L’Europa rilegga il suo passato

Tra le ombre del conflitto totale, fare i conti con i propri fantasmi significa ritrovare l’unità e salvare il futuro 

Di Lucio Caracciolo, 

Dal 1945 l’Europa non è mai stata così vicina al conflitto totale. Il privilegio delle tre generazioni senza guerra ci si rivolta contro. La pace eterna era cassazione condivisa da tutti gli europei. Molto più cogente di qualsiasi trattato. Siamo in tempo per bloccare l’ingranaggio? Certo. Ma sbrighiamoci a indagarlo per metterci le mani e invertire la rotta.

Osserviamo una costante insidiosa: le storie dei cannoni d’agosto (1914) o settembre (1939) tendono a rimare. Le guerre che da europee degenereranno in mondiali hanno due coprotagoniste – Germania contro Russia – e un campo del sangue che vorrebbe qualificarsi indipendente: l’Ucraina. Fra loro una nazione dalle fasi lunari, la Polonia oggi ascendente ma sempre inquieta circa le intenzioni di entrambi gli imperi limitrofi. Il russo, eterna nemesi, ma anche il tedesco, solo sedato secondo il presidente Nawrocki. Né a Varsavia si adorano gli ucraini, accusati di poggiare su gli uni o gli altri secondo opportunità.

Scrive lo storico britannico Dominic Lieven nel suo capolavoro su “La fine della Russia zarista”: «Senza l’Ucraina, la sua popolazione, industria e agricoltura, la Russia del primo Novecento non sarebbe più stata una grande potenza. In questo caso, tutto lasciava ritenere probabile che la Germania avrebbe dominato l’Europa». Eppoi, entrambe le guerre mondiali «sono cominciate in Europa orientale». Qualcosa ricorda.

Difficile stabilire se Putin, al quinto anno di guerra contro “l’Occidente collettivo”, sia tentato dall’atomica per risolvere una partita abbastanza umiliante. La retorica nucleare dei “falchi” è massaggio alle nostre opinioni pubbliche per vellicarne il pacifismo, o minaccia concreta? Buona la seconda, giurano i tosti à la Karaganov – «lei è un uomo spaventoso» l’ha apostrofato in pubblico Putin, o il di lui inconscio. Fine della ricreazione. Si rompe il tabù. Serve una Bomba segnaletica, “tattica” – su cosa sia ognuno ha le sue idee – contro un paese Nato.

Al centro di questo scenario impazzito sta la questione tedesca. Chi si rivede! Finché la Germania non si sarà data un passato, noi altri europei non avremo un futuro. Né vera pace. Il continente delle micro/macro identità incontinenti, incastrate l’una nell’altra come bambole nella matrioska, ospita al suo centro uno spazio indeterminato d’impronta tedesca. Semiconduttore continentale. Sempre provvisorio, contestato, periodicamente insanguinato. Intermezzo tra mondo slavo e latino percorso dal fantasma irrequieto della “Vera” Germania in cerca di identità.

La storia tedesca non passa né si ripete a comando. Sui suoi usi e abusi la Germania ci offre una lezione di metodo. I germanofobi vi attingono selettivamente per demonizzare un paese di formidabile cultura cui applicano un riduttore di potenza. Calibrato sulla doppia catastrofe militare – perdere due guerre mondiali di seguito: un record – e sul senso di colpa da perpetuare all’infinito. Ideologia anti-tedesca cui odiatori professionali attingono secondo necessità.

I romani ricorrevano alla damnatio memoriae: cancellati dalla civitas i nefandi. Nel Novecento lo si è riprovato con la Germania via attribuzione ad personam (Kaiser o Führer) e ad nationem di prima e seconda guerra mondiale. Base su cui coltivare pedagogie umilianti per i tedeschi, tali da suscitare rimozione o ribellione. Così il passato non passerà mai. Se vogliamo emanciparci da questa psicosi che compromette il futuro della Germania, quindi dell’Europa, dobbiamo storicizzare la parabola tedesca, come tutte le altre. Tutto compreso: luci, ombre, orrori. Riportare alla storia ascoltando tutte le parti significa relativizzare i giudizi assoluti? Certamente sì. Con ciò si rianima il nazismo o, a casa nostra, il fascismo? Vero l’opposto: ci si abitua a trattarlo per quel che è: participio passato o passato remoto. Controassicurazione rispetto a chi volesse riprodurlo in rima. Educazione a considerare il Bene, identificato con l’Occidente, in tono altrettanto sfumato. E ritrovare il piacere di discutere in libertà. Di studiare prima di sentenziare.


Il boom digitale in India uccide

Tra le ombre del conflitto totale, fare i conti con i propri fantasmi significa ritrovare l’unità e salvare il futuro 

Di Rubin Mathias, il manifesto

“Per molto tempo, la maggioranza dei lavoratori informatici non veniva considerata parte della classe lavoratrice. Ma la situazione sta diventando difficile”, dice Suman Dasmahapatra, coordinatore dell’IT and ITES Democratic Employees Association (IIDEA) di Bangalore, uno dei pochi sindacati emersi in un settore che ha sempre resistito all’organizzazione sindacale.

L’industria informatica indiana è stata a lungo il simbolo della modernizzazione del paese: uffici scintillanti, stipendi superiori alla media e promesse di mobilità sociale. Secondo i dati di NASSCOM, il settore impiega circa 5,4 milioni di professionisti, rendendolo uno dei più grandi bacini di colletti bianchi al mondo. Dietro questa facciata da “lavoro da sogno”, però, si è consolidata un’altra realtà. Giornate di 12-14 ore, riunioni notturne per seguire il fuso orario americano, precarietà, licenziamenti di massa e la paura costante di essere sostituiti da un altro lavoratore o, oggi, da un algoritmo.

Un’inchiesta del giornalista Parth MN per Rest of World ha documentato 227 casi di suicidio tra i lavoratori tech indiani tra il 2017 e il 2025. Una ricerca rileva che l’83% del personale soffre di burnout e uno su quattro lavora oltre 70 ore a settimana. Episodi spesso archiviati come “tragedie individuali”, ma che svelano il costo umano del boom digitale.

Stipendi relativamente alti, mutui da pagare, prestiti per la casa e per gli studi dei figli, o l’idea che il sindacato fosse «una cosa da operai di fabbrica» hanno fatto resistere il settore ai sindacati per molto tempo. Oggi, con i licenziamenti e l’arrivo dell’AI, questa sicurezza svanisce. Nel 2025 Tata Consultancy Services (TCS) ha annunciato il taglio di oltre 12.000 dipendenti (il 2% della forza lavoro globale), anche se dati indipendenti di India Today stimano il calo reale oltre le 30.000 unità. Nello stesso anno, secondo JobsPikr, Infosys ha eliminato oltre 8.000 posizioni, Wipro 5.500 e HCL Technologies 4.200 posti di lavoro.

IIDEA ha portato il caso TCS dinanzi alle autorità del lavoro del Karnataka. “Il segretario del lavoro ha inviato una notifica a TCS chiedendo chiarimenti”, spiega Dasmahapatra. “Tutti sanno che TCS è un ‘big shot’, ma ora i lavoratori non sono soli.”

A complicare lo scenario vi è l’entrata in vigore dei nuovi codici del lavoro voluti dal governo centrale. Promettono “flessibilità” agli investitori, ma per i sindacati indeboliscono le protezioni. “Le nuove leggi peggioreranno drasticamente gli orari e i diritti”, spiega Wilkin, del sindacato UNITE di Chennai. In India il lavoro è materia concorrente e gli stati, in feroce competizione per attrarre capitali, faticano a far rispettare le regole nei confronti delle multinazionali. “Gli stati sono intrappolati in una corsa al ribasso”, osserva Dasmahapatra. “Anche i governi ‘progressisti’ finiscono per piegarsi.”

Se le grandi multinazionali definiscono gli standard, le piccole e medie imprese sperimentano le forme più brutali di gestione. In un’azienda di circa 70 dipendenti, sei lavoratori sono stati rinchiusi in una stanza con i laptop e i telefoni sequestrati per ore, costretti a firmare le dimissioni. Il datore di lavoro ha poi minacciato i loro futuri impieghi.

Diffusi sono anche i bond contract, contratti che vincolano i dipendenti per anni, sotto pena di pesanti penali economiche; una forma di lavoro quasi coatto, tollerata dalle autorità. “Proviamo a salvare posti di lavoro, blocchiamo i licenziamenti e rompiamo i contratti-bond”, continua Wilkin. “In alcuni casi abbiamo evitato che chi era spinto alla ‘forced resignation’ si suicidasse, aiutandoli a capire che non era colpa loro”, dice Wilkin.

In una società di outsourcing, un lavoratore racconta settimane d’inferno, con turni dalle nove del mattino alle tre di notte, conclusi con una mail del CEO. “L’intelligenza artificiale sta cambiando il lavoro; siamo costretti a ridurre”. Il dipendente contesta. “Se davvero l’AI cambia il lavoro, dovresti formare i tuoi dipendenti, non buttarli fuori”, dice. “Non c’è stato alcun programma di aggiornamento professionale. Ci hanno solo detto che ‘l’AI sta cambiando tutto’ e ci hanno licenziati.” Chi resta vive un paradosso, spinto a usare l’AI per scrivere codice più in fretta, viene poi valutato nei colloqui sulla capacità di programmare a mano. “Ti dicono di usare l’AI per tutto, così non memorizzi più il codice. Poi, al colloquio, ti chiedono di scriverlo a mano. È una trappola.” L’AI incorpora il sapere collettivo di milioni di lavoratori, ma i guadagni di produttività restano alle imprese, mentre chi ha costruito quel sapere viene espulso.

Chi lavora nell’IT rimane più privilegiato di altre categorie, guadagna di più e vive nelle grandi città; per questo le proteste non esplodono facilmente e i partecipanti alle assemblee chiedono l’anonimato. Eppure qualcosa si muove. “Molti sono scettici”, racconta un lavoratore, “ma quando vedono che possiamo recuperare i salari o i documenti, capiscono che non sono soli.” La percezione del proprio impiego sta cambiando, passando da una carriera individuale a un terreno di diritti e solidarietà.

Un professionista con vent’anni di esperienza dice, “Stiamo pensando se abbia senso restare nell’IT o tornare all’agricoltura. Le leggi sono tutte dalla parte delle aziende. Se i benefici dell’AI non vengono restituiti ai lavoratori, a cosa serve questo progresso?”

Nell’immagine: India, IT sector


Michele Mari: “Lo Strega non mi cambia, resto un uomo solo”

Tra le ombre del conflitto totale, fare i conti con i propri fantasmi significa ritrovare l’unità e salvare il futuro 

Di Raffaella De Santis, La Repubblica

Il giorno dopo la vittoria del premio Strega, stessa cosa. A Michele Mari, 70 anni, un curriculum letterario di prim’ordine, non vengono fuori sorrisi. Totemico, guarda l’intervistatrice che si è seduta davanti a lui per una chiacchiera che non deve durare più di venti minuti. Tutto organizzato da Einaudi, che pubblica il suo I convitati di pietra. Appuntamento nella sede romana di via Fabio Massimo. I giornalisti possono parlare al vincitore per un breve slot, come accade nel mondo del cinema e molto raramente in quello letterario. Mari ha vinto con netto distacco: 190 voti sui 152 di Matteo Nucci. Il vincitore dice di aver dormito solo tre ore e ha l’aria di chi vorrebbe essere altrove.

In “Leggenda privata” raccontava di suo padre, il designer Enzo Mari, come lei un uomo senza sorrisi. Scriveva che per lui, votato al culto dell’intelligenza, essere torvi era un segno di acume. Ne ha ereditato i tratti?

«Probabilmente, ma non li ho fatti miei come principio teorico. Credo che da parte mia ci sia a volte timidezza, imbarazzo, impaccio. Non essendomi allenato da bambino al sorriso, non ho sviluppato una mimica facciale sufficientemente sfumata e articolata. Diventato adulto, un tentativo di sorriso produce in me un risultato inevitabilmente falso, una sorta di ghigno, qualcosa di poco morbido».

Più volte ha detto che da ragazzo è riuscito a sopportare l’oppressione familiare grazie alle letture, soprattutto ai fumetti.

«Hanno costituito una via di fuga, fondamentalmente un mondo fantastico nel quale rifugiarmi. Mi rifugiavo tra quelle pagine come chi si chiude dentro una stanza serrando la porta o come chi mette la testa sotto il cuscino per paura dei mostri. Fuggivo così alle tensioni di casa mia».

Che tipo di tensioni?

«I miei genitori avevano un rapporto molto turbolento. Le liti e le sfuriate erano all’ordine del giorno. Infatti poi si sono separati. I fumetti erano allora la mia oasi, un’isola in cui proteggermi. Tanto che poi mi sono affezionato a questi compagni di viaggio, questi numi protettori, diventandone un collezionista, un feticista».

Li conserva ancora?

«Conservo quelli della mia infanzia, con vero spirito filologico, e ne ho comprati da adulto. Sono rimasto legato ai fumetti che leggevo su Linus negli anni Sessanta e a molti fumetti americani, in particolare Dick Tracy di Chester Gould e Li’l Abner di Al Capp. Aggiungerei poi Jeff Hawke di Sydney Jordan e Tintin, il fumetto belga creato da Hergé».

Le liti tra i genitori sono qualcosa che lascia il segno nella vita di un bambino.

«Tuttora ho come una sorta di riflesso condizionato. Se sento qualcuno che alza voce, che grida, ho subito una reazione di chiusura, di protezione, di panico, di sgomento. Mi viene come una specie di tuffo al cuore, un riflesso pavloviano, automatico».

Come ha vissuto la lite sul pulmino con Teresa Ciabatti?

«Sull’argomento non voglio tornare, perché quello che avevo da dire credo di averlo detto. Non entro nel merito, mi tengo la mia fama di totem».

È un’occasione persa, se lo lasci dire.

«Ci sarebbe da aprire un fronte su dove finisce il confine tra il privato e il pubblico. Quel pulmino era un luogo privato».

Lei comunque è un personaggio pubblico e ha l’occasione per dire ora cosa pensa. Magari si è pentito di aver pronunciato offese contro Michela Murgia.

«Non volevo offendere Teresa Ciabatti, la sua sensibilità, infatti mi sono scusato. Non era mia intenzione ferirla. Pensavo che la conversazione potesse finire senza drammi. Sono rimasto stupito dalla sua reazione. Evidentemente la sua sensibilità ha fatto sì che le mie parole la ferissero. Ho sentito che era successo qualcosa di cui non capivo l’origine».

Al di là della questione personale, rimane la sostanza delle cose dette. All’origine dello scontro ci sono i suoi giudizi su Murgia partendo dal suo aspetto, dalla sua presunta bruttezza.

«Qualunque cosa possa aver detto non può essere letta in chiave sessista. Nella mia intenzione il mio commento riguardava l’essere umano, il soggetto, la persona, non un uomo o una donna. Riguardava qualunque persona non si senta sicura del proprio aspetto,indipendentemente dal sesso. Chiunque si senta disapprovato, bullizzato. Una persona del genere più facilmente sarà portata a costruirsi delle sovrastrutture, a puntare sulla dialettica, sulla creatività, procurandosi quell’autorevolezza che fino a quel momento non le era consentita. Se ti senti lento, goffo, se non ti senti all’altezza dei canoni, va a finire che ti adatti o ti deprimi. Altre volte reagisci scrivendo oppure diventando un grande pianista, un politico. Sono rimasto sinceramente stupito dal fatto che la cosa sia stata letta in chiave sessista».

Questa deduzione può valere anche per lei? Anche lei come scrittore crede di essere il risultato di un disagio?

«Da ragazzo mi sentivo un corpo estraneo rispetto ai miei compagni. Non mi reputavo dotato di quella disinvoltura, di quella spigliatezza per cui c’era chi sapeva ballare, chi fumava, chi andava alle feste, chi aveva il motorino. Io andavo sempre a piedi, mi vestivo con le giacche smesse di mio nonno e di mio papà, mi sentivo un po’ goffo, un po’ brutto anatroccolo. Non so se questo poi abbia suscitato un mio investimento in direzione della creatività».

In realtà in quel pulmino lei non parlava della creatività di Murgia ma della sua intransigenza, di una durezza legata alla sua immagine.

«Sì, forse, ho detto anche qualcosa del genere, però non mi sembra una cosa offensiva. Conosco l’intransigenza. Mio padre era la persona più intransigente al mondo, non concedeva sconti a nessuno. Come ho scritto, provavo per lui un ammirato terrore».

Perché dopo lo scoppio della polemica si è trincerato nel silenzio?

«Se sento del clamore intorno a me, se della gente in strada mi chiede di spiegarmi, io chiudo le finestre e vado a dormire. Mi isolo, non ho il gusto della polemica. Avevo anche paura che qualunque cosa detta avrebbe peggiorato la situazione».

Davvero ha scritto “I convitati di pietra” in un mese?

«Precisamente in 27 giorni, credo si senta nel ritmo».

Il libro trasforma la morte in un gioco, le fa paura il tempo che passa?

«La morte si affaccia nei posti vuoti che vengono lasciati da chi esce dalla pagina. Nel Don Giovanni il convitato di pietra è il Commendatore che arriva a fare scontare a Don Giovanni i suoi peccati. Il Commendatore incarna la Nemesi, è la metafora del senso di colpa dei sopravvissuti, della loro cattiva coscienza. Per rispondere alla sua domanda, non ho paura della morte ma credo che l’unico modo di parlarne sia, come diceva Manganelli, farne una figura retorica. Penso sia meglio tematizzarla che negarla nella sua essenza».

Nell’immagine: Michele Mari


Ma che bel clima

Tra le ombre del conflitto totale, fare i conti con i propri fantasmi significa ritrovare l’unità e salvare il futuro 


Quattro lingue ufficiali: questa è la Svizzera

Tra le ombre del conflitto totale, fare i conti con i propri fantasmi significa ritrovare l’unità e salvare il futuro 

Questo testo è stato scritto per Journal21, e dunque nella prospettiva di un lettore tedescofono

Le quattro lingue nazionali ufficiali vengono menzionate con orgoglio nei discorsi. La diversità linguistica della Svizzera, tuttavia, è spesso solo teoria. Dovrebbe invece essere realmente praticata, ad esempio consentendo a ogni cittadina e cittadino svizzero di parlare nella propria lingua madre ed essere compreso dai membri di altri gruppi linguistici.

Purtroppo siamo ben lontani da questo obiettivo. Negli anni ’50 e ’60, in gran parte della Svizzera tedesca, un anno di soggiorno nella Svizzera romanda dopo il 9° anno scolastico era quasi la norma; oggi questa pratica sembra aver perso popolarità. Il fatto che gli svizzeri tedeschi parlino il francese, o almeno lo capiscano, dovrebbe essere in realtà scontato, vista la nostra storia e la nostra identità nazionale.

L’amore per il francese

Diversi cantoni e molti insegnanti si oppongono all’insegnamento precoce del francese. I cantoni, che nel loro insieme formano la Svizzera, ritengono evidentemente superfluo che i bambini imparino il prima possibile a comprendere le persone della Romandia per poter conversare con loro. Questo è, a dir poco, incredibile.

Non sono né un insegnante né un linguista, quindi non mi pronuncio sulla questione di quando debbano iniziare le lezioni di francese. Se tuttavia intervengo nella discussione sul francese, lo faccio sulla base della mia esperienza di persona cresciuta nella Svizzera tedesca. In tenera età è più facile imparare una lingua. Se gli insegnanti obiettano che l’insegnamento precoce del francese non porta quasi a nulla, a mio avviso ciò può avere diverse ragioni. Se l’insegnante non è ben preparato, non ama la lingua francese o la parla in modo approssimativo, è ovvio che gli alunni facciano pochi progressi.

In terza e quarta media avevo un insegnante di francese dal quale noi studenti non sentivamo mai una parola in tedesco durante le lezioni. Spesso ci leggeva brevi racconti e ci chiedeva di scrivere un riassunto di tre o quattro frasi. Uno o due di noi dovevano poi leggere ad alta voce il proprio riassunto. Ero uno studente molto mediocre, ma l’anno successivo, in un altro luogo, in una scuola di diploma, con mia grande sorpresa ero il migliore in francese. Gli insegnanti dei miei nuovi compagni di classe erano stati evidentemente meno accorti.

L’errore dell’inglese precoce

Una cosa mi è chiarissima: il francese deve essere la prima lingua straniera (che non è poi così straniera) nelle scuole della Svizzera tedesca. Di certo non l’inglese, come invece avviene nella maggior parte dei cantoni. Secondo i dati della Conferenza delle direttrici e dei direttori cantonali della pubblica educazione (CDPE), Appenzello Interno è stato il primo cantone a introdurre l’inglese come prima lingua straniera; nel 2000 è seguito Zurigo e poi l’intera Svizzera orientale e centrale.

Il francese viene insegnato come prima lingua straniera ormai solo nei cantoni del Vallese, di Berna, di Soletta, di Basilea Campagna, di Basilea Città e del Ticino. Nei Grigioni la prima lingua straniera è un’altra lingua del cantone, ovvero, a seconda della regione, l’italiano, il romancio o il tedesco. In Romandia la prima lingua straniera è il tedesco.

«Stufi della Svizzera»?

Per ragioni di politica statale e in virtù del legame con i nostri concittadini d’oltre Sarina, considero la supremazia dell’inglese uno scandalo. La Svizzera, con il suo federalismo e i suoi gruppi linguistici, è una struttura complessa. Abbiamo molti privilegi, ma come cittadini e cittadine abbiamo anche doveri e difficoltà aggiuntivi: 26 sistemi scolastici e leggi fiscali. A ciò si aggiunge la ricchezza delle lingue nazionali e delle diverse culture. Evidentemente molti cantoni sono un po’ «stanchi della Svizzera». Zurigo, il cantone più popoloso, ha optato per l’inglese, innescando una reazione a catena.

La svalutazione della lingua francese è in linea con le ripetute dichiarazioni sprezzanti dell’ex consigliere federale Blocher nei confronti dei romandi. Dopo la votazione sull’iniziativa contro l’immigrazione di massa nel 2014 disse: «I romandi hanno sempre avuto una coscienza più debole della Svizzera». Tale critica ha una tradizione nella sua famiglia. Quando nel giugno 1917, dopo un’interruzione di diversi anni, l’Assemblea federale elesse nuovamente un secondo consigliere federale francofono, il liberale ginevrino Gustave Ador, il nonno di Blocher, Eduard Blocher, amico dell’Impero tedesco, parlò di «francofonizzazione» della Svizzera.

I giovani imparano comunque l’inglese

L’inglese è la lingua più importante al mondo. I giovani lo imparano in parte quasi per caso, mentre navigano su Internet. A scuola dovrebbe essere la seconda lingua straniera; come alternativa va offerto anche l’italiano. Per chi ha il tedesco come lingua madre, l’inglese è più facile da imparare rispetto al francese. È possibile comunicare in modo approssimativo in breve tempo, ma solo chi ha studiato a lungo e ha trascorso un periodo nei paesi anglofoni è in grado di parlare un inglese corretto, con le sue numerose forme espressive e le sottili regole grammaticali. Questa lingua ha inoltre un vocabolario vastissimo: oltre 700’000 parole, nettamente più del tedesco, del francese e dell’italiano.

Traduzione e adattamento a cura della redazione
Nell’immagine: la Costituzione federale svizzera nelle quattro lingue nazionali ufficiali 


Ciò che il ministro degli Esteri Ignazio Cassis tace

Tra le ombre del conflitto totale, fare i conti con i propri fantasmi significa ritrovare l’unità e salvare il futuro 

Di Markus Mugglin, Infosperber

Alla domanda di un giornalista se il Consiglio federale si stesse allontanando dal proprio obiettivo di destinare lo 0,5% del prodotto nazionale lordo alla cooperazione internazionale, il ministro degli Esteri Ignazio Cassis ha risposto, in occasione della conferenza stampa sul nuovo orientamento della cooperazione internazionale: «Sì, è così». Tuttavia, non si è limitato ad ammettere l’allontanamento dall’obiettivo, che il Consiglio federale aveva ripetutamente ribadito. Cassis ha anche affermato che tutti i Paesi, soprattutto nel mondo occidentale, starebbero riducendo i propri aiuti. Come prova ha citato i tagli di Gran Bretagna, Francia, Germania e Stati Uniti, aggiungendo: «È questo il nuovo mondo in cui viviamo oggi».

I Paesi scandinavi mantengono le loro promesse di aiuto

L’affermazione sui Paesi citati è certamente corretta, ma è errata la conclusione «tutti i Paesi del mondo occidentale». Non tutti stanno riducendo i propri bilanci destinati agli aiuti. Nel comunicato stampa del Dipartimento della politica estera del 9 aprile si legge: Danimarca, Islanda, Italia, Lussemburgo, Norvegia, Svezia, Spagna e Ungheria nel 2025 hanno aumentato il proprio aiuto pubblico allo sviluppo invece di ridurlo. Danimarca, Lussemburgo, Norvegia e Svezia hanno nuovamente erogato aiuti allo sviluppo per un importo superiore allo 0,7 per cento del proprio prodotto interno lordo. In altre parole: mantengono le loro promesse in materia di aiuti.

È una coincidenza che il ministro degli Affari esteri rivolga la propria attenzione alle grandi nazioni anziché ai Paesi che, per potenza economica e numero di abitanti, sono più vicini alla Svizzera? Che si tratti di omissione o di ignoranza, un confronto con i Paesi scandinavi – anch’essi ricchi e di dimensioni simili in termini di popolazione – è illuminante ben al di là della spesa per gli aiuti allo sviluppo.

Anche nell’attuazione dell’Agenda 2030 sugli obiettivi per lo sviluppo sostenibile le differenze sono notevoli. I paesi nordici sono all’avanguardia, mentre la Svizzera è molto indietro. Nel Sustainable Development Report 2026 appena pubblicato, Finlandia, Svezia e Danimarca occupano – come già l’anno scorso – i primi tre posti; la Norvegia è salita dal settimo al quarto posto. La Svizzera è nettamente indietro, solo al 22° posto. Negli ultimi anni è stata superata da un numero sempre maggiore di paesi. Nel 2018, poco dopo l’insediamento del ministro degli esteri Cassis, riusciva ancora a posizionarsi al 7° posto, dietro ai paesi scandinavi, alla Germania e alla Francia.

La Svizzera grava sugli altri Paesi

La Svizzera non è certo nella media per quanto riguarda gli effetti indiretti che provoca – a scapito di altri Paesi – con le sue politiche e il suo comportamento. In questo ambito, la Svizzera si colloca quasi in cima alla classifica, poco dietro ai Paesi Bassi e al Lussemburgo. Solo Singapore grava ancora di più sugli altri Paesi.

Nel suo nuovo rapporto nazionale sull’attuazione dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, il Consiglio federale riconosce gli effetti indiretti che la politica e il comportamento della Svizzera, ad esempio in materia di consumo, commercio o produzione, hanno su altri paesi. Li definisce addirittura una «sfida centrale per la coerenza delle politiche in materia di sviluppo sostenibile». Sottolinea che tre quarti dell’impatto ambientale causato dalla Svizzera si verificano all’estero.

Ammette che i profitti che la Svizzera realizza in qualità di piazza leader mondiale nel commercio delle materie prime possano comportare «effetti positivi e negativi per i Paesi, le comunità e le persone interessate».

Il Controllo federale delle finanze critica la mancanza di coerenza

Ma il semplice riconoscimento non basta. La Svizzera rimane al primo posto per quanto riguarda gli «effetti di ricaduta». Occorre quindi fare di più. A lamentarsene non sono solo le organizzazioni umanitarie e quelle che si occupano di politica dello sviluppo. Anche il Controllo federale delle finanze, alla fine di marzo, ha giudicato insufficiente l’«attuazione della Strategia per lo sviluppo sostenibile 2030». Ha ricordato al Consiglio federale la promessa di «maggiore coerenza nella politica federale» contenuta nella sua «Strategia per lo sviluppo sostenibile 2030», adottata nel 2021. Ma tale promessa non viene mantenuta. Il Controllo federale delle finanze non è riuscito a individuare alcun esempio in cui sia stata risolta «un’incongruenza sostanziale nella politica federale» e ha concluso: «La strategia contribuisce in misura limitata all’obiettivo di una politica federale coerente in materia di sviluppo sostenibile». E la sua conclusione è: «L’obiettivo non è quindi stato raggiunto».

La situazione non sembra destinata a cambiare molto. Nella prefazione al nuovo rapporto nazionale della Svizzera sull’Agenda 2030, il consigliere federale Cassis dichiara, già quattro anni prima della scadenza del termine, che gli obiettivi «non sono raggiungibili nella misura originariamente prevista».

Traduzione a cura della redazione
Nell’immagine: la Svizzera eroga meno aiuti allo sviluppo di quanto promesso


L’IA si sta bevendo la nostra acqua potabile

Tra le ombre del conflitto totale, fare i conti con i propri fantasmi significa ritrovare l’unità e salvare il futuro 

Di Daniel Ryser, Infosperber

Alcune tende a Benken, nella regione vinicola di Zurigo. Montate per protestare contro un centro di calcolo per l’intelligenza artificiale in costruzione nella vicina Beringen, sgomberate venerdì scorso dalla polizia cantonale di Zurigo, rimontate il giorno dopo a Tengen, in territorio tedesco, a pochi chilometri oltre il confine. Come ha comunicato sabato il gruppo «Aufstände der Allmende» [Rivolte per il bene comune, ndr] “la protesta si svolge all’estero, la costruzione prosegue”. Su un cartello di cartone che una manifestante mostrava alle telecamere c’era scritto: «Niente acqua potabile per i tecno-oligarchi».

36 megawatt, tre mesi

A Beringen, l’azienda statunitense «Stack Infrastructure» sta costruendo un impianto da 36 megawatt che, una volta operativo, consumerà una quantità di elettricità pari a tre quarti di quella di cui l’intero cantone di Sciaffusa ha avuto bisogno nel 2022, secondo quanto rilevato da SRF Data. Un impianto, quindi, come si legge più avanti nel rapporto, «che dovrebbe aumentare il fabbisogno energetico del cantone di circa il 70 per cento».

L’autorizzazione è stata concessa in tre mesi. Per le strade nazionali, gli aeroporti, le grandi centrali elettriche e le discariche, la Confederazione prescrive una valutazione di impatto ambientale. I centri di calcolo, tuttavia, non figurano affatto nell’allegato del regolamento di riferimento, che elenca in modo esaustivo gli impianti soggetti a valutazione – una lacuna che l’ONG Algorithm Watch ha fatto notare in un’indagine. Le macchine che, tra le altre cose, calcolano il nostro futuro sfuggono ai criteri del nostro presente.

Una caldaia che nessuno vuole

Il Consiglio comunale di Bering ha autorizzato per il centro di calcolo 55’000 metri cubi d’acqua all’anno, ovvero 150’000 litri di acqua potabile al giorno – la richiesta era stata sei volte superiore. E se ciò sarà possibile lo deciderà in ultima analisi il clima: l’impianto è collegato alla rete pubblica dell’acqua potabile, quindi alla stessa rete delle abitazioni. E in un’estate calda i server hanno bisogno di più acqua di raffreddamento.

E un’estate calda è spesso anche secca: in quel caso le sorgenti e le falde acquifere da cui proviene l’acqua potabile si abbassano. L’acqua scarseggia per tutti. I server, però, funzionano 24 ore su 24: spegnerli non è un’opzione. Quindi il comune dovrebbe attingere ancora più in profondità alle falde acquifere in esaurimento. Oppure acquistare acqua da altri comuni. Scarsità d’acqua? Nessun problema. L’importante è poter chiedere all’IA cosa fare in caso di carenza d’acqua.

E che ne è di tutto il calore che l’acqua di raffreddamento porta fuori dal capannone? Un centro dati è anche una fornace. Quasi tutta l’energia elettrica che vi affluisce si trasforma in calore – 36 megawatt che devono essere smaltiti da qualche parte.

Si potrebbero riscaldare case, scuole, interi quartieri, oppure si potrebbe disperderli nell’aria. A Beringen la costruzione era stata autorizzata prima che qualcuno sapesse come smaltire il calore. Poi è arrivato uno studio dell’Ufficio federale dell’energia (UFE): a causa della mancanza di condutture e di utenti, solo il trenta per cento del calore potrebbe essere utilizzato a livello locale. Il resto andrebbe sprecato. Nel frattempo si sta provvedendo a correggere il tiro: un bacino di accumulo sotterraneo, pompe di calore, la città di Sciaffusa come acquirente, per un costo di 58 milioni di franchi. Chi li pagherà, chi ne sarà responsabile? Tutto questo è ancora in sospeso. Ecco com’è la pianificazione nell’era dell’intelligenza artificiale: prima il cemento, poi le domande, poi il conto.

Un centro che consuma più elettricità di Losanna

Beringen non è un caso isolato. In Svizzera ci sono circa 120 centri di calcolo, mentre altri venti sono in costruzione. Con oltre 13 impianti per milione di abitanti, il Paese è tra quelli con la più alta densità al mondo, come riporta la rivista «Bilanz». Nel 2024 i centri hanno consumato 2,1 terawattora, ovvero il 3,6 per cento dell’energia elettrica svizzera. Adrian Altenburger, professore alla Scuola universitaria professionale di Lucerna e autore dello studio di riferimento dell’UFE, stima che tale quota sia già oggi compresa tra il sei e l’otto per cento, secondo quanto dichiarato alla SRF, e ritiene possibile che raggiunga fino al quindici per cento entro il 2030. Si tratterebbe di una quantità superiore al consumo dell’intero cantone di Zurigo. A Volketswil è previsto un unico centro da 100 megawatt che, a quanto pare, richiederà più elettricità della città di Losanna.

Tra il 2014 e il 2030 le aziende elettriche del Cantone di Zurigo costruiranno nove nuove sottostazioni – ovvero quegli impianti che trasformano la corrente ad alta tensione proveniente dalla rete principale, portandola alla tensione della regione. Sei di queste saranno realizzate principalmente per i centri di calcolo. Prima è stato il cloud a suscitare questa fame, poi il trasferimento dei dati aziendali a Google, Microsoft e Amazon, e ora è l’intelligenza artificiale ad alimentarla.

Si può ricontrollare ciò che Algorithm Watch ha calcolato e descritto: entro il 2030, secondo quanto previsto dalla legge sull’energia, in Svizzera dovrebbero essere prodotti circa 2’100 gigawattora di energia rinnovabile in più. Ogni tetto solare, ogni impianto alpino, ogni dibattito su ogni turbina eolica, ogni votazione, ogni ricorso, ogni compromesso: tutto questo, sommato, dà come risultato questa cifra. I centri di calcolo, però, potrebbero consumare oltre 4’000 gigawattora in più nello stesso periodo.

L’intero potenziamento della transizione energetica, un’opera collettiva per la quale questo Paese si batte da decenni, verrebbe consumato prima ancora di esistere. Perché questa nuova energia elettrica aveva uno scopo: sostituire il vecchio – il riscaldamento a gasolio con la pompa di calore, l’auto a benzina con quella elettrica. Ma se nello stesso periodo si aggiunge un nuovo consumatore, più grande dell’intero potenziamento, allora la nuova energia elettrica non sostituisce più nulla.

Alimenta il nuovo arrivato, mentre i sistemi di riscaldamento a gasolio continuano a funzionare, per un anno in più, due anni… chissà. I centri di calcolo non sottraggono energia alle pompe di calore, ma rallentano il ritmo della transizione energetica. E nessuno può dire dove finirà questa tendenza. Le previsioni del settore vengono riviste al rialzo ogni sei mesi, e ogni revisione erode un’altra fetta di energie rinnovabili. La transizione rallenta sempre di più, mentre il consumo raddoppia: a partire da quale punto si tratta ancora di un ritardo, e a partire da quale di un arresto completo?

Il dibattito politico al riguardo è quasi inesistente. Un’iniziativa qui, un rapporto là, il dibattito procede a rilento, ma il settore corre.

Il campo di protesta come sismografo

Il Consiglio federale ammette in un rapporto del 2025 di non sapere affatto quali Data center per l’IA siano effettivamente in funzione in Svizzera, figuriamoci quanto consumo energetico comportino. Punta sull’autoregolamentazione e attende uno studio che gli indichi innanzitutto cosa sta accadendo. In assenza di dati concreti, la politica si concentra sulla disputa sulle competenze, e la discussione è in corso: la consigliera nazionale dei Verdi Marionna Schlatter afferma alla SRF: «In Svizzera stiamo assistendo a una crescita enorme di questi siti ad altissimo consumo di energia e risorse». Schlatter chiede norme nazionali per l’elettricità, l’acqua e il calore residuo. Il consigliere agli Stati del PLR di Sciaffusa, Severin Brüngger, ribatte invece che spetta ai Cantoni intervenire e che essi ne hanno la competenza; il suo Gran Consiglio, del resto, ha appena reso obbligatorio lo sfruttamento del calore residuo. Entrambi hanno ragione, e probabilmente è proprio questo il problema: finché la Confederazione e i Cantoni si rimpallano le competenze, nessuno decide sulle questioni di principio.

Gli attivisti – ieri a Benken, oggi a Tengen – fungono in questo senso da sismografi. Hanno compreso ciò che le autorità preposte al rilascio delle autorizzazioni non hanno voluto verificare: che il cloud è un’entità tangibile, che consuma acqua, produce calore e divora terreno, che ogni richiesta inviata a una macchina fa girare una turbina da qualche parte. Negli Stati Uniti, riporta «Bilanz», gli elettori repubblicani e democratici sarebbero per una volta d’accordo nell’opposizione ai centri di calcolo. Se la Svizzera seguisse questo esempio, sarebbe prevedibile un’iniziativa contro i centri di calcolo.

Ma chi ha deciso, in realtà, che questo Paese diventasse una sede per i server? Che la sua elettricità, la sua acqua, la sua transizione energetica cedessero il passo a questa singola industria? La risposta è: nessuno. Non c’è mai stata una decisione del genere. C’erano solo domande di concessione edilizia, comune per comune. A Beringen, ad esempio: autorizzazione concessa in tre mesi da un ufficio tecnico comunale. La somma di queste autorizzazioni, però, sta cambiando il Paese. Le tende dei manifestanti, invece, sono in Germania.

Traduzione a cura della redazione
Nell’immagine:
sei persone, un telo stampato e qualche pezzo di cartone contro un’industria che sta prosciugando interi cantoni. Almeno la strada sterrata, quel giorno, apparteneva ancora ai manifestanti


Seppellito Khamenei, l’Iran del dopoguerra è anche più compatto

Tra le ombre del conflitto totale, fare i conti con i propri fantasmi significa ritrovare l’unità e salvare il futuro 

Di Francesca Luci, il manifesto

Centotrentadue giorni dopo il suo assassinio, il 28 febbraio, il feretro di Ali Khamenei ha raggiunto Mashhad. Una fila umana interminabile ha accompagnato la Guida suprema dell’Iran fino al santuario dell’imam Reza, il luogo più sacro dello sciismo iraniano, dove è stato sepolto. Sette giorni di lutto nazionale, processioni imponenti, centinaia di delegazioni ufficiali e civili arrivate dall’estero: il corpo di Khamenei è stato portato anche a Najaf e Karbala, in Iraq, i due poli sacri dello sciismo mondiale, a sigillare simbolicamente l’unità del popolo musulmano sciita attorno alla figura del leader, ormai elevato a martire.

LA SEPOLTURA è avvenuta poche ore dopo che il presidente americano dichiarava superato il memorandum d’intesa con Teheran e ordinava nuovi attacchi contro le città iraniane sul Golfo Persico. Khamenei e quattro membri della sua famiglia erano stati uccisi il 28 febbraio in un attacco congiunto israelo-americano contro la loro residenza a Teheran, proprio mentre le delegazioni di Teheran e Washington negoziavano.

Ai funerali hanno partecipato milioni di persone, visibilmente commosse – al punto da far vacillare l’idea, diffusa in Occidente, di un’opposizione maggioritaria. «I numeri non mentono. I cori, i colori, le lacrime, il petto battuto: funziona, ed è esattamente l’effetto che il potere cerca», dice il professor Mehran Akrami (non è il suo vero nome, per motivi di sicurezza), che ha insegnato per anni nelle università iraniane. «Quella folla è, in un modo o nell’altro, l’esercito dei fedeli al sistema: per lo più gente comune, negarlo sarebbe ingenuo.»

Le esequie sono diventate una dimostrazione di unità nazionale, nel tentativo di ricompattare l’immagine del potere dopo una guerra che ha lasciato migliaia di vittime. «Ma esiste, specularmente, un altro Paese – fatto di altrettanti milioni di persone – che rifiutano un sistema teocratico», continua Akrami. «Non hanno voce, non hanno piazza, non hanno colori da sventolare: sono diventati invisibili per decreto. Nessuno può dirlo con certezza se sono la maggioranza, ma negarli sarebbe ancora più ingenuo.»

A KHAMENEI è succeduto il figlio Mojtaba, 56 anni, rimasto gravemente ferito nell’attacco che ha ucciso il padre. Da allora non è più comparso in pubblico. «La sua ascesa è stata decisiva per tenere insieme il potere in un momento di crisi profonda», spiega Akrami. «Si propone come garante della stabilità interna, sostenuto dal corpo dei Guardiani della Rivoluzione. Ma ho seri dubbi che possa colmare il vuoto lasciato dal padre presso l’intera base dei suoi sostenitori: un cognome non basta a ereditare un carisma. Il padre ha tenuto le redini del Paese per trentasei anni, con l’Occidente quasi compattamente contrario e un notevole malcontento interno. Chiamiamola abilità, cinismo o istinto di sopravvivenza politica: il risultato è sotto gli occhi di tutti».

SECONDO MOLTI ANALISTI, il nuovo leader imboccherà una linea ancora più intransigente. «La sua impostazione mostra forte continuità ideologica con quella del padre, ma con priorità diverse in politica estera», aggiunge Akrami. Ma tante domande sul futuro del Paese rimangono senza risposta. Forse la più importante di tutte è se la nuova leadership prenderà in considerazione quella parte della popolazione che per ora non ha voce in capitolo nel Paese. «È presto per dire se anche sul piano interno prevarrà la continuità», risponde Akrami. «Quando il Paese è in guerra, il sentimento nazionalista popolare giustifica tutto, in nome dell’amor patrio. Personalmente non sono ottimista: i segnali che arrivano sono troppo deboli per parlare di un cambiamento reale».

Cade quindi il velo del funerale di Khamenei mentre il Paese rischia di tornare in piena guerra con gli Usa. Teheran ha colpito con droni e missili diverse basi statunitensi nella regione: Camp Arifjan e la base aerea di Ali Al Salem in Kuwait, la base di Shaikh Isa e quella navale di Juffair in Bahrein. Anche la Giordania rivendica l’abbattimento di otto missili iraniani entrati nel proprio spazio aereo.

L’attacco è arrivato dopo che Trump, durante il summit ad Ankara, aveva dato in diretta l’ordine di colpire. Il comando centrale americano ha risposto colpendo oltre 90 obiettivi in un giorno, 170 in quarantotto ore: sistemi di difesa aerea, depositi di droni e missili, snodi logistici, persino tratti della ferrovia tra Teheran e Mashhad. Il ministero della salute iraniano parla di almeno 14 morti e 78 feriti. E il ministro della difesaisraeliano Israel Katz ha dichiarato che «le forze armate israeliane sono pronte ad attaccare l’Iran una terza volta, se necessario: l’esercito è pronto e in allerta per una ripresa delle ostilità, per ristabilire la superiorità aerea e colpire ancora».

PER LIMITARE I DANNI di un possibile blocco navale americano, Teheran ha avviato durante la notte una mobilitazione logistica d’emergenza, spedendo almeno 10 milioni di barili tra greggio e olio combustibile. Le Guardie della Rivoluzione sostengono che il traffico marittimo sia tornato al 50% dei livelli pre-conflitto, e attribuiscono le difficoltà residue all’«avventurismo e ingerenza» statunitense sulle rotte commerciali: «Gli stranieri non hanno alcun interesse in questa terra e nello Stretto di Hormuz». «La nuova leadership punta a imporre un nuovo status quo regionale, in cui il controllo di Teheran sulle principali rotte marittime venga accettato dalla comunità internazionale come un fatto compiuto – anche a costo di sfidare apertamente la presenza militare statunitense», spiega il professor Akrami. Il ministero degli Esteri iraniano ha denunciato quelli che definisce «attacchi aggressivi» contro siti nelle province costiere meridionali e contro due ponti ferroviari sulla linea per Mashhad come «un grave crimine di guerra».

IL PRESIDENTE Masoud Pezeshkian ha respinto le pressioni interne per una replica verbale a Trump: «Non impareremo questo tipo di politica da qualcuno che ha le mani macchiate del sangue dei bambini», ha detto, riferendosi all’attacco statunitense contro una scuola iraniana nella quale sono morti oltre cento bambini. «Una persona che non sa parlare né esprimere i propri pensieri senza offendere: le sue parole sono un insulto quanto i suoi gesti. Noi difenderemo con fermezza i nostri diritti». Al vertice Nato di Ankara, Trump aveva definito più volte i leader di Teheran «bugiardi», «feccia», «persone malvagie, violente e malate».

Nell’immagine: funerali Khamenei


Quella nube di diossina che ha cambiato il mondo

Tra le ombre del conflitto totale, fare i conti con i propri fantasmi significa ritrovare l’unità e salvare il futuro 

Di Mario Tozzi, La Stampa

Quasi non ricordiamo più quella nube di diossina, prima rosa e poi invisibile, che penetrò nelle narici dei brianzoli e nel nostro immaginario mezzo secolo fa. Eppure si è trattato di una catastrofe spartiacque, anche se non provocò nemmeno una vittima.C’è un prima e un dopo, non fosse altro che per le Direttive Seveso, che hanno successivamente conferito nuovi obblighi e un perimetro più ristretto alle lavorazioni chimiche. Registrando, come primo risultato, lo spostamento delle attività pericolose in altre nazioni, fino al prevedibile caso di Bhopal, quando la multinazionale Union Carbide provocò il disastro industriale peggiore della storia (1984).

I veleni industriali come le diossine non sono visibili, invece Seveso fu l’epifania di quanto di sotterraneo, malefico e vorrei dire “tipico” porta la massimizzazione dei profitti a scapito di qualsiasi altro interesse. La cloracne sul viso e i bambini, i cani e i gatti stecchiti, le pecore morte, gli 80.000 animali sterminati, le decine di fusti (della cui sorte finale non siamo nemmeno sicuri), gli ettari di terreno bonificato con estrema fatica, ci hanno plasticamente rappresentato che i veleni industriali sono fra noi ogni giorno, suscettibili di essere messi in luce dalla prima condotta disattenta o dal primo errore.

La nube di diossina del 1976 si sprigionava in un Paese ancora in grande crescita economica: l’Italia del massimo storico del Partito Comunista di Berlinguer e del governo Moro, degli immigrati dal Sud e delle lotte per i diritti dei lavoratori. Quei veleni minavano la fiducia degli italiani e alimentavano i conflitti sociali che stavano portando alla stagione del terrorismo. E in quell’Italia la questione ambientale non esisteva, mentre l’industria stava spingendo al massimo verso un modello di sviluppo che portava ricchezza sì, ma a costi altissimi. Eppure era già uscito Primavera Silenziosa di Rachel Carson (1962), in cui l’autrice si domandava se una civiltà potesse «intraprendere una guerra senza quartiere contro la vita senza distruggere sé stessa, e senza perdere il diritto di essere chiamata civile». A oggi in Italia ci sono ancora 971 stabilimenti a rischio di incidente rilevante (Ispra 2025), passando da 991 nel 2019 a oggi, con una riduzione di solo il 2%. Per non parlare dell’Ilva di Taranto, dove l’Istituto Superiore di Sanità (2019) ha rilevato che le donne residenti hanno concentrazioni di diossine nel latte materno superiori dal 18% al 38% rispetto a quelle della provincia, un segnale inequivocabile di una esposizione continuata.

Nell’immagine: le case evacuate per la nube tossica dell’ICMESA di Seveso


Goodbye capitalismo: ora all’America piacciono i socialisti

Tra le ombre del conflitto totale, fare i conti con i propri fantasmi significa ritrovare l’unità e salvare il futuro 

Di Gianni Riotta, La Repubblica

Nel 1987 lo storico Paul Kennedy pubblicò il bestseller Ascesa e declino delle Grandi Potenze (Garzanti), lasciando intuire che anche per gli Stati Uniti arrivava la stagione inevitabile della decadenza, dopo Atene, Roma, Spagna, Francia, Russia. Due anni più tardi la caduta del Muro di Berlino e, nel 1991, l’ammainabandiera Urss al Cremlino, sembravano smentire Kennedy, con Washington capitale egemone nel mondo globale. A volte però, suggeriva lo studioso Fernand Braudel, i movimenti della storia sono invisibili e, a meno di quarant’anni dalla profezia di Kennedy, in un sondaggio del Wall Street Journal-Norc la maggioranza dei cittadini americani ritiene la nazione in pieno declino, il sogno americano, il capitalismo, perfino la democrazia che il 4 di luglio ha celebrato un quarto di millennio tra i fuochi pirotecnici del presidente Donald Trump, scaduti a roba del secolo passato, souvenir kitsch al pari di religione e patriottismo.

Numeri spietati: meno della metà dei cittadini Usa dell’era AI, Musk e social media ritiene che il capitalismo funzioni, contro i due terzi che avevano fiducia in Wall Streete negli eredi di Ford, Rockefeller e Silicon Valley appena dieci anni fa. Una sparuta minoranza, uno su tre, ritiene che sia possibile oggi guadagnarsi il pane con un salario decente, gli altri no. E, mentre la guerra continua in Iran, la polizia Ice è accusata di omicidi e soprusi, il New York Times indaga sui profitti da cyber valute di Trump e i democratici vedono Graham Platner, candidato senatore in Maine, con tatuaggio SS in petto, costretto al ritiro da accuse di violenza sessuale, è ovvio che solo il 12 per cento (uno su dieci!) degli americani dichiari fiducia superstite nella democrazia. Poco più, il 16 per cento, conserva la fede nel ruolo del popolo sul governo, mentre uno schiacciante 84 per cento si confessa rassegnato allo strapotere degli oligarchi AI e tecnologici, capaci di mettersi in tasca media e politica.

Malgrado le bandiere e gli inni del 4 luglio sei americani su 10 non sono fieri del loro paese e, vendicando la profezia di Paul Kennedy, oltre due terzi dei cittadini Usa ritiene che il paese di Washington e Lincoln sia in declino, stile Impero austro-ungarico dopo la Belle Époque. Per oltre la metà degli elettori, la democrazia che nel 2008 portò Obama alla Casa Bianca è in panne. Fra i giovani queste tendenze sono esasperate, il pessimismo sul futuro del mercato ha toni da romanzo distopico di Cormac McCarthy, salvo credere ancora nell’emigrazione, un bene per 6 cittadini su 10, come comprovato dalla recente sentenza della Corte Suprema che ha detto ok allo ius soli, contro i diktat di Trump.

La sfiducia Usa è parallela a quella dei dolenti alleati europei al vertice Nato di Ankara, con i populisti di Le Pen, Farage e Afd avanti a Parigi, Londra e Berlino, e l’ex generale Vannacci in ascesa a destra del governo Meloni. Né si tratta di fenomeni inediti: i Know Nothing (Non So Nulla) animarono due secoli fa l’odio contro neri, migranti e cattolici, e a ridosso della Seconda guerra mondiale il Comitato America First, piattaforma antisemita e filonazista, raccolse il consenso di Henry Ford, dell’asso dell’aviazione Lindbergh e dell’architetto Lloyd Wright.

La sfiducia per Wall Street che, nel romanzo Il grande Gatsby, testimonia le gesta dei protagonisti Tom Buchanan e Nick Carraway, anima anche, a sorpresa, la rinascita del socialismo Usa, vedi l’elezione a New York del sindaco Zohran Mamdani, capace di strappare a Trump miliardi per le case popolari, e i tre deputati socialdemocratici che hanno vinto a giugno le primarie del partito democratico e, a novembre, andranno senza problemi in Parlamento, per i distretti di Manhattan, Queens, Bronx ed Harlem. Il veterano senatore socialista Bernie Sanders e la carismatica deputata Ocasio-Cortezpropongono un’agenda di welfare, sanità, tasse ai ricchi, che in Scandinavia sembrerebbe magari moderata, ma che Trump accusa già con astuzia di “comunismo”, per spaventare moderati e benestanti. La svolta è colta dall’austero periodico The Economist, che, in copertina, si chiede se le generazioni Millennials e Z, angosciate dalle macerie a Gaza e allontanate dalle città da caro affitti e salari bassi, non tradurranno la delusione sul capitalismo in passione per una nuova sinistra, come nel 1968. Nel 2000, lo storico Seymour Lipset chiese in un saggio «Perché il socialismo non si fosse mai affermato al governo negli Usa», concludendo che individualismo yankee e speranza di promozione economica rendevano impopolari bandiere rosse e falce e martello. Malgrado figure come Eugene Debs, fondatore del Partito socialista americano, 6 per cento dei voti alle presidenziali del 1912, o Michael Harrington, che con l’inchiesta sulla povertà del 1962 persuase il presidente Johnson a riformare scuola, sanità, edilizia, la sinistra è rimasta infine minoranza.

Socialista era anche John Reed, cronista laureato ad Harvard, autore del pamphlet I dieci giorni che sconvolsero il mondo sulla Rivoluzione russa, sepolto a 33 anni al Cremlino, tornato celebre nel 1981 per il kolossal Reds di Warren Beatty, storia, utopie, bellezza. Altri tempi: sull’ultimo numero della rivista Foreign Affairs, il diplomatico Thomas Wright esamina, con angoscia, l’Asse Cina, Russia, Iran e Corea del Nord, tacita alleanza cosciente della disillusione civile, del senso di impotenza e declino a Washington, decisa dunque a battere capitalismo e democrazia.