Ponte Morandi, una sentenza contro l’impunità dei grandi manager

L’accusa ha ricostruito un quadro sconfortante di manutenzioni insufficienti, segnali di degrado emersi da tempo, e controlli inadeguati 

Dal nostro corrispondente dall’Italia

Dodici anni di reclusione per Giovanni Castellucci, già amministratore delegato di Autostrade per l’Italia e Atlantia; undici anni per Michele Donferri Mitelli, ex responsabile delle manutenzioni ed ex numero tre della società; dieci anni ciascuno per Maurizio Ceneri ed Emanuele De Angelis, già dirigenti di Spea Engineering; cinque anni e sei mesi per Paolo Berti, già numero due di Aspi e per Antonino Galatà, ex amministratore delegato di Spea Engineering. Cinque anni sono stati inflitti anche a Mauro Coletta, l’ex dirigente del ministero delle Infrastrutture che guidava l’ufficio incaricato di vigilare sulle concessionarie autostradali.

Sono queste alcune delle principali condanne emesse il 16 luglio dal Tribunale di Genova per il crollo del ponte Morandi, costato la vita il 14 agosto 2018 a 43 persone. Al termine di quattro anni di dibattimento e 284 udienze, con centinaia di testimoni e una quantità impressionante di documenti e consulenze tecniche, il collegio giudicante ha condannato 32 dei 57 imputati, riconoscendo responsabilità penali ai vertici, ai tecnici e ai funzionari che, con ruoli differenti, erano inseriti nel sistema di gestione, controllo e vigilanza sulla sicurezza del viadotto.

I reati contestati, a seconda delle posizioni, comprendono l’omicidio colposo plurimo, l’omicidio stradale, il crollo colposo, l’attentato alla sicurezza dei trasporti, il falso, l’omissione di cautele antinfortunistiche e l’omissione di atti d’ufficio.

Dalla sentenza risulta chiaro un dato fondamentale: la sicurezza non può essere sacrificata sull’altare dei profitti. E quelle morti non potevano certo essere archiviate come fatalità. Sono, secondo i giudici di primo grado, veri e propri omicidi, causati da gravi omissioni di manutenzione di un’infrastruttura avuta in concessione dallo Stato. Ai vertici di una grande azienda concessionaria non può essere riconosciuto soltanto il potere di decidere, incassare utili e distribuire dividendi, lasciando le responsabilità penali disperse nei piani inferiori dell’organigramma. Il cuore morale e politico della vicenda è tutto qui.

Si tratta, naturalmente, di una sentenza destinata a essere sottoposta al vaglio della Corte d’Appello e, eventualmente, della Corte di Cassazione. Ricordiamolo, la presunzione d’innocenza prevista dalla Costituzione continua a valere fino alla pronuncia definitiva, dopo l’ultimo grado di giudizio. Ma sarebbe sbagliato ridurre questo verdetto a una semplice tappa di un iter giudiziario, priva di significato civile e politico.

Per anni le grandi strutture societarie, i sistemi di deleghe, gli uffici tecnici e le catene di comando sono stati presentati come labirinti nei quali la responsabilità personale diventava quasi impossibile da individuare. Il potere saliva verso l’alto, mentre la colpa scendeva verso il basso, fino a dissolversi in un ginepraio inestricabile. La sentenza genovese interrompe questo meccanismo. Lo ribalta.

L’accusa ha ricostruito un quadro sconfortante di manutenzioni insufficienti, segnali di degrado conosciuti da tempo e controlli inadeguati. Secondo la Procura, lavori indispensabili furono procrastinati, mentre la concessionaria continuava a produrre profitti e a distribuire dividendi agli azionisti.

Le difese dell’azienda hanno sostenuto, invece, che il collasso del ponte era dovuto principalmente a un difetto originario e occulto della struttura e che non sarebbe stato possibile prevederlo attraverso i controlli ordinariamente effettuati. Saranno le motivazioni della sentenza a spiegare nel dettaglio quali parti dell’impianto accusatorio il Tribunale ha ritenuto dimostrate.

Il punto, comunque, non era pretendere che un amministratore delegato controllasse personalmente ogni bullone o ogni crepa del ponte. La responsabilità di un vertice consiste nel creare un sistema nel quale i controlli siano reali, le informazioni circolino, i pericoli non vengano minimizzati, i tecnici possano lavorare senza pressioni economiche e gli interventi urgenti siano prontamente realizzati. La sicurezza non è una pratica da delegare e poi dimenticare. È una scelta industriale, finanziaria e organizzativa.

Quando un’infrastruttura viene affidata a un concessionario privato, quel concessionario non riceve soltanto il diritto di riscuotere i pedaggi. Riceve temporaneamente una funzione pubblica e assume un dovere nei confronti di milioni di cittadini.

Chi attraversa un viadotto non ha la possibilità di controllare la corrosione dei cavi, la resistenza del cemento o lo stato delle barriere. Si affida al concessionario e allo Stato. Paga il pedaggio confidando che qualcuno abbia verificato ciò che lui non può verificare. Per questo il tradimento di quella fiducia assume una gravità particolare.

La sentenza non chiarisce il ruolo della famiglia Benetton. All’epoca del crollo, infatti, Autostrade per l’Italia era controllata da Atlantia, holding nella quale i Benetton esercitavano il ruolo di azionisti di riferimento. Dopo la tragedia si aprì un durissimo scontro tra lo Stato, Atlantia e la famiglia Benetton, concluso con l’uscita della holding dal controllo di Autostrade per l’Italia. Quel passaggio proprietario, tuttavia, non cancella le domande sulla gestione negli anni precedenti, anche se nessun componente della famiglia era imputato. E sarebbe scorretto attribuirgli responsabilità penali non riconosciute da un tribunale.

Ma sul piano politico, industriale e, soprattutto, morale rimane aperta una questione gigantesca: quale modello di gestione venne promosso dall’azionista di controllo? Quali obiettivi furono assegnati ai manager dagli stipendi milionari? Quale equilibrio fu costruito tra remunerazione del capitale, dividendi, investimenti e manutenzione?

Sono interrogativi che non hanno trovato risposta, e che riportano a un’altra tragedia, avvenuta il 28 luglio 2013 sul viadotto Acqualunga, lungo l’autostrada A16 Napoli-Canosa, nell’Avellinese, anch’essa gestita da Autostrade per l’Italia. Un pullman divenuto ingovernabile sfondò il guardrail del viadotto e precipitò per decine di metri. Morirono 40 persone. Le condizioni e l’inadeguatezza delle barriere di sicurezza furono gli elementi centrali del processo. Nell’aprile 2025 la Cassazione ha reso definitiva la condanna a sei anni di reclusione per lo stesso Castellucci, responsabile di disastro e omicidio colposi, insieme alle condanne di altri dirigenti.

C’è un’altra considerazione da fare, alla luce della sentenza di Genova. La manutenzione delle infrastrutture misura la serietà di uno Stato e di un’impresa. Governare un’infrastruttura significa spendere oggi per evitare possibili tragedie domani.  Chi considera inutile quella spesa ragiona come colui che smette di pagare l’assicurazione antincendio perché la casa non è mai bruciata. Per questo anche lo Stato deve porsi qualche interrogativo.

La condanna inflitta a Mauro Coletta, già a capo della vigilanza sulle concessioni autostradali, ricorda che il concessionario non può controllare sé stesso. Privatizzare o affidare in concessione un servizio non significa privatizzare la funzione di controllo. Al contrario, quanto più il gestore ha interesse a contenere i costi, tanto più l’autorità pubblica deve disporre di competenze, autonomia e mezzi per verificare ogni dato. Un controllo fondato prevalentemente sui documenti prodotti dal soggetto controllato rischia di diventare un inutile timbro apposto su una situazione costruita dall’azienda.

Il ponte Morandi e il viadotto Acqualonga appartengono così alla stessa dolorosa geografia civile nella quale si colloca la strage ferroviaria di Viareggio, tornata d’attualità proprio in questi giorni.

Il 29 giugno 2009 il deragliamento di un treno merci carico di Gpl provocò un’esplosione che devastò intere abitazioni, uccidendo 32 persone. Diciassette anni dopo, il 25 giugno scorso, la Cassazione ha reso definitiva la condanna a cinque anni di Mauro Moretti, ex amministratore delegato di Ferrovie dello Stato e Rete ferroviaria italiana. Sono diventate definitive anche le condanne nei confronti di altri dirigenti e tecnici coinvolti nella gestione e manutenzione del convoglio.

Dopo quella pronuncia, more italico, non sono mancate prese di posizione che hanno descritto Moretti come un grande manager vittima di una sentenza ingiusta. Il 1° luglio è comparsa su alcuni quotidiani una pagina a pagamento promossa da Partecipazioni Italia, società controllata da Webuild, con un appello che vedeva Pietro Salini primo firmatario. Il testo non nominava direttamente Moretti, ma la coincidenza temporale con l’ingresso in carcere era evidente. Salini non è soltanto un importante imprenditore. È l’amministratore delegato di Webuild, il gruppo che guida Eurolink, contraente generale incaricato della progettazione esecutiva e della realizzazione del contestatissimo ponte sullo Stretto di Messina. Tra gli altri firmatari, Emanuele Orsini, presidente di Confindustria; Luciano Violante, già presidente della Camera; gli ex ministri Paola Severino, Pietro Lunardi, Renato Brunetta, attuale presidente del CNEL, tutti preoccupati per l’estensione della responsabilità penale ai vertici aziendali.

È una rappresentazione che capovolge la realtà processuale. Moretti non è stato condannato da un tribunale improvvisato, da una piazza inferocita o da una trasmissione televisiva. Il suo caso è stato esaminato in una lunga sequenza di giudizi, con tutte le garanzie previste dall’ordinamento, fino alla decisione definitiva della Suprema Corte.

Criticare una sentenza è legittimo. In uno Stato democratico nessuna decisione giudiziaria è sottratta all’analisi. Ma delegittimare un verdetto definitivo soltanto perché colpisce un uomo potente, dell’establishment, significa suggerire che per alcune categorie debba valere una giustizia speciale. È esattamente il contrario del principio scolpito nelle aule dei tribunali: “La legge è uguale per tutti”.

Per troppo tempo, davanti a grandi tragedie, l’Italia ha assistito a processi interminabili, prescrizioni, responsabilità frammentate e colpe evaporate tra società controllanti, controllate, subappaltatori, uffici tecnici e ministeri. I familiari delle vittime hanno dovuto combattere non soltanto contro il dolore, ma anche contro il tempo. Spesso sono stati loro a difendere la memoria pubblica quando aziende e istituzioni avrebbero preferito voltare pagina.

La giustizia ha raggiunto una conclusione definitiva ad Acqualonga. L’ha raggiunta a Viareggio, dopo un percorso lunghissimo e tormentato. A Genova ha compiuto il primo, decisivo passo. Non per soddisfare un desiderio di vendetta, ma per affermare che la gestione di un’autostrada o di una ferrovia non può ridursi a una sequenza di bilanci, pedaggi, obiettivi aziendali e dividendi.

È vero, a volte la legge è uguale per tutti. Anche per chi siede al vertice dell’organigramma aziendale.

Nell’immagine: parenti delle vittime dopo la sentenza


Philippe Blanc- “Cercare la verità anche per una città che amo”

L’accusa ha ricostruito un quadro sconfortante di manutenzioni insufficienti, segnali di degrado emersi da tempo, e controlli inadeguati 

Il documentario della RSI
Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ascoltare in podcast su YouTube Music


Ponte Morandi: un’equità riparatoria negata

L’accusa ha ricostruito un quadro sconfortante di manutenzioni insufficienti, segnali di degrado emersi da tempo, e controlli inadeguati 

Riceviamo e pubblichiamo queste riflessioni di un lettore di Naufraghi/e

La sentenza di ieri è di primo grado, quindi non è ancora definitiva. Questo significa che, al momento, nessuno dei condannati è destinato a scontare la pena in carcere in via immediata per questo specifico procedimento.

C’è un senso di ingiustizia legato all’eccessivo garantismo ed i gradi di giudizio; solleva così il dubbio che le classi dirigenti non espiino le proprie colpe anche in virtù della propria disponibilità economica, ergendosi al di sopra delle leggi, manipolando e corrompendo il sistema, la stabilità ed il patto sociale.

Questo sentimento è molto diffuso in Italia, specialmente dopo questo tipo di tragedie. La sensazione che la giustizia sia “troppo lenta” e che per i potenti valgano “due pesi e due misure” è un nodo profondo del patto sociale.

Con onestà, va fatto un distinguo fra i meccanismi giuridici (che sono oggettivi) e le percezioni politiche e sociali (che sono legittime e ampiamente condivise).

  1. Il “garantismo” non è un privilegio, ma il “processo giusto”
    La Costituzione italiana (articolo 111) sancisce il diritto alla difesa e la presunzione di innocenza fino alla condanna definitiva. I tre gradi di giudizio (con Appello e Cassazione) non sono un lusso per ricchi, ma uno strumento per ridurre al minimo gli errori giudiziari, che sarebbero devastanti per un innocente. Tuttavia, è innegabile che chi ha disponibilità economiche può permettersi un corpo di avvocati, consulenti tecnici e periti privati di altissimo livello, rendendo la difesa molto più efficace e complessa.
  2. Il vero problema: i tempi della giustizia
    Più che il “garantismo” in sé, il cortocircuito con il senso di giustizia è creato dalla durata dei processi. In Italia, un processo penale medio dura anni. Nel caso Morandi, il dibattimento ha richiesto 283 udienze. Il rischio concreto, in questi casi, è la prescrizione: se i termini scadono prima della sentenza definitiva, il reato si estingue, anche se la colpa è accertata in primo grado. Questo meccanismo, di fatto, premia la capacità di rallentare il processo (attraverso richieste di rinvii, incidenti probatori, ecc.), e su questo la disparità economica gioca un ruolo enorme.
  3. Cosa dice la sentenza di oggi sul “potere”
    Se da un lato la Procura aveva chiesto pene severe (quasi 400 anni totali), dall’altro il Tribunale ha ridotto drasticamente le condanne (es. Castellucci da 18 anni a 12). Per molti, questo è già un segnale che la “classe dirigente” viene trattata con guanti di velluto. Tuttavia, è importante notare che il Tribunale ha comunque condannato tutti i vertici, mandando un messaggio forte: la responsabilità penale per il crollo esiste e non è stata scaricata solo sui “capri espiatori”. Non sono stati assolti.
  4. Il nodo dell’espiazione della pena
    Come già espresso, oggi nessuno va in carcere. Perché la Cassazione arrivi a una sentenza definitiva potrebbero volerci altri 3 o 4 anni. Se in quegli anni la prescrizione dovesse “maturare”, il reato verrebbe cancellato: e qui sta l’errore!
    Questa è la vera ingiustizia percepita: non che i potenti non vengano condannati (oggi lo sono stati), ma che la macchina della giustizia sia così lenta da rischiare di rendere quelle condanne carta straccia ed una grottesca beffa.
  5. Il “patto sociale” è un punto dolente
    Quando il sistema giudiziario non dà risposte certe e tempestive, si incrina la fiducia nello Stato, nelle istituzioni e nella dirigenza, creando fratture, disagio e distanza. La disponibilità economica non permette di “manipolare” le prove (che sono tecniche e accertate dai periti), ma permette certamente di gestire meglio i tempi, di ingaggiare contro-perizie che seminano dubbi e di trascinare il processo fino allo scadere dei termini.
    In sostanza, il primo grado ha stabilito che i vertici sono colpevoli, anzi colpevolissimi!
    Il problema non è la legge in sé, ma la sua cronica lentezza. Fino a quando una condanna definitiva non arriverà, la società civile continuerà a percepire che, per i potenti, il carcere resta un’ipotesi remota, quasi astratta, mentre per il cittadino comune è una spada di Damocle che cade molto più in fretta.
  6. Perché la punizione (il carcere) in questo caso dovrebbe essere insostituibile
    La giustizia riparativa funziona nei reati tra persone (come una lite o un furto), ma nei disastri colposi dove c’è dolo eventuale o negligenza gravissima, la pena detentiva ha un valore simbolico irrinunciabile: sancisce che la vita umana non ha un prezzo e che certe negligenze, per quanto “tecniche”, equivalgono a un omicidio. Se tutto si risolve con un assegno, il messaggio che passa è esattamente “Chi ha soldi può comprare la propria impunità”. È questa rimane una ferita reale del nostro sistema, che purtroppo nessuna sentenza, da sola, può rimarginare.

Nell’immagine: la lettura della sentenza


Ciclone Trump contro Cina e tv: “Interferenze nel voto del 2020”. Ma il vero obiettivo è il Midterm

L’accusa ha ricostruito un quadro sconfortante di manutenzioni insufficienti, segnali di degrado emersi da tempo, e controlli inadeguati 

Di Maurizio Molinari, La Stampa

Con un discorso alla nazione di 25 minuti dalla East Room della Casa Bianca, il presidente Trump accusa la Cina di intromissione nelle elezioni nel 2020 per sollevare l’allarme su simili rischi nel voto di Midterm del prossimo novembre. E spingere il Congresso ad approvare il suo “SAVE America Act”.

Trump annuncia l’indagine su un presunto attacco informatico cinese ai dati di 220 milioni di elettori americani, non limitandosi a rilanciare accuse già note su un possibile interferenza di Pechino nelle presidenziali vinte da Joe Biden, ma aggiungendo che declassifica documenti segreti per dimostrarlo. Il vero obiettivo politico del discorso, pronunciato quando in Italia erano le 3 del mattino, è riportare al centro del dibattito pubblico il tema della sicurezza elettorale a pochi mesi dal voto di Midterm.

Affermare che il sistema americano è “esposto a manipolazioni e corruzione” significa infatti insinuare un dubbio che va oltre il passato. Se il 2020 è stato compromesso – è il messaggio che Trump suggerisce agli americani – chi garantisce che lo stesso non possa accadere nel novembre 2026, quando si rinnoveranno la Camera dei Rappresentanti e un terzo del Senato? È la domanda che aleggia dietro ogni sua parola, ed è funzionale a preparare il terreno politico in caso di un risultato sfavorevole al suo partito, come i sondaggi preannunciano.

Non a caso, il discorso si chiude con un appello concreto al Congresso di Washington: approvare il “SAVE America Act”, la legge che impone l’obbligo di documento d’identità per votare in ogni angolo dell’America. È una battaglia che Trump e i repubblicani conducono da tempo, presentata come misura contro le frodi ma osteggiata dai democratici e da diverse organizzazioni per i diritti civili, che la considerano invece uno strumento per scoraggiare il voto di minoranze, anziani e cittadini a basso reddito, categorie meno propense a possedere un documento di identità valido con foto.

Le accuse rivolte alla Cina non sono accompagnate, almeno nel testo del discorso, da prove pubbliche verificabili: Trump parla però di documenti “declassificati” e pubblicati sul sito della Casa Bianca, e di un’indagine affidata a FBI e Direttore dell’intelligence nazionale, ma la sostanza probatoria resta da dimostrare.

L’atmosfera elettorale trova conferma nella polemica sul trattamento mediatico del discorso: Trump attacca duramente le reti tv, Abc e Nbc, che non hanno trasmesso l’intervento in diretta sui loro canali principali, arrivando a minacciarne le licenze. Un atteggiamento che si inserisce nel solco di uno scontro permanente con la stampa considerata ostile e che rafforza l’immagine di un presidente che intreccia sicurezza nazionale, propaganda elettorale e polemica mediatica in un unico messaggio. Con l’intento di mobilitare la propria base elettorale, che lo elesse nel 2024.

Nell’insieme, il discorso appare una mossa politica estiva tesa a definire lo scontro di Midterm: alimentare il sospetto sul voto passato per giustificare interventi sul voto futuro, che si annuncia assai combattuto proprio perché il vantaggio attribuito ai democratici – almeno alla Camera dei Rappresentanti – paventa per Trump il rischio di diventare un’”anatra zoppa”.


Kagan: “In caso di sconfitta alle midterm Trump invaliderà il voto, si rischia un colpo di Stato”

L’accusa ha ricostruito un quadro sconfortante di manutenzioni insufficienti, segnali di degrado emersi da tempo, e controlli inadeguati 

Di Paolo Mastrolilli, La Repubblica

Fa impressione sentire un repubblicano che parla così dei repubblicani: «Ho iniziato a considerare il Gop come il partito della dittatura. Sono disposti a mantenere il potere con qualsiasi mezzo, e Trump guiderà la strada». Il problema è che Robert Kagan, già leader dei neocon durante l’amministrazione Bush, non si ferma qui: «Non escludo che cerchino di invalidare le elezioni, se a novembre perdessero le midterm. A quel punto saremmo già in uno scenario da colpo di Stato».

Perché ieri sera il presidente ha tenuto un discorso alla nazione?

«Stabilire un motivo per dichiarare che c’è stata la manipolazione delle elezioni di metà mandato, anche internazionale, per gasare i suoi sostenitori e impedire la conquista della Camera da parte dei democratici. E questo è il minimo. Vuole mettere in dubbio l’affidabilità del processo di voto elettronico americano. Nel peggiore dei casi, però, stava facendo la prova generale di quanto accadrà a novembre, denunciando interferenze straniere per manipolare il risultato e la partecipazione di illegali. Trump e l’amministrazione faranno tutto il possibile per impedire ai democratici di prendere la maggioranza alla Camera, e ancor meno al Senato».

Teme di perdere e si prepara a contestare il voto?

«Sì, assolutamente corretto».

Perché queste midterm sono così importanti?

«Se i democratici vinceranno, metteranno l’amministrazione in stato di accusa. Non so se ci sarà il terzo impeachment, ma di sicuro scatteranno le inchieste. Trump può ignorare il Congresso. Per il sistema americano, però, qualsiasi interruzione nel processo elettorale getterebbe seri dubbi sulla possibilità di tenere elezioni libere in futuro».

Si riferisce alle presidenziali del 2028?

«Assolutamente sì. Per Trump tutto si riduce a mantenere il potere in ogni modo concepibile, per massimizzare i suoi interessi personali e costringere il governo federale ad esaudire i suoi desideri. Tutto ciò che sfida questo potere va minato o distrutto. Perciò se le elezioni lo sfidano, farà qualcosa per impedire che abbiano successo nell’indebolirlo».

Potrebbe cancellare il voto o dichiaralo illegale?

«Sì. Posso immaginare uno scenario in cui lo speaker della Camera Mike Johnson si rifiuta di certificare il risultato e insediare il nuovo Congresso eletto, sostenendo che ci sono state irregolarità. L’amministrazione potrebbe usare le forze federali per sequestrare le urne, in modo da non poter sapere chi ha vinto. Più a lungo andrà avanti lo stallo, più il sistema inizierà a crollare. Se dovessimo arrivare a febbraio, marzo o aprile senza un Congresso in carica, sarebbe un momento reale di svolta nella storia americana».

Il presidente Trump cercherà di candidarsi al terzo mandato nel 2028?

«Lo dice spesso, forse per evitare di essere considerato un’anatra zoppa. Anche se non si candidasse, vuole mantenere il controllo del governo quando non sarà più alla Casa Bianca. Perciò gira voce che potrebbe sostenere un ticket composto dal vice Vance e suo figlio Don junior».

A quale scopo?

«Così la famiglia potrebbe proteggersi, perché la loro grande paura è venire accusati del furto di milioni di dollari, di aver usato il governo in modo improprio per riempirsi le tasche. Come ogni dittatura, temono che il prossimo regime li scopra e li mandi tutti in prigione. Quindi vogliono evitare che accada».

Potrebbero impedire le presidenziali del 2028?

«Sì, ma dipende da come andranno le midterm. Se avremo un’elezione libera e corretta, e i democratici vinceranno, potremo pensare al 2028. Se impediranno al Congresso di riunirsi perché ha vinto l’opposizione, la conclusione sarà diversa».

Cioè?

«Se annullassero il voto, o si rifiutassero di insediare un Congresso democratico, sarebbe già piena dittatura».

I guadagni della famiglia avranno qualche impatto sulla sua base?

«Dipende da come la descrivi. Se la base si riduce al 35%, allora direi di sì. La popolarità di Trump è molto bassa, ma i Maga non sono interessati alla corruzione. Le loro preoccupazioni sono razziali e religiose: quello che fa il presidente non importa, purché si occupi dei loro interessi su quei fronti».

Nel libro “Rebellion” ha scritto che se Trump non avesse vinto nel 2024, i seguaci avrebbero scatenato l’insurrezione. Lo teme ancora?

«Allora non davo per scontata la sua vittoria e avevo provato ad immaginare cosa sarebbe accaduto in caso di sconfitta. Ora la domanda chiave è un’altra: come reagirà il popolo se l’amministrazione annullerà le elezioni? Immagino proteste significative, allora vedremo come le gestirà il governo».

Prevede resistenze fra i repubblicani?

«No, non sono ottimista su questo. Una combinazione di paura e interesse personale terrà la maggior parte di loro con Trump. Da una parte hanno visto cosa succede a chi lo sfida, e dall’altra vogliono restare aggrappati al potere».

Come giudica i democratici?

«Sono terribili, perché hanno paura di trasformare le elezioni in una questione di sopravvivenza della democrazia. Parlano del pane quotidiano, o il prezzo del petrolio che sale a causa della guerra in Iran, e in parte lo capisco. Però sbagliano: devono chiarire che a novembre sarà in gioco la democrazia».

Nell’immagine: Robert Kagan


Stop piccoli schiavi

L’accusa ha ricostruito un quadro sconfortante di manutenzioni insufficienti, segnali di degrado emersi da tempo, e controlli inadeguati 

Di Sara Cecchetti, il manifesto

Lopeei, piccola area rurale della contea di Bokora nel distretto di Napak, si trova nel cuore della Karamoja, la regione con i tassi di povertà più alti di tutto l’Uganda. Addentrandoci nei suoi meandri più remoti, dove solo sporadici villaggi interrompono l’immensa savana semi-arida, si raggiunge una piccola scuola.

L’aula è essenziale, tetto di lamiera sorretto da travi di legno grezzo, panche e banchi scuri, pareti chiare segnate dal tempo. Sui muri, cartelloni didattici illustrano il ciclo riproduttivo dei bovini, con disegni dettagliati degli organi e annotazioni accurate: uno degli argomenti fondamentali per bambini che crescono in una terra dove la pastorizia è l’unico orizzonte di vita. Quel giorno, però, non si tiene lezione. Una trentina di capi villaggio sono riuniti sulle panche di legno. Uno dopo l’altro si alzano per prendere la parola su una delle piaghe della Karamoja: il traffico di bambini.

TRA I COORDINATORI dell’incontro c’è Michael Tumwesigye, ricercatore che, attraverso Panameet Africa Ltd, ha curato un’indagine approfondita sul fenomeno. Nel suo ufficio campeggia un grande cartellone con la scritta «Stop Child Trafficking». È lui a spiegare come, in questi villaggi isolati, il traffico di minori sia un meccanismo sistemico e radicato. Spesso organizzati da intermediari o, in alcuni casi, persino da anziani della comunità, i trafficanti reclutano o acquistano bambini promettendo loro opportunità di lavoro o istruzione in città. Secondo lo studio di Panameet Africa proprio nel distretto di Napak, circa il 14% dei bambini ha sperimentato forme di tratta in un arco di soli quattro mesi. Spesso sono le stesse famiglie a facilitare il processo, schiacciate dalla disperazione economica. Non stupisce che l’Uganda National Household Survey indichi che in Karamoja il 74,2% della popolazione è in stato di povertà, quasi cinque volte la media nazionale.

UNA VOLTA GIUNTI A KAMPALA, i minori vengono impiegati nell’accattonaggio forzato, nei lavori domestici e, nei casi più gravi, nello sfruttamento sessuale. Così, arrivati nella capitale, ci rechiamo a Katwe, uno degli slum più difficili, dove molti di questi bambini hanno trovato rifugio. Non è possibile entrare da soli. Per accedere alle zone più interne, soprattutto quelle abitate dai piccoli vittime di tratta, è indispensabile il consenso di un Local Council 1 (LC1), i capi locali che esercitano un’autorità informale ma ferrea all’interno dello slum. È uno di loro a condurci all’ingresso di una baracca dove otto bambini vivono ammassati in pochi metri quadri. Il tetto è di lamiera, le pareti di tavole di legno sconnesse. Sul pavimento, nient’altro che un telo di plastica logoro.

DUE RAGAZZE escono per parlare con noi: hanno 12 e 14 anni e sono entrambe arrivate dalla Karamoja. «Sono stata venduta da mia sorella maggiore – racconta la prima -. Ha detto ai miei genitori che mi avrebbero portata a Kampala per studiare, invece mi ha consegnata ai trafficanti. Per strada devo mendicare tutto il giorno e la sera consegno quello che guadagno. Se non porto abbastanza, mi picchiano o mi lasciano senza cibo». Alla domanda sul ruolo del governo nella lotta al fenomeno, risponde con rassegnazione, sostenendo che una o due volte al mese arrivano funzionari che portano via qualche bambino, ma si tratta di interventi sporadici, non di una vera soluzione.
«A Napak hanno introdotto leggi che vietano il traffico; ma non esiste nessun divieto di spostarsi da Karamoja a Kampala. Così, anche quando le autorità fermano i mezzi di trasporto, non hanno prove per dimostrare che si tratti di trafficanti» racconta l’altra ragazzina. Nello slum sono costrette a vivere a stretto contatto con i loro aguzzini: «Tutti sanno chi sono, ma nessuno ha il coraggio di ribellarsi» dicono.

AD ACCETTARE DI PARLARE con noi, è solo una ex trafficante, che ha abbandona l’attività dopo essere stata arrestata. «Dopo aver perso mio marito, non sapevo come sopravvivere e ho cominciato a trafficare bambini. Ho preso anche quelli dei miei fratelli; prima che mi arrestassero gestivo sette ragazzi. Ognuno di loro al giorno poteva guadagnare 5 o 10 mila scellini, quindi arrivavo a 70 mila al giorno e circa 2 milioni al mese» spiega la donna. Poco più di 500 dollari, uno stipendio molto alto rispetto alla media locale. Il pentimento iniziale viene però sostituito dalle sue ultime parole, in cui confessa che, se non riuscisse a trovare espedienti per sopravvivere, sarebbe disposta a tornare a trafficare bambini.

Nell’immagine: vittime della tratta a Katwe, uno slum di Kampala – Foto Sara Cecchetti


Andy Burnham scende in campo per ridare speranza al Regno Unito

L’accusa ha ricostruito un quadro sconfortante di manutenzioni insufficienti, segnali di degrado emersi da tempo, e controlli inadeguati 

Da Londra

Per qualche giorno l’Inghilterra ha vissuto due storie parallele, entrambe cariche di speranza e ottimismo. Da una parte la cavalcata della nazionale fino alla semifinale dei Mondiali di calcio; dall’altra l’ascesa di Andy Burnham verso Downing Street. Per un momento sport e politica hanno condiviso la stessa narrativa: quella di un Paese che tornava a credere in un futuro migliore. Con il sogno del mondiale sfumato dopo la sconfitta contro l’Argentina, gran parte di quell’aspettativa è ora sulle spalle di Burnham, ex sindaco di Manchester, che il 20 luglio diventerà ufficialmente Primo Ministro del Regno Unito, dopo una breve corsa alla leadership del partito laburista, senza concorrenti.

Più che una vittoria conquistata sul campo, la sua leadership è il prodotto del collasso della popolarità di Keir Starmer e della volontà del partito di sinistra di evitare un’altra guerra interna nella corsa alla successione. Burnham eredita un paese segnato da instabilità, governi brevi e fiducia pubblica in costante erosione. Ma parlare di “nuovo inizio” sarebbe azzardato.

Secondo gli alleati, Burnham, attuale deputato per Makerfield [un collegio elettorale della Grande Manchester, ndr], è la persona giusta per ricompattare il partito, riconquistare parte dell’elettorato e tenere lontano da Downing street Nigel Farage, leader del partito populista di destra Reform UK. La rapidità con cui i potenziali rivali alla leadership si sono fatti da parte dopo le dimissioni di Starmer dimostra quanto grande sia la volontà di stabilità. Ma la successione alla premiership senza un vero confronto ha sollevato dubbi e interrogativi. Burnham ha parlato di crescita economica, riduzione delle disuguaglianze e rilancio dei servizi pubblici, ma resta poco chiaro come intenda finanziare queste priorità in un contesto di risorse pubbliche limitate. L’ex sindaco di Manchester vanta una lunga carriera politica, ma pochi sanno come intenda cambiare il Paese e le dinamiche di Westminster, come promesso.

La sua esperienza come sindaco di Manchester viene presentata come il suo principale punto di forza, perché ha affrontato problemi concreti legati ai trasporti, all’edilizia e ai servizi sociali. I suoi sostenitori sostengono che questa esperienza lo renda pragmatico e più vicino alla gente, ma i critici ricordano che molti dei progetti realizzati sono stati possibili grazie ai consistenti finanziamenti del governo centrale, mentre alcune promesse sulla riduzione delle disuguaglianze, sulla sicurezza e sul miglioramento dei trasporti pubblici hanno prodotto risultati meno netti di quanto rivendicato dai suoi alleati.

Il partito laburista, tornato al potere dopo 14 anni di conservatori, avrà un nuovo leader con maggiore carisma e capacità comunicativa di Starmer, ma il partito è lo stesso, il programma anche, così come sono gli stessi i problemi del Paese. Burnham eredita un quadro economico meno drammatico rispetto ad un anno fa, ma tutt’altro che rassicurante. Il costo della vita pesa su milioni di famiglie. I salari reali recuperano lentamente, il mercato immobiliare resta proibitivo e il servizio sanitario nazionale continua a soffrire. Gli elettori non chiedono grandi visioni, bensì dei miglioramenti tangibili nella vita quotidiana. Dopo la Brexit, la pandemia ed anni di instabilità politica, la pazienza verso la classe dirigente si è notevolmente ridotta e questa sarà, anche per Burnham, la più grande sfida.

Con il Parlamento in pausa estiva il nuovo Premier potrà formare il governo e definire le priorità senza l’immediata pressione delle interrogazioni ai Comuni. Una finestra utile, ma già oggetto di critiche, perché rinvia il primo vero confronto parlamentare proprio mentre saranno prese decisioni importanti.

Detto questo, le domande dei media non aspetteranno, così come non vanno in vacanza le sfide internazionali. Dalla guerra in Ucraina alle tensioni in Medio Oriente, fino ai rapporti complicati con l’amministrazione Trump ed a una relazione ancora da ridefinire con l’Unione Europea, Burnham dovrà muoversi in uno scenario internazionale sempre più imprevedibile. Paradossalmente, l’esperienza di Keir Starmer potrebbe rappresentare un vantaggio. Pur indebolito sul fronte interno, Starmer ha rafforzato la credibilità internazionale del Regno Unito, ricucendo i rapporti con gli alleati europei, consolidando il sostegno all’Ucraina e ristabilendo un’immagine di maggiore prevedibilità dopo gli anni turbolenti della Brexit. Burnham dovrà dimostrare di sapere gestire una posizione diplomatica relativamente solida.

Andy Burnham dispone di un capitale politico significativo, che potrebbe però consumarsi rapidamente.  Le sue prime mosse, le prime dichiarazioni, saranno cruciali. La popolarità personale non elimina i vincoli di bilancio, né rende più semplice affrontare un’economia ancora debole. Le divisioni, pur sopite, continuano ad esistere all’interno del partito laburista, ora in subbuglio per la nomina dei membri di gabinetto.

Spesso descritta come un’incoronazione, l’arrivo di Andy Burnham rappresenta piuttosto una grande prova: saprà, il nuovo leader, ricostruire il rapporto con un elettorato impaziente e disilluso?  Come per l’Inghilterra ai Mondiali, anche per il futuro premier la partita decisiva si gioca tra aspettative altissime e avversari difficili da battere: sarà il risultato finale a dire se quella di Burnham sarà l’amministrazione della svolta o un’ occasione mancata.

Nell’immagine: Andy Burnham durante un comizio


Ondate di calore: dieci passi per la sopravvivenza

L’accusa ha ricostruito un quadro sconfortante di manutenzioni insufficienti, segnali di degrado emersi da tempo, e controlli inadeguati 

Di Attilio Piattelli, il manifesto

Ormai è evidente: le ondate di calore, che sono una delle dirette conseguenze del cambiamento climatico, avranno una frequenza e un’intensità sempre maggiore e non possono essere trattate come un evento eccezionale. E tutto ciò che è prevedibile richiede organizzazione e misure strutturali. A differenza della Francia, dove piani nazionali di adattamento si susseguono dal 2011, elaborati a seguito della canicola del 2003 e sono declinati in piani territoriali, l’Italia è arrivata tardi al Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici (Pnacc) e manca di una legge climatica organica con obiettivi vincolanti. Per questo, il Coordinamento FREE ha proposto dieci misure urgenti per non farci trovare impreparati in occasione dei prossimi eventi estremi.

Il primo passo è politico, ossia riconoscere il caldo estremo come emergenza climatica strutturale, un rischio sistemico nazionale con pesanti impatti sul diritto alla salute, all’abitare e al lavoro. Dobbiamo fare nostro il linguaggio dell’«adattamento collettivo» e non di quello individuale. Serve una legge climatica che recepisca il Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici, includendo un capitolo specifico su caldo e siccità, con stringenti obblighi per Stato, Regioni e Comuni. Il Pnacc deve diventare uno strumento operativo con target misurabili: primo fra tutti la drastica riduzione dell’eccesso di mortalità da caldo. Un indicatore che in Italia è ancora sottotraccia.

Parallelamente, il Piano nazionale caldo del 2005, oggi limitato a sanità e allerta, deve evolvere in un multisettoriale «Piano nazionale gestione ondate di calore 2.0» che copra edilizia, scuole, Rsa, lavoro e trasporti. Tutto ciò esige una forte «Cabina di regia» climatico-sanitaria presso la Presidenza del Consiglio, indispensabile per superare la cronica frammentazione tra Mase, Ministero della Salute e Protezione civile.

C’è poi l’urgenza della Giustizia Climatica. La crisi è classista: a pagare sono anziani, malati cronici, poveri, lavoratori esposti e residenti in periferie dense e prive di verde, costretti in case sovrariscaldate. Il quadro normativo deve riconoscere loro specifici diritti, orientando le priorità di investimento e intervento sugli edifici che accolgono i più fragili. Proponiamo un programma nazionale «alloggi freschi» per l’edilizia residenziale pubblica e sociale, per garantire case vivibili senza far esplodere i consumi. Più in generale le città devono farsi resilienti imponendo standard minimi per suolo permeabile, alberature e diffusi «rifugi climatici» in ogni quartiere. E anche scuole e ospedali necessitano di interventi mirati.

Sul fronte del lavoro servono norme inequivocabili, come soglie termiche precise per rimodulare gli orari o sospendere le attività, assicurando le piene tutele contrattuali per chi è a rischio. È fondamentale inoltre investire nella continuità energetica per garantire l’operatività ininterrotta di ospedali, Rsa, smaltimento reflui e reti di trasporto anche durante i picchi di calore.

Infine, il binomio imprescindibile: l’adattamento è vano se disgiunto dalla lotta alla dipendenza dai combustibili fossili. Adattamento e decarbonizzazione devono procedere sempre di pari passo. Occorre avviare una revisione critica per bloccare i nuovi progetti di generazione fossile e le infrastrutture del gas, azzerare in modo progressivo i dannosi sussidi ambientali e rivedere al rialzo gli obiettivi di decarbonizzazione previsti dal Pniec per il 2030, individuando puntualmente tutte le misure utili a raggiungerli.


L’UDC mette in discussione lo Stato di diritto

L’accusa ha ricostruito un quadro sconfortante di manutenzioni insufficienti, segnali di degrado emersi da tempo, e controlli inadeguati 

Di Jürg Müller-Muralt, Infosperber

In Svizzera è in corso, in un certo senso, un dibattito politico pubblico permanente. Dall’inizio del 2025 alla metà del 2026 solo a livello federale sono stati sottoposti a votazione popolare dieci progetti di legge – preceduti da un dibattito pubblico di portata spesso epica. La gamma dei temi è molto ampia e di varia rilevanza: si è discusso, tra l’altro, dell’estensione della sovranità doganale della Confederazione agli alcolici, di questioni relative al contante, alla tassazione individuale e alla creazione di un fondo per il clima, fino alla richiesta di ridurre drasticamente i canoni radiofonici e televisivi e di arrestare la crescita demografica a dieci milioni di persone. I referendum facoltativi e obbligatori, e il diritto di iniziativa, sono un tratto distintivo della democrazia elvetica.

È anche un prodotto di esportazione, e trova molti ammiratori anche oltre i confini svizzeri. In Germania, negli ultimi circa 40 anni sono già state presentate diverse proposte che si rifanno alla vicina Confederazione. Nel 2002, ad esempio, l’SPD e Bündnis 90/Die Grünen hanno presentato un progetto di legge per «l’introduzione dell’iniziativa popolare, del referendum popolare e del referendum consultivo nella Legge fondamentale». Nel Bundestag tedesco il progetto ha persino ottenuto la maggioranza, ma è fallito per mancanza della maggioranza dei due terzi.

Sull’onda della democrazia diretta cavalcano però anche ambienti la cui reputazione democratica non è al di sopra di ogni dubbio. Quando il Partito Nazionaldemocratico Tedesco (NPD) – oggi in gran parte irrilevante (dal 2023 «Die Heimat») – esaltava ripetutamente la democrazia diretta svizzera, non si trattava certo di un complimento di cui la Svizzera potesse andare fiera. Ormai praticamente tutti i partiti europei, da quelli populisti di destra a quelli di estrema destra, giocano la carta della democrazia diretta. Il Rassemblement National francese, il partito spagnolo Vox, l’FPÖ austriaco e gli attuali partiti della coalizione italiana Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia sostengono gli strumenti della democrazia diretta. Il più attivo in questo senso è l’AfD in Germania. Nel suo programma politico si legge: «L’AfD si impegna a introdurre anche in Germania i referendum popolari sul modello svizzero».

Democrazia diretta e  demagogia

Ma torniamo alla Svizzera. Anche qui ci sono voci critiche che non vedono sempre la democrazia diretta sotto una luce rosea. Una delle prime voci di allarme fu quella del liberale di Neuchâtel Numa Droz, consigliere federale dal 1876 al 1892. Nel 1893 fu sottoposta a votazione la primissima iniziativa popolare federale: il divieto di macellazione senza stordimento. Fu approvata dal popolo e dai cantoni. L’iniziativa era fortemente improntata a risentimenti antisemiti ed era palesemente rivolta contro gli ebrei. Nel 1894 prese poi la parola Numa Droz. Per lui era chiaro che con l’introduzione dell’iniziativa popolare nel 1891 e con l’approvazione di questa iniziativa di matrice antisemita fosse iniziata «l’era della demagogia».

Le iniziative dell’UDC «minano i principi dello Stato di diritto»

Niccolò Raselli, ex giudice ordinario del Tribunale federale svizzero, ne parla in un articolo pubblicato di recente sulla rivista online «Geschichte der Gegenwart» dal titolo «Il potenziale seduttivo plebiscitario degli strumenti di democrazia diretta».

Nel suo saggio, Raselli illustra, sulla base delle iniziative dell’UDC tra il 2009 e il 2026, «come le votazioni democratiche siano state utilizzate per relativizzare i diritti fondamentali sanciti dalla Costituzione, ma anche il diritto internazionale, nonché per minare i principi dello Stato di diritto».

  • Esempio 1: L’iniziativa per il divieto del burqa («Sì al divieto di coprirsi il volto», 2021). Secondo Raselli, un divieto generale di coprirsi il volto è una «misura drastica e sproporzionata. Le donne che indossano il velo integrale non vengono affatto protette dal divieto, ma piuttosto emarginate dalla vita pubblica e discriminate». La controproposta del Consiglio federale e del Parlamento è stata respinta nella votazione popolare, mentre l’iniziativa è stata approvata.
  • Esempio 2: L’iniziativa sui minareti («Contro la costruzione di minareti», 2009). È stata respinta dal Consiglio federale e dal Parlamento, ma approvata dal popolo. Secondo Raselli, essa viola «la libertà di religione, il divieto di discriminazione e, data la sua assolutezza, il principio di proporzionalità».
  • Esempio 3: L’iniziativa «Per l’espulsione degli stranieri criminali» (2010). Essa «revoca automaticamente agli stranieri, indipendentemente dal loro status ai sensi del diritto degli stranieri, il diritto di soggiorno e ogni diritto legale alla permanenza in Svizzera, qualora siano stati condannati per determinati reati o abbiano percepito in modo abusivo prestazioni delle assicurazioni sociali o dell’assistenza sociale». L’iniziativa non sarebbe compatibile né con la Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU), né con il Patto II dell’ONU (Patto internazionale sui diritti civili e politici), né con il principio di proporzionalità. Il Consiglio federale e il Parlamento l’hanno quindi respinta. Il popolo l’ha invece approvata.
  • Esempio 4: Di conseguenza, il Parlamento ha inserito nel Codice penale una clausola per i casi di particolare difficoltà, che si applica quando l’espulsione comporterebbe un grave disagio personale e l’interesse pubblico all’espulsione non prevalerebbe, il che è valso al Parlamento l’immediata accusa di violazione della Costituzione da parte dell’UDC. E quest’ultima è passata all’azione: con la cosiddetta «iniziativa di applicazione» (2016) ha chiesto «l’espulsione senza eccezioni e sistematica dalla Svizzera degli stranieri che hanno commesso reati», accettando così di minare i principi dello Stato di diritto. L’iniziativa è stata respinta dal popolo.
  • Esempio 5: Dopo la bocciatura dell’iniziativa, l’UDC ha lanciato la cosiddetta «Iniziativa sull’autodeterminazione» («Diritto svizzero invece di giudici stranieri», 2018). Chiedeva che in futuro la Costituzione federale avesse la precedenza sul diritto internazionale, il che avrebbe portato alla denuncia della CEDU. Sebbene anche questa sia stata respinta dal popolo, «gli avvenimenti dimostrano tuttavia come l’iniziativa popolare venga sempre più spesso strumentalizzata come veicolo populista per l’affermazione di obiettivi estremisti».
  • Esempio 6: L’iniziativa «Contro l’immigrazione di massa» (2014). Essa limita il numero dei permessi di soggiorno per gli stranieri in Svizzera attraverso quote massime annuali e contingenti e vieta i trattati internazionali che violino questo articolo. «L’iniziativa non è compatibile né con l’accordo sulla libera circolazione con l’UE né con quello degli Stati dell’EFTA. Il Consiglio federale e il Parlamento l’hanno respinta, mentre il popolo l’ha approvata. Di conseguenza, il Parlamento ha attuato l’iniziativa mediante una modifica legislativa conforme al diritto internazionale, il che ha valso al Parlamento, da parte dell’UDC, l’accusa di violazione della Costituzione.»
  • Esempio 7: L’iniziativa «No a una Svizzera da 10 milioni» (2026). Essa mirava al diritto d’asilo e alla Convenzione delle Nazioni Unite sui rifugiati, alla libera circolazione delle persone tra la Svizzera e l’UE, all’Accordo di Schengen, al Sistema d’informazione Schengen, indispensabile per la sicurezza, e all’Accordo di Dublino, rilevante per il funzionamento della procedura d’asilo. L’iniziativa è stata respinta dal popolo.
I populisti di destra vogliono aggirare il Parlamento

L’ex giudice federale Niccolò Raselli sottolinea che, dal punto di vista dei contenuti, non esistono barriere istituzionali efficaci contro le iniziative contrarie ai diritti umani. I diritti popolari, fortemente sviluppati, presuppongono una cultura politica improntata al rispetto e alla considerazione reciproca. Raselli conclude: «Per i populisti, democrazia non significa né separazione dei poteri né controllo del potere. Piuttosto, essi sperano che il legame plebiscitario con il cosiddetto popolo consenta loro di raggiungere meglio i propri obiettivi – aggirando il Parlamento –, ovvero l’assolutizzazione della sovranità popolare a scapito delle minoranze, l’emarginazione degli stranieri sulla base di caratteristiche nazionalistiche e culturalistiche quali la lingua, la religione o l’etnia, lo smantellamento delle garanzie dello Stato di diritto e il controllo della magistratura.»

Traduzione e adattamento a cura della redazione
Nell’immagine: la democrazia diretta in azione: votazione alla Landsgemeinde di Glarona nel maggio 2026


Musk incorona Le Pen: “L’ultima speranza della Francia”

L’accusa ha ricostruito un quadro sconfortante di manutenzioni insufficienti, segnali di degrado emersi da tempo, e controlli inadeguati 

La Stampa

«L’ultima speranza della Francia». Così Elon Musk ha definito Marine Le Pen, affidando il suo endorsement a un post su X, il social network dove il miliardario può contare su 240 milioni di follower. Il messaggio arriva a pochi giorni dalla decisione della leader del Rassemblement National di rilanciare la propria candidatura alle presidenziali francesi, nonostante una condanna per frode.

Il tifo verso destra

Per Musk non si tratta di una novità: il patron di Tesla e SpaceX aveva già espresso in passato apprezzamento per Le Pen. Ma questa è la prima volta che prende posizione apertamente dopo il ritorno ufficiale della leader dell’estrema destra nella corsa all’Eliseo, dove punta a sfidare il successore del presidente centrista Emmanuel Macron nel voto del prossimo anno. L’appoggio a Le Pen si inserisce nella rosa di sostegni politici che Musk ha costruito negli ultimi mesi tra i movimenti della destra radicale europea, come il partito tedesco AfD e il candidato ultranazionalista rumeno Călin Georgescu. La presa di posizione non ha tardato a provocare reazioni, come quella del ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot, che ha invitato Musk a cambiare prospettiva citando un proverbio francese: «Solo gli sciocchi non cambiano idea».

La condanna per frode

Dal canto suo, la leader francese ha avviato all’inizio del mese la sua quarta campagna presidenziale. Il suo Rassemblement National, considera infatti le prossime presidenziali l’occasione perfetta per conquistare l’Eliseo dopo il decennio macroniano. Il tutto annunciandolo poche ore dopo la conferma in appello della condanna per appropriazione indebita di fondi del Parlamento europeo. La sentenza ha previsto un’interdizione dai pubblici uffici di 15 mesi (già trascorsi) e un anno di pena da scontare con sorveglianza elettronica. Le Pen ha però deciso di ricorrere alla Corte di Cassazione, cercando di mantenere aperta la strada verso la candidatura.

La «caccia alle streghe»

Già lo scorso anno Musk era intervenuto in sua difesa rilanciando le parole di Donald Trump, che aveva definito il procedimento giudiziario contro Le Pen una «caccia alle streghe». In quell’occasione la reazione di Parigi era stata molto più dura: accusa di ingerenza straniera negli affari interni francesi. Ma Musk non si era fatto scalfire: «Liberate Le Pen!», aveva scritto.

Nell’immagine: nerissimi