarcire il dolore, l’angoscia, la sofferenza, lo stress traumatico che le vittime di Genova hanno subito, ma per lo meno è stata completamente ribaltata la narrazione iniziale confezionata dagli apparati statali e da gran parte della stampa.D. è stato il primo che ho visto, indossava la stessa maglietta sporca del suo sangue, il braccio ingessato (molti alla Diaz hanno subito fratture del genere per proteggersi dalle manganellate sulla testa), era stato portato direttamente dal pronto soccorso a Bolzaneto. Poi molti altri ne ho incontrati con un rapporto che è andato ben al di là del consueto rapporto avvocato/cliente. Quello che abbiamo vissuto a Genova e quello che apprendevamo nei racconti di chi aveva fatto quella terribile esperienza ci hanno resi più vicini e accomunati tra di noi.

Mi ricordo la notte alla Questura di Pavia, le centinaia di ragazzi passati per la Diaz e Bolzaneto e in procinto di essere espulsi, angosciati dal dover affrontare un viaggio per tornare ai loro paesi accompagnati dalle stesse divise di coloro che li avevano brutalizzati. Mi ricordo, quella stessa notte, i dialoghi aspri e concitati con Prefetto e Questore che alla fine hanno consegnato a me alcuni giovani inglesi scarcerati ed espulsi perché non vi era altro modo di farli giungere a destinazione. Mi ricordo S., giovane quacchera americana, pacifista per definizione, catapultata in un incubo che però l’ha indotta a diventare avvocata per difendere gli stessi diritti che a lei erano stati negati. Mi ricordo soprattutto della mamma di Carlo, la dolce Haidi che mai ha avuto parole d’odio contro chi prima le ha assassinato il figlio con un colpo di pistola, poi ha fatto di tutto per coprire le responsabilità non solo di chi impugnava l’arma ma di chi aveva congegnato la trappola nella quale è caduto tutto il movimento.

Da che mondo è mondo, il potere si è retto su arbìtri e violenze, cui si è tentato di opporsi con un sistema normativo basato sulla divisione dei poteri e l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, ma lo stato di guerra mondiale a pezzi (come diceva Papa Francesco) giustifica e consolida uno stato permanente di labilità e di evanescenza dei diritti. I diritti che pensavamo consolidati (la libertà di opinione, di movimento, l’habeas corpus, ovvero il diritto a non essere detenuti arbitrariamente senza controllo giudiziario) sono ormai precari. Ma non è con l’idealizzazione a un ritorno a uno Stato di diritto —  nemmeno più teorizzato — che si può pensare di rimediare a queste storture e a queste ingiustizie.

Oggi domina un nuovo assolutismo, e il principe alle cui imposizioni tutti devono sottostare si chiama silenzio. Il silenzio mediatico, il silenzio politico, il silenzio delle coscienze che tacciono sul genocidio di Gaza, così certificato dalla Commissione ONU nel settembre 2025, sullo sfruttamento bestiale dei lavoratori in occidente, sulla politica criminale che affama i popoli, il tutto coperto dalla compiacente comprensione dell’informazione mainstream e infiorettato dalle fake news. Le disumane regole di sfruttamento e di prevaricazione sono giustificate con il perenne momento “eccezionale” e fatte rispettare con la violenza. Ma la brutalità e la violenza dispiegate a Bolzaneto e a Guantanamo e oggi in Ucraina, in Palestina, in Venezuela e in Iran non hanno alcun carattere di eccezionalità. Sono ormai la regola, la regola secondo la quale le norme sono continuamente modificabili e modificate secondo i bisogni del momento e secondo la legge del più forte.

© 2026 Gilberto Pagani
Pubblicato in «Genova 2001-2026. Nessuna notte finisce da sola»
Prima edizione a cura di Riccardo Bagnato Bulgarelli — parallels.it (2026)
Licenza CC BY-ND 4.0

«Genova 2001-2026. Nessuna notte finisce da sola» (a cura di Riccardo Bagnato Bulgarelli, parallels, 2026), da cui è tratta la testimonianza della sindaca di Genova, Silvia Salis, racconta quelle giornate attraverso le voci di chi le ha vissute: Vittorio Agnoletto, Luca Casarini, Haidi Gaggio Giuliani, Carlo Gubitosa, Gilberto Pagani, Alessandra Ballerini, Roberto Settembre, Lorenzo Guadagnucci, Francesca Pongiluppi e molti altri. Dalla morte di Carlo Giuliani al blitz alla Diaz, fino a Bolzaneto: un atto di memoria collettiva sui rapporti tra Stato e cittadini. Il libro è acquistabile esclusivamente online, su parallels.it e nelle principali librerie digitali. Prezzo: 20 € (brossura), 9,99 € (eBook)

 


Al-Hayya, l’uomo di Teheran scampato ai raid: “È un duro, con lui niente disarmo a Gaza”

Utilizzando analisi cliniche e balistiche una ricerca della Brown University ricostruisce 18 casi di minori colpiti da piccoli quadricotteri armati: un solo proiettile, un foro d'ingresso minuscolo e lesioni devastanti al capo, al collo o al torace 

Di Fabio Tonacci, La Repubblica

Non è iraniano e non è neanche sciita, eppure è l’uomo di Teheran. Dentro Hamas, a Gaza, fuori da Gaza. Il 62 enne Khalil al-Hayya ha sempre creduto, e tuttora crede, che il vero alleato per il movimento islamista palestinese non stia da cercare nella penisola arabica, piuttosto sull’altipiano iranico, e che professi una fede non sunnita ma, comunque, anti-israeliana, anti-americana, anti-occidentale. Dunque la sua elezione a leader, carica che manterrà fino al prossimo anno, è la prova che Hamas non si sposta dalla posizione dove si trovava il 7 ottobre 2023, ossia sotto l’ombrello di ciò che resta del cosiddetto Asse della Resistenza, di cui la Repubblica islamica è, ancora e nonostante due guerre, ispiratrice e padrona.

Al-Hayya coltivava un rapporto personale sia con la Guida Suprema Ali Khamenei, ostentato diffondendo le foto delle sue visite a Teheran, sia con il più fedele dei proxies iraniani, Hassan Nasrallah, segretario di Hezbollah fino al giorno in cui una pioggia di bombe israeliane lo ha seppellito nel suo bunker di Beirut. È inoltre documentato un incontro, in Libano nel luglio 2023, con Mohammad Saeed Izadi, generale dei pasdaran incaricato di tenere i contatti con Hamas e Jihad islamica palestinese.

Secondo fonti dell’intelligence americana, in quell’occasione al-Hayya riferisce di un piano che sarebbe stato messo in pratica di lì a poco, ideato dal capo di Hamas a Gaza, Yahya Sinwar, di cui era il braccio destro: un assalto sanguinario ai kibbutz vicini al recinto della Striscia. Del giorno che ha cambiato il Medio Oriente, al-Hayya dirà: «In realtà sarebbe dovuta essere un’operazione limitata, per catturare un po’ di soldati israeliani e scambiarli con i detenuti palestinesi, ma l’esercito sionista è collassato».

Nato a Gaza City nel novembre del 1960 e cresciuto in una famiglia conservatrice che, come altre, ha subito le conseguenze della Guerra dei Sei Giorni, al-Hayya studia l’Islam e si lega ai Fratelli musulmani. Incontra lo sceicco Ahmed Yassin nel marzo del 1980, rimanendone folgorato: non a caso è presente all’atto costitutivo di Hamas, nel 1987.

«Con lui al potere, non cambierà niente nella strategia del gruppo», ragiona Guy Aviad, autore e analista israeliano che segue da anni il movimento islamista. «Non permetterà la smilitarizzazione della Striscia né ordinerà alle Brigate Qassam di lasciare le armi». La linea più dura.

L’uomo è un sopravvissuto, in un certo senso. Più accumula peso politico, più Israele tenta di ucciderlo. Al-Hayya ha la furbizia, o la fortuna, di scampare a diversi attentati, al prezzo, però, di vedere scorrere il sangue della propria famiglia: nel maggio 2007, in un raid dell’Idf sulla sua casa, perde sette parenti, tra cui due fratelli; nel 2008 un drone uccide suo figlio Hamza, combattente delle Brigate Qassam; nel 2014 a morire è il primogenito, Osama, la nuora e tre nipoti; nel settembre 2025, da ultimo, al-Hayya è nell’edificio di Doha distrutto dall’Idf grazie al tracciamento dei telefonini: lui si ferisce, a perdere la vita e suo figlio Human. E un altro figlio, Azzam, è morto quest’anno in un raid aereo nel quartiere Daraj a Gaza City.

Sopravvissuto e negoziatore. Per tre volte guida la delegazione di Hamas che tratta indirettamente con Israele il rilascio degli ostaggi. In Egitto firma l’accordo in 20 punti di Trump sulla tregua a Gaza e la creazione del Board of Peace, mai entrato in attività. Una trattativa di cui si parla meno, ma cruciale per gli equilibri interni, è quella che al-Hayya nel 2022 conduce per riannodare il filo col dittatore siriano Bashar al-Assad, alawita e protetto degli ayatollah iraniani, con cui l’allora leader di Hamas, Khaled Mesh’al aveva rotto. Una mossa fondamentale, quella di al-Hayya, nata in nome e per conto dell’Asse della Resistenza anti-Israele. E che oggi gli consente la vittoria al ballottaggio proprio contro Mesh’al, il vecchio capo, che non è certo un moderato, ma non ha il favore di Teheran.

Nell’immagine: Kalilil al-Hayya  con Ali Kamenei


Vivere, e morire, dalla parte “sbagliata”

Utilizzando analisi cliniche e balistiche una ricerca della Brown University ricostruisce 18 casi di minori colpiti da piccoli quadricotteri armati: un solo proiettile, un foro d'ingresso minuscolo e lesioni devastanti al capo, al collo o al torace 

Di Mauro Palma, il manifesto

Non so cosa faccia più rabbrividire nell’esaminare il video dell’uccisione di Abderrahim Fakir nell’operazione di fermo e ammanettamento da parte della Polizia a Bologna, al Pilastro. Certamente, l’assoluta assenza di minima professionalità degli agenti che non si sono neppure resi conto che stavano finendo di contenere un cadavere. Accanto, l’incapacità degli operatori sanitari presenti che assistono perché sembrano essere più presi, nonostante il loro ruolo specifico, dalla necessità che sia assicurata la completa contenzione dell’uomo fermato che non la sua salute; e l’inettitudine degli astanti che sembrano assistere a qualcosa di ‘normale’, non capace di suscitare un moto di turbamento, se non sdegno, neppure quando l’uomo a terra più volte richiede aiuto. Ancor più fanno rabbrividire i commenti di molti sui social all’interno di una crescente adesione a un modello che non riconosce talune persone come portatrici di diritti, neppure quelli più elementari e fondamentali.

C’è una crescente abitudine al sopruso di chi si sente dalla parte giusta e, simmetricamente, non riconosce come persona chi, nel suo schema mentale, è nella parte sbagliata e, come tale, può essere oggetto di ogni vessazione, fino anche alla morte: non è una persona, ma un nemico. Il suo essere persona di origine straniera, anche se da anni radicata nelle stesse vie, ne aumenta l’inimicizia.

Viene alla mente un’affermazione di Hanna Arendt, nel suo Le origini del totalitarismo, dove individuava la vera sventura per una collettività non già nella negazione di singoli diritti, ma nell’incapacità di riconoscere ogni persona, indipendentemente dalle sue specificità, come appartenente al suo stesso corpo sociale e titolare di diritti: una società che non riconosce l’appartenenza di ogni sua parte determina la disgregazione del proprio tessuto democratico e individua progressivamente nuovi nemici al proprio interno.

Questo è un rischio attuale per il nostro Paese che sembra abituarsi anche a immagini che dovrebbero non lasciare minimi spazi di giustificazione, in particolare da parte di chi ha una qualche responsabilità istituzionale: non lascia margini di possibile estensione della legittima difesa, comunque la si vorrà scrivere e proporre al nuovo esame parlamentare, l’immagine del calcio in testa al morente da parte del gioielliere pistolero, oggi divenuto simbolo di chi prospetta il modello di giustizia ‘fai da te’, dopo aver promosso o supportato ronde, fustigatori nelle metropolitane o altre variegate forme di privatizzazione della sicurezza urbana.

Né lascia margini di possibile interpretazione positiva quella muta inazione dei presenti mentre per più minuti due agenti di polizia sono pesantemente sopra una persona a terra, che invoca aiuto, senza avere la capacità professionale di permettergli di respirare. Immancabilmente si sentiranno tra breve le voci urlanti quando gli agenti riceveranno l’inevitabile avviso di garanzia, all’unisono con la cagnara che continua attorno a una sentenza pronunciata da tre diversi collegi ad Asti, Torino e Roma. Del resto si era già sentito il coro del consenso immediato al poliziotto da parte delle stesse forze politiche anche dopo l’uccisione di Mansouri a Rogoredo, prima di aver fatto silenzio dopo ciò che l’indagine faceva emergere. E, andando indietro a un’altra vicenda, anche dopo i pestaggi nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, tuttora in dibattimento, c’era chi – sempre con ruolo istituzionale – era andato a dare il proprio sostegno a chi di lì a poco sarebbe stato incriminato.

Sono vicende che non sembra abbiamo suggerito una maggiore cautela; al contrario ogni volta si è alzato il tiro, sempre basandosi sul presunto consenso popolare, rinunciando a qualsiasi ruolo di direzione democratica che dovrebbe avere chi ha responsabilità politica e istituzionale, all’affannosa ricerca di consenso. Ed esponendo anche il Paese a censure internazionali: l’intervento odierno al Pilastro sembra la riproposizione del caso fiorentino di dodici anni fa della morte di Riccardo Mogherini che ha portato alla condanna dell’Italia da parte dei giudici di Strasburgo per violazione, sostanziale e procedurale, dell’articolo 2 della Convenzione che sancisce l’obbligo inderogabile per lo Stato di tutelare la vita di ogni persona nel suo territorio. Sono passati soltanto due mesi dalla conferma di quella sentenza da parte della Grande Camera.

Vi si legge che «Alla luce di quanto sopra, la Corte non è convinta che, all’epoca dei fatti, le autorità statali avessero adempiuto adeguatamente al loro obbligo positivo di formare i propri agenti delle forze dell’ordine in modo da garantire che essi possedessero il livello di competenza richiesto nell’impiego di tecniche di immobilizzazione, come la posizione prona, che potevano rappresentare un pericolo per la vita». Sembra proprio che questa valutazione possa affermarsi anche oggi. Tristemente. Perché si sente crescere l’abitudine a considerare alcune vite quasi volatili, non connesse a persone, aspirazioni, affetti, ma numeri e casi ingombranti, di cui non si memorizzano i nomi e si ricorda soltanto vagamente che erano vite altre, casi difficili, esuberi forse.

Ma anche le voci di chi s’indigna risultano deboli, sempre segnate dalla paura di perdere terreno sul tema della sicurezza, declinato come riduzione di spazi di libertà e non come garanzia di effettività dei diritti per tutti. Dimenticando che l’inseguimento di paure, presunte e adeguatamente costruite, non possa essere il terreno anche di chi intenda credibilmente opporsi all’attuale impianto culturale e di azione governativa, di chi voglia costituire un modello sociale che sia concretamente alternativo a chi pensa di estendere la legittima difesa fino al confine della vendetta e a chi crede che sia sicura una città dove l’impreparazione professionale può tradurre la necessità di fermare il comportamento anomalo di una persona nella sua morte.


Anche in Svizzera la democrazia non è in gran forma

Utilizzando analisi cliniche e balistiche una ricerca della Brown University ricostruisce 18 casi di minori colpiti da piccoli quadricotteri armati: un solo proiettile, un foro d'ingresso minuscolo e lesioni devastanti al capo, al collo o al torace 

Divieto delle armi nucleari

Già nel 2018 il Parlamento aveva chiesto a larga maggioranza che il Consiglio federale firmasse il trattato dell’ONU per il divieto delle armi nucleari. Sebbene il Consiglio federale sia in linea di principio favorevole a un mondo senza armi nucleari, ritiene che il divieto non sia opportuno nei confronti dei Paesi della NATO, alcuni dei quali sono geograficamente vicini. Nel 2023 la verde Marionna Schlatter (ZH) ha chiesto nuovamente di firmare finalmente il trattato, ma il Consiglio federale insiste nel suo «no».

Revocare il divieto di costruire nuove centrali nucleari

Il Consiglio federale respinge l’iniziativa «Blackout», ma come controproposta intende revocare il divieto di costruire nuove centrali nucleari approvato dal popolo nel 2017. In Parlamento l’obiettivo è stato raggiunto; grazie alle crescenti pressioni esercitate su alcuni parlamentari, nella scorsa sessione estiva è stata ottenuta una maggioranza risicata anche in Consiglio nazionale. I Verdi, i Verdi-Liberali e il PS non sono affatto d’accordo, poiché il popolo alcuni anni fa ha detto chiaramente «no» all’energia nucleare e si è espresso a favore delle energie rinnovabili. Lanciano il referendum, sostenuti dalle donne del Partito di Centro e da diverse organizzazioni ambientaliste. Si profila un referendum popolare.

Il Consiglio federale taglia drasticamente gli aiuti allo sviluppo

Il Consiglio federale intende risparmiare 100 milioni in più a partire dal 2029 ed eliminare 102 posti di lavoro. Circa 66 collaboratori locali all’estero dovrebbero essere licenziati; non è ancora chiaro cosa ne sarà dei restanti 30 dipendenti in Svizzera. Verrà interrotta la cooperazione allo sviluppo in Colombia, Perù, Venezuela, Sudafrica, Ghana e Azerbaigian. La Svizzera si ritira dal Sudamerica.

Il Parlamento aveva già ridotto la cooperazione di 482 milioni di franchi fino al 2028 a causa dei crescenti costi per gli armamenti e di un presunto maggiore sostegno agli aiuti umanitari; la quota di questi ultimi nelle spese dovrebbe essere notevolmente aumentata. Queste decisioni sono oggetto di aspre critiche non solo da parte della sinistra e delle organizzazioni umanitarie. Anche 27 fondazioni, alcune delle quali di grandi dimensioni, muovono aspre critiche al Consiglio federale: è in gioco la credibilità della Svizzera. L’appello è stato firmato, tra gli altri, dai gruppi Zurich, Swiss Re, dalla Fondazione Roger Federer e dal Partners Group. Proprio in un periodo di crescenti tensioni geopolitiche e di conflitti sempre più frequenti, la cooperazione allo sviluppo rappresenta un investimento in stabilità, sicurezza e prevenzione.

Nessuna critica a Israele

Il Consiglio federale ha ricevuto diversi appelli, anche da ex ambasciatori, affinché si impegni con determinazione nei confronti del governo israeliano per il rispetto del diritto internazionale. Occorre garantire la protezione dei civili a Gaza e in Cisgiordania. È quanto hanno chiesto, tra gli altri, 30 professori di diritto internazionale. Inoltre, numerose personalità del mondo della politica, dell’economia e della cultura, tra cui gli ex consiglieri federali Joseph Deiss, Micheline Calmy-Rey e Ruth Dreifuss, hanno esortato il Governo ad accogliere le vittime civili provenienti da Gaza e a fornire loro assistenza medica in Svizzera.

I firmatari sono inorriditi dalla situazione a Gaza, dove la popolazione palestinese soffre la fame, la sete e la mancanza di cure mediche. Allo stesso tempo, a Gaza continuano ad essere uccisi anche bambini, mentre in Cisgiordania i coloni e la polizia cacciano i palestinesi, distruggono i loro uliveti o se ne appropriano.

Il Consiglio federale si rifiuta tuttavia di intervenire con determinazione su Israele per porre fine ai numerosi crimini. Ripete costantemente che tutte le parti sono tenute a rispettare il diritto internazionale; non viene espressa alcuna critica concreta nei confronti di Israele. La Svizzera, in qualità di Stato depositario delle Convenzioni di Ginevra, sarebbe in realtà tenuta a farlo. Non viene limitata nemmeno la cooperazione con Israele.

Canone Radio-TV

In vista della votazione sull’iniziativa dell’UDC volta a dimezzare il canon RTV, il consigliere federale Albert Rösti ha ridotto con un’ordinanza il canone da 335 a 300 franchi. Ciò è stato considerato una controproposta; il Consiglio federale ha approvato la riduzione. Quando l’iniziativa dell’UDC era stata lanciata, Rösti presiedeva il partito ed era co-promotore. L’iniziativa per dimezzare il canone è stata respinta a larga maggioranza dal popolo e dai Cantoni.

Tuttavia, nonostante il chiaro risultato, la sera della domenica di votazione Rösti ha sottolineato che bisognava prendere sul serio i voti favorevoli (38 per cento). L’equilibrio dei contenuti della SRG sarebbe stato «con notevole frequenza» oggetto di discussione nella campagna referendaria. Il Consiglio federale vorrebbe «imporre restrizioni» alla SRG nel settore dello sport e dell’intrattenimento. Si tratta di un’interpretazione sfacciata della volontà popolare da parte di un politico dell’UDC e oppositore della SSR.

Limite di velocità a 30

Il consigliere federale Rösti intende modificare l’ordinanza secondo cui il limite di velocità a 30 all’interno dei centri abitati è consentito solo in determinati casi eccezionali. A tal fine, tra l’altro, si dovrà dimostrare che ciò non provochi un dirottamento del traffico verso le strade dei quartieri. Il Consiglio federale ha raccolto molte critiche: l’autonomia comunale verrebbe limitata e gli aventi diritto di voto non possono esprimersi in merito alle ordinanze. Per l’Ufficio di prevenzione degli incidenti (UPI), il limite di velocità a 30 km/h è una misura efficace per prevenire gli incidenti. Il governo ha il sostegno del Parlamento, che ha chiesto di limitare l’applicazione del limite a 30 km/h. Il Consiglio degli Stati è d’accordo; il Consiglio nazionale si occuperà del tema del limite a 30 km/h in una delle prossime sessioni.

Salari minimi

Nei Cantoni di Neuchâtel, Giura, Ginevra, Ticino e Basilea Città i salari minimi sono stati introdotti tramite votazioni popolari. Anche nelle città di Lucerna, Winterthur e Zurigo gli aventi diritto di voto si sono espressi a favore dei salari minimi. In alcune professioni – settore alberghiero e della ristorazione, parrucchieri, pulizie, vendita – capita che i lavoratori e le lavoratrici guadagnino così poco da non riuscire a sbarcare il lunario. Questo è il motivo per cui i salari minimi sono stati sostenuti e introdotti. Il Tribunale federale ha recentemente riconosciuto i salari minimi come misura sociale.

Tuttavia, un’iniziativa del consigliere agli Stati di centro Erich Ettlin (OW) ha chiesto che i salari previsti dai contratti collettivi di lavoro vengano applicati in modo coerente, anche se i salari ivi menzionati sono inferiori ai salari minimi approvati dal popolo.

La maggioranza borghese ha sostenuto la mozione di Ettlin, contro la volontà del Consiglio federale. La delusione tra il PS e i Verdi è stata grande, poiché non possono accettare che un salario non sia sufficiente per vivere in Svizzera. Hanno lanciato il referendum e sperano, con il sostegno della maggioranza degli aventi diritto di voto, di salvare i salari minimi.

Nell’immagine: che abbiano giurato così?


Una fondazione italiana costringe la Procura ticinese a restituirle tre milioni bloccati in Svizzera

Utilizzando analisi cliniche e balistiche una ricerca della Brown University ricostruisce 18 casi di minori colpiti da piccoli quadricotteri armati: un solo proiettile, un foro d'ingresso minuscolo e lesioni devastanti al capo, al collo o al torace 

Gotham City, tvsvizzera.it

Per quasi 15 anni, circa tre milioni di euro sono rimasti bloccati su conti bancari ticinesi. Il denaro apparteneva a una fondazione ospedaliera italiana, vittima di un vasto sistema di sottrazione indebita di fondi. Per riottenerlo, l’istituzione ha infine deciso di agire contro il Ministero pubblico ticinese, accusandolo di aver rallentato ingiustificatamente la procedura. In due sentenze emesse tra maggio e giugno 2026, il Tribunale penale federale le ha dato ragione.

Settanta milioni di euro sottratti

La Fondazione Salvatore Maugeri, con sede a Pavia, è un importante centro di cura e riabilitazione. Tra la fine degli anni Novanta e il 2011, circa 70 milioni di euro sono usciti dalle sue casse senza destare sospetti. Secondo quanto accertato dalla magistratura italiana, il meccanismo sfruttava falsi contratti di consulenza medica per trasferire denaro verso società estere.

Una parte di quei fondi sarebbe servita per finanziare il tenore di vita di Roberto Formigoni, presidente della Regione Lombardia dal 1995 al 2013. Processato per corruzione, l’ex governatore è stato condannato in via definitiva nel 2019 a cinque anni e dieci mesi di reclusione. Anche diversi intermediari e dirigenti sono stati riconosciuti colpevoli. La stampa italiana aveva ribattezzato la vicenda “caso Maugeri”.

La pista ticinese

Come spesso accade in operazioni di questo tipo, il denaro è transitato attraverso la Svizzera, in questo caso mediante conti bancari a Lugano e Bellinzona. Già nel 2011 la Procura di Milano aveva chiesto alle autorità elvetiche di congelare gli averi coinvolti nella vicenda.

Una volta divenute definitive le condanne in Italia, i giudici milanesi hanno ordinato che quasi tre milioni di euro bloccati in Ticino fossero restituiti alla Fondazione Maugeri, riconosciuta come parte lesa. Prima, però, bisognava rendere esecutiva la decisione in Svizzera.

Ed è qui che la procedura si è arenata. Dal 2019 la fondazione ha ripetutamente chiesto al Ministero pubblico ticinese di procedere al versamento delle somme. Senza successo. Il procuratore ha di volta in volta richiamato presunte contraddizioni nelle richieste italiane, un procedimento penale aperto in Ticino oppure la necessità di garantire il diritto di essere sentite ad altre persone coinvolte. Nel frattempo, gli anni passavano e il denaro restava congelato

Richiamo del Tribunale

Alla fine di gennaio 2026 la fondazione si è così rivolta al Tribunale penale federale (TPF) denunciando un “diniego di giustizia”. Il richiamo ha avuto effetto. Poche settimane dopo, il 2 marzo, la procura ticinese ha finalmente emanato la decisione che consente la restituzione delle somme. Il ricorso è così divenuto privo di oggetto.

Tuttavia, il 4 maggio i giudici del TPF hanno ritenuto che il Ministero pubblico avesse effettivamente ritardato la procedura senza valido motivo, condannandolo a versare un’indennità alla fondazione. L’importo, pari a 2’000 franchi, ha soprattutto un valore simbolico.

L’ultimo ricorso

La vicenda non era però ancora conclusa. Un ex collaboratore della fondazione, anch’egli condannato in Italia a oltre sette anni di carcere e titolare di una parte delle somme depositate su conti svizzeri, ha tentato di bloccare la restituzione. Sosteneva che quel denaro non fosse collegato ad alcun reato.

Con una decisione del 9 giugno 2026Collegamento esterno, il Tribunale penale federale ha respinto il suo ricorso e confermato la restituzione, sancendo che i fondi appartenevano effettivamente alla fondazione.

Quindici anni dopo la prima richiesta di assistenza giudiziaria e otto anni dopo la condanna definitiva pronunciata in Italia, la Fondazione Maugeri potrà dunque recuperare i suoi tre milioni di euro: una piccola parte dei circa 70 milioni sottratti, la maggior parte dei quali era già stata recuperata in Italia.

La Fondazione Maugeri era assistita dagli avvocati Pascal Del Prete, mentre l’ex collaboratore della fondazione era rappresentato da Mario Postizzi. I due legali non hanno risposto alle richieste di commento.

Nell’immagine: il “Celeste” ai tempi dello splendore: il 29 marzo 2010 Roberto Formigoni è appena stato eletto per il quarto mandato alla testa della Regione Lombardia.