Luca Steinmann – La prova di forza degli ayatollah

I lunghi funerali della guida suprema Alì Khamenei, una prova di forza anche politica del regime degli ayatollah, che si dicono pronti a riprendere la guerra contro gli USA 

Luca Steinmann lavora nelle aree di conflitto di tutto il mondo come reporter indipendente

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Torna la guerra dei mondi

I lunghi funerali della guida suprema Alì Khamenei, una prova di forza anche politica del regime degli ayatollah, che si dicono pronti a riprendere la guerra contro gli USA 

Di Alberto Negri, il manifesto

Riprende la guerra dei mondi tra Stati uniti, Israele e Iran e gli europei saranno ancora spettatori? Mondi così distanti è difficile immaginarli. Mentre a Jamkaran, vicino alla città santa di Qom, sfilava la bara di Ali Khamenei nel luogo dove nel nono secolo scomparve il Mahdi, il 12° Imam, mito fondante degli sciiti duodecimani, ad Ankara, al vertice Nato, il presidente degli Usa annunciava che la tregua del 17 giugno con Teheran è finita, bollando come «feccia» la leadership iraniana.

Al suo fianco l’impettito segretario dell’Alleanza Mark Rutte approvava gli attacchi Usa nel Golfo in risposta a quelli dell’Iran contro navi in transito nello Stretto di Hormuz che non avrebbero rispettato le regole di navigazione di Teheran. Più o meno nelle stesse ore Washington revocava il diritto all’Iran di esportare il suo petrolio: oro nero e gas in rialzo sui mercati, come da copione proprio mentre, secondo la Gazprom, veniva attaccato dall’Ucraina il gasdotto Blu Stream tra Russia e Turchia. Torna lo spettro di una crisi energetica che non è mai finita davvero perché anche nei momenti di calma non sono mai passate da Hormuz più di una trentina di navi al giorno.

La sceneggiata di Trump ad Ankara ha seguito il suo tipico canovaccio: non ha avvertito nessuno degli alleati dell’attacco americano e poi li ha pure attaccati ad alzo zero. «Non ci hanno aiutati contro l’Iran, nessuno di loro ci aiutati», ha proclamato citando tutti, Italia compresa – tornata ondivagamente «buona» nella conferenza stampa della sera -, e scatenandosi contro la Spagna di Sánchez. Erdogan, il suo ospite, forse gongolava: non solo Trump lo ha riempito di lodi ma lui è riuscito a occultare la repressione anti-democratica contro l’opposizione e a far dimenticare che Imamoglu, il suo rivale politico in carcere dal marzo 2025, ieri era in tribunale. Naturalmente nessuno degli europei della Nato ha detto una parola perché la Nato afferma di fondarsi sui principi democratici ma in realtà li calpesta alla grande.

Mark Rutte con Trump sembrava il Gatto Silvestro dei cartoni animati che si arrampica stridendo le unghie sugli specchi: non sapeva più come dare ragione al presidente e allo stesso tempo giustificare i membri della Nato che secondo lui avevano agevolato almeno cinquemila voli degli Usa e si preparavano a versare quote sempre più alte per la Nato. In realtà non è solo questo acrobatico olandese volante, come il vascello del folclore marinaresco, ad agitarsi nella tempesta, pure gli europei stanno sentendo le pressioni di Trump.

Sono queste pressioni che si deve rimandare al mittente, ovvero a un presidente che è un mentitore matricolato. Non è vero che gli europei sull’Iran gli hanno voltato le spalle come insiste a dire. Non soltanto non ha mai avvertito gli alleati – come ha fatto del resto ieri ad Ankara – dell’attacco insieme a Israele contro Teheran ma non ha neppure richiesto il sostegno della Nato. Gli unici interlocutori di Trump sono i suoi generali e Netanyahu con i quali ha stabilito gli obiettivi di questo intervento senza mai chiarirli del tutto: l’abbattimento del regime e la distruzione degli impianti nucleari e missilistici. Ma soprattutto quello contro l’Iran è stato un intervento illegale del punto di vista internazionale che rendeva impossibile l’appoggio degli alleati Nato. Come pure l’utilizzo delle basi militari richiede l’approvazione dei governi e dei parlamenti (come nel caso dell’Italia). È cambiato qualche cosa rispetto al primo giorno di guerra, il 28 febbraio? Non sembra.

Sta cambiando invece il ruolo della Nato. Molti commentatori si soffermano sui numeri dell’aumento delle spese militari, sul fatto – da dimostrare – che ci saranno più spese per le armi europee. In realtà, come avvertiva un anno fa il Financial Times, Trump vuole forzare l’Europa a rifare il suo modello economico e sociale imponendo, in funzione di un devastante riarmo, tagli di bilancio al sistema continentale di welfare state (sanità, pensioni, ammortizzatori social). E i soldi vanno a lui: 300 miliardi di dollari di commesse belliche europee in Usa nei prossimi anni e 200mila nuovi posti di lavoro negli Stati uniti, così ha detto Rutte, il nostro Gatto Silvestro, in un’intervista recente al quotidiano economico britannico. Gli Usa perdono ai mondiali di calcio, perdono forse con l’Iran a Hormuz ma non con noi.

L’incognita è la guerra dei mondi. Tutto sembra segnare una distanza siderale tra i funerali dell’89 del fondatore della repubblica islamica Imam Khomeini e quelli in corso della Guida Suprema Khamenei. Il corpo dell’ayatollah allora cadde dalla bara avvolto in un sudario bianco mentre una folla enorme mi schiacciava le ossa e cercava disperatamente di strappare lembi del lenzuolo. Persino Ahmad, il figlio di Khomeini, fu gettato a terra e calpestato. Nei funerali di Khamenei tutto si è svolto, finora, in assoluta compostezza, una parata di regime.

Eppure tra i funerali dell’89 e questi (oggi, dopo il simbolico passaggio in Iraq, c’è la sepoltura della Guida Suprema a Mashad) il filo conduttore è evidente: una guerra che allora come adesso nessuno vince. L’Iran fu attaccato nell’80 dal raìs iracheno Saddam Hussein ma con la tregua dell’88 non venne cambiato il confine di un centimetro. C’è anche un’altra similitudine: negli anni Ottanta sembrava che l’Iran della rivoluzione potesse crollare e Trump qualche mese fa ha promesso agli iraniani la fine del regime. L’Iran in questa guerra che ha fatto fuori la sua leadership sembrava debole, provato e destinato alla sconfitta. Come sempre – forse lo avete notato – con l’Iran passano i decenni ma si sbagliano spesso le previsioni. Mondi che non si incontrano.


Lorenzo Cremonesi – Al vertice Nato in Turchia Trump apre all’Ucraina e mette pressione su Putin

I lunghi funerali della guida suprema Alì Khamenei, una prova di forza anche politica del regime degli ayatollah, che si dicono pronti a riprendere la guerra contro gli USA 

Lorenzo Cremonesi è inviato di guerra del Corriere della Sera

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I primi passi della Nato post-americana

I lunghi funerali della guida suprema Alì Khamenei, una prova di forza anche politica del regime degli ayatollah, che si dicono pronti a riprendere la guerra contro gli USA 

Di Ettore Sequi, La Stampa

Trump è arrivato ad Ankara come un moderno Giove Pluvio, distribuendo saette contro alleati e partner. Ha attaccato Spagna, Groenlandia e Nato, accusando gli europei di averlo lasciato solo contro l’Iran.

In questo clima Giorgia Meloni, come altri leader europei, ha scelto la prudenza: giocare in difesa, troncare e sopire e limitare i danni, restando in trincea. Ha incassato gli attacchi senza alimentare lo scontro, ha difeso la scelta di non concedere le basi per attacchi contro l’Iran e ha posto un doppio limite: l’Italia rispetterà gli impegni Nato, ma deciderà tempi della spesa e destinazione delle risorse, privilegiando la propria base industriale. Di fatto il mancato ricorso al meccanismo Purl di acquisti di armi negli Stati Uniti a favore dell’Ucraina. In fondo un “Ni” a Trump.

Le polemiche di Trump hanno oscurato la vera notizia: ad Ankara nasce la Nato 3.0. Dopo quella del contenimento sovietico e quella dell’egemonia Usa del dopo Guerra fredda, ha inizio una Nato post-americana.

Più europea, più tecnologica, più industriale e con un orizzonte che va dal Baltico a Hormuz. Gli Usa restano il garante strategico, ma la difesa convenzionale diventa sempre più una responsabilità europea.

Le altre novità sono altrettanto significative.

Primo. La Russia diventa una minaccia strutturale e permanente. Il riarmo occidentale non risponde più all’emergenza ucraina: prepara una competizione strategica destinata a durare a lungo.

Secondo. L’industria della difesa entra nel cuore della deterrenza. I 139 miliardi di nuovi investimenti e i 50 miliardi di nuovi programmi certificano che la guerra non dipenderà più solo dagli eserciti, ma dalla capacità di produrre droni, missili, satelliti, software e munizioni.

Terzo. L’Ucraina entra nell’ecosistema strategico occidentale. La Dichiarazione di Ankara dice in sostanza che l’Ucrina non è più soltanto il fronte orientale dell’Occidente ma sta diventando la sua accademia militare. La licenza concessa da Trump per produrre i Patriot conferma il salto di qualità: Zelensky non chiede più assistenza, ma integrazione industriale.

Quarto. Hormuz entra nell’agenda strategica della Nato. Inserire Iran e libertà di navigazione nella Dichiarazione equivale a riconoscere che sicurezza, energia e rotte commerciali sono ormai inseparabili. Dal Baltico al Golfo Persico emerge una nuova geografia della deterrenza.

Quinto. La riaffermazione dell’Articolo 5 è soprattutto un messaggio politico. Oggi il problema è la prevedibilità americana. La deterrenza vive della certezza che gli Usa interverranno a difesa degli alleati. Quando la certezza diventa dubbio, viene fiaccata l’intera Alleanza.

È il grande paradosso di Trump. Rafforza e indebolisce la Nato nello stesso momento. La rafforza perché costringe l’Europa a spendere, produrre e coordinarsi di più. La indebolisce perché erode il suo capitale più prezioso: la fiducia nella garanzia americana. La spiegazione si riassume in due parole: saturazione strategica. Gli Usa non riescono più a sostenere simultaneamente crisi in Europa, Medio Oriente e Indo-Pacifico. È il passaggio dal “burden sharing” al “burden shifting”: Washington non chiede più di condividere il peso della sicurezza europea; ne trasferisce progressivamente la responsabilità agli europei.

Ankara certifica la fine della Nato che abbiamo conosciuto per settant’anni. L’Europa entra nell’era della post-protezione americana. La domanda non è più se diventerà una potenza strategica, ma se riuscirà a diventarlo prima che la Russia metta alla prova il nuovo equilibrio europeo. Quindi il vero tema diventa quello della competizione industriale all’interno della Nato. Il riarmo europeo significherà infatti anche la scelta tra competizione o collaborazione tra industrie nazionali. Si spiegano così anche le cautele di Meloni: sostenere una difesa europea più forte senza trasformarla in un vantaggio competitivo per pochi Paesi. Per questo la Presidente del Consiglio pianta un paletto autarchico: sì agli investimenti Nato, ma le risorse e i profitti devono restare in Italia. È questa, molto più del 5% del Pil, la sfida politica del vertice.


Kupchan: “Si rischia la guerra, Teheran non si sopravvaluti”

I lunghi funerali della guida suprema Alì Khamenei, una prova di forza anche politica del regime degli ayatollah, che si dicono pronti a riprendere la guerra contro gli USA 

Di Eugenio Occorsio, La Repubblica

«Qualsiasi tregua è saltata molto prima del termine, come era fin troppo facile prevedere. Iran e Stati Uniti sembrano pronti a tornare alla piena guerra, almeno a giudicare dalle parole come sempre aggressive e roboanti di Trump in chiusura del vertice Nato. Eppure qualche possibilità di uscirne esiste». Charles Kupchan, uno dei più prestigiosi analisti geopolitici americani, docente al Department of Government della Georgetown University a Washington, già consigliere di politica estera con Clinton e Obama, ricercatore “senior” del Council of Foreign Relations, è abilissimo nell’intravvedere in tralice i messaggi che si scambiano i governi.

Gli episodi degli ultimi giorni non sembrano però lasciare spazio a molte speranze.

«Intendiamoci, parlo di lungo termine. Chiaramente, non adesso e non prima dell’uscita di scena almeno di Netanyahu. Eppure, la possibilità che si instauri a Teheran un regime più razionale e pragmatico in grado di negoziare un rientro nella comunità internazionale secondo me esiste».

E il fattore Trump, il cowboy fuori controllo?

«Trump con l’Iran ha sbagliato tutto. Ha lanciato, d’accordo con o a causa di Israele, una guerra assolutamente immotivata, spietata e senza possibilità di vittoria. La pagherà perdendo le midterm. I cambi di regime imposti con la forza dagli americani si sono sempre risolti in un disastro, dal Vietnam all’Iraq. E anche stavolta, come ha scritto il New York Times, si è solamente creata una “Islamic republic 3.0” con la degenerazione da una teocrazia a una giunta armata dai pasdaran. Ma i pasdaran, Teheran può riportarli sotto controllo, come potrebbe fare con Hezbollah e ha cominciato a fare con Hamas. C’è un altro fattore: l’Iran non può continuare a farsi nemici intorno a sé come ha fatto ieri sparando sulle basi americane in Kuwait e Bahrein, per non dire dei danni alla nave gasiera Al Rekayyat dell’altro giorno di fronte all’Oman che ha dato origine ai nuovi scontri. Per tutti questi motivi si può avere qualche fiducia, senza dimenticare che il presidente Masoud Pezeshkian è sempre stato un moderato fin dai tempi della presidenza Khatami. Ed è in grado di effettuare una sostanziale distinzione».

Quale?

«L’Iran deve stare attento a non sopravvalutare il suo potere. È vero, ha resistito e umiliato gli americani, ma è interesse di tutti essere circondati da amici, non da nemici, come dicevo a proposito delle monarchie del Golfo. E rientrare gradualmente in un ordine regionale e globale».

L’“auto-cambio” di regime potrebbe avvenire anche con Trump nella seconda metà del suo mandato?

«Non lo so proprio. Parliamo di un termine non infinito ma forse più lungo. Trump anzi continua a minacciare l’Armageddon. Per ora non ha raggiunto nessuno dei suoi obiettivi: a parte il regime change mancato, l’uranio resta lì, la questione del transito ad Hormuz è irrisolta, i beni congelati non si sono mossi, il rientro delle sanzioni è rinviato. L’unico risultato è stato mettersi contro i suoi alleati europei per il mancato supporto, come se l’articolo 5 della Nato non fosse difensivo ma offensivo. Anzi, ce n’è un altro, di risultato: ha messo nuovamente in crisi l’economia mondiale. È vero: i mercati non sono crollati come se fossero per qualche misterioso motivo immuni da quello che accade intorno, ma anche lì non si può continuare all’infinito a far finta di niente, con tutte le bolle speculative che si stanno gonfiando e l’inflazione che continua a salire».


Veronica Noseda – Marine le Pen, condannata ma candidata

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Veronica Noseda è corrispondente di Naufraghi/e da Parigi

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Svizzera: primi della classe (o quasi) anche nel calcio?

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L’ingenuo soldatino-cassiere (non a caso svizzero…) di Bertold Brecht, figlio di Madre Coraggio, è passato di grado: le ‘petit suisse’ si è tolto di dosso tutti i complessi d’inferiorità.

In materia di complessi, in generale, abbiamo sempre avuto (e abbiamo) quello dei primi della classe: si diceva, non senza qualche ragione, che il rossocrociato medio, quando è in giro per il mondo, appena può mostra il suo bel passaporto rosso. Le varie organizzazioni internazionali ci piazzano spesso sul podio, la migliore università al mondo dopo le statunitensi e le inglesi è il Politecnico di Zurigo, che sta fra il settimo e l’ottavo posto: in una classifica fondamentale, la capacità di aggiornare le conoscenze tecniche (‘Innovazione’), siamo costantemente fra i primissimi: ma nel calcio, nuova religione (oppio?) dei popoli, nel momento decisivo non siamo mai emersi dalla mediocrità, spesso in campo con le gambe tremanti, come quando, 4 anni fa, abbiamo perso 6-1 dal Portogallo.

Quando abbiamo sentito l’inno colombiano cantato a squarciagola dalla squadra ma soprattutto dall’intero (o quasi) stadio abbiamo avuto paura. I rossocrociati (secondo UDC, Lega e soci nero-crociati…) devono aver pensato: siamo in Canada, a Vancouver, o a Bogota?

L’atmosfera li ha lasciati impassibili: segno di autostima, coscienza dei propri progressi, di maturità insomma. Con Manzambi infortunato e un Vargas a mezzo servizio, la Svizzera partiva a handicap: si è salvata, non senza fortuna (il tiro finito alto da pochi passi a 2′ dal termine su grave errore di Xhaka), grazie a doti che possiamo definire ‘nostre’: ‘UNO PER TUTTI, TUTTI PER UNO’, di questi tempi pratica non scontata a livello politico-sociale, in campo invece realizzata; e così con il sacrificio, con gente che ha dato tutto sapendo che rischiava di essere sostituita (Jashari, Rodriguez, Embolo) abbiamo sopperito alle assenze, alla mancanza di pericolosità offensiva, anche perché le punte, Ndoye in primo luogo, si sono sacrificate in un doppio lavoro, avanti e indietro, attaccante e difensore.

Un’impresa che ricorda quella del 1938, quando la Svizzera aveva eliminato la grande Germania nazista che aveva appena incorporato il ‘Wunderteam’ (la squadra meraviglia) austriaca, meno il più grande giocatore del tempo, Sinderar, antinazista, legato a una compagna ebrea: i due sarebbero stati trovati morti in casa a causa di una stufa a gas difettosa, probabilmente manomessa dai servizi segreti di Hitler. Allora non c’erano i supplementari, dopo un pareggio (1-1) la partita è stata ripetuta. Rimasti in 10 dopo pochi minuti per l’espulsione di Aeby, sotto di 2 reti, la Svizzera si è imposta per 4 a 2, perdendo poi ai quarti contro l’Ungheria.

Un’impresa che in partenza non aveva la minima possibilità di riuscita.

Ora ci toccano i campioni del mondo dell’Argentina che si sono qualificati a stento ai supplementari contro Capo Verde (poco più di mezzo milioni di abitanti) e contro l’Egitto, che ha rischiato di essere il nostro avversario perché vinceva 2 a 0. Gli egiziani hanno accusato la FIFA di aver voluto a tutti i costi salvare l’Argentina annullando una rete nata da un fallo (la zampa di un egiziano che afferra per la maglia e mette a terra un argentino) ancor prima della linea di centrocampo. L’arbitro, il francese Letexier che ha fama di essere (molto) tollerante ha lasciato correre, ma il Var è intervenuto e ha segnalato il fallo in partenza, che nell’80-90% dei casi non sarebbe stato sanzionato: e arriviamo al dunque. La sciagurata, stupida tolleranza nell’uso delle zampe ha portato a questo stravolgimento, a questa degenerazione del calcio che ora assomiglia al rugby, e in area di rigore al ‘mob-football’, al calcio della feccia medioevale in cui tutto era permesso salvo l’omicidio e l’omicidio colposo.

Ora le partite sono decise al 50% dai giocatori e per l’altra metà dall’interpretazione del regolamento da parte degli arbitri: perché ormai mettere le mani addosso all’avversario è consentito, dipende dal modo e dall’intensità della trattenuta, della ‘cintura’, della spinta: vedasi quella su Ndoye giudicata troppo ‘soft’, troppo ‘gentile’. Invece era da rigore per il semplice fatto che l’uso delle zampe per spingere (‘to push’) o per aggrapparsi alla maglietta e alle mutande (‘to pull’) è proibito dal 1863 quando il calcio (foot- ball) è stato separato dal rugby e dalle orribili risse medioevali.

Tra l’altro in una partita fra una squadra europea (la nostra) e una sudamericana, il signor Collina non avrebbe dovuto scegliere un salvadoregno (Bartòn) e un messicano (Pacheco) al Var. Per essere sul serio credibili e neutri bastava scegliere un asiatico.

Con la squadra al completo, con Manzambi e un Vargas del tutto ristabilito, magari anche con Aebischer e il sorprendente Jacquet, la Svizzera sarebbe partita alla pari con l’Argentina, anche se Messi, per quanto stanco, può sempre fare la differenza. Sarà dura, ma possiamo sempre sperare di arrivare ai supplementari e ai rigori (da non assegnare ad Akanji…). Molto dipenderà dall’arbitro. Se Trump (che ora magari toglie la squalifica/scomunica ai 4 vescovi scismatici di Ecône e sospende per un anno il suo connazionale Papa Leone) può imporre la riabilitazione di Balogun (ma ‘san Giuan fa mia l’ingann’, gli USA hanno perso 4-1 dal Belgio) speriamo che il ticinese Tami, direttore del calcio svizzero, mandi un SMS a Infantino, dicendo che un arbitro sudamericano, anche per questione di comunicazione diretta, di lingua, non sarebbe opportuno…


Ecco chi sono gli amici degli amici (luganesi)

I lunghi funerali della guida suprema Alì Khamenei, una prova di forza anche politica del regime degli ayatollah, che si dicono pronti a riprendere la guerra contro gli USA 

Di Zack Abrams, The Block

Nigel Farage ha dimissionato dalla carica di parlamentare in seguito a diverse accuse per non aver dichiarato, come la legge impone ai membri della Camera dei Comuni, consistenti contributi finanziari e in natura.

Secondo il Sunday Times avrebbe tra l’altro ricevuto un ingente sostegno finanziario non dichiarato da George Cottrell, un truffatore già condannato, coinvolto in una piattaforma offshore di scommesse in criptovalute.

Cottrell è stato arrestato nel 2016 a Chicago mentre viaggiava con Farage, e ha scontato otto mesi di carcere dopo essere stato ritenuto colpevole di frode telematica in seguito ad un’operazione sotto copertura contro il riciclaggio di denaro. Successivamente si è trasferito in Montenegro, dove il Sunday Times lo ha descritto come una figura chiave di Tether.bet, una piattaforma online di casinò e scommesse sportive basata sull’utilizzo di criptovalute, in particolare della stablecoin Tether (USDT).

Secondo l’articolo il sito web della piattaforma è stato registrato pochi giorni dopo che Farage, Cottrell e un’altra persona, Christopher Harborne, avevano pranzato insieme nel luglio 2020. Harborne è un miliardario con sede in Thailandia che detiene una quota stimata del 12% nell’emittente di USDT Tether e ha donato oltre 12 milioni di sterline a Reform UK.

Il Sunday Times ha inoltre affermato che, ancora nel 2022, i depositi dei clienti britannici su Tether.bet venivano instradati attraverso due società di comodo britanniche, una delle quali di proprietà dell’attuale responsabile della protezione dei dati di Reform UK. Fornire servizi di gioco d’azzardo senza licenza a clienti del Regno Unito può costituire un reato penale ai sensi della legge britannica.

Farage è già oggetto di indagine da parte del commissario per gli standard parlamentari Daniel Greenberg in merito a un dono personale di circa 5 milioni di sterline ricevuto da Harborne nel 2024, che non ha dichiarato. Farage ha affermato che il denaro gli era stato dato per coprire le spese relative alla sua sicurezza personale, sebbene una nuova inchiesta indichi che Cottrell avesse già pagato per la sua sicurezza nei mesi precedenti all’arrivo del dono.

Sia Cottrell che Harborne detengono interessi finanziari nel settore delle criptovalute che Farage ha sostenuto con forza. Il leader di Reform ha promesso una riserva di bitcoin presso la Banca d’Inghilterra e un taglio delle imposte sulle plusvalenze relative alle criptovalute se il suo partito dovesse arrivare al potere, e a marzo ha acquisito una quota del 6,3% nella società britannica di gestione di bitcoin Stack BTC.

Il suo sostegno alle criptovalute ha suscitato denunce separate, tra cui una richiesta presentata ad aprile dalla vice leader dei Liberal Democratici, Daisy Cooper, affinché la FCA (Financial Conduct Authority) indaghi se la sua promozione degli asset digitali costituisca un abuso di mercato. Farage ha negato qualsiasi collegamento tra i suoi rapporti finanziari personali e le sue posizioni politiche.

Traduzione, adattamento e sottolineature a cura della redazione
Nell’immagine: Farage annuncia le dimissioni


Perché la Nato sarà sempre più europea

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Di Nathalie Tocci, La Stampa

un vertice Nato in cui la non notizia è notizia. Il programma di Ankara è ridotto all’osso: meno il tempo a disposizione e più striminzita la dichiarazione finale, minore il rischio. Il rischio, o peggio la minaccia, non di ciò che potrebbero fare nemici come Vladimir Putin, ma di quel che potrebbe dire l’«alleato» Donald Trump.

Si è lavorato assiduamente per evitarlo. Il presidente Usa voleva che i partner europei e canadesi spendessero per la difesa, e così stanno facendo. Il segretario della Nato Mark Rutte strombazza numeri strabilianti. Escludendo gli Stati Uniti, i Paesi Nato hanno speso ben 139 miliardi di dollari in più per la difesa nell’ultimo anno. E una buona fetta è destinata all’industria statunitense, creando quasi 200mila posti di lavoro in America. Numeri ripetuti fino alla nausea al vertice, e mirati a un solo fine: rabbonire Trump e assicurarsi che non dia di matto.

In pochi credono che sia sufficiente ad assicurare un reale impegno statunitense in difesa degli alleati europei, qualora dovesse essercene il bisogno. E nessuno esclude che ce ne sia. Tanto più se gli ucraini sapranno difendersi sempre meglio, generando un congelamento di fatto sulla linea del fronte. Putin, che non può permettersi una fine della guerra dalla quale dipende la sopravvivenza del suo regime, sarebbe tentato di trascinarla altrove, magari sconfinando in un Paese Nato. Ma quanto meno si spera in un silenzio americano, che eviti di indurre ulteriormente Putin a tentare la sorte.

Al di là dello spettacolo tragicomico, il vero punto è un altro. Che gli Stati Uniti vogliano sfilarsi dalla sicurezza europea, come presenza e costi, è certo. Così come il destino di una Nato molto più europeizzata.

Oggi gli Stati Uniti forniscono circa la metà delle forze convenzionali in Europa. È verosimile che tra qualche anno, sia pur gradualmente, quella presenza si dimezzi, mentre rimarrà intatto l’ombrello nucleare Usa in Europa. È uno scenario ottimista, ma in fondo anche realistico. Sarà una Nato forse più debole ma più europea, e comunque sufficientemente forte per difendere il continente dalla minaccia russa. In fin dei conti è questo l’obiettivo, ed è su questo che si lavora.

Rimangono però due nodi che minano il futuro dell’Alleanza, seppur in questa forma più europeizzata. Il primo verrebbe al pettine se effettivamente ci dovesse essere un attacco della Russia a un Paese Nato nei prossimi mesi o anni. Si rischierebbe una spaccatura nell’Alleanza. Se venissero attaccati ad esempio i Paesi baltici, per non parlare della Polonia, e se gli Stati Uniti dovessero lavarsene le mani, è molto probabile che la Germania, dove il riarmo è reale, rimarrebbe invece fedele all’impegno della difesa collettiva.

Seguirebbero anche Francia e Regno Unito, il che a sua volta renderebbe assai probabile che altri Paesi, inclusa l’Italia, si uniscano allo sforzo collettivo. Sarebbe la fine della Nato intesa come alleanza atlantica, ma la sopravvivenza di una difesa collettiva europea, incluso il Canada e forse anche la Turchia.

Il secondo nodo verrebbe al pettine in uno scenario meno drammatico: la guerra cinetica in Europa non sconfina oltre l’Ucraina, ma il conflitto con la Russia è destinato a rimanere vivo, continuando a indurre gli europei ad assumersi responsabilità crescenti per la difesa del continente. Responsabilità europee cui dovrebbe corrispondere un aumento del peso decisionale all’interno dell’Alleanza. In poche parole, una Nato più europeizzata smetterebbe di essere un’organizzazione a trazione decisionale Usa.

Oggi non è questo il calcolo di Washington. L’ira di Trump nei confronti degli alleati europei che hanno posto timidi paletti sulla guerra in Iran, rifiutandosi di esservi trascinati, denota la sua convinzione di fondo: gli Stati Uniti sono l’azionista di maggioranza della Nato. E l’asservimento plateale di Mark Rutte nei confronti di Trump non ha fatto che corroborare questa convinzione a Washington. Ma se gli europei un domani facessero davvero la parte del leone all’interno dell’Alleanza, gli Stati Uniti — chiunque li guidi — sarebbero davvero disposti ad accettare un mercato della difesa europeo meno aperto per l’industria americana? O che alcune decisioni operative della Nato non fossero più principalmente prese dagli Stati Uniti?

Se diritti e responsabilità non si muovono di pari passo, il rischio è che si incrini — o si rompa — il contratto sociale implicito nell’organizzazione. Quando sollevo la domanda ai colleghi della Nato, la riconoscono, ma fanno spallucce. Dopotutto è un problema che al massimo si porrà domani. E sarà già un miracolo se a quel domani l’Alleanza arriverà intatta.

Nell’immagine: Trump con Erdogan e signora


La guerra come primo linguaggio della diplomazia

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Di Francesco Strazzari, il manifesto

Quando un’ex portavoce Nato, interrogata su cosa costituisca un successo del vertice di Ankara, risponde «nessuno scatto d’ira del presidente Trump», si può comprendere la misura del mutamento in atto. L’Alleanza nata per dissuadere Mosca si ritrova oggi a dover contenere, prima di tutto, il proprio socio di maggioranza, in arrivo da Washington. I 31 soci di minoranza sono convenuti in Turchia con l’obiettivo esplicito di presentare, parola del segretario generale Rutte, piani «chiari, concreti e credibili» verso il 5% del Pil, e con quello implicito di attraversare indenni 48 ore di liturgia atlantica.

La pedagogia del tributo ha i suoi rituali. Il mese scorso Rutte si è presentato nello studio ovale con cartelloni illustrati per mostrare il “Trump Trillion”, ovvero la spesa aggregata degli alleati da quando il Grande Capo inveisce contro lo scroccone europeo. Trump è atterrato in Turchia con un seguito di 1400 persone, inclusi gli addetti al rimpatrio dei suoi reflui fisiologici, affinché nessun servizio segreto possa analizzarne la salute: il corpo del re viaggia su un nuovo Air Force One gentile omaggio dell’emiro del Qatar. Il fatto che una trasferta così imponente sia letta come un segnale rassicurante («almeno è venuto») ammettendo che senza Erdogan avrebbe disertato, dice molto della soglia di aspettative.

Dietro la coreografia, la sostanza è il trasferimento del fardello: una riallocazione unilaterale più che condivisa. A fine maggio gli alleati sono stati informati (non consultati) dei tagli al dispositivo americano in Europa: un terzo in meno di caccia F-15 e F-16. Nel frattempo, il ministro della guerra Hegseth, che ha definito «vergognoso» il rifiuto delle basi europee per i bombardamenti sull’Iran, promette una revisione che colpirà maggiormente chi spende di meno. La spiegazione però, prima ancora che politica, è materiale: impegnata su tre teatri, la base industriale americana è al momento satura. Sbandierata da Rutte, la «rivoluzione industriale transatlantica» prende atto di come il rapporto centro-periferia non regge più neanche sul piano manifatturiero.

Così gli alleati, guardinghi, rispondono nel solo linguaggio che il sovrano riconosce, la grammatica della fiera degli affari. Al Defence Industry Forum, che ha aperto il vertice con musica techno e video patinati, il big reveal: il rimpiazzo degli obsoleti Awaks e nuovi programmi multinazionali per aerocisterne e trasporti. «Soldi spesi bene» secondo Rutte, decine di miliardi esibiti come prova che la spesa si trasforma in potenza di fuoco. Ecco il nuovo cemento politico dell’atlantismo trumpiano: considerare la produzione industriale come funzione strategica dell’Alleanza. È la “Nato 3.0”, con filiere e approvvigionamenti congiunti elevati a strumenti di deterrenza e il mercato delle armi come primo linguaggio della diplomazia.

Sull’Ucraina il castello mostra subito crepe. Trump arriva dopo 90 minuti di telefonata con Putin: entrambi, assicura, vogliono la pace, tanto per cambiare «più vicina di quanto si pensi». Nelle stesse ore, Mosca respinge la proposta di mediazione turca per un cessate il fuoco, minaccia la Polonia per le sue fabbriche di droni e, nell’arco di una settimana, riversa sull’Ucraina 2200 droni, 1700 bombe plananti e oltre 120 missili, dei quali 29 balistici piovuti su Kiev lunedì, nessuno intercettato. Kiev risponde con 400 droni sulla regione di Mosca, colpisce raffinerie fino alla Siberia e infligge un blackout alla Crimea. Trump promette pace a Zelensky e F-35 a Erdogan, ignorando Netanyahu. In agenda anche il siriano al-Sharaa, mentre a Damasco due ordigni salutavano la storica visita di Macron, esplosi a un quarto d’ora dal passaggio del suo convoglio. Tra i segnali contraddittori dei leader la guerra continua ad allargarsi e approfondirsi, lambendo il territorio dell’Alleanza.

Il vertice preferisce ignorare la lezione: la deterrenza, per quanto potenziata del 5%, agisce sulla guerra futura e non ha effetto su quella in corso: da sola, una politica non basta. I settanta miliardi di aiuti per il biennio riconfezionano perlopiù impegni già presi verso un Paese cui l’adesione resta preclusa. Per gli europei si tratta dell’architettura della propria sicurezza, per Washington invece è un dossier da chiudere, anche congelando il fronte, con sfere d’influenza travestite da realismo pacificatore.

Dicono che il comunicato finale sarà breve, «probabilmente una pagina» a riaffermare l’impegno «ferreo» all’articolo 5. Quando l’alleanza più forte della storia sente il bisogno di mettere per iscritto ciò che per settant’anni è stato dato per scontato, è perché scontato ha smesso di esserlo. Il resto è Trump-proofing, ovvero l’arte di blindare i testi contro gli umori di chi dovrebbe garantirli.

Quanto a noi, la presunta sintonia ideologica tra palazzo Chigi e Casa bianca ha ricevuto in queste settimane la sua sanzione più eloquente. Resta l’imbarazzo dell’aspirante mediatrice che scopre quanto poco valga la fedeltà nel nuovo ordine. La premier si ritrova in coda con gli altri, fra fantasie annessionistiche (Canada, Groenlandia), ire funeste per mancati bombardamenti, e intimazioni al papa.

Il paradosso di Ankara è che la divergenza politica convive con una convergenza di fatto: l’Europa dovrà difendere il continente con meno America. La domanda che il vertice eviterà di porsi è: quale Europa dovrà farlo? Quella dei calendari industriali negoziati lontano dai parlamenti o un soggetto politico in grado di decidere quale difesa costruire e per quale società? Finché il successo si misurerà sull’assenza di scatti d’ira presidenziali, la domanda appare retorica.

Nell’immagine: il Segretario generale della NATO Mark Rutte parla durante un incontro con il Presidente Donald Trump