Come puzza di zolfo l‘economia!

Non solo il petrolio bloccato a Hormuz. Il suo prezzo aumentato del 200 per cento in pochi mesi e puzza… d’inferno 

Alle volte si rimane esterrefatti nel cogliere nell’attualità che si vive, singolari combinazioni tra credenze, scolpite ormai nella memoria; tra storia e storia economica che si ripresentano più vive che mai; e ricerca di simboli o di significati che vanno sì oltre la ragione ma che non desistono dall’interpellarla, forse convinti che una ragione c’è o ci deve pur essere. O forse è anche un modo per tristemente divertirci.

Prendiamo lo zolfo. Lo zolfo di questi tempi è ritornato protagonista.

Ora, nella nostra tradizione cristiana e popolare, lo zolfo è storicamente associato al diavolo e all’inferno, forse a causa del suo legame con fenomeni sotterranei e vulcanici. Nella dottrina e nell’immaginario cristiano i tormenti dei dannati erano alimentati da fuoco e zolfo. Lo zolfo è stato considerato la firma materiale del demonio. Per il suo colore giallo vivo è stato anche spesso definito popolarmente “l’oro del diavolo”. E, continuando, non è certo un caso se l’oro, ritenuto spesso all’origine di ogni cupidigia e malefatta umana, è a sua volta definito “lo sterco del demonio”, che sa sempre di zolfo.

Forse, soprattutto chi è di una certa età e ha vissuto sotto altri regimi sanitari, non ha dimenticato lo sgradevole odore di uovo marcio, anche quello attribuito al diavolo che ci aveva messo la coda, che puzza. Ma poi, a scuola, ti dicevano che lo zolfo puro non ha “odore” (“inodoro”, insistevano); è il solfuro di idrogeno che puzza, il gas che si sviluppa nei contesti sulfurei, durante la decomposizione (e ci spetta quindi anche all’inferno, se finiremo per cascarci per i nostri comportamenti… sulfurei).

La domanda planetaria e quella puzza pestilenziale

Ora, in versione storica ed economica più moderna, trasformando il diavolo in troppi altri diavoli “anticristiani” più terribili e puzzolenti, si costruisce un altro tipo di combinazione sotto forma di domanda planetaria.

Che è questa: che cosa unisce l’ormai famoso e imprescindibile stretto di Hormuz con una miniera dell’insostituibile rame che vale ormai come l’oro (supponiamo nel Cile, che ne è grande produttore), con una fabbrica di semiconduttori a Taiwan, con l’industria dei fertilizzanti fosfatati che arrivano pure da quelle parti, con la batteria di un’automobile, con una raffineria di nickel in Indonesia? Un bel trambusto internazionale!

Chi ha l’intelligenza per rispondere a tutto questo risponde, divertito e ancora più furbesco e sadico: una puzza pestilenziale!

Che è poi quella dello zolfo, ingrediente indispensabile per fabbricare l’acido solforico (ed eccoti la formula fatidica: H2SO4), agente chimico che è alla base di un’infinità di procedimenti industriali e anche per l’estrazione di metalli come il rame, il nickel, l’uranio e le terre rare. L’acido solforico permette anche di trasformare il minerale di fosfato in fertilizzante con fosforo assimilabile dalle piante. Lo zolfo entra anche nella fabbricazione di prodotti farmaceutici, in processi come la purificazione delle acque, la vulcanizzazione della gomma per migliorarne la durata e anche… nella produzione di polvere da sparo.

Più 200 per cento

Questo zolfo è ricavato nella misura del 90 per cento dalla raffinazione degli idrocarburi. Il Medio Oriente ne è quindi uno dei massimi produttori al mondo (più di un quarto della produzione mondiale). Stando ai dati di Argus Media pressoché la metà (44 per cento) delle esportazioni mondiali di zolfo e di prodotti derivati passano dallo stretto di Hormuz.

Il caso dello zolfo sta quindi a dimostrare il rischio di “reazione a catena catastrofica” per l’economia mondiale. Il suo prezzo è salito del 200 per cento in pochi mesi e puzza d’inferno.

Nell’immagine: diavoli che tormentano i lussuriosi in un pozzo di fuoco e zolfo – in ‘Grand Calendrier et Compost des Bergers’, Lione


Senza sovranità, gli Stati uniti lasciano l’Iraq ridotto a una colonia

Non solo il petrolio bloccato a Hormuz. Il suo prezzo aumentato del 200 per cento in pochi mesi e puzza… d’inferno 

Di Alberto Negri, il manifesto

Il colonnello dei marines McCoy fu il primo americano a entrare al Palestine Hotel e a chiedere una birra, senza per altro dire una parola sui due giornalisti occidentali appena uccisi al nono piano dal proiettile di un Abrams Usa. Era il 9 aprile 2003, nei quartieri sciiti di Baghdad si festeggiava e la statua di Saddam Hussein a piazza Firdous veniva abbattuta. È passata una generazione da allora e il premier Alì al Zaidi ha deciso di celebrare oggi primo ottobre la partenza delle truppe Usa come la «Giornata della sovranità». Vedremo quali festeggiamenti faranno gli iracheni: questo ritiro – che comprende gli ultimi militari italiani – presenta alcuni aspetti paradossali: la sovranità dell’Iraq è una scommessa.

L’Iraq, una cassaforte petrolifera, non è così sovrano e indipendente come potrebbe apparire. Le milizie armate sciite pro-Iran celebrano l’uscita degli Usa come una vittoria storica; nel campo sunnita avvertono che il vuoto potrebbe rafforzare Teheran e i suoi alleati, offrendo nuovo spazio a quel che resta dello Stato islamico. Il ritiro Usa, concordato nel 2024 da Biden e attuato da Trump mentre Washington è impegnata contro l’Iran, elimina, per gli osservatori un contrappeso militare al peso di Teheran in Iraq.

Quanto è avvenuto in passato induce alla prudenza. Le truppe americane invasero l’Iraq nel 2003, si ritirarono a fine 2011 e tornarono nel 2014 per sostenere gli iracheni contro lo Stato islamico fino al 2017. Tutto era iniziato con la più gigantesca fake news del secolo. Nel marzo 2003 Stati uniti e alleati invasero l’Iraq e rovesciarono Saddam Hussein ma la guerra fu giustificata con la minaccia delle armi di distruzione di massa irachene: il segretario di stato Colin Powell andò all’Onu a mostrare una fialetta che doveva essere la smoking gun, la pistola fumante delle prove. Ma gli arsenali chimici annunciati dagli statunitensi non furono mai trovati.

La caduta del regime fu rapida mentre costruire uno Stato capace si rivelò assai più difficile. Soprattutto per i colossali errori delle forze di occupazione guidate dal pro console Bremer: lo sbaglio più gigantesco fu lo scioglimento delle forze armate, che lasciò allo sbando decine di migliaia di soldati e il paese senza nessun controllo dei confini e del territorio. Fu per questo che i gruppi jihadisti come al Qaeda riuscirono a penetrare e fare proseliti soprattutto nella minoranza sunnita che non si sentiva più garantita dall’ascesa degli sciiti. Furono questi gli anni dell’insurrezione, degli attentati, della violenza tra comunità e delle battaglie per il controllo del paese. Nel 2007 i soldati americani in Iraq erano più di 170mila. Quando lasciarono il Paese alla fine del 2011 molti videro in quella partenza la conclusione della guerra. E si sbagliarono ancora una volta.

Fu il secondo tragico errore degli Stati uniti. L’Iraq fu abbandonato al suo destino e senza un apparato di difesa che potesse garantire il controllo. Un iracheno, Al Baghdadi, un ex qaedista liberato dal carcere di Camp Bucca proprio dagli Usa, si mise alla testa dell’Isis e nel 2014 riuscì a occupare Mosul facendosi proclamare califfo nella moschea di Al Nouri. La cavalcata dell’Isis minacciava anche Baghdad e mentre l’esercito iracheno si era liquefatto fu il generale iraniano Qassem Soleimani (poi ucciso dagli americani) a organizzare la difesa.

Soleimani si appoggiò alle milizie sciite legate all’Iran che oggi sono forze potenti. Il quadro è complesso: appartengono formalmente alle Forze di mobilitazione popolare, parte delle forze armate irachene, ma continuano ad agire con una propria autonomia. Alcune hanno motivato la propria presenza armata con quella dei soldati Usa. Se questi se ne vanno e le milizie restano, la questione diventa ancora più netta: può uno Stato dirsi sovrano se non controlla tutte le armi sul proprio territorio?

La presenza delle milizie sciite armate ha trovato un’altra giustificazione nella guerra lanciata il 28 febbraio da Usa e Israele contro la repubblica islamica dell’Iran. E qui siamo a un altro paradosso. Gli Stati uniti, mentre stavano per attaccare l’Iran, si appoggiavano alle milizie curde dei peshmerga intenzionati, a loro dire, a invadere l’Iran e combattere contro il regime degli ayatollah. Questa operazione -alla quale fu dato anche un risalto mediatico – è miseramente naufragata ma la dice lunga sull’improvvisazione della guerra di Trump e Netanyahu e come è stato trattato l’Iraq in questi anni. Non è una colonia ma gli Stati uniti l’hanno trattato come se lo fosse: ancora oggi non ha un’aviazione, un vero Stato, un governo riconosciuto e un esercito affidabile. Per questo la sua sovranità è una scommessa.

Nell’immagine: festa in Iraq per il ritiro Usa


Brexit o Britin? Burnham non esclude il rientro in Ue

Non solo il petrolio bloccato a Hormuz. Il suo prezzo aumentato del 200 per cento in pochi mesi e puzza… d’inferno 

Da ISPIonline

“Brexit ha causato più danni che benefici”, ha detto il primo ministro del Regno Unito Andy Burnham, impegnato in questi giorni alla conferenza del partito laburista a Liverpool, in un’intervista alla Bbc. Il neo premier ha anche dichiarato di non volere lasciare “in sospeso” la questione dei rapporti con l’Ue e di voler essere chiaro su dove sarà il Paese sotto la sua guida tra dieci anni. Alla domanda se desidera che il Regno Unito rientri nell’Ue, ha risposto di voler “valutare le opzioni”, aggiungendo di avere precedentemente sostenuto un simile passo, pur riconoscendo che “non è detto che sia questo il momento”. Il leader ha quindi elencato le quattro opzioni: “Potremmo rimanere così come siamo; potremmo considerare quanto detto dall’ex cancelliere George Osborne riguardo a un’unione doganale; potremmo esaminare quanto proposto dai Liberal Democratici alla loro conferenza, sul mercato unico; oppure potremmo spingerci fino in fondo”. Non una dichiarazione esplicita, dunque, ma un’apertura all’idea che un ritorno nell’Unione europea sia un futuro possibile per Londra. A distanza di dieci anni dal referendum popolare che portò a Brexit, l’esecutivo a guida laburista gioca una carta potenzialmente divisiva in vista delle prossime elezioni, previste per il 2029 nonostante le recenti instabilità di governo, con lo stesso Burnham che ha escluso di volere andare al voto anticipato.

Cosa dicono i cittadini?

Le dichiarazioni di Burnham non sono impulsive o estemporanee. Un recente sondaggio di YouGov mostra come sia cambiata l’opinione pubblica dal referendum. Quasi sei britannici su dieci dicono che l’uscita dal blocco regionale sia stata una decisione sbagliata, e solo il 30% invece la sostiene. All’interno del campione, colpisce che quasi un quarto di chi nel 2016 votò per uscire, quindi per “leave”, ha poi cambiato idea, mentre gli elettori favorevoli a “remain”, cioè a restare nell’Ue, sono largamente (89%) rimasti della stessa opinione. Un dato ancora più netto è quello che emerge alla domanda se Brexit sia stato un successo – lo è per il 12% – o un fallimento – per il 61% – mentre il 19% pensa che non sia stato né l’uno né l’altro. Sul futuro rapporto tra Ue e Uk, quindi, il 55% sostiene un “Britin”, quindi la reintegrazione nell’Unione, mentre appena un terzo vuole mantenere lo status quo di Brexit. Le rilevazioni danno inoltre un interessante giudizio politico sulla leadership britanniche dell’ultimo decennio. Tra coloro che giudicano Brexit un fallimento, i principali responsabili sono indicati nell’ex premier Boris Johnson e nei Conservatori: rispettivamente l’82% e l’85% ritiene infatti che abbiano almeno in parte contribuito al mancato successo dell’uscita del Regno Unito dall’Ue. Il 69% attribuisce una responsabilità analoga a Nigel Farage, a capo di Reform Uk. Seguono gli ex primi ministri Theresa May, indicata dal 64% del campione, e Rishi Sunak, con il 59%.

L’economia sta peggio

Quando lo scorso giugno è ricorso il decimo anniversario da quel voto popolare che cambiò il Regno Unito e l’Europa, sui quotidiani britannici si sono consumate decine di analisi comparate con quanto si predisse nel 2016. Il giudizio generale conferma che Brexit è costata molto sia alle famiglie che alle aziende britanniche. Tuttavia, le previsioni di recessione economica si sono rivelate esagerate. Ciò che va tenuto a mente è che da quando la Brexit è diventata effettiva, cioè dal 2020, l’economia del Regno Unito ha risentito di altri scossoni, come la pandemia da Covid-19, la guerra in Ucraina e i dazi imposti dall’amministrazione Trump. Gli esperti concordano però su un punto: le stime a lungo termine ci avevano azzeccato. L’economia è molto più debole rispetto alle proiezioni, gli scambi commerciali hanno accusato il colpo, la crescita di produttività e investimenti aziendali si è bloccata e il reddito delle famiglie si è ridotto in media di diverse migliaia di sterline l’anno. Il crollo iniziale della sterlina – che non è più tornata alle quote pre-referendum – ha fatto impennare i costi delle importazioni, scatenando una spinta inflazionistica che ha messo sotto pressione i conti pubblici e pesato sul bilancio di tutte le famiglie. Nemmeno gli esportatori – solitamente favoriti da una moneta debole, che rende più competitivi i loro prodotti sui mercati esteri – sono riusciti ad approfittarne, paralizzati da un clima d’incertezza che ha frenato il commercio. Relativamente alla crescita, uno studio firmato dall’economista Nicholas Bloom evidenzia come il pil pro capite britannico sia inferiore tra il 6% e l’8% rispetto allo scenario senza Brexit: fino al 2016 c’era un allineamento pressoché perfetto con altre 33 economie avanzate, ma poi ha iniziato ad aprirsi un divario netto e la crescita del Regno Unito ha cominciato a rallentare.

Il commento di Antonio Villafranca, Vice Presidente per la Ricerca dell’ISPI“‘Once in a lifetime’. Così era stata presentata ai britannici la decisione su Brexit. Dopo dieci anni, la strategia della Global Britain per riacquisire piena libertà di manovra nel mondo si è rivelata per quello che è sempre stata: un’ambizione fuori tempo massimo. L’idea di Burnham di riavvicinarsi all’Ue è un atto di realismo politico. Tanto più che in dieci anni il mondo è cambiato così tanto che sembra passata più di una vita.”

La politica non tanto meglio

Negli ultimi anni, il Regno Unito è stato anche molto instabile dal punto di vista politico. Sarebbe esagerato dire che si tratta di una conseguenza diretta della Brexit, ma è altrettanto vero che mai come negli ultimi dieci anni c’erano state così tante crisi di governo. Dal 2016 il Regno Unito ha avuto sette primi ministri (tra il 1990 e il 2016 ce ne sono stati solo quattro) e quasi tutti i predecessori di Burnham hanno lasciato in seguito a dimissioni volontarie, mentre Rishi Sunak è stato sconfitto alle elezioni del 2024 riportando i Laburisti al potere dopo 14 anni. L’obiettivo di Burnham, oggi, sembra quindi quello di ripristinare una stabilità di governo, possibilmente definendo meglio i rapporti con Bruxelles con un esecutivo più rappresentativo degli interessi di cittadini che hanno visto una parziale erosione del potere d’acquisto, nonché il non mantenimento di alcune promesse per il post-Brexit. Tra queste, il dossier immigrazione, uno dei capisaldi dei Leavers. Il saldo migratorio netto ha infatti registrato un’impennata, con il picco di un milione di nuovi arrivi nel solo 2023. Questo è drasticamente sceso negli ultimi tre anni, lasciando però al centro del dibattito pubblico il tema della sicurezza, che negli ultimi anni è degenerata in episodi violenti come lerivolte anti-migranti di Belfast dello scorso giugno.

Nell’immagine: il primo ministro del Regno Unito Andy Burnham


Libri scritti con l’IA? Ma i test falliscono. Abbiamo messo l’algoritmo alla prova

Non solo il petrolio bloccato a Hormuz. Il suo prezzo aumentato del 200 per cento in pochi mesi e puzza… d’inferno 

Di Sara Scarafia, La Repubblica

L’elefante è nella stanza e il mondo dell’editoria trema. Dopo la clamorosa esclusione dal premio Goncourt di Thélyson Orélien, l’autore accusato da un account X di aver scritto il suo romanzo utilizzando l’IA, nessuno si sente al sicuro. E l’Italia non fa eccezione. E se accadesse a un autore in corsa a un premio letterario? Le case editrici stanno prendendo provvedimenti? Hanno una strategia? Il tema è all’ordine del giorno, confessano gli addetti ai lavori rigorosamente off the record: telefonate, riunioni, report allarmati. Intanto, bocche cucite, ma dopo il caso Goncourt negli uffici non si parla d’altro. Da Mondadori, conEinaudi, a Feltrinelli al gruppo Gems tutti prendono tempo prima di esporsi. Del resto è un campo minato. Nessun sistema di verifica, come dimostreremo, è sicuro. Allo stesso tempo chiunque può scaricare uno dei tanti sistemi di rilevazione disponibili in rete e, sulla base dei risultati, accusare un autore di aver pubblicato un libro che non è farina del suo sacco. In America, e adesso in Francia, gli editori stanno studiando un bollino – “questo libro è 100% umano” – da piazzare in copertina. Ma con quale certezza? Chi certifica chi?

Si chiamano “AI detector” e sul web se ne trovano tantissimi, gratuiti e a pagamento. Nelle università sono ormai usatissimi per inchiodare gli studenti che si affidano all’algoritmo per scrivere le tesi. E la macchina, il grande fratello artificiale, ingrassa con i dati che raccoglie. È l’IA che prima genera e poi controlla se stessa. Con esiti mai certi. Come dimostra una piccola prova alla quale abbiamo sottoposto diverse piattaforme di verifica.

Il test

Abbiamo scelto alcune pagine di sette romanzi italiani. Tre vincitori di premi e tre bestseller di genere che scalano le classifiche. L’ultimo è un classico della letteratura italiana, scritto quando l’IA non c’era ancora: La malora di Beppe Fenoglio, anno 1954. Abbiamo usato cinque diversi rilevatori: tre nella versione a pagamento – Pangram, ChatGpt e Perplexity – due in quelle gratuite, Originality e Textguard. I detector hanno concordato, certificandoli come cento per cento umani, solo su due romanzi vincitori di premi, Di spalle a questo mondo di Wanda Marasco, Campiello 2025, e I convitati di pietra di Michele Mari, Strega 2026. E su Fenoglio. Con una curiosità. ChatGpt ha identificato il capolavoro dello scrittore di Alba: «Qui – scrive il chatbot – mi hai teso una trappola: è La malora». Qualcuno glielo aveva già dato in pasto.

Sì, no, forse

E negli altri casi? I sistemi non sono d’accordo, neanche nelle loro versioni a pagamento, quindi in teoria più accurate. Prendiamo due casi tra quelli sottoposti al test. Uno è il romance dell’autrice più venduta in Italia, First lady per caso di Felicia Kingsley(Newton Compton). L’altro è Le perfezioni di Vincenzo Latronico(Einaudi), finalista al prestigiosissimo Booker Prize nel 2025. In entrambi i casi, Pangram, lo stesso software che ha inchiodato Orélien, li certifica cento per cento umani. Perplexity, invece, quotatissimo tra gli accademici, è ambiguo. Se su alcune pagine diLatronico dà una percentuale tra il 50 e il 65 per cento di utilizzo di IA, su altre praticamente la azzera: 3 per cento. Anche su Kingsley il giudizio è disomogeneo: in un caso attesta le pagine al 75 per cento umane. Nel secondo la percentuale crolla al 40 per cento. È chiaro che qualcosa, nel sistema di rilevazione, non funziona.

Il grande calderone

Abbiamo sottoposto al test anche due titoli che hanno dominato le classifiche. L’ultimo dark romance di Carrie Leighton, che con la sua saga Better (Salani) ha venduto 500 mila copie, e uno dei romanzi di Gianluca Gotto, lo scrittore Mondadori “mistico” ininterrottamente in classifica da 210 settimane. Pangram li promuove entrambi al cento per cento. Secondo Perplexityinvece, nel caso di Leighton il romanzo è “IA assistito”, quindi scritto con l’aiuto dell’algoritmo, in una forbice che va tra il 65 e l’80 per cento. La piattaforma gratuita Originality dà addirittura il 73 per cento di probabilità che sia generato dalla macchina. Ma che significa? Che l’IA avrebbe generato la trama? Che il testo è stato sottoposto a editing dal chatbot? Risposte incerte anche su Gotto. Pangram lo salva, Perplexity e Originality lo bocciano: per il primo software Quando inizia la felicità è IA assistito al 60 per cento, per l’altro è generato dall’IA al 93 per cento.

L’algoritmo cade in fallo

Come ultima prova, abbiamo sottoposto ai detector un incipit generato appositamente con l’intelligenza artificiale: un sistema di rilevazione gratuito gli ha concesso il 50 per cento di possibilità di essere autenticamente umano. Perplexity lo ha dato artificiale solo al 70 per cento. Pangram lo ha bocciato: non è umano.

Ma sulla base di quali criteri?

La risposta di Perplexity, alla quale l’abbiamo chiesto, è spiazzante: «Non esiste un insieme di parametri che permetta di stabilire con certezza, dal solo testo, che un brano sia stato scritto da IA. Esistono strumenti probabilistici». Che, per le diverse piattaforme, sono più o meno gli stessi: prevedibilità delle parole che compaiono nelle pagine, uso di termini molto comuni, costruzioni delle frasi standardizzate e uniformità grammaticale. Pangram spiega che il suo algoritmo è stato addestrato attraverso il sistema “dello specchio”: «Per ogni esempio umano, generiamo un esempio prodotto dall’IA che corrisponda al documento originale su quanti più assi possibile». Un’ altra criticità è che i chatbot sono addestrati soprattutto con i testi in lingua inglese.Mark Spero, amministratore delegato di Pangram, società di Brooklyn, a New York, dopo il caso Orélien, ha detto che il suo detector ha un margine di errore per i testi in francese dello 0,0026 per cento. Ma al New York Times che glielo ha chiesto ha ammesso che non esistono studi indipendenti che certificano questo dato. E all’Atlanticha sottolineato che «Pangram non dovrebbe mai essere l’arbitro finale, ma piuttosto un punto di partenza per un’indagine più approfondita». Un’indagine fatta da chi? E con quali strumenti?

L’altra faccia della medaglia

Se finora i titoli ritirati dal mercato negli Stati Uniti sono di narrativa di genere (per esempio l’horror di Mia Ballard Shy Girl e il thriller di Jerry Falade contesissimo alle aste) il caso Goncourt, con l’esclusione di un concorrente dalla gara, tira in ballo anche la narrativa letteraria.

Solo che in questo caso il libro è ancora in vendita e domina le classifiche francesi. C’était ça ou mourir, pubblicato da Grasset, ha venduto circa 50 mila copie. E in Italia sarà pubblicato da Rizzoli. Che al momento resta cauta: «Abbiamo comprato il romanzo dalla casa editrice Boréal e l’abbiamo apprezzato per la sua voce. In Francia l’ha pubblicato un grandissimo editore come Grasset, ed è attualmente al primo posto nella classifica dei libri più venduti – dice Massimo Turchetta, direttore generale e publisher di Rizzoli – Le maggiori case editrici in tutto il mondo hanno partecipato all’asta internazionale per acquisirne i diritti. Boréal sta approfondendo l’analisi del testo per chiarire oltre ogni dubbio cosa sia successo, e Rizzoli rimane in attesa di avere un quadro più completo». Non tutte le IA vengono per nuocere.


Veronica Noseda – Pietra d’inciampo per madame Le Pen

Non solo il petrolio bloccato a Hormuz. Il suo prezzo aumentato del 200 per cento in pochi mesi e puzza… d’inferno 

Veronica Noseda è corrispondente di Naufraghi/e da Parigi

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ora ascoltare in podcast su YouTube Music


Politica sanitaria – «Stiamo navigando senza pilota e senza controllo del traffico aereo»

Non solo il petrolio bloccato a Hormuz. Il suo prezzo aumentato del 200 per cento in pochi mesi e puzza… d’inferno 

Di Daniel Ryser, Infosperber

Heinz Locher è dottore in economia e uno dei più autorevoli economisti sanitari indipendenti della Svizzera. È stato segretario generale della Direzione della sanità di Berna e successivamente socio della società di consulenza PricewaterhouseCoopers, dove ha diretto la filiale di Berna ed è stato responsabile del settore sanitario. Dal 1979 al 2020 ha insegnato economia sanitaria all’Università di Berna e in altre università in Svizzera e all’estero. Oggi lavora come consulente indipendente a Berna ed è considerato uno dei critici più acuti del sistema sanitario svizzero.

Heinz Locher, la consigliera federale Elisabeth Baume-Schneider annuncerà oggi, martedì, un aumento dei premi presumibilmente del 5 per cento. Lo shock dei premi è ormai una tradizione svizzera come il Sechseläuten, il 1° agosto o la salsiccia di vitello di San Gallo, solo che non c’è nulla da festeggiare. Perché questa situazione non finisce mai?
Ogni anno si parla della stessa cosa, ma nulla cambia. Al momento ci sono due sviluppi che illustrano particolarmente bene l’incapacità delle autorità: l’assistenza retribuita da parte dei familiari e le iniezioni dimagranti. Sono queste le «pistole fumanti». Entrambi questi fattori di aumento dei costi avrebbero potuto essere mitigati o addirittura evitati se la Confederazione e i Cantoni avessero agito correttamente.

Cominciamo dai familiari che prestano assistenza. L’assicurazione di base paga ormai circa 350 milioni di franchi all’anno. Cosa è successo?
Nel 2019 il Tribunale federale ha stabilito che i familiari possono essere indennizzati dalla cassa malati per l’assistenza prestata, purché siano assunti da un’organizzazione Spitex. Prima non era possibile, i familiari che prestavano assistenza erano sempre svantaggiati. Ritengo che questo cambiamento sia fondamentalmente molto positivo. Ma non è stato avviato in modo serio.

In che senso?
Non è stato garantito che l’assistenza fosse di buona qualità e che esistessero procedure chiare in caso di crisi. Bisogna garantire che il tutto non vada a discapito né delle persone assistite né di chi le assiste. Invece è nato un business con buoni margini, con conseguenti ripercussioni sui premi. Alcune aziende ne hanno tratto profitti milionari. Ciò si sarebbe potuto e dovuto impedire.

In che modo?
Stiamo parlando di fondi provenienti dall’assicurazione di base. La legge sull’assicurazione malattie esige che le prestazioni siano efficaci, adeguate ed economiche. La Confederazione e i Cantoni avrebbero potuto imporre dei requisiti. Oggi è fin troppo facile fondare un’organizzazione Spitex senza fornire le necessarie prove di qualità. Si sarebbe potuto, ad esempio, stabilire che una singola infermiera non potesse seguire 24 familiari bisognosi di assistenza. Se la Confederazione e i Cantoni avessero collaborato, si sarebbe ottenuta una crescita sana e seria, senza soffocare il modello. Così invece si è verificata un’ulteriore esplosione dei costi. Solo ora, ben sette anni dopo la sentenza del Tribunale federale, la politica sta iniziando a regolamentare.

Dal 2024 l’assicurazione di base copre, a determinate condizioni, le iniezioni dimagranti come Wegovy. L’anno scorso ciò è costato alle casse malati circa 200 milioni di franchi. L’Ufficio federale della sanità pubblica afferma che il rimborso è vincolato a condizioni chiare e, per il momento, è a tempo determinato. Non è sufficiente?
Un problema è che molti pazienti interrompono la terapia e spesso riprendono peso. Si è esagerato. Sarebbe stato giusto partire con un’indicazione rigorosa e raccogliere prima un po’ di esperienza: quali requisiti devono essere soddisfatti affinché il trattamento abbia un effetto duraturo? Anche questo è previsto dalla legge: prima raccogliere e valutare l’esperienza, poi rimborsare. Invece si sono spalancate le porte e ora dobbiamo pagare tutti. Anche questo è un fallimento delle autorità federali.

Non c’è nulla che sia migliorato? Da gennaio 2026, ad esempio, è in vigore il nuovo tariffario medico Tardoc.
Al contrario, anche in questo caso è la solita storia. Si potrebbe dire che sia la terza pietra di scanto dell’attuale esplosione dei costi: Tardoc ha sostituito l’obsoleto tariffario Tarmed, ovvero l’elenco in base al quale i medici fatturano le loro prestazioni ambulatoriali.

L’idea era buona. In primo luogo, il tariffario avrebbe dovuto rispecchiare la medicina odierna e non quella del 1990. In secondo luogo, si sarebbe dovuta rafforzare la cosiddetta «medicina del colloquio», ovvero il lavoro del medico di famiglia, rispetto alle discipline tecniche con le loro apparecchiature. Il risultato è stato l’opposto. I medici di famiglia non sono pagati meglio e gli specialisti guadagnano più del previsto, perché il tariffario è strutturato in modo errato. In questo modo sono stati mancati entrambi gli obiettivi: il riequilibrio tra le categorie di medici e l’obiettivo di contenimento dei costi, poiché ci attendono costi nettamente più elevati. Le autorità hanno ignorato gli avvertimenti secondo cui le cose non sarebbero andate bene, ed è proprio quello che è successo. Con una corretta regolamentazione si sarebbe potuto evitare per tre volte un aumento dei costi nell’ordine dei milioni. È successo il contrario. Mi ripeto: paghiamo tutti per questi errori.

Questi sono gli attuali sviluppi negativi. Ma ci sono anche ragioni più profonde per cui i costi aumentano costantemente.
Sì, c’è una spiegazione strutturale. La chiamo «effetto Sisifo»: più la medicina è in grado di fare, più persone vengono curate. Queste persone continuano a vivere e in seguito hanno nuovamente bisogno di prestazioni mediche. Questo è positivo, ma ha un costo. E non finirà mai. A ciò si aggiunge il fatto che, con il benessere, aumentano le aspettative e la disponibilità a ricorrere alle prestazioni mediche. Lo si può dimostrare statisticamente.

A Ginevra e a Basilea Città gli assicurati pagano i premi più alti della Svizzera. Perché?
Non è un caso. Dal lato della domanda, si tratta di una combinazione di benessere e contesto urbano. Dal lato dell’offerta, giocano un ruolo importante la densità di medici specialisti e di costose apparecchiature diagnostiche come le risonanze magnetiche. Questo spiega le differenze tra i cantoni.

Ora entra in gioco un altro fattore, contro il quale lei mette in guardia già da tempo: i baby boomer stanno raggiungendo l’età avanzata.
I baby boomer sono le coorti nate tra il 1946 e il 1964, ovvero 19 coorti con un numero di nascite che va da 80’000 a oltre 110’000 ciascuna. I primi compiranno ottant’anni nel 2026. D’ora in poi, per 19 anni, ogni anno si aggiungeranno circa 70’000-80’000 ottantenni. Se a questo si aggiungono gli altri fattori, ne consegue che dobbiamo reinventare il sistema sanitario, altrimenti crollerà.

Da dove cominciamo?
Dall’alloggio. Dobbiamo riuscire a mantenere in buona salute gli ultraottantenni il più a lungo possibile, non solo con alloggi adeguati, ma anche con servizi quali portineria, assistenza domestica e assistenza personale. Se i baby boomer sommergono il sistema sanitario, questo crollerà. Già oggi mancano medici di famiglia e pediatri. Per questo è necessario un accesso facilitato: farmacie, drogherie, podologia, fisioterapia e personale infermieristico con formazione specialistica, i cosiddetti «Advanced Practice Nurses». In questo modo le persone non si recano inutilmente presso lo studio medico o in ospedale. Ciò non significa razionare o negare le prestazioni, ma fornire l’aiuto giusto nel posto giusto.

E chi paga tutto questo?
I fondi che oggi vengono destinati alla costruzione di ospedali devono essere impiegati per creare posti di tirocinio per i futuri medici di famiglia e per indennizzare gli studi medici che li formano. Si tratta di una ridistribuzione delle risorse. Fino a poco tempo fa, la politica sanitaria in Svizzera era sinonimo soprattutto di politica di costruzione di ospedali.

Eccoci quindi al tema scottante: il sistema ospedaliero svizzero. La Danimarca, con poco meno di sei milioni di abitanti, ha ancora solo 21 ospedali di pronto soccorso. La Svizzera, con nove milioni di abitanti, si permette 101 ospedali per cure acute e oltre 170 altre cliniche. E pro capite spendiamo quasi il 30 per cento in più per la sanità rispetto ai danesi. Questa è «Swissness» o è follia?
In Svizzera ce la caveremmo con un numero nettamente inferiore di ospedali.

Quanti sarebbero?
Meno di 100.

Due anni fa, durante una conversazione telefonica, mi disse che sarebbero bastati anche quaranta ospedali.
Vede, bisogna distinguere tra casi urgenti e non urgenti. In caso di emergenza, l’aiuto deve arrivare immediatamente: tramite i primi soccorritori, ovvero laici addestrati del vicinato, e tramite un servizio di soccorso decentralizzato e rapido. Ma per un intervento programmabile, come una protesi all’anca, si possono percorrere 30 chilometri o più. Le stesse persone che si lamentano che l’ospedale debba essere vicino, durante le vacanze di Natale vanno a Costanza o all’Europa-Park. Ecco perché già due anni fa ho detto che tra Rapperswil e Zurigo non serve più un vero e proprio ospedale. Naturalmente si è scatenato il finimondo.

Molti ospedali registrano cifre in rosso e devono essere salvati. Il Cantone di Argovia ha iniettato nel proprio ospedale cantonale di Aarau 240 milioni di franchi per evitare che fallisse. L’ospedale indebitato di Wetzikon dovrebbe essere rilevato dal gruppo ospedaliero Thurmed di Turgovia, a condizione che i creditori approvino una riduzione del debito a fine ottobre. Come valuta tutto questo?
La cosa peggiore sarebbe mantenere questa strategia e continuare semplicemente a sostenere finanziariamente gli ospedali. Proprio ora che sempre più cure vengono fornite in regime ambulatoriale, qui si nasconde un’opportunità. Propongo un fondo di dieci miliardi di franchi con cui riorganizzare la struttura ospedaliera, invece di mantenere artificialmente in vita quella attuale.

Lei trabocca di idee su come affrontare i problemi. E non è l’unico. Ciononostante, sembra che tutto questo si dissolva nel nulla. Il prossimo aumento dei premi è inevitabile.
Percepisco una certa impotenza. Bisognerebbe assumersi le proprie responsabilità, ma ciò non avviene. Il sistema sanitario svizzero sta navigando senza pilota e senza controllo del traffico aereo. Stiamo navigando alla cieca verso il nulla.

Nell’immagine: Heinz Locher, che aveva già lanciato questo monito oltre 15 anni fa nel telegiornale della SRF. Da allora l’aumento dei premi è diventato una costante


Ecocidio in Palestina: «Vogliono sradicarci come sradicano gli ulivi»

Non solo il petrolio bloccato a Hormuz. Il suo prezzo aumentato del 200 per cento in pochi mesi e puzza… d’inferno 

Di Beatrice Sofia Urso, il manifesto

«L’obiettivo principale dei coloni è sradicare la presenza palestinese, così come sradicano i nostri alberi d’ulivo», dice Islah Jad a Terra Madre, il festival torinese di Slow Food. Tra gli ospiti, il coordinatore dell’ong italiana Cospe per l’area di sviluppo economico Jamil Daraghmeh, la direttrice generale di Build Palestine Lama Amr e Islah Jad, professoressa e membro del Board del Bisan Centre.

LA DISTRUZIONE di un popolo passa anche dalla sua terra, cancellando tradizioni e prodotti, da cui la necessità di analizzare questa faccia della guerra e dell’occupazione. Radere al suolo un ecosistema, avvelenare sorgenti d’acqua, inquinare campi, dare alle fiamme produzioni agricole e pascoli: si chiama ecocidio ed è il crimine silenzioso che si affianca allo sterminio del popolo palestinese.

«In questo momento noi palestinesi stiamo assistendo a quello che definiscono il decisive plan: l’espulsione di tutto il popolo palestinese – racconta Islah Jad al manifesto – Israele sta agendo così brutalmente perché i palestinesi stavano per superare la popolazione ebraica: una questione demografica. Per questo il genocidio si sta consumando a Gaza, che è tra le aree più densamente popolate al mondo. Assistiamo a un massacro nella Striscia e a una forma di pulizia etnica in Cisgiordania. Il controllo della nostra terra, delle risorse idriche, dei nostri spostamenti e della nostra vita quotidiana serve a spingere la popolazione ad andarsene».

Se le bombe hanno devastato Gaza, in West Bank ci sono ancora alcune, poche, aree sfruttabili per l’agricoltura. «Qui la terra è divisa in Area A, B e C – spiega Jamil Daraghmeh – Il luogo principale in cui sviluppare le attività economiche, soprattutto legate all’agricoltura, è l’Area C ma per i palestinesi è quasi impossibile accedervi (il controllo civile e militare è esercitato da Israele, ndr)».

L’AREA C è anche la maggiore per estensione, coprendo più del 60% del totale della Cisgiordania. Chi vive qui fa affidamento sulla terra come principale mezzo di sostentamento. Quello che le cooperative locali cercano di costituire è una rete per una nuova struttura economica. Il problema, però, è molto più grande: il controllo dell’economia palestinese è nelle mani del suo stesso aguzzino. «Dipendiamo completamente da Israele, dall’uso dello shekel come valuta all’importazione di merci», spiega Daraghmeh.

La missione è rendere l’economia palestinese indipendente a partire dall’autoproduzione dei beni di prima necessità. «Ma restano i problemi legati soprattutto alla gestione delle risorse idriche. La quota d’acqua per un israeliano è quattro volte superiore rispetto a quella di un palestinese».

In un territorio come quello palestinese, dove le montagne coesistono con uno dei punti più profondi del pianeta, la flora mediterranea dà il suo meglio. «La prima cosa di cui dobbiamo parlare sono i semi – racconta Lama Amr – tra i bersagli principali di Israele: impedirci di preservare le sementi tradizionali e di conservarle per proteggere la nostra sicurezza alimentare e la biodiversità.

Le bombe si insidiano nel sottosuolo e impediscono di continuare il ciclo produttivo della vegetazione». Non c’è solo l’effetto dei bombardamenti, è il modello d’occupazione che mina la produzione agricola: l’azione dei coloni è un’altra faccia della stessa guerra. «Appiccano fuoco ai campi in modo che i contadini non possano coltivarli, rapiscono le greggi e negano l’accesso all’acqua. Per questo la resistenza è popolare e quotidiana. Moltissime famiglie hanno iniziato a coltivare qualsiasi appezzamento intorno a casa, raccogliendo e conservando i semi».

UNA RESISTENZA con un volto femminile. Islah Jad parla di «tessitrici del tessuto sociale palestinese» riferendosi al ruolo assunto in ogni fase della storia: organizzare la vita comunitaria, curare i bambini e istituire scuole di emergenza nelle fasi più acute del conflitto. Ma il loro ruolo è fondamentale anche nel settore agricolo: «La partecipazione delle donne in agricoltura è più alta di quella degli uomini. Sono state le prime a scontrarsi con i coloni che cercavano di deviare i corsi d’acqua o di confiscare le terre».

«Non si deve permettere che Israele si presenti all’estero sotto la veste di protettore dell’ambiente o pioniere della transizione ecologica – conclude la professoressa – La realtà è che le sue politiche distruggono il nostro ecosistema, confiscano le nostre riserve idriche e devastano le terre agricole. Il primo punto è fare controinformazione e chiedere sanzioni per le violazioni dei diritti umani».

Nell’immagine: Hebron, coloni impediscono la raccolta delle olive


L’Onu in crisi, ma resta indispensabile

Non solo il petrolio bloccato a Hormuz. Il suo prezzo aumentato del 200 per cento in pochi mesi e puzza… d’inferno 

Di Ettore Sequi, La Stampa

Nel cuore delle Nazioni Unite, dove si è svolta l’ottantunesima Assemblea generale, una placca di marmo ricorda la massima di Benito Juárez: “El respeto al derecho ajeno es la paz”, il rispetto del diritto altrui è la pace. Oggi, davanti a un Consiglio di sicurezza paralizzato dai veti, e a conflitti che l’Onu può soltanto osservare, quel monito suona come una provocazione. Ma è proprio questo il paradosso: l’Onu e il multilateralismo sono ancora più necessari quando appaiono più deboli.

La crisi dell’Onu non è teorica. Si vede quando il veto paralizza il Consiglio di sicurezza: a Gaza, dove gli scontri fra le potenze hanno spesso impedito un’azione comune, e sull’Ucraina, dove la Russia usa il diritto di veto. Chi viola le regole siede nella stanza chiamata a farle rispettare. Ma proprio qui emerge il paradosso: La debolezza dell’Onu non coincide con la sua inutilità, nemmeno per chi la contesta.

Nel novembre 2025 Trump ha ottenuto dal CdS l’approvazione del suo piano per Gaza e del Board of Peace: le grandi potenze possono aggirare l’Onu ma quando cercano la legittimità, tornano a bussare alla sua porta. Ciò perché esistono due Onu: una politica, quella del Consiglio di Sicurezza, indebolita dalla rivalità tra potenze; e una funzionale, che assiste, coordina, protegge, e che è indispensabile perché i problemi non rispettano i confini. L’Onu non può governare il mondo, ma può offrire il luogo in cui il mondo prova a governarsi. Il minilateralismo (G7, Brics+, G20) assicura forse efficacia, ma la ristrettezza ne limita la legittimità. La domanda di regole cresce mentre diminuisce la disponibilità delle potenze a sottoporvisi. Più il potere si frammenta, più cresce il bisogno di ricomporlo.

La sovranità non è più soltanto controllo dei confini: è capacità di influenzare ciò che accade oltre di essi. Nessuno Stato può governare da solo le interdipendenze da cui dipende la propria sicurezza: energia, clima, tecnologia, Intelligenza artificiale. È la policrisi: una guerra diventa crisi energetica e alimentare; una disputa commerciale diventa una questione di sicurezza. La vera crisi è governare interdipendenze che nessuno controlla da solo. Non è la fine del multilateralismo, ma il tramonto della sua versione unipolare, costruita nel 1945 intorno alla centralità americana. Il dibattito generale di quest’anno conferma una nuova fase più competitiva: gli USA dovranno guidare senza esigere l’egemonia; la Cina occuperà gli spazi lasciati vuoti; il Sud globale chiede un sistema meno gerarchico, in cui contribuire a definire le regole.

L’Africa è il vero acceleratore: risorse, mercati, demografia, energia e materie prime critiche ne fanno un centro della competizione globale. La diplomazia infrastrutturale cinese e la presenza russa nel settore della sicurezza hanno occupato spazi lasciati vuoti dall’Occidente. Ma l’Africa non è più solo terreno di competizione poiché rivendica un potere negoziale proprio.

Anche per l’Europa, che non può sostituire con la potenza ciò che ottiene attraverso mercati, standard e coalizioni, il multilateralismo è una necessità strategica

Riformare l’Onu non significa ridisegnare la mappa delle poltrone per includere i nuovi protagonisti. Significa restituire al tavolo la capacità di cambiare ciò che accade fuori dalla stanza. Un’Onu che registra soltanto le divisioni tra le potenze rischia di diventare un archivio del disordine. La legittimità si ricostruisce producendo risultati.

Dall’Assemblea generale di quest’anno emerge che l’Onu non è finita. È finita invece l’illusione che essa possa operare senza il consenso delle potenze. Le istituzioni hanno bisogno del peso degli Stati; gli Stati della legittimità delle regole. E la vera alternativa non è tra Onu e nazioni, ma tra una sovranità lungimirante che accetta la cooperazione per governare l’interdipendenza e una sovranità miope che, isolandosi, è condannata a subirla. La crisi dell’Onu non dimostra che il multilateralismo sia superato: dimostra che non possiamo farne a meno.


Kaliningrad, la fortezza nel Baltico con cui Putin cerca l’incidente in Europa

Non solo il petrolio bloccato a Hormuz. Il suo prezzo aumentato del 200 per cento in pochi mesi e puzza… d’inferno 

Di Gianluca Di Feo, La Repubblica

Kaliningrad è sempre stata la fortezza che definisce i rapporti di forza tra Mosca e l’Europa. Un castello di torri e fossati nei tempi in cui si chiamava Königsberg: capitale dei cavalieri teutonici lanciati alla conquista dell’Est, la cui disfatta sul lago ghiacciato è stata esaltata dall’Urss di Stalin nel film Aleksandr Nevskij diretto da Ejzenstejn. Oggi è un bastione irto di missili, che minacciano le metropoli dell’Ue da Berlino a Varsavia, da Stoccolma a Helsinki: da lì possono raggiungerle anche gli Iskander a testata convenzionale, senza così superare la “soglia nucleare” e rischiare una reazione apocalittica. L’Armata Rossa l’ha occupata nel 1945 e l’ha annessa alla Russia, nonostante si trovi incastonata nel mezzo della Polonia: è all’altra estremità del golfo dove c’è Danzica; una vicinanza geografica che provoca più di un brivido nello scenario inquietante di queste ore.

Per Putin, Kaliningrad è diventata soprattutto lo strumento per misurare la determinazione europea: una sorta di termometro, che utilizza per valutare fino a che punto i Paesi della Nato e dell’Ue siano disposti a spingersi nel confronto con la Russia generato dall’invasione dell’Ucraina. Le provocazioni però sono iniziate molto prima, con i Mig e con i Sukhoi che irrompono nelle rotte civili del Baltico senza preavviso né autorizzazione: una situazione che ha spinto l’Alleanza a schierare sin dal 2004 i suoi caccia a protezione di Lettonia, Lituania, Estonia e Polonia. Quasi ogni giorno i jet del Patto atlantico – adesso ci sono pure gli Eurofighter italiani – si alzano alla massima velocità per fronteggiare gli sconfinamenti di velivoli, droni e persino missili da crociera.

La tensione continua a crescere ed è arrivata a livelli mai toccati neppure durante la Guerra Fredda. Al vertice della Nato c’è la convinzione che ogni segno di debolezza possa motivare il Cremlino a spingersi oltre, cercando di spezzare anche con le armi la coesione dell’Alleanza indebolita dall’amministrazione Trump. Nel cuore dell’estate le reti di intelligence hanno colto i segnali di un’intensificazione della pressione russa, con l’impressione che Mosca fosse pronta a un salto di qualità. Così il 18 agosto è scattata un’operazione di deterrenza, per mettere in guardia il Cremlino: un assedio virtuale di Kaliningrad condotto insieme da americani ed europei. I cieli sono stati sbarrati da decine di intercettori ma soprattutto sono entrati in azione i migliori sistemi volanti da contromisure elettroniche, esibendo la capacità concreta di disturbare i radar, interrompere le comunicazioni, oscurare gli apparati di puntamento: hanno testimoniato di saper accecare la fortezza russa.

Il carosello di jet, a cui si sono unite manovre terrestri e navali, è proseguito fino al 21 agosto. È stato l’inizio di una partita a scacchi, in cui vengono continuamente spostate pedine. Putin non si è mostrato intimidito; anzi. Il giorno dopo ha dichiarato che «gli attacchi ucraini sulla Russia hanno scoperchiato il vaso di Pandora» ossia lo scrigno di tutti i mali. Poi il 25 agosto il direttore della Cia John Ratcliffe è arrivato a Mosca: ha incontrato i capi dei due servizi segreti russi e trasmesso un monito rimasto top secret.

In apparenza, la missione di Ratcliffe non sembra avere sortito effetti. Droni e missili attraversano l’Ucraina e puntano verso i confini europei. I sabotaggi nell’ombra della “guerra ibrida” sono più numerosi. I decolli da Kaliningrad più frequenti, fino all’incursione dell’elicottero che la scorsa settimana è platealmente entrato in Polonia per pochi secondi. Sul versante opposto, da metà settembre per una settimana i ricognitori della Nato hanno tenuto sotto controllo cielo e mare in tutto il fronte est: da Kaliningrad fino al porto di Murmansk, dove sono ormeggiati i sottomarini nucleari russi. Sono sfide in cui il pericolo di innescare l’escalation è elevatissimo. «Vladimir Putin è diventato più minaccioso e disposto ad accettare rischi – ha dichiarato sir John Stringer, generale britannico e numero due della Nato –. Mentre la guerra in Ucraina è in una situazione di stallo, tenta di dividere i Paesi occidentali. I membri dell’Alleanza devono fare molta attenzione nelle loro risposte, perché il Cremlino potrebbe cercare di spingerci verso una reazione eccessiva».


Condividere la prosperità

Non solo il petrolio bloccato a Hormuz. Il suo prezzo aumentato del 200 per cento in pochi mesi e puzza… d’inferno 

Di Giancarlo Carofiglio, La Stampa

Tra giugno e agosto di quest’anno, secondo uno studio del Centro Studi Cipnes Gallura-UniOlbia, nelle acque della Gallura sono stati rilevati 3.176 superyacht, cioè imbarcazioni di almeno 24 metri, e il valore stimato di 291 di essi supera i 19 miliardi di dollari, circa 16,5 miliardi di euro al cambio medio del 2026.

Tanto per fornire un dato di paragone: la Campania, con 5,6 milioni di abitanti, riceve ogni anno dal Fondo sanitario nazionale circa 11,5 miliardi (dato del riparto 2023). Certo, il confronto è tra un patrimonio e una spesa annuale, ma restituisce un ordine di grandezza che aiuta a definire la questione. E la questione riguarda il paese in cui quegli yacht navigano, dove nello stesso momento ci sono persone che aspettano mesi per una visita specialistica nel servizio pubblico, bambini che non hanno nemmeno un pasto proteico al giorno e crescono in case sovraffollate e malsane, famiglie che a fine mese scelgono tra mangiare e riscaldare la casa.

Il superfluo legittimamente acquisito — lavorando e pagando le tasse — è, di per sé, un tema politicamente irrilevante. In una società in cui molti non hanno l’indispensabile, diventa però una questione politica in senso molto concreto: riguarda la tenuta delle istituzioni democratiche. Le società insopportabilmente ingiuste tendono a diventare violente e perdono la democrazia un pezzo alla volta, a vantaggio di forme di autoritarismo più o meno mascherate. Correggere la distribuzione delle risorse è dunque una condizione di sopravvivenza delle istituzioni libere, prima ancora che una questione di generosità o di rivalsa.

Ma chi decide che cos’è indispensabile? La domanda contiene un’insidia reale, perché ogni lista dell’indispensabile dipende dall’epoca e dalla cultura in cui viene compilata. L’elettricità era superflua nel 1820, la connessione a internet nel 1990, e il riscaldamento domestico è stato un lusso per larghe fasce della popolazione fino a pochi decenni fa. I confini si spostano, e ne segue che la lista proposta qui vale per la modernità avanzata e non per ogni tempo e ogni luogo.

Oggi rientrano tra gli indispensabili, a mio giudizio, il cibo sufficiente a mantenersi in salute e l’acqua potabile; un’abitazione stabile non sovraffollata, anche se piccola e semplice; la possibilità di alleviare le sofferenze che vengono dal freddo e dal caldo estremo; le cure mediche essenziali, comprese due che il dibattito pubblico tratta come secondarie, la salute mentale e le cure dentistiche. Per la psicoterapia nel servizio pubblico le attese sono spesso molto lunghe, e le cure odontoiatriche, salvo che per i minori e per le persone più vulnerabili, restano a carico dei cittadini, sicché chi non può permettersele rinuncia. Vi rientra un’istruzione che funzioni davvero, oltre all’accesso formale che sulla carta esiste: una scuola con insegnanti stabili e laboratori attrezzati nei quartieri ricchi, e con supplenti precari e aule cadenti in quelli poveri, non offre un servizio universale ma riproduce la disuguaglianza con l’avallo dello Stato. Vi rientra una connessione a internet, perché il lavoro, i servizi pubblici e la formazione passano ormai dal digitale, e un bambino senza connessione affidabile resta escluso da una parte crescente delle opportunità. Vi rientra la mobilità: in molte aree del paese il trasporto pubblico extraurbano è insufficiente, e chi non ha un’automobile non raggiunge il posto di lavoro, non accompagna i figli a scuola, non arriva al pronto soccorso quando l’urgenza non giustifica un’ambulanza. La geografia italiana trasforma la povertà economica in isolamento fisico.

Infine, ed è la voce più spesso dimenticata, la possibilità di partecipare alla vita collettiva senza la vergogna della povertà relativa. Il sociologo Peter Townsend ha definito poveri coloro che non possono permettersi le consuetudini e le attività ordinarie della propria società; Amartya Sen, discutendo la sua tesi, ha ricordato che già Adam Smith contava tra i bisogni la possibilità di presentarsi in pubblico senza doversene vergognare. Quella vergogna è spesso la forma più corrosiva del disagio sociale.

A questa lista va aggiunta una condizione che non è un bene né un servizio: la possibilità che la famiglia e il luogo in cui si nasce non decidano il futuro di una persona. È ciò che chiamiamo ascensore sociale. Perché funzioni, non basta che tutti possano formalmente andare a scuola: occorre che abbiano concrete possibilità di migliorare la propria condizione economica.

Va detto che il primo studio (pubblicato nel 2022) condotto sulle dichiarazioni dei redditi di genitori e figli, quello di Acciari, Polo e Violante, descrive un’Italia meno immobile di quanto indicassero le stime precedenti. L’indicatore misura quanto la posizione dei figli nella distribuzione del reddito dipenda dalla posizione dei genitori: più il valore è alto, più forte è il legame e minore la mobilità sociale. L’Italia registra 0,22, contro 0,18 della Danimarca e 0,34 degli Stati Uniti. La mobilità italiana risulta dunque leggermente inferiore a quella danese ma superiore a quella statunitense. Le disuguaglianze di partenza restano comunque decisive: su cento figli nati nel 20 per cento delle famiglie più povere, soltanto undici arrivano nel 20 per cento più ricco; su cento figli nati nel 20 per cento delle famiglie più ricche, trentatré vi rimangono anche da adulti. Inoltre, la mobilità è molto più forte nel Nord del paese. Conta dunque da chi si nasce, e conta – moltissimo – anche dove.

Negli ultimi quarant’anni si è consolidata una retorica che separa il superfluo da ogni responsabilità collettiva. Qualunque etichetta le si dia, l’operazione è sempre la stessa: presentare la disuguaglianza come il risultato naturale, anzi auspicabile, del libero dispiegarsi del merito individuale. In questa narrazione, chi ha molto lo merita; chi ha poco, invece, non si è impegnato abbastanza, ha fatto scelte sbagliate o non ha saputo cogliere le occasioni che un sistema aperto e neutrale metteva a disposizione di tutti. La ricchezza diventa il premio della virtù; la povertà, la conseguenza del vizio o almeno dell’inadeguatezza.

Michael Sandel, ne La tirannia del merito, mostra che questa ideologia ha un intollerabile costo morale: produce nei vincitori una presunzione di superiorità che non hanno titolo a nutrire e nei perdenti un’umiliazione che non hanno motivo di provare, perché il fallimento viene trattato come colpa personale e non come effetto di condizioni strutturali. Così il sistema si protegge: chi sta in basso si chiede che cosa abbia sbagliato lui o lei, non perché le cose funzionino in quel modo.

In questo contesto va letta la resistenza viscerale a ogni forma di redistribuzione. L’espressione “invidia sociale”, usata di routine per liquidare qualunque proposta di tassare i grandi patrimoni, ne è la versione più efficace: converte una questione di giustizia in una questione di psicologia e la delegittima senza doverne discutere gli argomenti.

Vale la pena guardare da vicino la parola. Redistribuire significa distribuire di nuovo, e l’obiezione conservatrice sfrutta proprio quel prefisso: lascia intendere che esista una prima distribuzione — quella del mercato — giusta in quanto spontanea, e che ogni intervento pubblico la alteri. Ma quella prima distribuzione dipende già da regole sui contratti, sulla proprietà, sulle successioni e sul fisco: regole che qualcuno ha scritto e che si possono riscrivere. In questo senso, ogni sistema fiscale è redistributivo. Può esserlo in modo equo o, più spesso, iniquo. Può aggravare le ingiustizie oppure, al contrario, mettere in moto meccanismi sani ed etici di equità, dignità e prosperità condivisa.

Nell’immagine: Gianrico Carofiglio