I lunghi funerali della guida suprema Alì Khamenei, una prova di forza anche politica del regime degli ayatollah, che si dicono pronti a riprendere la guerra contro gli USA
L’ingenuo soldatino-cassiere (non a caso svizzero…) di Bertold Brecht, figlio di Madre Coraggio, è passato di grado: le ‘petit suisse’ si è tolto di dosso tutti i complessi d’inferiorità.
In materia di complessi, in generale, abbiamo sempre avuto (e abbiamo) quello dei primi della classe: si diceva, non senza qualche ragione, che il rossocrociato medio, quando è in giro per il mondo, appena può mostra il suo bel passaporto rosso. Le varie organizzazioni internazionali ci piazzano spesso sul podio, la migliore università al mondo dopo le statunitensi e le inglesi è il Politecnico di Zurigo, che sta fra il settimo e l’ottavo posto: in una classifica fondamentale, la capacità di aggiornare le conoscenze tecniche (‘Innovazione’), siamo costantemente fra i primissimi: ma nel calcio, nuova religione (oppio?) dei popoli, nel momento decisivo non siamo mai emersi dalla mediocrità, spesso in campo con le gambe tremanti, come quando, 4 anni fa, abbiamo perso 6-1 dal Portogallo.
Quando abbiamo sentito l’inno colombiano cantato a squarciagola dalla squadra ma soprattutto dall’intero (o quasi) stadio abbiamo avuto paura. I rossocrociati (secondo UDC, Lega e soci nero-crociati…) devono aver pensato: siamo in Canada, a Vancouver, o a Bogota?
L’atmosfera li ha lasciati impassibili: segno di autostima, coscienza dei propri progressi, di maturità insomma. Con Manzambi infortunato e un Vargas a mezzo servizio, la Svizzera partiva a handicap: si è salvata, non senza fortuna (il tiro finito alto da pochi passi a 2′ dal termine su grave errore di Xhaka), grazie a doti che possiamo definire ‘nostre’: ‘UNO PER TUTTI, TUTTI PER UNO’, di questi tempi pratica non scontata a livello politico-sociale, in campo invece realizzata; e così con il sacrificio, con gente che ha dato tutto sapendo che rischiava di essere sostituita (Jashari, Rodriguez, Embolo) abbiamo sopperito alle assenze, alla mancanza di pericolosità offensiva, anche perché le punte, Ndoye in primo luogo, si sono sacrificate in un doppio lavoro, avanti e indietro, attaccante e difensore.
Un’impresa che ricorda quella del 1938, quando la Svizzera aveva eliminato la grande Germania nazista che aveva appena incorporato il ‘Wunderteam’ (la squadra meraviglia) austriaca, meno il più grande giocatore del tempo, Sinderar, antinazista, legato a una compagna ebrea: i due sarebbero stati trovati morti in casa a causa di una stufa a gas difettosa, probabilmente manomessa dai servizi segreti di Hitler. Allora non c’erano i supplementari, dopo un pareggio (1-1) la partita è stata ripetuta. Rimasti in 10 dopo pochi minuti per l’espulsione di Aeby, sotto di 2 reti, la Svizzera si è imposta per 4 a 2, perdendo poi ai quarti contro l’Ungheria.
Un’impresa che in partenza non aveva la minima possibilità di riuscita.
Ora ci toccano i campioni del mondo dell’Argentina che si sono qualificati a stento ai supplementari contro Capo Verde (poco più di mezzo milioni di abitanti) e contro l’Egitto, che ha rischiato di essere il nostro avversario perché vinceva 2 a 0. Gli egiziani hanno accusato la FIFA di aver voluto a tutti i costi salvare l’Argentina annullando una rete nata da un fallo (la zampa di un egiziano che afferra per la maglia e mette a terra un argentino) ancor prima della linea di centrocampo. L’arbitro, il francese Letexier che ha fama di essere (molto) tollerante ha lasciato correre, ma il Var è intervenuto e ha segnalato il fallo in partenza, che nell’80-90% dei casi non sarebbe stato sanzionato: e arriviamo al dunque. La sciagurata, stupida tolleranza nell’uso delle zampe ha portato a questo stravolgimento, a questa degenerazione del calcio che ora assomiglia al rugby, e in area di rigore al ‘mob-football’, al calcio della feccia medioevale in cui tutto era permesso salvo l’omicidio e l’omicidio colposo.
Ora le partite sono decise al 50% dai giocatori e per l’altra metà dall’interpretazione del regolamento da parte degli arbitri: perché ormai mettere le mani addosso all’avversario è consentito, dipende dal modo e dall’intensità della trattenuta, della ‘cintura’, della spinta: vedasi quella su Ndoye giudicata troppo ‘soft’, troppo ‘gentile’. Invece era da rigore per il semplice fatto che l’uso delle zampe per spingere (‘to push’) o per aggrapparsi alla maglietta e alle mutande (‘to pull’) è proibito dal 1863 quando il calcio (foot- ball) è stato separato dal rugby e dalle orribili risse medioevali.
Tra l’altro in una partita fra una squadra europea (la nostra) e una sudamericana, il signor Collina non avrebbe dovuto scegliere un salvadoregno (Bartòn) e un messicano (Pacheco) al Var. Per essere sul serio credibili e neutri bastava scegliere un asiatico.
Con la squadra al completo, con Manzambi e un Vargas del tutto ristabilito, magari anche con Aebischer e il sorprendente Jacquet, la Svizzera sarebbe partita alla pari con l’Argentina, anche se Messi, per quanto stanco, può sempre fare la differenza. Sarà dura, ma possiamo sempre sperare di arrivare ai supplementari e ai rigori (da non assegnare ad Akanji…). Molto dipenderà dall’arbitro. Se Trump (che ora magari toglie la squalifica/scomunica ai 4 vescovi scismatici di Ecône e sospende per un anno il suo connazionale Papa Leone) può imporre la riabilitazione di Balogun (ma ‘san Giuan fa mia l’ingann’, gli USA hanno perso 4-1 dal Belgio) speriamo che il ticinese Tami, direttore del calcio svizzero, mandi un SMS a Infantino, dicendo che un arbitro sudamericano, anche per questione di comunicazione diretta, di lingua, non sarebbe opportuno…