Piscina di Carona: il disa­stro della poli­tica

Di Mat­teo Poretti 

Al caso della piscina di Carona si è aggiunto un nuovo capi­tolo. Una mag­gio­ranza inter­par­ti­tica del Con­si­glio comu­nale di Lugano ha inviato al Tri­bu­nale can­to­nale ammi­ni­stra­tivo una “richie­sta di sol­le­cita trat­ta­zione del ricorso con­cer­nente la variante (…) (…) di Piano rego­la­tore del com­parto del cen­tro bal­neare di Carona”.

L’obiet­tivo è acce­le­rare la deci­sione sul ricorso che blocca il pro­getto di ‘glam­ping’ (cam­peg­gio di lusso) che verrà con­cesso in usu­frutto per 40 anni e per quat­tro soldi al Tou­ring Club Sviz­zero (Tcs) ma che alla cit­ta­di­nanza di Lugano costerà, alla fine, ben 12 milioni di fran­chi. Per­ché un legi­sla­tivo comu­nale arriva a eser­ci­tare una pres­sione così inu­suale sull’auto­rità giu­di­zia­ria? La rispo­sta sta nella con­trad­di­zione in cui si sono cac­ciati i par­titi che gover­nano la città. Da un lato, la crisi cli­ma­tica rende sem­pre più urgente disporre di infra­strut­ture pub­bli­che per affron­tare le ondate di calore. Lugano ha appena regi­strato un numero record di giorni tro­pi­cali con­se­cu­tivi e la cani­cola è ormai una costante delle estati. Man­te­nere chiuso uno dei prin­ci­pali cen­tri bal­neari cit­ta­dini, per di più situato in altura, è quindi una scelta sem­pre più dif­fi­cile da giu­sti­fi­care. Dall’altro lato, il pro­getto di pri­va­tiz­za­zione resta bloc­cato dai ricorsi e nes­suno sa quando arri­verà una deci­sione defi­ni­tiva. La città rischia così di restare per anni senza la piscina e senza il nuovo pro­getto. È que­sta pro­spet­tiva che mette oggi in dif­fi­coltà le forze poli­ti­che che hanno soste­nuto l’ope­ra­zione.

È stato però il Muni­ci­pio a sce­gliere di chiu­dere anti­ci­pa­ta­mente la piscina, soste­nendo che man­te­nerla in fun­zione sarebbe stato troppo costoso. Eppure una peri­zia com­mis­sio­nata dallo stesso ese­cu­tivo ha quan­ti­fi­cato in 467’500 fran­chi l’inve­sti­mento neces­sa­rio per garan­tire l’effi­cienza degli impianti bal­neari per diversi anni. Una cifra con­te­nuta rispetto al valore sociale di un’infra­strut­tura pub­blica sem­pre più neces­sa­ria.

Il pro­blema non è mai stato eco­no­mico, ma poli­tico. La chiu­sura della piscina è ser­vita a favo­rire il pro­getto a favore del Tcs, attri­buendo agli oppo­si­tori la respon­sa­bi­lità della situa­zione e spe­rando che la pres­sione dell’opi­nione pub­blica por­tasse al ritiro dei ricorsi. Oggi quella stra­te­gia pre­senta il conto. Di fronte all’emer­genza cli­ma­tica e all’incer­tezza sui tempi del pro­getto, diventa evi­dente l’assur­dità di una città che rinun­cia a una piscina pub­blica senza sapere quando potrà disporre della nuova strut­tura. La richie­sta rivolta al Tri­bu­nale nasce da que­sta impasse, ma non ne risolve la causa. La solu­zione più sem­plice resta quella che il Muni­ci­pio con­ti­nua a esclu­dere: stan­ziare un cre­dito straor­di­na­rio per ria­prire la piscina fino alla con­clu­sione della pro­ce­dura. Invece di cor­reg­gere un errore poli­tico, si pre­fe­ri­sce chie­dere al Tri­bu­nale di acce­le­rare. Invece di pre­oc­cu­parsi della urgenza cli­ma­tica e sani­ta­ria, ci si impe­gna a fondo nell’urgenza pro­ce­du­rale! Resta poi un inter­ro­ga­tivo: que­sta improv­visa urgenza nasce solo dalla con­sa­pe­vo­lezza dell’assur­dità della situa­zione o pesa anche la neces­sità di ras­si­cu­rare il Tcs, evi­tando che il pro­trarsi dell’incer­tezza metta in discus­sione il pro­getto? Se così fosse, emer­ge­rebbe ancora più chia­ra­mente come gli inte­ressi della popo­la­zione e della salute pub­blica siano stati subor­di­nati a un’ope­ra­zione di pri­va­tiz­za­zione.

In que­sta vicenda esce male anche la sini­stra luga­nese, con la lode­vole ecce­zione dei Verdi. Fino a pochi mesi fa, pur avendo ade­rito al pro­getto Tcs, soste­neva almeno la ria­per­tura della piscina. Oggi pre­fe­ri­sce unirsi e pri­vi­le­giare il pres­sing sul Tri­bu­nale invece di chie­dere con forza, insieme al Comi­tato popo­lare Piscina Parco Carona, la ria­per­tura imme­diata del cen­tro bal­neare. Un’occa­sione persa per dimo­strare che la difesa dei ser­vizi pub­blici e la rispo­sta all’emer­genza cli­ma­tica pos­sono tra­dursi in ini­zia­tive poli­ti­che con­crete.

Mat­teo Poretti, coor­di­na­tore Mps Luga­nese

Scritto per La Regione

Nell’immagine: una bellissima piscina vuota e abbandonata nel pieno della calura estiva


Iran, la strategia della sete: attacchi ai dissalatori del Golfo

Di Mat­teo Poretti 

Di Fabio Tonacci, La Repubblica

Se c’è una cosa che questa guerra ha mostrato al mondo è la capacità strategica degli eredi della grande Persia. Azione e reazione sono le ascisse e le ordinate di un piano iraniano che si dispiega nonostante i danni, le scosse alle fondamenta del regime e le perdite provocate dagli attacchi di Stati Uniti e, fino a un mese fa, di Israele. Dunque, non c’è niente di casuale se, per due giorni consecutivi, è stato preso di mira uno degli impianti di desalinizzazione del Kuwait. L’obiettivo è chiaro: assetare un alleato degli Stati Uniti e, con esso, una delle regioni più aride del pianeta.
Una strategia di guerra antica, biblica come l’assedio di Betulia, che risale ai tempi delle città fortezze del Medio Oriente e che ora la Repubblica islamica ripropone, per generare un deficit idrico, quindi il caos. Già negli anni Ottanta gli analisti della Cia mettevano in guardia la Casa Bianca sulla «estrema vulnerabilità a sabotaggi» delle strutture che producono acqua dolce nel Golfo (allora il 90 per cento dell’acqua desalinizzata proveniva, infatti, da soli 56 impianti) e sul rischio che attacchi militari possano scatenare crisi nazionali.

Le autorità del Kuwait denunciano il secondo raid sull’impianto di desalinizzazione che, come spesso avviene, è collegato a una centrale elettrica — quindi Teheran prova a generare due shock, idrico ed energetico, con un’unica azione — e ricordano che colpire strutture civili significa violare il diritto internazionale e la risoluzione Onu numero 2817. Ma la risposta dell’Iran è il silenzio.

La piccola monarchia del Golfo, che galleggia letteralmente sul petrolio, ha 5 milioni di abitanti e per l’acqua potabile dipende, al 90 per cento, dagli impianti che trattano l’acqua del mare anche col sistema dell’osmosi inversa. È una costante, in questa parte del mondo: l’Oman vi dipende all’86 per cento, l’Arabia Saudita al 70 per cento. Il governo non ha rivelato se il complesso colpito nelle ultime 48 ore sia di nuovo Doha West, cioè quello che venne danneggiato il 29 marzo scorso dai droni nel primo di sei attacchi iraniani sugli impianti che producono l’acqua potabile in Kuwait, lo Stato su cui Teheran ha concentrato la strategia della sete. Anche in Bahrein lo scorso 8 marzo avevano subito un raid su un dissalatore, il primo della rappresaglia iraniana, ma è rimasto un caso isolato.

Nella desertica penisola arabica i Paesi hanno riserve d’acqua dolce da milioni di metri cubi, sfruttano tecnologie di ultima generazione, come pioggia artificiale e riciclo delle acque reflue per l’agricoltura. Ovvio che, in emergenza, si attingerà a quelle cisterne per dissetare la popolazione, distribuendo l’acqua con le autobotti, ma alla lunga il livello della tensione sociale salirà. «In uno scenario estremo, ma non implausibile, gli attacchi sugli impianti dell’acqua potranno generare una pressione interna sui governi, come anche gli Stati Uniti stanno cercando di fare con l’Iran», scrive l’analista Zvi Bar’el su Haaretz.

Trump lo ha promesso: scatenare l’inferno sulla Repubblica islamica, colpendo centrali elettriche, ponti, e, accusano i pasdaran, anche le industrie dell’acqua. È vero che l’Iran, a differenza degli altri Paesi del Golfo, ha delle falde acquifere e negli anni ha sviluppato sistemi per gestire le siccità, con riserve idriche e dighe, e decentralizzando parti della rete di distribuzione, con acqua desalinizzata dal Mar Caspio. Però alcune aree sono più esposte. Uno degli ultimi raid dei caccia americani è stato su Qeshm, l’isola che è funzionale al controllo dello Stretto di Hormuz. Nelle prime fasi del conflitto gli iraniani dissero che a Qeshm era stato semi-distrutto un desalinizzatore e che, per questo, 30 villaggi erano rimasti a secco. Né Washington, né lo Stato ebraico, hanno rivendicato l’operazione.


Fiesta Spagna, la finale è uno schiaffo a Trump

Di Mat­teo Poretti 

East Rutheford – Non è un Mondiale Maga, Trump si rassegni. Make Argentina Great Again non vale più. E this is not America. Rossa di Spagna e blu di Argentina. Usa scansati, butta via i tuoi palloni ovali, le palle che finiscono sulle mazze e pure quelle dei playground da white men don’t jump, oggi New York non è tua, ma dell’unico gioco che da 96 anni non digerisci. Quello del pallone, della pelota, della bola, del balón, dove solo uno può toccarla con le mani mentre gli altri la accarezzano con i piedi. Ma tu che ne capisci di questi fili d’erba sfiorati dagli dei scesi in terra, da altre parti sarebbero benedetti come ostie, mentre qui le zolle sono in vendita dai 450 ai 3.000 dollari, a seconda delle dimensioni. Per un totale di 11,2 milioni di dollari destinati a finire nelle casse della Fifa, ma Mikie Sherrill, governatrice dello Stato, ha fatto sapere che loro hanno dovuto spendere 13,04 milioni di fondi pubblici per garantire che il tappeto erboso del campo fosse all’altezza degli standard richiesti e quindi il ricavato, nel caso, spetterebbe ai contribuenti. Money, money, come cantava Liza Minnelli.

Le tasche svuotate dei tifosi

È una transumanza umana quella in strada verso lo stadio. I ricchi in elicottero, il resto del mondo in cammino come può. Have a nice day, come no. Ma imparate a mettere servizi pubblici gratis quando ci sono i grandi eventi e non a svuotare le tasche di chi ha già pagato un salatissimo biglietto (forza, sindaco Mamdani, insisti). È un’attesa di cinque ore sotto il sole perché l’America del Super Bowl è una cosa, ma quella del Mondiale di calcio è uno strapazzo senza organizzazione, anche perché deve arrivare Donald e quindi massima allerta. Entra in campo l’Argentina, il portiere Emiliano Dibu Martínez che a diciassette partì per l’Inghilterra perché aveva visto il padre piangere perché non riusciva a pagare le bollette, resta in piedi a occhi chiusi, immobile per cinque minuti. Ma sta male? chiede sconvolto il collega americano. No, amico, prega. Basta aver letto qualcosa di P.P. Pasolini per sapere che considerava il calcio l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo, mentre voi l’imbottite di hot-dog e ketchup.

L’esempio di Lamine Yamal

Lamine Yamal a nome di tutta la gioventù tamarra del mondo arriva con triplice catena al collo (oro e argento), ha appena fatto 19 anni, però la fascetta che ha in testa porta il numero 304, codice postale di Rocafonda, il quartiere povero di Mataró,città in cui è cresciuto. It’s a beautiful game cantano Robbie Willams in tuta azzurra con i capelli bianchi, e un’energica Laura Pausini, anche lei in paillettes. Mentre Tom Cruise, in nero, spettinato, con gli occhiali da sole in mano, non si capisce cosa dica, di sicuro non è Shakespeare e comunque non frega a nessuno.

Trump e Infantino seduti accanto

Dateci il pallone, la storia del mondo raccontata da 22 uomini che un giorno capirono che non c’è niente di più serio che giocarsi la geografia del cuore in un campo. Eravamo in centomila, cantava Celentano. Oggi siamo in 80.663 mila, il tifo argentino è una marea che inonda, se al Madison Square Garden quando Trump era andato a tifare i Knicks lo avevano fischiato, qui fanno di meglio, lo ignorano. Presidente e first lady sono seduti accanto a Infantino, a Donald fanno vedere la Coppa che poi dovrà consegnare, lui la tocca tre volte (valuterà i carati?) e dice qualcosa quando gliela tirano via. Sorry, non è tua. Meglio passarla a Iniesta e Kempes che se la sono guadagnata con i gol. Carlitos Alcaraz e l’attrice sudcoreana Jung Ho-yeon (Squid Game) portano la preziosa reliquia in campo in una custodia Vuitton. E qui bisogna dire: cari Galeano, Soriano, Montalbán, Carmelo Bene, dispiace non avervi più, ma almeno questa roba ve la siete evitata.

Matt Damon e l’Odissea

In tribuna c’è anche Matt Damon, che avendo appena interpretato Ulisse nel film Odissea, può capire cosa significhi metterci dieci anni per tornare a casa e riavere le tue cose. La Spagna sono 16 anni che non vince il Mondiale (ci è riuscita per la prima volta nel 2010) e l’Argentina non vuole mollare il suo «Per Diego, per l’ultima di Leo, per la quarta stella». Otto giocatori su 11 difendono quello che loro stessi hanno conquistato ai rigori in Qatar. Nel coro dei tifosi ci sarebbero anche le Malvinas, ma lasciamo perdere. Oddio, c’è anche Mick Jagger, meglio non sapere per chi tifa, altrimenti si sa già che vince l’altra. Shakira, colombiana, che canta Dai dai l’inno del torneo dice che pur avendo due figli spagnoli (avuti da Piqué, ex difensore della Roja) lei sostiene Messi. L’intervento di Madonna è registrato, ma la cantante scende in campo con Ronaldo e Ronaldinho per l’ultima strofa. Love, love, canta il coro di ragazzini (PS22 di Staten Island), loro non lo sanno ma fu il saluto di addio di Pelé nel ’77 quando lasciò i Cosmos. C’è anche Justin Bieber con chitarra, le due figlie del re di Spagna non sono nel palco d’onore per motivi di sicurezza e hanno viaggiato in aerei diversi, la musica è così stordente che il premier spagnolo Sanchez dà la mano a Trump. Sciò, basta show, non se ne può.La Spagna ci prova più dell’Argentina (in dieci e anchilosata), ma Dibu dice no, poi cede al sinistro di Ferran Torres nei supplementari. In fondo fu Isabella di Castiglia, regina di Spagna, a dare i soldi a Colombo per il Nuovo Mondo che ricambia.


Hutton: “Burnham lancerà una rivoluzione come fece Blair”

Di Mat­teo Poretti 

Di Antonello Guerrera, La Repubblica

Oggi Andy Burnham lancerà una rivoluzione come quella di Tony Blair nel 1997. Ma Burnham è diverso: sarà il Mario Draghi del Regno Unito. E il suo obiettivo finale sarà tornare in Ue». A parlare a Repubblica è Will Hutton, 76 anni, ex direttore dell’Observer, commentatore di riferimento del centrosinistra britannico e autore dell’ultimo libro: “This time no mistakes”.

Perché una rivoluzione, Hutton?

«Perché Andy farà subito tante cose: riforma dell’assistenza sanitaria, nazionalizzazione dell’acqua, troverà i soldi che mancano alla Difesa. Starmer non aveva una storia da raccontare. Burnham ce l’ha. Cambierà tutto».

Lo crede davvero? Sinora Burnham ha parlato soprattutto agli operai e al Nord, non a Londra o alla City.

«Sì, e lo ha dimostrato a Manchester, dove è riuscito a coniugare perfettamente investimenti e intervento dello Stato. Andy è uno che attrae il business, ma con regole chiare. E sa che la Borsa di Londra deve crescere sempre di più, perché dà fiducia agli investitori e dunque a tutto il Paese».

È questa la “quarta via” del Labour, dopo la terza di Tony Blair che provò a trovare una sintesi tra liberismo e socialdemocrazia?

«Non la definirei così, ma di certo Burnham si inscrive nella tradizione socialdemocratica».

Anche se ha definito l’ex leader laburista Neil Kinnock come il suo idolo?

«Certo. Neil non era uno stupido. Sotto sotto, è sempre stato un socialdemocratico moderno e liberale. E lo stesso sarà Burnham. Lui sarà un socialista liberale come Mario Draghi: welfare, servizi, solidità finanziaria, investimenti ma anche attenzione alla società, innovazione e Difesa. Sarà il nostro Draghi, perché è coraggioso come lui».

Il nuovo premier sarà coraggioso anche con l’Unione europea?

«Certo. Burnham si riavvicinerà e allineerà sempre di più all’Europa e al suo mercato unico. E alle prossime elezioni sono certo che prometterà di far tornare il Regno Unito in Ue: sarà il suo obiettivo finale».


Trump, prove di colpo di Stato

Di Mat­teo Poretti 

Mezz’ora scarsa per un fiume di men­zo­gne. E per evi­tare, chissà come, una stan­gata elet­to­rale alle pros­sime Mid­term di novem­bre (totale rin­novo della Camera, e un terzo del Senato). Tal­mente fuor­vianti, le bugie rac­con­tate nel discorso a reti uni­fi­cate, da diven­tare ridi­cole. Innan­zi­tutto dimen­ti­chiamo l’ammac­cato Joe Biden. Ora, secondo Trump, il vero respon­sa­bile delle ele­zioni scip­pate stava a Pechino. Secondo la nar­ra­zione oggi cara al tycoon la respon­sa­bi­lità è della Cina. Che nel voto pre­si­den­ziale Usa del 2020 avrebbe rubato i dati di due­cen­to­venti milioni di elet­tori, evi­den­te­mente per mani­po­larli, e così garan­tirsi la scon­fitta del temuto Trump.

Una balla colos­sale e risi­bile. Con­fer­mata dal sem­plice fatto che si tratta di nomi e indi­rizzi di domi­nio pub­blico, resi noti dalla stessa ammi­ni­stra­zione fede­rale. E non basta. Un’ana­lisi dei ser­vizi segreti sta­tu­ni­tensi dell’anno suc­ces­sivo con­clu­deva che Pechino non aveva effet­tuato sforzi signi­fi­ca­tivi per influen­zare il voto, “e que­sto per timore di tur­bare i rap­porti con gli Stati Uniti”. Se non bastasse, tor­niamo allo scorso mese di mag­gio, all’osse­quiosa mis­sione in Cina del pre­si­dente ame­ri­cano, stuc­che­vol­mente ricca di elogi nei con­fronti del “grande lea­der Xi Jin­ping”; non risulta che nei col­lo­qui con quest’ultimo si fosse mai accen­nato alle inter­fe­renze cinesi; e per magni­fi­care i nuovi rap­porti con la Cina, Trump si era por­tato a Pechino la più folta dele­ga­zione di uomini d’affari ultra-miliar­dari nella sto­ria delle rela­zioni fra i due Paesi. Giorni di idil­lio, cri­ti­che nem­meno velate.

Ma, ben­ché infa­sti­dita, anche la raf­fi­nata diplo­ma­zia cinese sa a cosa mira l’ultimo discorso del capo della Casa Bianca: non certo ad aprire una peri­co­losa crisi con Pechino, ma a scuo­tere il suo fronte interno. Quello Maga, chia­mato alla mobi­li­ta­zione con­tro i peri­coli che cono­sce­rebbe la demo­cra­zia ame­ri­cana, supe­rando lo scon­certo e l’aperta oppo­si­zione alla poli­tica estera e alla guerra con­tro l’Iran; e quello isti­tu­zio­nale, con sena­tori e par­la­men­tari repub­bli­cani chia­mati a votare il pro­get­tato “Save Ame­rica Act”, che impone una serie di prov­ve­di­menti per ren­dere più pro­ble­ma­tica la par­te­ci­pa­zione al voto delle mino­ranze e della parte più povera della società sta­tu­ni­tense, com­preso quel voto per cor­ri­spon­denza o elet­tro­nico che l’Old Party, ormai asser­vito alla volontà di Trump, con­si­dera un peri­co­loso stru­mento da eli­mi­nare per­ché capace di favo­rire grandi frodi elet­to­rali.

Tutte mosse che secondo Robert Kagan, un neo-con ai tempi di Bush figlio, oggi molto cri­tico col capo della Casa Bianca, hanno un pre­ciso e inquie­tante signi­fi­cato: “Se doves­sero per­dere a novem­bre le Mid­term, non escludo che cer­chino di inva­li­dare le ele­zioni, e a quel punto saremmo già in uno sce­na­rio da colpo di Stato”. Nem­meno si esclude un ine­dito rin­vio del voto di mezzo man­dato, col pre­te­sto dell’emer­genza del con­flitto con­tro l’Iran, utile del resto per sol­le­ci­tare un bud­get annuo di oltre mille miliardi di dol­lari per il Pen­ta­gono.
Così si andrebbe dritti alla “guerra civile” evo­cata da Kagan, e di cui il “Don” sem­bra aver già fatto qual­che prova gene­rale, sca­te­nando gli uomini dell’Ice, il neo-corpo della lotta all’immi­gra­zione ille­gale, che pro­prio negli ultimi giorni è tor­nato a ucci­dere, senza ragione plau­si­bile, nelle città ame­ri­cane. A Pechino, e a Mosca, pos­sono dor­mire sonni tran­quilli.

Scritto per La Regione


Non sono le impo­ste, sono i tagli alla spesa

Di Mat­teo Poretti 

Per capire cosa sia dav­vero lo Stato bastano due cifre. Da una parte i ser­vizi che il Can­tone offre. Dall’altra le impo­ste che i cit­ta­dini pagano per finan­ziarli.

Nel 2025 il Can­tone ha speso circa 4,6 miliardi di fran­chi. Tolti i giri con­ta­bili interni, i ser­vizi e gli aiuti alle per­sone val­gono circa 4,2 miliardi: 12’000 fran­chi per ogni abi­tante. Pre­sta­zioni che usiamo tutti i giorni o quando ne abbiamo biso­gno.

Le voci più grandi sono la sanità e la socia­lità, quasi 1,9 miliardi, il 45% di tutta la spesa. Den­tro ci sono le cure ospe­da­liere: 379 milioni; i sus­sidi di cassa malati: 255 milioni, più altri 171 milioni per chi riceve le pre­sta­zioni com­ple­men­tari; le pre­sta­zioni com­ple­men­tari Avs e Ai: 266 milioni in tutto; le pre­sta­zioni assi­sten­ziali: 100 milioni; gli isti­tuti per per­sone inva­lide: 133 milioni; le cure a domi­ci­lio: 101 milioni e le case per anziani: 42 milioni. C’è poi la scuola, dalle Ele­men­tari all’uni­ver­sità, che pesa per oltre un miliardo. Ci sono la sicu­rezza e la giu­sti­zia, dove solo la Poli­zia can­to­nale costa 118 milioni.

E infine c’è il tra­sporto pub­blico per circa cento milioni all’anno.

Sull’altro lato della bilan­cia ci sono le entrate. Per finan­ziare que­sti ser­vizi con­cor­rono le impo­ste can­to­nali, le par­te­ci­pa­zioni dei Comuni – finan­ziate attra­verso le impo­ste comu­nali – e la quota dell’impo­sta fede­rale diretta attri­buita al Can­tone – per un totale di circa 2,8 miliardi: quasi 7’900 fran­chi per abi­tante.

Le pagano soprat­tutto le per­sone, con le impo­ste sul red­dito, com­presa l’impo­sta alla fonte, e sulla sostanza. Le imprese ver­sano circa il 15% e il resto arriva da suc­ces­sioni, com­pra­ven­dite immo­bi­liari, atti nota­rili e impo­ste di cir­co­la­zione.

In media, dun­que, ogni abi­tante riceve quasi 12’000 fran­chi di ser­vizi e ne paga circa 7’900 in impo­ste, due terzi del valore di ciò che riceve; il resto lo coprono la soli­da­rietà del modello fede­ra­li­sta e i divi­dendi, o la remu­ne­ra­zione del capi­tale, di alcune par­te­ci­pate. Una quota impor­tante pro­viene dagli utili distri­buiti da Ban­ca­Stato e dalla Banca nazio­nale sviz­zera.

I ser­vizi pub­blici sono a dispo­si­zione di tutti: scuola, ospe­dali, sicu­rezza, strade, tra­sporti e aiuti sociali esi­stono per cia­scuno di noi quando ne ha biso­gno. L’impo­sta, invece, non è uguale per tutti.

Chi gua­da­gna molto paga molto di più, anche in per­cen­tuale. È il prin­ci­pio della pro­gres­si­vità fiscale. Sostan­zial­mente signi­fica che chi ha red­diti bassi e medi riceve dal Can­tone più di quanto paga. Chi si trova nella fascia più alta della distri­bu­zione dei red­diti fini­sce invece, oltre una deter­mi­nata soglia, per pagare più di quanto riceve diret­ta­mente.

Pren­diamo una cop­pia con un figlio. In ser­vizi que­sta fami­glia riceve circa 36’000 fran­chi l’anno. E quanto versa al Can­tone? Con 100’000 fran­chi di red­dito impo­ni­bile versa circa 7’800 fran­chi (riceve 28’000 fran­chi in più di quanto paga); con 150’000 versa circa 15’700 (ancora 20’000 in più); con 200’000 – un red­dito già molto alto – circa 24’600 (ancora 11’000 in più). Il pareg­gio arriva solo attorno ai 260’000 fran­chi di red­dito impo­ni­bile, cioè oltre 330’000 fran­chi di red­dito lordo, prima delle dedu­zioni. Solo sopra que­sta cifra una cop­pia con un figlio versa al Can­tone più di quanto riceve. Sono poche fami­glie, tutte in cima alla pira­mide della ric­chezza. Solo 3 fami­glie su 100 ver­sano al Can­tone più di quanto rice­vono.

In altre parole, quasi ogni fami­glia tici­nese riceve dal Can­tone più di quanto paga. Non per­ché “vive a spese dello Stato”, ma per­ché que­sto è il patto sociale che ci siamo dati.

Quando si fanno gli sgravi invece a gua­da­gnarci sono soprat­tutto i red­diti alti. Que­gli sgravi ridu­cono strut­tu­ral­mente le entrate e aggra­vano il disa­vanzo. Quando poi si decide di rie­qui­li­brare i conti soprat­tutto attra­verso la spesa, il risul­tato sono tagli ai ser­vizi. Così il conto degli sgravi fini­sce per pagarlo il cit­ta­dino comune con i ser­vizi e gli aiuti che gli ven­gono a man­care. “Meno Stato, più soldi in tasca” è un’illu­sione, per chi riceve dal Can­tone più di quanto versa — cioè quasi tutti — ogni ser­vi­zio tagliato è una per­dita, un costo che biso­gna coprire di tasca pro­pria. E il rispar­mio sulle impo­ste non com­pensa le per­dite.

Per­ché quando si taglia un ser­vi­zio, il biso­gno non spa­ri­sce. Cam­bia solo chi paga. La per­sona anziana che ha biso­gno di cure a casa ne ha biso­gno comun­que. Prima quel costo era di tutti, pagato con impo­ste in cui chi ha di più dà di più. Dopo il taglio, quel costo è solo suo. Diventa una tariffa uguale per tutti, che non guarda al red­dito.

I conti pub­blici vanno tenuti in ordine. Su que­sto non si discute. La vera domanda è un’altra: chi paga il rior­dino? Per la grande mag­gio­ranza dei tici­nesi va rove­sciato il modo di vedere le cose. Non sono le impo­ste a met­tere le mani nelle tasche dei cit­ta­dini. Sono i tagli alla spesa!

Ivo Duri­sch, capo­gruppo Ps

Scritto per La Regione

Nell’immagine: in piazza contro i tagli alla spesa


Eisenkot può battere Netanyahu tenendo Israele a destra

Di Mat­teo Poretti 

Di Michele Giorgio, il manifesto

La Knesset, nella notte tra giovedì e ieri, ha votato il proprio scioglimento. L’ufficialità scatta oggi, aprendo la campagna elettorale per le elezioni del 27 ottobre. È stato un voto parlamentare che non ha fatto molto rumore. Eppure, ha chiuso una legislatura segnata dal 7 ottobre 2023, dalla distruzione di Gaza con oltre 70mila palestinesi uccisi, dalla guerra di Stati uniti e Israele contro l’Iran, dall’occupazione israeliana del Libano del sud e della Siria meridionale e dalla guerra permanente nella regione del primo ministro Benyamin Netanyahu. Pochi hanno ricordato tutto questo. Ha fatto molto più rumore, invece, l’accelerazione senza precedenti nell’approvazione di provvedimenti fortemente identitari per la destra religiosa. Prima dello scioglimento, infatti, la maggioranza ha approvato in pochi giorni una serie di leggi che consolidano l’alleanza tra il Likud, l’ultradestra e i partiti religiosi ultraortodossi.

Tra i provvedimenti più controversi figurano il congelamento degli arresti per gli studenti delle yeshiva che si sottraggono alla leva militare, il mantenimento del servizio obbligatorio a 32 mesi, respingendo la richiesta dell’esercito di estenderlo a 36, e una norma che attribuisce uno status speciale agli israeliani impegnati nello studio religioso a tempo pieno, anche se il testo definitivo è stato modificato eliminando il paragone diretto con il servizio nelle Forze armate israeliane. La Knesset ha inoltre approvato una legge che consente la separazione tra uomini e donne nei programmi universitari avanzati destinati alla popolazione ultraortodossa. Sono state inoltre cancellate alcune liberalizzazioni introdotte negli anni scorsi nel sistema di certificazione kosher, restituendo maggiore centralità al Rabbinato.

Queste misure rappresentano un messaggio politico preciso. Netanyahu sa che, da un lato, sono apprezzate dai suoi attuali alleati di governo, che gliene sono grati, e, dall’altro, fanno scuotere la testa a molti elettori, inclusi i sostenitori di una destra più laica. Crede però che nei prossimi tre mesi sarà in grado di recuperare i consensi perduti presentandosi ancora una volta come il garante dell’identità nazionale e religiosa di Israele e come il leader capace di mantenere le promesse fatte ai suoi alleati. Rafforzando l’alleanza con i partiti ultraortodossi attraverso l’ultimo provvedimento che sospende l’arresto dei religiosi renitenti alla leva, Netanyahu pensa di essersi garantito una determinante ampia affluenza alle urne degli ultraortodossi, un segmento della popolazione con un’elevata partecipazione al voto: e ora sono particolarmente motivati.

La sua è una strategia che potrà risultare vincente? «Nessuno può, in questo momento, rispondere a questa domanda con sufficiente precisione», ci dice l’analista Michael Warschawski, esperto di sionismo religioso. «Saranno decisive», aggiunge, «le valutazioni che faranno in questi mesi non solo i religiosi ultraortodossi, ma anche i religiosi nazionalisti, per i quali la partecipazione di tutta la popolazione alle forze armate e alla sicurezza è un principio cardine». Warschawski dubita che Netanyahu abbia messo a punto una strategia elettorale vincente. Ritiene invece che il generale e leader del partito Yashar, Gadi Eisenkot, sia in possesso delle qualità necessarie per mettere in ombra il primo ministro.

Per lungo tempo gli analisti si sono domandati chi potesse sostituire Netanyahu. Un interrogativo che ha finito per rafforzare il leader del Likud. Anche molti elettori di destra, delusi dalla sua leadership e dalla sua personalità divisiva, non riuscivano a individuare un’alternativa convincente. Passare a un candidato come il centrista Benny Gantz significava qualche tempo fa dare l’impressione di aver cambiato schieramento. Non a caso il partito Blu e Bianco di Gantz, molto popolare appena tre o quattro anni fa, si è sciolto come neve al sole e i sondaggi ora lo danno sotto la soglia di sbarramento.

In questo vuoto si è inserito Eisenkot. Ex capo di stato maggiore, pragmatico e poco carismatico, Eisenkot è ritenuto da molti osservatori capace di offrire un’alternativa senza chiedere agli elettori della destra di rinnegare se stessi. Ha anche perduto un figlio in combattimento a Gaza, un dato significativo per la società israeliana. La forza della sua candidatura non risiede nella promessa di una rivoluzione politica, piuttosto nella possibilità di una continuità sempre a destra, ma diversa. In altre parole, come ha spiegato Noa Spiegel su Haaretz, «Eisenkot permette agli israeliani di sostituire Netanyahu senza cambiare la propria identità politica». Un elettore del Likud favorevole a una linea molto dura contro palestinesi, iraniani e arabi può votare per lui senza sentirsi passato al campo avversario.

Resta però da vedere se la sua ascesa sarà sufficiente a costruire una maggioranza alternativa. Al momento i numeri sembrano dargli ragione. Un nuovo sondaggio pubblicato dal quotidiano Maariv mostra il continuo calo di popolarità della coalizione di governo: la sua rappresentanza sarebbe scesa a 48 seggi, mentre il blocco di opposizione salirebbe a 62 e i partiti arabi ne otterrebbero 10. Non saranno le elezioni più importanti della storia di Israele degli ultimi trent’anni, come ha scritto qualcuno. Ma il possibile tramonto del regno di Benyamin Netanyahu, pur nel solco della destra dominante, accende un interesse attorno al voto che non si registrava da anni.

Nell’immagine: Gadi Eisenkot


Ilan Pappé: «Con o senza Bibi, il Paese non cambierà la sua rotta»

Di Mat­teo Poretti 

Di Michele Giorgio, il manifesto

Nel suo libro recente «La fine di Israele», lo storico Ilan Pappè afferma che il progetto sionista è destinato a una «disintegrazione inevitabile» anche a causa dell’ascesa del Sionismo religioso, delle fratture all’interno della società israeliana, della distruzione di Gaza e delle politiche violente e aggressive contro i palestinesi che hanno profondamente trasformato il modo di vedere Israele da parte delle popolazioni occidentali.

Le elezioni del 27 ottobre mettono sul tavolo alcuni dei punti sollevati da Pappé. Abbiamo incontrato e intervistato lo storico israeliano nella sua città, Haifa
Israele va al voto il 27 ottobre, con quali prospettive?

La sconfitta di Netanyahu data per probabile da tanti in realtà non è affatto scontata. In ogni caso, qualunque sia l’esito di queste elezioni, non ci sarà alcun cambiamento fondamentale nelle azioni di Israele. Il genocidio progressivo che si sta consumando a Gaza continuerà, in un modo o nell’altro, a meno che la comunità internazionale o le potenze regionali non decidano di intervenire. Anche la pulizia etnica in Cisgiordania proseguirà perché tutte le principali forze politiche sioniste condividono, in misura maggiore o minore, l’idea della Grande Israele. Proseguirà anche la politica aggressiva nei confronti dei paesi vicini, come Libano e Siria, e resterà immutata la volontà di colpire l’Iran. Tuttavia, se Netanyahu e i suoi alleati attuali non saranno più al potere, lo stile del nuovo governo forse sarà più misurato e meno urlato, almeno nelle relazioni con l’esterno. Invece la frattura profonda che attraversa la società israeliana continuerà a esistere, in particolare quella tra ebrei laici e tradizionalisti, due mondi che ormai condividono ben poco, dal rapporto con le istituzioni dello Stato ai diritti civili.

I media occidentali già parlano del generale Gadi Eisenkot, rivale di Netanyahu, come di una speranza, dell’uomo del dialogo e del negoziato. Lei come lo vede?

Sono due persone molto diverse, ma un Eisenkot primo ministro non credo rappresenterà il personaggio dipinto dai media stranieri. Eisenkot in campagna elettorale non si occuperà in alcun modo dei palestinesi, la cui sorte non interessa praticamente a nessuno. Il suo tema centrale sarà la questione della leva militare obbligatoria anche per i giovani religiosi ortodossi. È un argomento importante per gli israeliani ebrei. La maggior parte, anche quelli di destra, vuole che gli ultraortodossi siano arruolati. Eisenkot, che ha perduto un figlio in combattimento a Gaza, può recuperare molti consensi puntando sull’arruolamento per tutti, mostrandosi ben diverso da Netanyahu che ha addirittura fatto approvare una legge che sospende l’arresto dei religiosi renitenti alla leva. Con lo stesso obiettivo, punterà sull’inchiesta statale sul 7 ottobre 2023 come chiede l’opinione pubblica (l’esecutivo in carica propone invece una indagine governativa), sull’indipendenza del sistema giudiziario, i diritti civili. La sua forza sta proprio nell’apparire distante da Netanyahu e dei suoi alleati. Si occuperà di Iran, Libano e di Hezbollah, però anche lui non dirà nulla a proposito dei palestinesi e di Gaza.

In questo quadro cosa faranno o potrebbero fare i partiti arabi che rappresentano la minoranza palestinese (21% della popolazione) in Israele? Il sistema politico li tiene ai margini. Eisenkot non intende allearsi con gli arabi che pure potrebbero regalargli la vittoria.

Si trovano in una situazione creata oggettivamente da circostanze storiche ma anche da loro decisioni strategiche: cercano di giocare sia negli ambiti politici israeliani e che in quelli palestinesi, e non funziona più. Il desiderio di rappresentare la loro società è genuino ma il sistema li usa per abbellire lo stato di apartheid e non per offrire uguaglianza o una vita migliore agli arabi. Purtroppo, i leader dei partiti arabi persino di fronte a una crisi tanto grave non riescono a superare le rivalità personali. È un problema, perché l’unico modo in cui potranno risultare importanti il 27 ottobre è unendosi e prendere un numero elevato di seggi. Dovranno ripensare la loro strategia.

Nell’immagine: Ilan Pappé


Labour, l’orgoglio ritrovato. Burnham infiamma la base: “Ora stop al neo-liberismo”

Di Mat­teo Poretti 

Di Marco Varvello, La Stampa

LONDRA. L’orgoglio ritrovato dei Laburisti britannici va in scena nella tarda mattinata inglese. Teatro: un blocco di cemento anni Cinquanta a due passi dal British Museum, il quartier generale londinese del “Trade Union Congress”, la federazione dei sindacati nazionali. Il nuovo leader, Andy Burnham, galvanizza gli animi frustrati dei vertici che lo hanno appena acclamato. Promette il ritorno ai valori fondativi del partito dei lavoratori e della sinistra progressista. Un programma di governo «orgogliosamente laburista», dice.

Significa dunque un cambiamento che metta fine «a 40 anni di neo-liberalismo, che ha fatto male a tante persone e a tante fasce sociali».Così scandisce le parole Burnham per compiacere l’ala sinistra del partito. Considerare «40 anni» vuole dire infatti comprendere anche i governi di Tony Blair, centrista moderato, di cui peraltro il nuovo leader fu giovane sottosegretario.

Tornare al Laburismo significa un maggiore intervento pubblico in economia, puntando a nazionalizzazione e re-industrializzazione di settori dell’apparato produttivo britannico messi fuori mercato dalla concorrenza globale. Obiettivi già compresi nel manifesto elettorale del 2024 che Starmer aveva cominciato a realizzare ma con eccessiva prudenza. Oltre alle ferrovie torneranno allo Stato la fornitura dell’acqua, di altri servizi essenziali e di quel che rimane delle acciaierie.

Poi un ambizioso piano casa, che soprattutto nelle grandi aree urbane riduca l’attuale drammatica carenza di abitazioni a prezzi accessibili. E ancora il decentramento su base regionale, con il trasferimento fuori Londra di pezzi di amministrazione dello Stato, ministeri e dipartimenti. Un modo per ridurre il divario con la megalopoli londinese e affrontare il malcontento delle regioni del Nord Inghilterra, dove la gente si sente dimenticata e si fa sedurre dalla protesta dalla destra populista.

Burnham è un politico navigato e buon comunicatore, pare anche per l’influenza della moglie, origini olandesi ed esperta di marketing e pubbliche relazioni. Così l’ottimismo per la nuova fase laburista trova subito il suo slogan: «Give back control», ridare il controllo alle aree finora emarginate. Una frase che non a caso riecheggia la vincente parola d’ordine della campagna Brexit: «Get back control», riprendere il controllo su base nazionale. Un riferimento quasi ironico visto che Burnham comunque continuerà nella politica di riavvicinamento all’Unione europea, anche per interesse dell’economia britannica.

Nel suo primo discorso da nuovo leader laburista, prima di pensare da lunedì al governo, Burnham ha dunque entusiasmato vertice e base del partito, tracciando il suo percorso politico e soprattutto invocando l’unità. Chiede di mettere da parte le tante «fazioni» – in italiano diremmo correnti – che hanno dilaniato i Laburisti anche recentemente, dalla cacciata dell’ex leader Jeremy Corbyn alla rimozione di Starmer. Con la sua elezione senza rivali Burnham almeno questo primo risultato lo ha già raggiunto. Sostenuto da oltre il 90 per cento del gruppo parlamentare e dai sindacati ha messo d’accordo quasi tutti.

Più difficile sarà mantenere questa armonia da luna di miele. Primo test ovviamente la formazione della squadra di governo, con la nomina dei ministri di maggiore peso. A cominciare dal Cancelliere dello Scacchiere, termine arcaico per indicare il super-ministro che raggruppa economia, finanze e tesoro. La sinistra laburista tifa per Ed Milliband, già leader nel passato e fautore di una restrittiva politica energetica di transizione verso le rinnovabili, a costo di penalizzare l’industria.

Troppo rigido e troppo di sinistra, imprese e mercati lo temono. Così per evitare scossoni finanziari Burnham potrebbe scegliere la centrista Shabana Mahmood, da ministra degli Interni promotrice di una draconiana legge per limitare l’immigrazione. Al diffondersi di questa indiscrezione la sterlina ha fatto un balzo all’insù. La sinistra laburista lo attende al varco e affila i coltelli. Burnham per ora se l’è cavata dicendo che non ha ancora deciso la lista dei ministri, la sta «finalizzando». Gli rimane un weekend di riflessione.

Nel frattempo l’unica certezza è per i suoi concittadini di Manchester. Già da lunedì sarà operativa la nuova sede decentrata di “n. 10 North”, una succursale al Nord del mitico numero 10 di Downing street, per dare anche plasticamente il senso di una maggiore attenzione al Settentrione. Dopo il grigio Starmer, disastroso comunicatore, Burnham sa bene che la politica dei giorni nostri richiede anche immediati visibili messaggi e slogan accattivanti.


Putin precipita nei sondaggi. Arrestato il blogger ribelle

Di Mat­teo Poretti 

Di Giovanni Pigni, La Repubblica

Continuano a calare gli indici di gradimento del presidente russo Vladimir Putin, toccando i livelli più bassi dall’inizio della guerra in Ucraina. Un recente sondaggio condotto dal centro demoscopico Fom mostra una flessione di cinque punti percentuali in una sola settimana, dal 71 al 66 per cento. Un calo di questa entità non si registrava dal settembre 2022, quando, per evitare il collasso del fronte, il Cremlino fu costretto a ricorrere alla mobilitazione.

Sebbene il livello di consenso nei confronti di Putin resti ancora superiore a quello registrato prima dell’invasione dell’Ucraina, la tendenza sembra indicare il progressivo esaurimento dell’effetto di rally around the flag, il fenomeno per cui, in tempo di guerra, l’opinione pubblica tende a stringersi attorno al proprio leader. Come osserva Denis Volkov, direttore dell’istituto di sondaggi Levada, il calo del consenso riguarda tutte le istituzioni dello Stato ed è principalmente dovuto al peggioramento del tenore di vita della popolazione.

Tra gli eventi più significativi della settimana segnalati dagli intervistati del Fom figura infatti la crisi del carburante, provocata dai raid ucraini contro le raffinerie, che ormai interessa vaste aree del Paese: in alcune regioni i prezzi della benzina sono aumentati sensibilmente, in altre il carburante viene razionato, mentre davanti alle stazioni di servizio si formano lunghe code. Pochi giorni fa, nella città di Lysva, nel Territorio di Perm, un automobilista ottantenne è morto dopo essersi sentito male mentre era in fila per fare rifornimento. Secondo i media russi, si tratta del secondo caso analogo in meno di un mese.

Tuttavia, nonostante il consenso verso il presidente sia in calo, sono poche le voci che si permettono di criticarlo pubblicamente. Proprio ieri il blogger critico di Putin Ilya Remeslo è stato arrestato con l’accusa di aver diffuso “fake news” sull’esercito, un reato che in Russia può comportare fino a dieci anni di carcere. In passato noto per le sue posizioni filogovernative, Remeslo era finito sotto i riflettori lo scorso marzo, quando aveva pubblicato un post in cui criticava apertamente la guerra e chiedeva le dimissioni del presidente. Dopo un breve ricovero in un ospedale psichiatrico, era stato dimesso e aveva continuato a pubblicare messaggi critici sul suo canale Telegram. Un giorno prima del suo arresto aveva scritto: «Tutto lascia pensare che si stia andando verso una situazione in cui anche un piccolo scossone potrebbe portare Putin a perdere il potere».

Nell’immagine: il blogger Ilya Remeslo