Mille giorni di genocidio, Gaza conta il suo vuoto

STRISCIA CONTINUA Oltre 2,4 milioni di persone a Gaza vivono in condizioni di bombardamenti continui, sfollamenti e privazioni sistematiche. L’offensiva israeliana ha provocato una distruzione massiccia delle infrastrutture: oltre il 90% della Striscia 

Di Eman Abu Zayed, il manifesto

A mille giorni dall’inizio della guerra in corso a Gaza, i dati ufficiali diffusi dall’ufficio stampa governativo rivelano una delle più gravi catastrofi umanitarie della storia moderna. L’entità della distruzione, delle perdite di vite umane e del collasso umanitario riflette una situazione senza precedenti che colpisce ogni aspetto della vita nel territorio.

Oltre 2,4 milioni di persone a Gaza vivono in condizioni di bombardamenti continui, sfollamenti e privazioni sistematiche. L’offensiva israeliana ha provocato una distruzione massiccia delle infrastrutture: oltre il 90% della Striscia.

DAL 7 OTTOBRE 2023 è stata confermata l’uccisione di oltre 73mila palestinesi, mentre circa 9.500 persone risultano ancora disperse, molte delle quali si ritiene siano sepolte sotto le macerie. Bambini e donne rappresentano una percentuale significativa delle vittime: oltre 21.500 i primi, 12.500 le seconde. Migliaia di famiglie sono state completamente sterminate o ridotte a un unico sopravvissuto. Il bilancio umanitario tra i bambini è particolarmente devastante: oltre 520 neonati sono venuti al mondo solo per essere uccisi poco dopo, mentre più di mille bambini di età inferiore a un anno sono morti a causa dei bombardamenti, della fame o della mancanza di cure mediche. Migliaia di madri e padri hanno perso la vita, lasciando orfani decine di migliaia di bambini.

Sono stati inoltre numerosi gli attacchi mirati alle infrastrutture civili essenziali. Sono stati uccisi oltre 1.700 operatori sanitari, 262 giornalisti e 145 membri della protezione civile, con un grave impatto sui servizi di emergenza. Il sistema sanitario è stato spinto sull’orlo del collasso, con ripetuti attacchi a ospedali, ambulanze e strutture mediche. Il numero dei feriti ha superato le 173mila persone, di cui oltre 40mila soffrono di disabilità permanenti; amputazioni, cecità e paralisi. Migliaia di casi richiedono riabilitazione a lungo termine e cure specialistiche, oggi non disponibili a causa del collasso della sanità.

IL SETTORE È STATO quasi completamente sopraffatto. Decine di ospedali e centri di assistenza sanitaria di base sono stati distrutti o costretti a chiudere, mentre le flotte di ambulanze e i sistemi di pronto intervento sono stati ripetutamente presi di mira. La grave carenza di medicinali, carburante e forniture mediche ha aggravato la crisi causando decessi evitabili per fame, malattie e patologie non curate.

Anche il sistema educativo è stato devastato. Tutte le scuole di Gaza hanno subito danni di varia entità, con una percentuale elevata di edifici parzialmente o completamente distrutti. Più di 20mila studenti sono stati uccisi e centinaia di migliaia di bambini sono stati privati dell’istruzione. Anche le università hanno subito gravi danni o sono state distrutte, mentre centinaia di insegnanti, docenti universitari e ricercatori sono stati uccisi.

La distruzione di abitazioni e infrastrutture ha raggiunto livelli catastrofici. Più di 335mila unità abitative sono state completamente distrutte, mentre altre centinaia di migliaia sono state parzialmente danneggiate o rese inabitabili. Di conseguenza, più di due milioni di persone sono state sfollate con la forza, molte delle quali vivono in rifugi sovraffollati o in tende provvisorie prive dei beni di prima necessità.

I rapporti indicano che oltre 346 centri di accoglienza e sfollamento sono stati presi di mira, aggravando le condizioni umanitarie già gravi. Più di 130mila tende sono diventate inabitabili a causa dell’usura o delle condizioni meteorologiche, lasciando le famiglie esposte a condizioni estreme.

ATTRAVERSO IL BLOCCO e la chiusura dei valichi di frontiera, per oltre 650 giorni Israele ha impedito l’ingresso di centinaia di migliaia di camion di aiuti. Decine di centri di distribuzione alimentare e mense comunitarie sono stati attaccati, contribuendo ad aggravare la carestia. Sono state segnalate centinaia di morti per fame e malnutrizione, tra cui bambini e pazienti vulnerabili.

Anche il settore agricolo ha subito gravi ripercussioni, con oltre l’87% dei terreni agricoli distrutti o resi inutilizzabili. I settori dell’allevamento e della pesca hanno subito perdite ingenti, riducendo ulteriormente la disponibilità di cibo all’interno della Striscia. Il costo economico complessivo della distruzione è stimato in oltre 80 miliardi di dollari in perdite dirette in 15 settori principali, tra cui edilizia abitativa, sanità, istruzione, agricoltura, industria e infrastrutture. Ciò riflette un crollo quasi totale dei sistemi economici.

MENTRE IL GENOCIDIO raggiunge il traguardo dei mille giorni, Gaza si trova ad affrontare un’emergenza umanitaria senza precedenti, caratterizzata da distruzione diffusa, sfollamenti di massa e collasso sistemico dei servizi essenziali. La situazione continua a deteriorarsi, con avvertimenti urgenti da parte delle organizzazioni umanitarie sulle conseguenze a lungo termine qualora la crisi dovesse protrarsi.

Gaza rimane un simbolo della sofferenza umana in un conflitto prolungato, dove le statistiche non riflettono solo numeri, ma milioni di vite individuali colpite dalla guerra, dagli sfollamenti e dalle perdite.


Nato, ultima chance

STRISCIA CONTINUA Oltre 2,4 milioni di persone a Gaza vivono in condizioni di bombardamenti continui, sfollamenti e privazioni sistematiche. L’offensiva israeliana ha provocato una distruzione massiccia delle infrastrutture: oltre il 90% della Striscia 

Di Maurizio Molinari, La Stampa

A quattro giorni dall’inizio del summit di Ankara, la Nato rischia di implodere a causa dei disaccordi su spese militari e guerra in Iran: per scongiurare tale scenario il Segretario generale, Mark Rutte, tenta di arginare le ferite aperte con una raffica di iniziative. Da qui l’importanza delle interviste pubblicate dal nostro giornale – oggi alla presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, e ieri al ministro della Difesa, Guido Crosetto – perché alzano il velo su una delle vigilie di vertice più delicate nella storia dell’Alleanza. Le ferite nella Nato nascono da differenze tanto profonde quanto non più celate. Anzitutto, la richiesta della Casa Bianca di portare la spesa militare di tutti i suoi 31 partner almeno al 5% del Pil.

Richiesta ribadita dalle rinnovate critiche del presidente Trump al governo Meloni, a fronte di resistenze e difficoltà da parte degli alleati. E, in secondo luogo, le pressioni di Washington per vedere una missione marittima della Nato negli Stretti di Hormuz in difesa della libertà di navigazione a fronte delle esitazioni di partner disposti a farlo solo all’indomani della conclusione formale del conflitto armato Usa-Iran iniziato lo scorso febbraio.

Si tratta di uno scenario ad alto rischio per l’Alleanza perché, sulla carta, le posizioni appaiono assai distanti. Da qui l’offensiva di Rutte che, rivolgendosi al pubblico americano, ha prima ricordato che gli alleati hanno messo a disposizione le basi per le operazioni in Iran – pur all’interno dei limiti conseguenti alla mancata partecipazione al conflitto – e poi si è spinto fino a sottolineare l’alto numero di posti di lavoro americani frutto degli investimenti degli alleati nell’industria militare. In tale cornice, si spiega anche il passo del Canada di creare, assieme ad altri nove partner, la “Defence, Security and Resilience Bank” per destinare almeno 100 miliardi di dollari di investimenti alla necessità da parte delle “medie potenze” di sostenere una Nato dove l’impegno finanziario di Washington è destinato a calare.

Il focus è così sui partner dell’Ue decisivi per la sorte della Nato e, in particolare, anche sull’Italia per il ruolo strategico che abbiamo nel cuore del “Mediterraneo allargato”, il fronte Sud della Nato. Ecco perché quanto Roberta Metsola e Guido Crosetto hanno consegnato alle nostre pagine ha un valore particolare e descrive ciò che sta avvenendo. La presidente dell’Europarlamento afferma infatti che l’”Europa deve assumersi una maggiore responsabilità per la propria sicurezza” con un esplicito riferimento alle spese militari ed all’”Italia pilastro della base industriale della difesa comune” con una scelta di toni e termini in evidente sintonia con quanto affermato dalla presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, sulla necessità per l’Ue di “avere lo stomaco per combattere” accelerando il cammino suggerito anche da Mario Draghi, ex premier ed ex presidente della Bce, per poter consentire all’Ue di agire “come un solo Stato”.

La Metsola sprona l’Europa su questo sentiero perché percepisce che senza la determinazione necessaria il summit di Ankara rischia il fallimento, trascinando a fondo ciò resta della collaborazione strategica euroamericana vitale per la sicurezza collettiva.

Ma non è tutto perché Guido Crosetto, nell’intervista che abbiamo letto ieri, ha fatto un passo in più offrendo la disponibilità del nostro Paese a partecipare ad una “nuova missione in Libano” di “peace enforcement” per sostituire l’Unifil, che scade a fine anno, e poter contribuire a “disarmare Hezbollah” come si propongono Washington, Beirut e Gerusalemme nelle intese che sono state di pace siglate pochi giorni fa al Dipartimento di Stato. “Una missione nel quadro Onu e con il consenso delle autorità libanesi per sequestrare depositi di armi illegali e impedirne la ricostituzione”. Ciò significa che, in attesa delle condizioni necessarie per la missione Nato a Hormuz, il ministro della Difesa apre a Washington su uno dei fronti più importanti per la stabilizzazione del Medio Oriente e l’allargamento degli Accordi di Abramo. Proprio come auspicato dalle monarchie del Golfo, guidate da Riad ed Abu Dhabi, che hanno spinto il Libano a siglare l’accordo di Washington a dispetto delle minacce di Teheran. Lo scenario disegnato dal ministro della Difesa non ha solo un valore strategico, per la collaborazione Ue-Usa in Medio Oriente, ma anche economico perché significa che l’Italia è disposta a partecipare agli oneri finanziari che una tale missione internazionale è destinata a comportare. Andando così incontro alla richiesta-chiave degli Usa sull’aumento delle spese militari.

Insomma, tanto Metsola che Crosetto testimoniano la volontà di un’Europa che cerca di trasformare il summit di Ankara nell’occasione per rilanciare – e non affossare – l’Alleanza come strumento di garanzia di stabilità e sicurezza nel Mediterraneo. Sarà il vertice a dire quanto e come questa delicata scommessa sui legami Europa-Usa può essere vinta a dispetto delle divergenze, personali e politiche, che la maggioranza dei leader hanno con Donald Trump.

Nell’immagine: Mark Rutte


Markus Krienke – La sfida dei Lefebvriani alla Chiesa cattolica, lo scisma piace all’estrema destra

STRISCIA CONTINUA Oltre 2,4 milioni di persone a Gaza vivono in condizioni di bombardamenti continui, sfollamenti e privazioni sistematiche. L’offensiva israeliana ha provocato una distruzione massiccia delle infrastrutture: oltre il 90% della Striscia 


Scismatici

STRISCIA CONTINUA Oltre 2,4 milioni di persone a Gaza vivono in condizioni di bombardamenti continui, sfollamenti e privazioni sistematiche. L’offensiva israeliana ha provocato una distruzione massiccia delle infrastrutture: oltre il 90% della Striscia 


L’oriente, Lutero, re Enrico: mille anni di scissioni all’ombra del potere

STRISCIA CONTINUA Oltre 2,4 milioni di persone a Gaza vivono in condizioni di bombardamenti continui, sfollamenti e privazioni sistematiche. L’offensiva israeliana ha provocato una distruzione massiccia delle infrastrutture: oltre il 90% della Striscia 

Di Corrado Augias, La Repubblica

Si sentono parole che portano un’eco di tempi lontani, diversi dai nostri, quando il peso delle questioni religiose era molto maggiore: scisma, scomunica. In realtà si mescolano, nel movimento di monsignor Lefebvre, motivi dottrinali e motivi politici, come del resto è sempre avvenuto per ogni altro scisma nella lunga storia della Chiesa. Certo, c’è la richiesta di ripristinare la messa tridentina in latino (concilio di Trento, 1545-1563); c’è il rifiuto di un dialogo interreligioso considerato fuorviante rispetto alla vera fede, c’è il sostanziale rifiuto delle decisioni prese nel corso del Concilio Vaticano II. In un certo senso le dispute sono un bene, questi movimenti scismatici, queste lotte in nome della dottrina, della sua interpretazione, sono un segno di vitalità. Possono provocare una crisi, certo, ma lo stesso apparato che accompagna queste cerimonie, quelle scenografie, quei costumi sontuosi, quei copricapi così inconsueti che sarebbero assurdi se non richiamassero un’antichità profonda, sono il segno appariscente di una accanita volontà di conservazione.

Gli scismi, del resto, hanno continuamente accompagnato la storia della Chiesa. Ricordo uno dei meno antichi in ordine di tempo, lo scisma anglicano del 1534. Originò da una serie di motivi che nella vulgata popolare viene semplificato nel desiderio di re Enrico VIII di divorziare da Caterina d’Aragona per sposare Anna Bolena di cui s’era invaghito, dalla quale sperava anche d’avere una solida discendenza maschile che assicurasse il futuro della dinastia. Divorziare tra l’altro è un termine impreciso, il re in realtà chiedeva a papa Clemente VII l’annullamento delle nozze, che è un po’ quello che si faceva anche in Italia, con un ricorso alla Sacra Rota, fino all’introduzione del divorzio. Un modo ingegnoso di aggirare la sacralità del vincolo. Da Roma arrivò un rifiuto e anche qui le motivazioni sono complesse. Dopo il sacco di Roma del 1527, Clemente VII era molto esposto nei confronti dell’imperatore Carlo V che aveva mandato i suoi lanzichenecchi a devastare Roma. L’imperatore, nipote di Caterina, spingeva per difendere la zia. Annullare le nozze, peraltro notoriamente consumate, sarebbe stato un atto chiaramente ostile che era meglio evitare. Insomma, lo scisma ci fu anche per ragioni d’opportunità politica. Con l’Atto di supremazia (1534) Enrico VIII venne proclamato capo suprema della chiesa d’Inghilterra (Anglicana Ecclesia), titolo trasmissibile a tutti i suoi successori. Per restare ai nostri giorni è stato capo supremo la regina Elisabetta II così lo è ora suo figlio, l’attuale sovrano Carlo III, così sarà William il giorno in cui salirà al trono.

Ma lo scisma inglese probabilmente non ci sarebbe stato, o sarebbe stato più difficoltoso, se in Europa non avesse circolato un’atmosfera politica favorevole a gesti del genere. Pochi anni prima (31 ottobre 1517) Lutero aveva staccato da Roma buona parte dell’Europa settentrionale e della stessa Francia. L’autore del più grave scisma della cristianità era un agostiniano esattamente come l’attuale papa Leone XIV, il primo attuò lo scisma, Leone combatte per evitarlo. La storia conosce di questi paradossi.

Ci sono naturalmente anche altre ragioni a spiegare ciò che allora accadde. Per esempio, le monarchie nazionali andavano rafforzando il loro potere. Nemmeno Enrico VIII avrebbe probabilmente osato un gesto del genere se non avesse “sentito” con fiuto politico che il suo popolo era largamente favorevole ad una separazione da Roma. Seguì la confisca dei beni ecclesiastici con un certo beneficio per le casse dello Stato ma anche notevoli vantaggi per i più accorti speculatori. L’acquisizione dei beni immobili della Chiesa contribuì non poco ad un nuovo disegno del paesaggio rurale ed urbano dell’Inghilterra.

Un’altra pagina drammatica è quella che va sotto il nome di scisma d’Oriente — 1054. In questo caso le ragioni dottrinali e quelle politiche e di potere sono intrecciate con evidenza ancora maggiore rispetto allo scisma d’Inghilterra. In apparenza questa drammatica rottura, che separò la Chiesa cattolica dalla Chiesa ortodossa, è legata ad una sola semplice parola “Filioque” — in italiano “e dal figlio”. La questione dottrinale è infatti legata ad una disputa teologica sul Credo, l’atto di fede che lega i cristiani alla loro religione («Credo in unum Deum…») un patto, un vincolo. Nella tradizione latina si aggiunse che lo Spirito Santo, terza persona della Trinità, discende, proviene, dal Padre e dal Figlio, Il versetto recita: «In Spiritum Sanctum [Credo] qui ex Patre Filioque procedit». L’obiezione degli orientali fu che quella doppia discendenza poteva generare l’equivoco che nella Trinità ci fossero due fonti dalle quali la terza persona proveniva. Infatti nella tradizione orientale il figlio scompare, resta solo il padre. Anche in questo caso, però, alle ragioni puramente dottrinali altre intervennero, di natura politica. Per esempio, il peso rispettivo che le due capitali, Roma e Costantinopoli, reclamavano a sé. Vero che gli abitanti di Costantinopoli si definivano “romani”, erano consapevoli che la vera Roma aveva ormai cominciato un declino che avrebbe via via cancellato la sua gloria passata. Poi anche Costantinopoli cadde (1453), la città cambiò nome diventando Istanbul ma la vecchia disputa rimase e, come nel caso dell’Inghilterra, è ancora oggi viva in molti paesi dell’Europa orientale, Russia compresa.

La storia della Chiesa è lunga, lo scisma dei Lefebvriani sarà presto una nota a pie’ di pagina.


Clima, il costo più alto lo subiscono le donne

STRISCIA CONTINUA Oltre 2,4 milioni di persone a Gaza vivono in condizioni di bombardamenti continui, sfollamenti e privazioni sistematiche. L’offensiva israeliana ha provocato una distruzione massiccia delle infrastrutture: oltre il 90% della Striscia 

Di Giorgio Vincenzi, il manifesto

La crisi climatica non è neutra! È dimostrato che donne e ragazze, soprattutto quelle che vivono in zone marginalizzate del mondo, sono tra le più esposte agli effetti dei cambiamenti climatici mettendo a rischio i loro diritti fondamentali e la salute. Anche il Segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, lo ha affermato durante la Giornata internazionale della donna: «Il cambiamento climatico è sessista. Le donne sono spesso le ultime a mangiare nelle crisi alimentari e corrono maggiori pericoli nelle emergenze. Le ragazze corrono rischi più elevati di matrimoni precoci quando i mezzi di sussistenza crollano. Ma le donne sono anche in prima linea nelle soluzioni climatiche, promuovendo leggi ecologiche, alimentando movimenti globali e guidando il cambiamento sul terreno».

MENTRE IL RECENTE RAPPORTO Progress of the World’s women 2026: gender equality in the age of climate crisis (I progressi delle donne nel mondo 2026. L’uguaglianza di genere nell’era della crisi climatica) di UN Women – Ente delle Nazioni Unite per l’uguaglianza di genere e l’empowerment femminile – sostiene che le donne sono presenti nelle tematiche delle politiche climatiche, ma molto meno nelle trasformazioni che quelle politiche dovrebbero produrre per limitare gli effetti degli impatti climatici su di loro.

IN CHE MODO LA CRISI climatica colpisce le donne? Qui ci viene in aiuto la ricerca condotta dall’organizzazione no profit italiana WeWorld dal titolo On our lands, on our bodies (Sulle nostre terre, sui nostri corpi) realizzata tra gennaio e fine ottobre 2025 in Brasile, Tanzania e Kenya e presentata alla recente COP30 tenutasi a Belém (Brasile). Il lavoro svolto dall’organizzazione documenta che quando il clima con i suoi eventi estremi porta a situazioni di catastrofe umanitaria a subirne il peso maggiore sono le donne. E questo accade soprattutto nei contesti più marginalizzati mettendo a rischio diritti fondamentali, tra i quali quelli legati alla salute sessuale e riproduttiva.

BRASILE. In Brasile lo studio è stato condotto nelle comunità indigene del Ceará evidenziando come il cambiamento climatico stia ridefinendo le dinamiche di potere all’interno delle famiglie. Il degrado ambientale minaccia i mezzi di sussistenza tradizionali e i sistemi alimentari. Gli eventi climatici estremi e le infrastrutture danneggiate – è riportato nella ricerca di WeWorld – limitano l’accesso ai servizi sanitari, con gravi effetti sulla salute di donne e bambini, mentre aumentano i casi di gravidanze precoci, matrimoni forzati e violenza di genere. Nonostante ciò, si legge, le donne indigene stanno assumendo ruoli di leadership all’interno delle famiglie e delle comunità ma il peso delle norme patriarcali e la fragilità delle reti di supporto femminile rendono necessario un intervento mirato e sensibile al contesto locale.

TANZANIA. «Le difficoltà economiche e lo stress causati dai rischi climatici rendono donne e ragazze più vulnerabili alla violenza di genere, inclusi matrimoni forzati, violenza sessuale e domestica». Sono le parole di una donna della Tanzania riportate nella ricerca. Nel Paese del centro Africa l’indagine ha mostrato come il cambiamento climatico influenzi la salute materna attraverso l’impatto sulle condizioni socioeconomiche locali. L’accesso all’acqua rappresenta una sfida critica: il 58 per cento delle donne segnala difficoltà e l’81 per cento è costretto a percorrere lunghe distanze per procurarsela, con rischi per la salute e per la sicurezza. L’insicurezza alimentare causata dal cambiamento climatico – riporta la ricerca – influisce negativamente anche sulla nutrizione materna e sull’allattamento: oltre la metà delle donne ha difficoltà ad accedere a cibi nutrienti. Lo stress ambientale influenza le decisioni sulla pianificazione familiare e aggrava i rischi per il benessere materno.

KENIA. «Per una giovane donna in Kenya, vivere gli effetti del cambiamento climatico significa affrontare incertezze sul proprio futuro. L’istruzione viene interrotta, i mezzi di sussistenza vengono meno e spesso può essere esposta a matrimoni precoci. Significa anche che la resilienza della sua comunità si indebolisce» racconta Lydia Wanja Kingeru una giovane attivista e ricercatrice keniota impegnata per la giustizia climatica che ha presentato la ricerca On our lands, on our bodies a COP30 e che lo scorso maggio ha visitato diverse realtà di attivismo giovanile di Milano, insieme a WeWorld, all’interno del progetto #RebootingTheFoodSystem finanziato dall’Unione europea. «Le donne sono in prima linea nelle strategie di adattamento guidate dalle comunità; quindi, quando una giovane donna è colpita, la sua capacità di partecipare efficacemente a iniziative che rafforzano la resilienza viene limitata», continua Kingeru. «Le questioni legate ai suoi diritti, alla sua capacità decisionale e alla sua autonomia diventano più gravose. I progressi nei diritti e nell’emancipazione delle donne si indeboliscono, mentre sistemi oppressivi si rafforzano. Per una giovane donna – continua – ciò significa maggiore dipendenza, che a causa delle crescenti difficoltà economiche familiari può sfociare anche in violenza di genere».

LIDIA WANIJA KINGERU – che opera anche nell’Unesco youth forum Kenya e nel Children and youth major group dellUnep, il programma delle Nazioni Unite per l’ambiente – rappresenta la generazione keniana che chiede azioni climatiche più eque e inclusive. «Nel mio Paese i giovani stanno contrastando attivamente il cambiamento climatico in diversi modi», afferma Kingeru. «In ambito agricolo sono in aumento coloro che adottano pratiche di agricoltura intelligente rispetto al clima. Nelle aree urbane riqualificano terreni per l’agricoltura biologica e utilizzano metodi innovativi, da materiali riciclati a sistemi avanzati come idroponica e acquaponica, anche perché il tema della sicurezza alimentare è cruciale in Kenya. Inoltre, stanno sviluppando modelli di economia circolare utilizzando, per esempio, la Black soldier fly per trasformare i rifiuti in fertilizzante e mangimi per animali.

Stanno anche realizzando iniziative di sensibilizzazione e consapevolezza sul cambiamento climatico nelle comunità locali: la conoscenza è potere! Più le persone comprendono il problema, più sono portate ad agire. Attraverso la piantumazione di alberi, concorrono positivamente al futuro delle prossime generazioni».

RACCOMANDAZIONI PER ORIENTARE politiche e pratiche. La ricerca On our lands, on our bodies invita a creare dei piani di adattamento e mitigazione in cui l’azione climatica sia intrecciata all’azione per la giustizia di genere. Per WeWorld vuol dire provare a lavorare in maniera multisettoriale considerando, per esempio, la protezione, la salute, l’accesso all’acqua in un’ottica di genere tenendo conto dei casi specifici dove sono protagoniste le donne. Altra cosa fondamentale, per chi ha svolto la ricerca, è il riconoscimento del sapere locale attraverso il finanziamento delle comunità e dei gruppi di donne che hanno mostrato già di conoscere le soluzioni per mitigare la crisi climatica che si deve trasformare in progetti e interventi sul territorio guidati dalle donne stesse.

Nell’immagine: alcune donne attingono acqua per il bestiame nei pressi del villaggio di Matana, nella contea di Wajir, in Kenya


Russia, calo record della fiducia verso le istituzioni

STRISCIA CONTINUA Oltre 2,4 milioni di persone a Gaza vivono in condizioni di bombardamenti continui, sfollamenti e privazioni sistematiche. L’offensiva israeliana ha provocato una distruzione massiccia delle infrastrutture: oltre il 90% della Striscia 

Di Giovanni Pigni, La Repubblica

Un recente sondaggio di Gallup registra un livello record di pessimismo in Russia riguardo alla situazione economica e un forte calo della fiducia nelle istituzioni. Secondo l’indagine, condotta tra marzo e maggio, il 60% dei russi ritiene che le condizioni economiche nella propria città o regione siano in peggioramento: si tratta del dato più alto registrato negli ultimi vent’anni, da quando Gallup ha iniziato a condurre questa indagine annuale.

I precedenti picchi risalivano al 2020 e al 2021, durante la pandemia di Covid, quando la quota si attestava rispettivamente al 45% e al 50%. Solo il 27% degli intervistati ritiene invece che la situazione economica locale stia migliorando. Anche la percezione delle proprie condizioni di vita è ai minimi storici: il 56% afferma che siano in peggioramento. Secondo il centro di ricerca statunitense, questi dati riflettono il rallentamento dell’economia di guerra e l’indebolimento di molti settori dell’economia civile.

Il sondaggio evidenzia inoltre un netto calo della fiducia nelle principali istituzioni del Paese. La fiducia nel governo è scesa dal 67% dello scorso anno al 53%, mentre quella nelle Forze armate è diminuita dal 79% al 66%. Particolarmente significativo è il crollo della valutazione della libertà dei media, passata dal 59% al 34%. Quest’ultimo dato potrebbe riflettere il crescente controllo di internet e il recente blocco di Telegram, l’app di messaggistica utilizzata da milioni di russi anche come fonte di notizie.

Anche i risultati di altri sondaggi sembrano andare nella stessa direzione: il centro demoscopico russo Vtsiom, controllato dallo Stato, ha registrato un significativo calo del consenso nei confronti del presidente Vladimir Putin, passato dal 72,9% all’inizio di marzo al 67,5% alla fine di maggio.


Usa, aumentano le vittorie dei socialisti democratici: puntano al Congresso ma anche a Washington

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Di Iacopo Luzi, La Stampa

WASHINGTON. Un anno fa, i Democratic Socialists of America (DSA) contavano due membri al Congresso. Dopo martedì, sono sulla buona strada per averne almeno cinque.

L’ultimo successo del gruppo è arrivato a Denver, dove Melat Kiros, una socialista democratica di 29 anni, ha sconfitto la deputata democratica Diana DeGette, in carica dal 1997 – ben 15 mandati – in rappresentanza del primo distretto congressuale del Colorado.

Si tratta dell’ennesima sorpresa alle primarie democratiche che spinge la DSA a puntare a ulteriori risultati positivi questo autunno e — secondo i suoi leader — a una corsa competitiva per la Casa Bianca nel 2028.

Il risultato, inoltre, è significativo di come una buona parte del Partito Democratico si stia spostando sempre più verso sinistra e viva un profondo malcontento con l’attuale status quo.

Di fatto, Diana DeGette sedeva al Congresso da quasi trent’anni e fa parte del Congressional Progressive Caucus.

Kiros – nel suo messaggio politico – ha proprio sostenuto la necessità di un cambio di leadership e ha incentrato il suo programma sulle famiglie lavoratrici, puntando all’introduzione di un sistema sanitario universale e di servizi di assistenza all’infanzia e agli anziani.

Si è inoltre impegnata a non accettare fondi provenienti dai Political Action Committee (PAC) delle aziende, che raccoglie fondi per sostenere o finanziare campagne elettorali di candidati politici.

«Gli attuali rappresentanti in carica si sono adagiati troppo sugli allori», ha dichiarato Kiros martedì, «Credo che stiamo assistendo a una resa dei conti e, francamente, a un referendum sulla capacità della leadership del partito di battersi concretamente per le politiche che stanno a cuore agli elettori».

Questa vittoria mantiene vivo lo slancio dei Democratic Socialists of America ed è l’ultimo focolaio di una guerra civile democratica.

La scorsa settimana, una serie di candidati di sinistra ha sconfitto deputati democratici uscenti o vinto elezioni molto combattute a New York, forti dell’appoggio del sindaco di New York Zohran Mamdani.

Nel Maine, Graham Platner ha vinto le primarie democratiche a giugno, portando un progressista con un messaggio a favore della classe operaia – e un passato complesso – sulla scheda elettorale dei democratici in uno dei seggi del Senato più competitivi nelle elezioni di medio termine di novembre.

Le vittorie a New York, inoltre, hanno fatto scattare l’allarme per i centristi, e le elezioni in Colorado sono servite da barometro per capire se i candidati progressisti attraggono gli elettori al di fuori delle aree metropolitane costiere.

Le fila del gruppo potrebbero ampliarsi ulteriormente il 4 agosto, quando l’ex deputata Cori Bush, socialista democratica, tenterà di riconquistare il seggio nell’area di St. Louis perso nel 2024.

Attualmente, la Camera dei Rappresentanti conta tra le sue fila come socialisti solo le deputate Alexandria Ocasio-Cortez (New York) e Rashida Tlaib (Michigan).

I candidati socialisti democratici in lizza quest’anno hanno basato la propria campagna elettorale sulle priorità al centro del programma della DSA: “Medicare for All” (assistenza sanitaria universale), alloggi più accessibili, tasse più alte per i cittadini americani più ricchi e una politica estera dichiaratamente filo-palestinese.

Il senatore del Vermont Bernie Sanders, padrino del movimento progressista, ha mobilitato la sua rete di sostenitori per raccogliere fondi e promuovere l’affluenza alle urne a favore di Kiros.

Nel frattempo, nell’ultimo decennio, Sanders ha visto crescere la propria influenza all’interno del Partito Democratico e ha spinto migliaia di persone a candidarsi a cariche pubbliche da quando il presidente Donald Trump ha assunto l’incarico per la seconda volta.

L’ala dell’establishment democratico, da parte sua, ha reagito con insofferenza all’atteggiamento combattivo e alle posizioni di estrema sinistra di questi candidati, avvertendo che un approccio del tipo “tutto o niente” rispetto a tali obiettivi rischierebbe di paralizzare i lavori della Camera – a maggioranza democratica – e di penalizzare il partito nelle elezioni generali.

Megan Romer, copresidente nazionale della DSA, ha previsto che i nuovi arrivati cambieranno il modo in cui opera l’assemblea.

«Vedrete all’opera dei veri combattenti, pronti a battersi concretamente per ottenere il miglior risultato possibile, anziché accettare subito compromessi fiacchi che vanno a vantaggio dei super-ricchi».

Tuttavia, i leader della DSA affermano di non aspettarsi che i propri membri si discostino dagli altri Democratici in ogni votazione al Congresso.

«Probabilmente saranno voti [Democratici] scontati su questioni a vantaggio dei cittadini», ha detto Romer.

Il raggio d’azione della DSA si estende ormai oltre il Congresso. A New York, il socialista democratico Zohran Mamdani ha conquistato la carica di sindaco, portando il movimento alla guida della città più grande del Paese.

Tuttavia, il gruppo punta a sfruttare la sua capillare e combattiva organizzazione sul territorio per espandere la propria influenza ben oltre le poche grandi città in cui è già presente.

«È una sfida che stiamo cercando di superare», ha affermato Gustavo Gordillo, copresidente della DSA di New York. «Credo che, nel caso degli elettori a reddito estremamente basso, la difficoltà risieda nel fatto che l’apatia è talmente profonda negli strati più depoliticizzati della società da rendere ancora più arduo convincerli che sia davvero possibile trasformare la società e le altre componenti della classe lavoratrice».

I vertici della DSA stanno già guardando al prossimo ciclo elettorale, sperando di espandere la propria presenza al Congresso e, forse, di puntare alla Casa Bianca.

«Abbiamo un comitato interno che sta già lavorando a questo processo», ha dichiarato Megan Romer in merito all’iniziativa di individuare un candidato alla presidenza per il 2028.

È stata anche “discussa” l’ipotesi di lanciare una sfida socialista a Hakeem Jeffries, leader della minoranza alla Camera e possibile prossimo Speaker.

A detta della DSA non ci sono limiti, in questo momento, alle loro ambizioni politiche.


Sabato: “Trump utilizza il suo ruolo per accumulare ricchezze, così non era mai accaduto”

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Di Paolo Mastrolilli, La Repubblica

«Stavolta è diverso», giura Larry Sabato. Stavolta – dice il politologo della University of Virginia – «le dimensioni e le modalità con cui Trump si sta arricchendo alle spalle di tutti gli americani sono tali che mi aspetto una reazione elettorale. Ormai con questa amministrazione viviamo un Watergate al giorno».

Cosa ha pensato, quando ha visto la dichiarazione dei redditi?

«Sento dire che non importa a nessuno, ma penso sia assolutamente sbagliato. Quando la gente scoprirà i dettagli sarà indignata, è totalmente senza precedenti. Questo è il mio campo e nessun presidente prima di lui si è mai sognato di arricchire se stesso e la propria famiglia come Trump e i suoi figli. Siamo oltre lo shock, stanno semplicemente lottizzando la Casa Bianca. Non traggono solo profitto dalla presidenza, ma con essa stanno costruendo una corporation miliardaria».

Finora i suoi elettori hanno perdonato tutto a Trump, perché stavolta dovrebbe essere diversa?

«La quantità di denaro. La maggior parte degli americani non sa nemmeno cosa siano le criptovalute, ma vede il risultato finale: miliardi aggiunti alla ricchezza già sostanziosa del presidente e i suoi figli. Probabilmente poi ci sono altre cose di cui non sappiamo, tipo gli affari immobiliari nascosti all’estero. Jared Kushner prende soldi dagli Stati arabi mentre negozia con loro per conto di Trump: è tutto frutto della sua intelligenza e genialità, che attira milioni di dollari, oppure c’entra il fatto che sia il genero del presidente?».

Forse neanche Trump sapeva cosa fossero le criptovalute, prima di guadagnarci quasi un miliardo e mezzo nel giro di un anno?

«L’ha detto lui stesso che non ne sapeva nulla, ma l’importante era incassare. Dimostra che i profitti non sono venuti dalla sua abilità in un settore che non conosceva, ma dal vantaggio della carica. Molti investitori magari ci hanno perso, tanto lo scopo per loro non era guadagnare, ma ingraziarselo o ottenere qualcosa in cambio».

Tipo?

«Non avete visto le notizie sulle grazie? Il prezzo attuale di un perdono presidenziale è circa un paio di milioni di dollari. Si vendono pure provvedimenti di grazia. E c’è un motivo».

Quale?

«Ho studiato la corruzione politica tutta la vita e ho imparato una cosa: la strategia dei corrotti è cercare di esserlo in ogni maniera possibile, perché più numerosi e complicati sono i casi, più il pubblico si confonde, non riesce a seguirli e condannarli. Così la fanno franca. In un’altra era, se si fosse saputo che un presidente vendeva i perdoni sarebbe stato costretto a dimettersi. Qualcuno ha detto che con questa amministrazione viviamo un Watergate alla settimana: sbagliato, è un Watergate al giorno».

Trump risponde che si è arricchito perché tutti si stanno arricchendo, grazie al rialzo dei mercati.

«Ho riso a crepapelle, quando l’ho sentito. Certo, siamo tutti miliardari, grazie signor presidente. È oltre la vergogna. E viene incoraggiato a seguire i peggiori istinti dallo staff e dai figli».

I suoi elettori però lo ammirano per la furbizia.

«Certo, tutti i ricchi si comportano così. Quindi vuoi eleggere qualcuno alla carica più potente del mondo affinché possa essere ancora più corrotto? Geniale».

Può avere un effetto sulle elezioni midterm?

«Deve, ma bisogna che i democratici si sveglino e facciano la loro parte. Invece di parlare di Israele, che è importante ma non è il tema su cui votano gli americani, puntino su accessibilità economica, gli effetti della guerra in Iran e la corruzione. Non dovrebbero parlare di altro, Trump sta truffando tutti».

Cosa prevedono i suoi sondaggi?

«La Camera dovrebbe ancora andare ai democratici, ma hanno perso fra 7 e 10 seggi con la manipolazione dei collegi, dove si sono lasciati fregare dai repubblicani. La strada ora è in salita. Al Senato ci sarebbe ancora un percorso per togliere la maggioranza al Gop, che passa dai seggi in Georgia, Michigan, Maine, Nebraska, Iowa e Ohio: è possibile, ma ad oggi non probabile».

Intanto alle primarie vincono i socialisti.

«Appunto, è più forte di loro. I socialisti stanno dominando i distretti più blu, dove i democratici vincerebbero presentando chiunque, ma i loro successi mandano al resto dell’America un messaggio che impaurisce i moderati e aiuta Trump. I democratici possono ancora vincere, ma devono svegliarsi, smettere di dividersi e litigare, e prendere decisioni di buon senso».

Nell’immagine: la financial disclosure di Donald Trump


Educare nel tempo del kaos

STRISCIA CONTINUA Oltre 2,4 milioni di persone a Gaza vivono in condizioni di bombardamenti continui, sfollamenti e privazioni sistematiche. L’offensiva israeliana ha provocato una distruzione massiccia delle infrastrutture: oltre il 90% della Striscia 

Viviamo in una fase storica in cui tre grandi questioni, solo in apparenza distinte, si intrecciano fino a comporre un’unica crisi di civiltà: la sostenibilità ambientale, la gestione della potenza tecnologica e la difesa della democrazia. Non si tratta di fronti separati, da affrontare uno alla volta, ma di dimensioni convergenti di uno stesso presente in crisi, che mette in discussione il rapporto fra umanità, pianeta e forme della convivenza politica. La posta in gioco non è soltanto il miglioramento di alcuni indicatori di sviluppo, ma la capacità stessa delle società contemporanee di garantire condizioni di vita giuste, libere e durevoli.

L’idea di progresso, che per lungo tempo ha accompagnato la modernità occidentale, mostra oggi tutte le sue ambivalenze, come già da tempo hanno evidenziato Gilbert Rist (Lo sviluppo. Storia di una credenza occidentale, Asterios Editore, 2019/ed. or. 1996), Serge Latouche (La scommessa della decrescita, Feltrinelli, 2007/ed. or. 2006) e Ivan Illich (Gli strumenti della convivialità, Mondadori, 1974, ed. or. 1973). Da un lato, infatti, la crescita delle conoscenze scientifiche, delle reti digitali e delle capacità produttive apre possibilità impensabili fino a pochi decenni fa; dall’altro, proprio queste dinamiche generano nuovi squilibri, nuovi rischi sistemici e nuove forme di controllo. Al tempo stesso, la pressione esercitata sull’ambiente naturale, l’erosione degli ecosistemi e l’acuirsi delle disuguaglianze rendono evidente che non ogni sviluppo è davvero funzionale all’umanità, né ogni innovazione è automaticamente emancipativa.

In questo scenario, l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite appare come un banco di prova decisivo. I suoi 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile (SDGs) avrebbero dovuto orientare il mondo verso un equilibrio più giusto tra crescita, inclusione e tutela del pianeta; eppure, i dati più recenti mostrano un ritardo grave e diffuso, segno che tra obiettivi dichiarati e realtà concreta continua a esserci una distanza profonda. Il Sustainable Development Report 2024 indica che solo il 16% dei target SDGs è sulla buona strada, mentre l’84% fa registrare progressi insufficienti o addirittura una regressione. È da questa discrasia che giova partire per comprendere il senso delle tre sfide che seguono.

Ambiente e sopravvivenza

La prima grande prova riguarda la sostenibilità ambientale, cioè la capacità delle società umane di restare entro i limiti ecologici che rendono possibile la vita, invece di consumare oltre misura le risorse del pianeta. Il riscaldamento globale non è più una minaccia astratta o rinviabile: si manifesta già oggi attraverso eventi estremi più frequenti, stress idrico, incendi, arretramento degli ecosistemi e trasformazioni profonde dei territori abitati, con ricadute dirette su salute, mobilità umana (migrazioni per sfuggire alla fame) e stabilità politica.

A rendere più evidente il quadro è il fatto che il deterioramento climatico si intreccia con altri fenomeni di degrado: desertificazione, perdita di biodiversità e fragilità dei sistemi agricoli. Il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico dell’ONU (IPCC) con il suo sesto rapporto segnala che il cambiamento climatico acuisce la degradazione dei suoli e i processi di inaridimento delle terre coltivate, aprendo nuovi rischi anche per la sicurezza alimentare. Allo stesso tempo, la riduzione degli habitat indebolisce la resilienza degli ecosistemi e rende più difficile per le comunità adattarsi agli shock ambientali. La crisi ecologica, dunque, non è un capitolo separato della modernità, ma una sua contraddizione interna.

Giuseppe De Marzo, nel volume L’internazionale della Terra (Minimum Fax, 2026), propone una lettura radicale della crisi sistemica globale come collasso simultaneo a livello climatico, sociale ed economico, prodotto dal modello tecnocapitalista e neoliberista. Secondo tale linea interpretativa, l’attuale sistema, guidato dal profitto e da logiche estrattiviste aggressive, tratta natura ed esseri umani come semplici risorse, a vantaggio di un’oligarchia ristretta che si arricchisce sempre di più, mentre la schiera dei poveri e degli esclusi continua ad allargarsi. Per uscire da questa deriva di civiltà, l’autore invita ad abbandonare l’immaginario della crescita illimitata e della “Green economy” di facciata, per assumere invece la filosofia indigena andina del Buen Vivir (Sumak Kawsay). Il cambiamento richiesto è profondo: occorre superare l’avidità antropocentrica e riconoscere che l’essere umano non è al vertice della piramide evolutiva, ma parte di una “Democrazia della Terra” in cui ogni entità vivente ha un valore intrinseco.

La transizione verso questo nuovo paradigma civile richiede una doppia sfida, individuale e collettiva, incentrata sul rifiuto delle logiche di controllo e militarizzazione per riscoprire cooperazione, reciprocità e cura comune. Sul piano politico e sociale, De Marzo evidenzia l’esistenza di una diffusa rete transnazionale di movimenti popolari, comunità locali, realtà accademiche e istituzioni che lottano per la giustizia ecologica, la sovranità alimentare e la “demodiversità”, intesa come il riconoscimento di forme molteplici di democrazia oltre a quella liberale occidentale. Pur frammentati e spesso inconsapevoli della propria forza complessiva, questi soggetti compongono una trama globale: un’“Internazionale della Terra” già in cammino, capace di unire lotte locali e obiettivi planetari, al fine di riappropriarsi degli spazi democratici e costruire, attraverso la pratica quotidiana, un’autentica economia di pace e solidarietà.

Il problema principale resta però il divario tra la rapidità del degrado ecologico e la lentezza dell’azione pubblica. Se non si modifica la direzione del processo, la sostenibilità rischia di restare un principio proclamato con discorsi retorici più o meno roboanti, ma non tradotto in misure concrete, tempestive ed efficaci. L’urgenza di riaffermare il primato della politica e dell’etica ci introduce direttamente al secondo grande nodo del nostro tempo: la necessità di un governo umano e democratico della transizione digitale.

Innovazione e fattore umano

Questa seconda macro-sfida cui siamo confrontati concerne la gestione di un potere strutturale senza precedenti. Digitalizzazione, intelligenza artificiale, robotica e infrastrutture algoritmiche stanno ridisegnando il modo in cui produciamo, comunichiamo, apprendiamo e prendiamo decisioni. Sarebbe tuttavia superficiale leggere tali processi in modo acriticamente celebrativo, come se ogni avanzamento strumentale coincidesse automaticamente con un miglioramento della nostra qualità di vita. I nuovi apparati digitali possono certamente ampliare capacità e diritti, ma rischiano al contempo di concentrare il potere e il controllo in poche mani, ridurre l’autonomia dei cittadini e rendere le società sempre più dipendenti da grandi monopoli privati e potentati finanziari.

Su questo fronte, la critica di Evgeny Morozov offre strumenti critici preziosi. Nei suoi lavori, egli contesta il tecnosoluzionismo, ovvero l’idea che il digitale possa risolvere autonomamente questioni di natura eminentemente politica, sociale e culturale. Il punto non è negare l’utilità delle innovazioni afferenti all’“infosfera” (cfr. Luciano Floridi, La quarta rivoluzione. Come l’infosfera sta trasformando il mondo, Raffaello Cortina, 2017, ed. or. 2014), bensì respingere l’illusione che siano sufficienti algoritmi, piattaforme e automazioni per produrre giustizia, efficienza o democrazia. Quando il dibattito pubblico si lascia sedurre dalle lusinghe di questa promessa salvifica, il rischio è di scambiare un espediente tecnico per una risposta storico-politica, delegando a sistemi opachi e non eletti funzioni che dovrebbero rimanere sotto il rigoroso controllo democratico (vedi Morozov: una critica radicale all’ideologia di internet e Tecnologia e potere: il mito della soluzione digitale secondo Evgeny Morozov).

Diviene pertanto imprescindibile affermare una governance umanistica dell’innovazione, la quale non è mai neutra: ogni strumento incorpora infatti specifiche scelte, valori, priorità economiche e interessi geopolitici. Le grandi piattaforme digitali non fungono soltanto da erogatori di servizi, ma operano come formidabili dispositivi per l’accumulazione di dati, il condizionamento di gusti e consumi e l’estrazione di rendite finanziarie. Morozov insiste proprio su questo aspetto: se lo sviluppo tecnologico viene guidato in via esclusiva dalle logiche del profitto e dell’ottimizzazione, i cittadini finiscono per essere ridotti a semplici utenti profilati, impoverendo il tessuto democratico e favorendo un’allarmante concentrazione di potere (Silicon Valley. I signori del silicio, Codice Edizioni, 2016).

Una gestione umanistica non oppone alla tecnica un rifiuto astratto, ma esige un diverso criterio di orientamento. La domanda decisiva non si limita a stabilire cosa possa fare l’intelligenza artificiale, ma indaga a vantaggio di chi operi, chi escluda, chi controlli e chi renda dipendenti. In questo senso, la criticità della digitalizzazione non risiede soltanto nella velocità dell’innovazione, quanto piuttosto nella sua direzione etico-politica. Un’IA inserita all’interno di logiche pubbliche, trasparenti e redistributive può rappresentare un formidabile supporto per le comunità; al contrario, un’infrastruttura governata da pochi soggetti proprietari rischia di trasformarsi in un moltiplicatore di disuguaglianze e in un implacabile acceleratore di sperequazioni sociali.

Per contrastare tali derive, Morozov suggerisce un ulteriore passaggio decisivo: socializzare i dati, promuovendo il coinvolgimento diretto di cittadini, università, imprese ed enti locali, accompagnato da un solido controllo pubblico sulle infrastrutture. In questa prospettiva, occorrono investimenti statali capaci di plasmare un nuovo modello di raccolta e utilizzo delle informazioni, concepite sempre più come bene comune. Si delinea così un principio cardine: l’apparato tecnologico deve essere sottratto tanto all’ingenua retorica salvifica quanto a una paura generica e paralizzante, per essere ricondotto all’interno di un preciso orizzonte di responsabilità collettiva. L’obiettivo non è demonizzare il digitale, ma impedirne la metamorfosi in una inedita tecnocrazia, dove la complessità dei legami sociali venisse svilita a mero problema di calcolo e l’esercizio democratico declassato a semplice amministrazione di dati.

Democrazia a rischio

La terza grande sfida riguarda la difesa della democrazia contro le spinte autoritarie e imperialiste che attraversano il presente. Il problema non coinvolge soltanto i regimi apertamente illiberali, ma si estende al progressivo indebolimento delle pratiche democratiche all’interno delle stesse società occidentali. Negli Stati Uniti, in particolare, tale processo appare in tutta la sua evidenza: la polarizzazione estrema, la delegittimazione delle istituzioni, la trasformazione del conflitto politico in guerra identitaria e l’uso sistematico delle piattaforme digitali come strumenti di mobilitazione e controllo hanno prodotto una preoccupante erosione dello spazio pubblico. A partire da questo epicentro, si irradia un modello di potere che tende a riarticolare l’intero Occidente secondo logiche di sorveglianza, manipolazione e concentrazione decisionale.

La lettura proposta da Asma Mhalla (Resistere ai tempi oscuri. Il nuovo sistema totalitario, Einaudi, 2026, ed. or. 2025) sposta l’attenzione dalla mera dimensione elettorale alla struttura profonda del potere contemporaneo. Secondo l’autrice, il nuovo autoritarismo non assume sempre il volto classico del colpo di Stato o della dittatura esplicita, ma prende forma come regime dell’attenzione catturata, della saturazione informativa, delle fake news e della dipendenza dagli schermi. In questo quadro, l’ordinamento democratico non viene abolito con un atto di forza, bensì svuotato dall’interno, degradando a procedura formale sempre meno capace di orientare concretamente la vita collettiva.

A simile svuotamento si affianca il ritorno di linguaggi nazionalisti, razzisti, machisti e imperiali che frammentano il mondo in rigide gerarchie di appartenenza, rinvigorendo l’idea che determinati gruppi o potenze debbano dominare, mentre altri siano destinati all’esclusione, all’assimilazione forzata o al respingimento. Su questo crinale, l’opposizione alle derive autoritarie si salda intimamente con la difesa di un modello interculturale di convivenza, fondato non sulla paura dell’alterità, ma sul riconoscimento reciproco e sulla cittadinanza condivisa. Ragionare di democrazia, oggi, impone di contrastare la riduzione dello spazio pubblico a un teatro di identità chiuse, caratterizzato da una competizione permanente e dalla costante ricerca di nemici, interni o esterni, da neutralizzare o distruggere.

L’indagine di Mhalla offre inoltre preziose chiavi di lettura per decodificare il legame tra infrastrutture digitali e le nuove politiche del dominio. Nella sua analisi, il potere contemporaneo si esercita attraverso una inedita fusione fra apparati statali, grandi piattaforme e controllo algoritmico; si genera così una zona grigia in cui pubblico e privato, civile e militare, informazione e manipolazione tendono pericolosamente a sovrapporsi e a confondersi. Si tratta di uno snodo cruciale, poiché rivela come le istituzioni democratiche non siano minacciate unicamente da attacchi frontali, ma anche da chi ne erode lentamente le precondizioni materiali, compromettendo l’autonomia cognitiva, il pluralismo informativo, la capacità critica e la partecipazione consapevole dei cittadini.

Alla luce di queste dinamiche, la tutela dell’impianto democratico non può esaurirsi in una mera cosmesi formale-procedurale, ma necessita di interventi sostanziali volti a salvaguardare gli spazi del discorso pubblico e a sostenere e incentivare un effettivo processo decisionale pienamente compartecipato fra le diverse soggettività sociali. In tal senso, è opportuno contrastare l’odio organizzato, regolamentare i sistemi tecnologici che amplificano disuguaglianze e manipolazioni, nonché ricostruire una cultura civile capace di distinguere tra il fisiologico conflitto dialettico delle idee e la pulsione distruttiva verso l’avversario politico. Solo attraverso un profondo rinnovamento del genere la democrazia potrà tornare a essere una forma di vita autenticamente civile, e non una semplice cornice istituzionale.

Un possibile contributo dell’educazione

Davanti a una convergenza critica che intreccia ambiente, tecnologia e democrazia, la tentazione più diffusa è oscillare tra postura catastrofistica e opzione consolatoria, che però appaiono entrambe insufficienti e inadeguate. Il catastrofismo paralizza, poiché trasforma la complessità del presente in un destino già scritto; la consolazione, al contrario, attenua la gravità dei problemi e finisce per ridurre tutto a una retorica della resilienza, che spesso chiede ai soggetti più fragili di adattarsi a condizioni che restano strutturalmente ingiuste. Serve invece uno sguardo più esigente, capace di nominare la portata delle contraddizioni e derive sistemiche senza smarrire la possibilità dell’intervento umano.

In un simile contesto, l’educazione non può essere intesa come un ambito accessorio o come un semplice strumento di riparazione sociale. Essa rappresenta una componente decisiva per definire il grado di civiltà di una società: un luogo concreto e simbolico in cui si decide che cosa sia degno di essere insegnato, appreso, trasmesso, discusso e trasformato. Educare significa offrire categorie di lettura del mondo, sviluppare capacità critica, allenare al conflitto non distruttivo e rendere visibili i legami tra dinamiche che la contingenza storica tende spesso a separare. Se il fallimento dell’Agenda 2030, l’accelerazione tecnologica e l’erosione democratica restituiscono l’immagine di una civiltà in affanno, la dimensione formativa resta il campo in cui può ancora maturare una coscienza capace di non subire passivamente l’epoca attuale.

Nel tempo del disordine mondiale, nell’epoca del caos (Massimo Cacciari e Roberto Esposito, Kaos, Il Mulino, 2026), diviene fondamentale investire con decisione nei settori orientati all’arricchimento, alla cura e al benessere dell’umanità, invece di concentrare risorse immense in sistemi d’armi sempre più sofisticati e micidiali. La questione, allora, è anche imprescindibilmente economica: occorre reperire i fondi, attingendo là dove si accumulano in maniera smodata.

Come analizzato da Thomas Piketty (Il capitale nel XXI secolo, Bompiani, 2014; Una breve storia dell’uguaglianza, La Nave di Teseo, 2021), istruzione, sanità, trasporti pubblici e transizione ecologica non si finanziano unicamente mediante il taglio di altri capitoli della spesa statale (la cosiddetta spending review o riallocazione delle risorse) o confidando in una perpetua espansione economica, ma innanzitutto riducendo in modo deciso l’enorme concentrazione di ricchezza ai vertici. L’economista francese evidenzia come una fiscalità marcatamente progressiva sui grandi patrimoni e sui redditi altissimi possa liberare risorse sufficienti per rafforzare il sistema pubblico, correggendo contestualmente le disuguaglianze che alimentano le disfunzioni democratiche e climatiche. Le entrate così ottenute andrebbero impiegate non solo per il welfare classico, ma pure per garantire l’accessibilità universale a servizi compatibili con la transizione ecologica, in una logica di redistribuzione ampia e sovranazionale.

Cionondimeno, è bene precisare che la funzione pedagogica va sottratta a ogni illusione salvifica o demiurgica. Scuola, università, formazione civile e cultura pubblica non forgiano automaticamente cittadini migliori, né bastano da sole a invertire processi macroeconomici e geopolitici di portata globale. Possono però fornire un contributo essenziale: rendere più difficile la naturalizzazione dell’ingiustizia, insegnando a distinguere il progresso dall’accumulazione, l’innovazione dal dominio, la libertà dalla manipolazione, la sicurezza dall’esclusione autoritaria.

In aperta sinergia con le scienze umane e con le discipline scientifiche più avanzate, la pedagogia concorre a coltivare educativamente la “complessità”, rifuggendo da riduzionismi e scorciatoie semplicistiche. Questa tensione verso il pensiero complesso costituisce una forma alta di intelligenza civile. Come ricorda l’opera di Edgar Morin attraverso il concetto di “comunità di destino”, l’umanità non è formata da monadi isolate, ma da soggetti storicamente e moralmente interdipendenti, chiamati a condividere il medesimo orizzonte di rischio e di possibilità. Educare, allora, non significa soltanto trasmettere saperi, ma promuovere la consapevolezza dei legami, la responsabilità verso l’alterità, la capacità di pensare insieme ciò che appare diviso. In tal senso, l’educazione alla pace, alla convivenza civile e alla cittadinanza attiva diventa parte integrante di un progetto umano più vasto: non un’appendice idealistica, ma una condizione concreta per imparare a vivere il conflitto senza farlo degenerare in ostilità, la differenza senza tramutarla in marginalizzazione, il futuro senza ridurlo a mera sopravvivenza.

In questa prospettiva, l’impegno educativo si configura anche all’insegna di un esercizio di speranza non ingenua. Non un ottimismo consolatorio o di facciata, bensì una tensione che interroga, alimentando la fiducia tangibile che le società possano ancora evolvere se modificano i paradigmi con cui pensano sé stesse, il pianeta, la tecnica e la convivenza. Da simili premesse può germogliare una nuova alleanza tra giustizia sociale, sostenibilità ecologica, tenuta democratica e cultura della pace. Non come promessa garantita, ma come direzione possibile e necessaria da conquistare.

“È imperativo tener viva la speranza, anche quando la durezza della realtà suggerisce il contrario.”
Paulo Freire