Allarme, ora il mare bolle. Sei gradi in più della media. “Gravi danni all’ecosistema”

I rilevamenti dei satelliti del servizio Copernicus attorno alla Sardegna: “Con la corrente fresca l’acqua calda provocherà forti piogge e grandinate” 

Di Elena Dusi, La Repubblica

L’aria è torrida, ma anche il mare ribolle. Chi si tuffasse oggi in Sardegna troverebbe una temperatura dell’acqua da pieno agosto, con circa 28 gradi. Tutt’attorno all’isola i satelliti del servizio europeo di Copernicus misurano una superficie di 6 gradi più calda rispetto alla media del periodo degli ultimi 40 anni. Per tutto l’inverno il Mediterraneo è rimasto uno o due gradi oltre la norma. La stagione fredda non l’ha mai rinfrescato davvero. A maggio si è presentata una prima ondata di calore marina e a giugno le lunghe giornate di sole lo hanno irradiato in abbondanza. L’ondata di caldo che va avanti da due settimane ha poi avvolto anche la sua superficie. E le temperature dell’acqua sono aumentate rapidamente.

Il riscaldamento avviene in tutti gli oceani. Copernicus il 21 giugno ha misurato il record di sempre: 21 gradi come media dei mari del mondo. Se l’aria nel suo complesso con il cambiamento climatico ha guadagnato 1,4 gradi, l’acqua che assorbe calore più lentamente è a 0,5. Il Mediterraneo però, chiuso da tutti i lati da un’Africa che sforna aria torrida e un’Europa che si riscalda a ritmi doppi rispetto al resto del pianeta, oggi presenta valori fuori scala. «Si prevede che questo record — scrive il bollettino di Copernicus — avrà conseguenze sia sugli andamenti meteorologici che sul clima globale e sugli ecosistemi marini».

Per chi si tuffa potrebbe essere piacevole. Per chi boccheggia a terra no. Ancor meno per chi si troverà sotto ai temporali previsti da domani, caricati di umidità da un’evaporazione accelerata dalla temperatura alta del Tirreno settentrionale. «Il calore del mare è tutta energia pronta a essere ceduta all’atmosfera» spiega Massimiliano Pasqui, fisico dell’atmosfera del Cnr. «Quando, come ci aspettiamo per domani, una corrente fresca e instabile scende dall’Atlantico e incontra una massa d’aria torrida e umida, abbiamo tutte le condizioni per temporali profondi, efficienti, organizzati. Sono fenomeni di classe superiore rispetto ai temporali di calore, accompagnati da precipitazioni molto abbondanti e grandinate». La protezione Civile ha emanato per oggi un’allerta gialla o arancione in 14 Regioni, soprattutto al centro-nord, ed è pronta a rivedere la situazione per domani.

«Le perturbazioni anche intense cui abbiamo assistito nei giorni scorsi al nord avevano natura diversa» spiega Pasqui. «Erano temporali di calore. I fenomeni previsti per domani saranno intensi, localizzati e si svilupperanno rapidamente. Tutte queste condizioni rendono molto difficili le previsioni. Quando abbiamo a che fare con ondate di calore che coprono mezza Europa e restano fisse per giorni e giorni non abbiamo difficoltà a lanciare allerte. Domani sarà diverso».

E se poi, a partire dal prossimo fine settimana, le temperature torneranno a salire per una nuova ondata di calore che si attesterà attorno ai 35 gradi, quel grande serbatoio di energia termica che è oggi il mare continuerà in parte a dare il suo contributo. «Durante le ondate di calore, quando le correnti spingono masse d’aria calda dall’Africa verso l’Europa, il Mediterraneo ha un ruolo sostanzialmente passivo» precisa Pasqui. «La superficie del mare si riscalda per irraggiamento solare, ma anche per contatto con l’aria torrida». Masse d’acqua così calde non aiutano a mitigare le temperature a terra, e se la sera le minime restano alte è anche a causa loro.

Che piova o che ci sia il sole insomma sempre caldo resterà nei prossimi giorni. La pausa fresca dei temporali di domani durerà due o tre giorni, anche perché l’azione equilibratrice del mare stavolta si farà sentire in un senso solo: mantenendo le temperature alte anche di sera e anche con i temporali, smussando quei minimi che di notte e con le perturbazioni potrebbero portarci sollievo.

Il progredire dell’estate poi farà aumentare ancora le temperature del Mediterraneo. «Il massimo viene raggiunto di solito a fine agosto e settembre. Non a caso l’autunno in Italia è la stagione dei nubifragi più forti» spiega il ricercatore del Cnr. «Quando con i primi freschi le perturbazioni atlantiche scendono da nord, incontrano un’acqua carica di calore dopo un’estate intera. Negli ultimi anni abbiamo visto questo schema ripetersi fino a inizio dicembre, viste le temperature alte dei mari. Oggi vi assistiamo anche a fine giugno, ed è piuttosto insolito».

Se la corrente calda de El Niño, che da questa primavera si sta sviluppando in maniera particolarmente intensa, può aver contribuito al record globale di 21 gradi registrato da Copernicus, i 6 gradi in più del Mediterraneo sono un fenomeno del tutto locale. «Di El Niño potremmo risentire — spiega Pasqui — ma in maniera piuttosto mediata, e comunque non prima della fine di autunno».


L’intelligenza artificiale non eguaglia gli ingegneri: Ford richiama i dipendenti umani

I rilevamenti dei satelliti del servizio Copernicus attorno alla Sardegna: “Con la corrente fresca l’acqua calda provocherà forti piogge e grandinate” 

A CURA DELLA REDAZIONE ECONOMIA, La Stampa

Dietrofront dentro Ford. Nelle ultime settimane, la casa automobilistica statunitense ha richiamato alcuni ingegneri umani dopo che i suoi sistemi automatizzati nel controllo qualità, basati sull’intelligenza artificiale, non sono riusciti a eguagliare le loro competenze. Ma non è un fenomeno circoscritto, perché a detta dell’agenzia Bloomberg negli ultimi anni sarebbero oltre 300 gli addetti umani che sono stati reinseriti in azienda.

Usando le parole del vicepresidente per la tecnologia hardware dei veicoli di Ford, Charles Poon, «l’intelligenza artificiale è uno strumento fantastico, ma è efficace solo quanto le informazioni utilizzate per addestrarla». Quanto basta per gelare l’entusiasmo per le nuove tecnologie che si affidano agli algoritmi adottate in campo industriale.

Inoltre, il chief operating officer di Ford, Kumar Galhotra, evidenzia che col tempo l’azienda si è affidata in misura sempre più crescente ai sistemi automatici di qualità, ma i risultati sono stati deludenti. Da qui, il richiamo degli specialisti incaricati di scovare i punti deboli prima che un componente arrivi in fabbrica. E quindi, il loro compito sarà quello di addestrare gli strumenti.

Secondo Poon, il problema non è stato solo lo strumento (ovverosia, l’Ai), quanto il fatto che i tecnici più esperti avevano lasciato l’azienda prima ancora di poter trasferire le proprie competenze ai sistemi che avrebbero dovuto rimpiazzarli. Senza il know-how, l’automazione ha quindi amplificato gli input deboli.

Durante la conference call sui risultati finanziari di ottobre, il direttore operativo del gruppo, Kumar Galhotra, aveva annunciato che l’azienda stava «implementando l’Ai nell’intero sistema industriale». Il che comprende l’installazione di 900 telecamere dotate di intelligenza artificiale negli stabilimenti «per rilevare i problemi di qualità alla fonte e aiutarci a mitigare le interruzioni di fornitura».

Dietro tutto questo, c’è una ragione precisa: l’amministratore delegato Jim Farley intende aumentare i profitti. Ma fare il passo più lungo della gamba ha portato il quartier generale di Dearborn ad ammettere, senza tanti fronzoli, che «negli anni passati, non abbiamo prestato la dovuta attenzione all’esperienza dei nostri ingegneri più esperti, che ci hanno accompagnato in molti cicli di sviluppo prodotto».

Nell’immagine: lavoratori della Ford in Germania che protestano


Per Trump guadagni da favola con le criptovalute. “Ha incassato oltre un miliardo nel 2025”

I rilevamenti dei satelliti del servizio Copernicus attorno alla Sardegna: “Con la corrente fresca l’acqua calda provocherà forti piogge e grandinate” 

La Repubblica

Le incursioni del presidente americano Donald Trump nel vasto mondo delle criptovalute gli hanno fruttato un guadagno straordinario di oltre un miliardo di dollari nell’ultimo anno, secondo la sua più recente dichiarazione finanziaria. Si tratta di un’impennata di reddito senza precedenti, ha riferito il Wall Street Journal, che si è aggiunta ai proventi derivanti da accordi di royalty, dal settore immobiliare e da transazioni legali.

Trump e la sua famiglia hanno investito in modo massiccio in attività legate alle criptovalute durante il primo anno del suo secondo mandato: sono attività che non stanno generando solo ricchezza “sulla carta”, ma profitti reali e concreti.

Secondo il documento depositato presso l’Office of Government Ethics (l’ente governativo che vigila sull’etica pubblica), i guadagni del 2025 anno incluso 635 milioni di dollari in royalty provenienti da un’entità legata alla “memecoin” di Trump – lanciata pochi giorni prima del suo insediamento – e oltre 500 milioni di dollari ricavati dalla vendita di token da parte di World Liberty Financial, l’iniziativa di punta della famiglia Trump nel settore crypto.


La Corte suprema Usa dà torto a Trump: resta lo ius soli. Il presidente: “È dannoso, il Congresso rimedi”

I rilevamenti dei satelliti del servizio Copernicus attorno alla Sardegna: “Con la corrente fresca l’acqua calda provocherà forti piogge e grandinate” 

Di Iacopo Luzi, La Stampa

WASHINGTON. La Corte Suprema ha bocciato il tentativo di Donald Trump di abolire il diritto di cittadinanza per nascita negli Stati Uniti, così come è stato inteso per oltre un secolo dalla Costituzione americana, invalidando un ordine esecutivo del presidente repubblicano, che era un elemento chiave dell’agenda del tycoon, sebbene fosse legalmente discutibile fin dall’inizio.

La decisione per 6 voti a favore e 3 contro rappresenta una sconfitta importante per un presidente che si era candidato promettendo, tra l’altro, di porre fine al “turismo delle nascite” e il cui secondo mandato è stato in gran parte caratterizzato dalla sua spinta a reprimere con il pugno durissimo sia l’immigrazione clandestina che quella legale. In particolare, con il suo ordine esecutivo del 20 gennaio 2025 — il giorno della sua seconda inaugurazione — Trump voleva impedire che i bambini nati da immigrati senza documenti e da residenti stranieri temporanei negli USA diventassero automaticamente cittadini americani.

Un tentativo che ora è naufragato una volta per tutte: la decisione della Corte ha determinato come illegale il suo ordine e conferma il principio secondo cui chiunque nasca negli Stati Uniti è cittadino, anche se i suoi genitori non lo sono.

Nell’ordinanza firmata l’anno scorso, il presidente aveva dichiarato che la cittadinanza non sarebbe più stata concessa automaticamente ai bambini nati sul suolo statunitense.

L’ordine presidenziale, tuttavia, ha incontrato immediatamente delle contestazioni legali: organizzazioni per i diritti civili, gruppi di sostegno agli immigrati e futuri genitori hanno intentato causa, ottenendo in tribunale la possibilità di bloccarne l’entrata in vigore in attesa dell’esito dei procedimenti giudiziari. Il decreto del presidente, di fatto, non è entrata mai in vigore.

Il giudice capo John Roberts ha redatto l’opinione di maggioranza, che comprendeva sia giudici conservatori che progressisti. Un documento di ben 200 pagine che ha visto anche Amy Coney Barrett, la giudice scelta proprio da Trump nel 2020, votare a favore del mantenimento di questo diritto. Cinque giudici hanno affermato che l’ordinanza violava il 14° emendamento della Costituzione, che da tempo viene interpretato nel senso di conferire la cittadinanza per diritto di nascita a quasi chiunque nasca negli Stati Uniti. Uno dei giudici, il conservatore Brett Kavanaugh, ha affermato che l’ordinanza violava la legge federale ma non la Costituzione.

«La cittadinanza, allora come oggi, era il diritto di avere diritti, di partecipare liberamente alla nostra comunità politica», ha scritto Roberts a nome della Corte. «I redattori del Quattordicesimo Emendamento estesero questa promessa a “ogni persona nata libera in questa terra”. Noi manteniamo questa promessa ancora oggi», ha scritto Roberts. Tre giudici conservatori – Clarence Thomas, Samuel Alito e Neil Gorsuch – hanno espresso dissenso in un’opinione di 91 pagine.

Thomas ha criticato aspramente la Corte per aver respinto il tentativo del presidente Donald Trump. affermando che la decisione dei suoi colleghi “svaluta” la cittadinanza così come era intesa dai redattori del 14° emendamento. «Non sono sicuro che l’opinione odierna resisterà alla prova del tempo», ha scritto. Trump aveva addirittura assistito all’udienza su caso — una cosa mai vista per un presidente — il primo di aprile scorso e da settimane non ha fatto altro che inveire contro la sentenza. A maggio, aveva scritto che «una sentenza negativa sulla cittadinanza per diritto di nascita, in aggiunta alla recente catastrofe dei dazi doganali sancita dalla Corte Suprema, non è economicamente sostenibile per gli Stati Uniti d’America!».

Trump ha commentato così: «La Corte Suprema ha confermato il diritto di cittadinanza per nascita, il che è un vero peccato per il nostro Paese, ma possiamo facilmente porvi rimedio in Congresso attraverso un provvedimento legislativo, con il sostegno del Presidente, che è stato ormai determinato durante questo processo. Non è necessario alcun lungo e complesso emendamento costituzionale! Il Congresso dovrebbe iniziare OGGI a lavorare per porre fine a questo sistema di cittadinanza per nascita, costoso e ingiusto per il nostro Paese. Avranno il mio pieno e totale sostegno». Questa mattina, ha pubblicato sui social media un articolo di giornale che illustrava come i suoi tentativi di annullare la cittadinanza per diritto di nascita potrebbero ancora avere successo attraverso un’azione legislativa.

Nel frattempo, si tratta della terza sconfitta significativa per Trump alla Corte Suprema negli ultimi mesi, dopo la sentenza di febbraio che ha invalidato i suoi dazi doganali e la decisione di lunedì che gli ha impedito di licenziare immediatamente Lisa Cook dalla Federal Reserve.

 


La destra svizzera vuole vincere anche quando perde

I rilevamenti dei satelliti del servizio Copernicus attorno alla Sardegna: “Con la corrente fresca l’acqua calda provocherà forti piogge e grandinate” 

Fino alle ore 12 di domenica 14 giugno, giorno della votazione, il risultato sembrava molto serrato. Ma il «no» all’iniziativa dell’UDC è stato poi netto, con il 55 per cento dei voti. Nel corso di un dibattito tra i presidenti dei partiti, il presidente dell’UDC Marcel Dettling ha affermato che il suo partito accetta il verdetto popolare.

Durante la campagna i vertici dei liberali e del Centro, con il loro chiaro «no» all’iniziativa dell’UDC «No a una Svizzera da 10 milioni», si erano schierati contro il partito più grande. Ma una volta resi noti i risultati, non hanno sottolineato la loro vittoria. E non hanno certo esortato l’UDC a porre fine alla costante campagna diffamatoria contro i richiedenti asilo e gli stranieri. Al contrario: si preoccupano innanzitutto dell’opinione del 45 per cento che ha sostenuto l’iniziativa dell’UDC.

Per quanto riguarda la legge federale sulla limitazione del servizio civile, il risultato è stato più serrato, poiché il 47,5 per cento degli aventi diritto di voto ha detto «no» alla riduzione del servizio civile, ma nessuno nel campo borghese ha affermato che quella forte minoranza non dovesse essere ignorata.

Il divario tra città e campagna non è poi così profondo

Il presidente dell’UDC Marcel Dettling sottolinea il divario tra città e campagna e ha affermato che le città avrebbero cancellato la campagna. La situazione non è così estrema. I Grigioni e Basilea Campagna sono cantoni rurali: hanno detto «no». Nel cantone di Svitto tutti i comuni hanno approvato l’iniziativa, compresi quelli sul Lago di Zurigo, ma i comuni zurighesi limitrofi di Richterswil e Wädenswil hanno detto chiaramente «no». In molti cantoni i comuni rurali hanno votato «no»; lo stesso è avvenuto in Ticino, ad esempio nei comuni di Malcantone e Onsernone. Le città da sole non sarebbero in grado di prevalere sul resto della Svizzera; per farlo hanno bisogno di una buona parte degli agglomerati.

Gli oppositori borghersi all’iniziativa, nonostante la loro vittoria, nella sessione straordinaria del Consiglio nazionale e del Consiglio degli Stati della scorsa settimana si sono avvicinati all’UDC quando si è trattato di limitare il diritto d’asilo. La concessione dei liberali e del Centro è sorprendente, poiché le mozioni dell’UDC non sono compatibili con la Costituzione federale. Inoltre, l’UDC sarà nel prossimo futuro un avversario agguerrito e pericoloso per gli altri partiti borghesi. Pertanto, il PLR e il Centro non possono sostenere l’iniziativa estremista dell’UDC sulla neutralità. Quest’ultima vorrebbe sancire nella Costituzione una neutralità assoluta, che la Svizzera non ha mai praticato e che paralizzerebbe completamente il Consiglio federale.

È inoltre imminente la votazione sugli accordi bilaterali III con l’Unione Europea. In questa controversia, l’UDC parla di «trattato di sottomissione». Il presidente Marcel Dettling ha bruciato in un video la pila di documenti dei trattati. Ciò significa che il partito più forte non è disposto nemmeno a discutere dei trattati. Su tre questioni fondamentali per il futuro della Svizzera, l’UDC ha una posizione nettamente diversa rispetto agli altri due partiti borghesi. Questo sarebbe un motivo sufficiente per prendere le distanze da questo partito. Una Svizzera all’insegna dell’UDC, infatti, è incompatibile con la tradizione liberale dei liberali, che hanno conquistato per noi i diritti civili. E ciò vale anche per il Centro.

La Turchia – uno Stato sicuro?

Le sessioni straordinarie del Consiglio nazionale e del Consiglio degli Stati volte a limitare il diritto d’asilo, come quelle della scorsa settimana, sono diventate una routine, senza che ciò venga contestato in seno alle Camere. Un’iniziativa dell’UDC chiede che Marocco, Tunisia, Algeria, Egitto e Turchia siano riconosciuti come paesi sicuri, come li considera l’Unione Europea.

Il ministro della Giustizia Beat Jans ha spiegato che il termine «paese sicuro» non ha lo stesso significato per l’UE e per la Svizzera. Ciò che conta è se uno Stato protegge o no le persone da persecuzioni illegittime; in questi cinque Paesi non è così. Se la Svizzera definisse questi Paesi «sicuri», ha affermato Jans, verrebbe violato il diritto d’asilo vigente. Per questo motivo ha raccomandato di respingere la mozione. Tuttavia, in Consiglio nazionale, oltre all’UDC, anche i Liberali e il Centro hanno sostenuto la mozione con 119 voti a favore contro i 72 contrari della Sinistra.

Un’altra mozione dell’UDC chiede che alle persone che rappresentano un pericolo per la sicurezza e l’ordine pubblico non venga concesso il permesso di soggiorno. Il consigliere federale Jans è d’accordo, sebbene con una riserva. Per i cittadini dell’UE ciò non sarebbe possibile a causa del principio della libera circolazione. Tuttavia, in caso di sospetto, i Cantoni potrebbero richiedere un estratto del casellario giudiziario. In realtà, molti cantoni richiedono già oggi un estratto del casellario giudiziario, motivo per cui ulteriori misure risulterebbero superflue. Contrariamente alla proposta del Consiglio federale, il Consiglio nazionale approva la mozione con 121 voti a favore contro 71.

Espulsione senza verifica della proporzionalità

Contemporaneamente il gruppo parlamentare del PLR chiede l’«inasprimento dell’espulsione per i cittadini di paesi terzi autori di reati». Nei casi in cui i condannati debbano lasciare obbligatoriamente la Svizzera, non vi è alcuna discussione. Laddove l’espulsione non sia obbligatoria, il cantone dispone di un margine di discrezionalità. I criminali non possono quindi essere espulsi in ogni caso, poiché, secondo il consigliere federale Jans, occorre rispettare il principio di proporzionalità sancito dalla Costituzione federale. Anche in questo caso il Consiglio federale è stato smentito e la mozione del PLR è stata approvata con 131 voti contro 63.

Nessun interesse a frenare l’immigrazione tramite le tasse?

Il Parlamento di centro-destra ha avuto ancora una volta la meglio sulla sinistra e sul Consiglio federale. Si tratta di una vittoria che porta ben poco, poiché si tratta solo di cifre esigue. Se si volesse limitare l’immigrazione, bisognerebbe intervenire su quella legata al mercato del lavoro. Se la Svizzera, con la sua bassa pressione fiscale per le imprese e gli stranieri facoltosi, diventasse un po’ meno attraente, meno gruppi industriali si insedierebbero nel Paese e l’immigrazione verrebbe leggermente frenata. Finora non vi sono segnali che l’UDC e gli altri partiti di centro-destra vogliano rendere la Svizzera meno attraente per controllare l’immigrazione.

Nell’immagine: i due esponenti di spicco dell’UDC Marcel Dettling (a sinistra) e Thomas Matter


L’algoritmo dell’odio. Serve un movimento globale per fermare Elon Musk e i “broligarchi”

I rilevamenti dei satelliti del servizio Copernicus attorno alla Sardegna: “Con la corrente fresca l’acqua calda provocherà forti piogge e grandinate” 

Di Dario De Leonardis, Valigia Blu

Le fiamme che hanno illuminato a giorno le strade di Belfast in queste settimane [vedi anche Lealisti e “patrioti”, la nuova polveriera irlandese, ndr] non sono nate lì. Sono state alimentate a migliaia di chilometri di distanza, da commentatori online che, nella maggior parte dei casi, farebbero fatica a trovare l’IrlandaLa ristretta cerchia di uomini ricchissimi e potenti, rappresentanti delle grandi aziende nell’àmbito delle tecnologie più avanzate, competitive e innovative, che condizionano o mirano a condizionare gli orientamenti politici e le scelte dei governi del Nord su una mappa – parole di Naomi Long, Ministro della Giustizia dell’Irlanda del Nord, pronunciate mentre la città bruciava ancora. Famiglie innocenti sono state costrette a fuggire dalle proprie case scortate da veicoli blindati della polizia, mentre folle di uomini a volto coperto circolavano online liste con gli indirizzi delle presunte abitazioni degli immigrati.

Quando le squadre di pulizia sono intervenute per rimuovere i detriti, la natura di ciò che era accaduto era già inequivocabile. Quelle che alcuni avevano provato a chiamare “proteste” si erano rivelate per quello che erano: pogrom razzisti, amplificati e in parte teleguidati dall’alto dell’ecosistema digitale globale. Tra i bersagli emblematici, come documentato dall’Institute of Race Relations, figura lo Sham Supermarket di Sandy Row, nel sud di Belfast, gestito da proprietari siriani e distrutto questa volta per la seconda volta in due anni da bande di uomini mascherati – il terzo attacco in quattro anni totali, tanto che le compagnie assicurative si sono ormai rifiutate di coprire il locale.

L’accoltellamento per il quale è stato incriminato Hadi Alodid, rifugiato sudanese di 30 anni, con l’accusa di tentato omicidio ai danni di Stephen Ogilvie, è stato l’innesco. La benzina sul fuoco è stata versata da un’architettura mediatica progettata per monetizzare la rabbia che va avanti da più di dieci anni. La polizia ha chiarito fin da subito che l’attacco non ha alcuna matrice terroristica. Non è servito a fermare nulla. Non è quello il problema e non è quello che interessa chi lucra politicamente sulla cosa.

Le istituzioni e il nome del problema

Le istituzioni hanno fatto quello che fanno in questi casi: hanno puntato il dito. Naomi Long ha chiamato le cose con il loro nome: “Se si cacciano le persone dalle loro case in base al colore della pelle, non c’è altro modo di definirlo: è razzismo”. Anna Turley, Ministra del Gabinetto britannico, ha messo al centro della questione Elon Musk con una franchezza insolita per un membro del governo: “Non vive nel tipo di comunità in cui stiamo assistendo a questo tipo di attività. Non è a rischio. Ha la responsabilità di non alimentare odio.”

L’autorità britannica per le comunicazioni Ofcom ha annunciato di stare “monitorando da vicino” il ruolo dei social media nei disordini, ricordando alle piattaforme gli obblighi previsti dall’Online Safety Act 2023. Ma i moniti legali, per ora, si sono infranti contro la volontà politica del proprietario di X.

Musk: agitatore, non pacificatore

L’intervento diretto di Musk in questa crisi è stato quello a cui ci ha abituato: l’agitatore. Ha condiviso immagini cruente dell’accoltellamento e ha amplificato i luoghi di raduno dei rivoltosi: una lista di punti di protesta pubblicata da Tommy Robinson (pseudonimo di Stephen Yaxley-Lennon – quello che Jeffrey Epstein e Steve Bannon definivano nelle loro mail “la spina dorsale d’Inghilterra”) ha raggiunto 8,4 milioni di visualizzazioni su X. Musk ha rilanciato il post di Robinson aggiungendo: “Only by protesting REPEATEDLY and LOUDLY will there be any change!!”, arrivando a sua volta a quasi 6,9 milioni di visualizzazioni.

Musk ha anche ripubblicato un post di Rupert Lowe – parlamentare britannico e leader del partito di estrema destra Restore Britain – che accompagnava l’immagine dell’aggressore con la dicitura “millions must go”: la formula della destra radicale per chiedere l’espulsione di massa degli immigrati. Non un commento di Musk, ma un’amplificazione deliberata verso 240 milioni di follower di un messaggio che, da solo, sarebbe rimasto nell’ecosistema della frange.

Il contesto è importante. Già il 29 ottobre 2025, molto prima dei fatti di Belfast, Musk aveva scritto sul suo profilo: “Civil war in Britain is inevitable. Just a question of when” – una dichiarazione che rileggere oggi, alla luce delle strade in fiamme di Sandy Row, assume un significato diverso da quello di una semplice provocazione. Noto per sostenere pubblicamente attivisti di estrema destra come Robinson e per aver interagito con Lowe con l’agghiacciante “This is the way” (citazione dalla serie TV The Mandalorian; è il motto della fede religiosa del protagonista) in risposta a una richiesta di processare i funzionari che “avevano portato selvaggi del terzo mondo nelle nostre comunità”, Musk ha anche chiesto falsamente ai suoi follower se “la politica ufficiale della polizia imponesse loro di essere razzisti contro i bianchi” – una delle teorie cospirative più in voga nell’estrema destra anglofona.

Come analizza The New Republic, la retorica di Musk si inserisce nella narrazione suprematista di origine neonazista della “grande sostituzione” e serve a spingere le frange della destra radicale all’azione, non soltanto alle parole.

Una strategia, non un incidente

Il 4 dicembre 2025 l’amministrazione Trump ha pubblicato una nuova National Security Strategy che si impegna a “coltivare resistenza” alla traiettoria attuale dell’Europa, sostenendo la “rinascita di spirito” dei suoi “alleati politici” e salutando con “grande ottimismo” la crescente influenza dei partiti “patriottici” del continente. Il Council on Foreign Relations e lo Stimson Center hanno descritto questo linguaggio come un’aperta legittimazione dell’ingerenza politica nelle democrazie alleate: non un’osservazione, ma un programma.

Tommy Robinson non è un fenomeno spontaneo della rete. Robert Shillman, miliardario fondatore di Cognex, azienda che crea sistemi di visione artificiale per macchinari, ed ex membro dei Friends of the Israel Defense Forces, gli ha finanziato una “Shillman Fellowship” tramite il David Horowitz Freedom Center, lo stesso canale con cui ha sostenuto altri attivisti islamofobi internazionali, da Geert Wilders in giù. Robert Mercer, finanziatore storico della destra americana e socio di Steve Bannon nella costruzione di Breitbart News e Cambridge Analytica, ha fatto da ponte tra il nazionalismo digitale britannico sfociato nella Brexit e la galassia alt-right che ha preceduto l’ascesa di Trump.

Lo stesso intreccio attraversa Reform UK. Christopher Harborne, co-proprietario della criptovaluta Tether, ha donato oltre 22 milioni di sterline al partito di Farage, incluso un regalo personale di 5 milioni non dichiarato nei tempi previsti, ora sotto indagine di Standards Commissioner ed Electoral Commission. Anche qui il denaro che alimenta la destra radicale britannica ha un interesse diretto, non solo ideologico, nella sua vittoria politica.

A questo si aggiunge Paul Marshall, magnate degli hedge fund e proprietario degli outlet conservatori UnHerd e The Spectator nonché co-proprietario di GB News insieme al gruppo Legatum. GB News paga a Farage circa 400.000 sterline l’anno per condurre un programma, una cifra che diverse inchieste giornalistiche definiscono più simile a una donazione politica travestita da stipendio che a un compenso editoriale, anche perché l’emittente ha accumulato oltre 130 milioni di sterline di perdite ripianate dai suoi stessi proprietari. Secondo un’analisi commissionata dal deputato laburista Liam Byrne, Marshall, Legatum e i grandi donatori di Reform UK hanno investito insieme oltre 130 milioni di sterline in cinque anni per costruire questo ecosistema mediatico, non semplicemente per finanziare un partito.

L’ecosistema della menzogna e il mito della “polizia a doppio binario”

I fatti di Belfast non sono isolati. Un’analisi di European Digital Media Observatory mostra come il copione si ripeta: dopo Dublino nel 2023, Southport nel 2024, Belfast nel 2026, la sequenza è sempre la stessa. Un crimine commesso da una persona di colore, la disinformazione che esplode in poche ore sui social, le forze dell’ordine sommerse da narrazioni false, la violenza nelle strade. Protagonisti fissi: elementi del nazionalismo britannico, parti dell’ecosistema MAGA americano, Elon Musk.

Al centro di questa narrazione c’è il mito della “polizia a doppio binario” – la teoria che le forze dell’ordine trattino con clemenza le minoranze e i manifestanti di sinistra, reprimendo invece i “cittadini bianchi”. Una favola che ha una storia precisa, e rovesciata. Il termine nacque intorno alle rivolte di Brixton del 1981 per denunciare esattamente l’opposto: il pregiudizio sistematico della polizia contro la comunità nera. Distorto e ribaltato nell’uso corrente della destra radicale – con Tommy Robinson tra i principali artefici della sua diffusione, e Suella Braverman che nel 2023 lo ha legittimato in sede parlamentare – il mito è stato poi sdoganato su scala globale da Musk.

I dati naturalmente smentiscono categoricamente questa costruzione. Dai report di Home Office 2025: le persone nere hanno tra quattro e cinque volte più probabilità di essere fermate e perquisite rispetto alle persone bianche – un divario che negli anni precedenti aveva raggiunto 8,3 volte. Venticinque anni di rapporti ufficiali, dal Macpherson del 1999 alla Casey Review del 2023, documentano un pregiudizio razziale nella polizia britannica che corre esattamente nella direzione opposta a quella sostenuta dai rivoltosi.

Uno sguardo sui profili degli arrestati conferisce a questa storia un’ulteriore dimensione. Le inchieste di The Detail sugli arresti per le rivolte del 2024 hanno rivelato due dati distinti: quasi la metà (48%) degli arrestati aveva già precedenti per violenza domestica prima di scendere in strada; un quarto degli stessi soggetti (24,5%) è stato poi segnalato alla polizia per violenza domestica nei mesi successivi. Il pattern è stato confermato  – sempre da The Detail – anche nelle rivolte di Ballymena del giugno 2025, dove un terzo degli arrestati aveva precedenti analoghi. Non cittadini preoccupati per l’ordine pubblico: individui già noti per crimini violenti, che usavano la retorica della “difesa delle donne” come copertura.

Il doppio standard di questa retorica emerge con ancora più chiarezza se si guarda a un episodio che a Belfast è ancora fresco nella memoria collettiva. Appena cinque giorni prima dell’accoltellamento che ha innescato le rivolte, il 3 giugno 2026, la Belfast Crown Court ha condannato a un minimo di 31 anni Stephen McCullagh per l’omicidio di Natalie McNally: una donna di 32 anni, incinta di 15 settimane, pestata, soffocata e accoltellata nella propria casa dal padre del bambino che portava in grembo, che si era costruito un alibi falsificando una diretta YouTube di sei ore. Il giudice ha definito l’omicidio “la forma più estrema di violenza domestica” e un fenomeno “grave e ricorrente nella nostra società“. Nessun corteo, nessuna lista di indirizzi, nessuna mobilitazione online ha accompagnato quella sentenza. McCullagh è bianco, nordirlandese, e l’omicidio è avvenuto tra le mura domestiche: circostanze che, semplicemente, non si prestano alla narrazione che i rivoltosi e i loro amplificatori online avrebbero voluto raccontare.

Un algoritmo riprogettato per l’odio

Come fa una piattaforma nata per il microblogging a diventare l’infrastruttura primaria del neofascismo globale? La risposta è in quattro punti.

L’amplificazione personale. Una ricerca pubblicata su Science nel novembre 2025 ha fornito prove causali dirette che l’algoritmo di X altera la polarizzazione politica degli utenti esposti a contenuti ostili e antidemocratici – uno dei risultati empirici più solidi mai ottenuti in modo indipendente dalle piattaforme stesse. E dentro questo sistema già distorto, Musk ha fatto un passo ulteriore: secondo leak documentati e interviste anonime a dipendenti di X, ha richiesto modifiche al codice per aumentare artificialmente la visibilità dei propri post, inserendo il proprio account in una lista privilegiata che bypassa le metriche ordinarie. Il suo feed “Per Te” non è un prodotto dell’algoritmo: è il megafono personale del proprietario.

Grok come strumento senza guardrail. Venduta da Musk come intelligenza artificiale “anti-woke”, Grok ha causato danni documentati ben prima delle rivolte di Belfast. Secondo il Center for Countering Digital Hate, in soli 11 giorni tra dicembre 2025 e gennaio 2026, Grok ha generato circa 3 milioni di immagini sessualizzate, di cui 23.000 ritraenti minori. Durante le rivolte britanniche, agitatori di estrema destra hanno sfruttato strumenti di generazione AI – incluso Grok – per produrre immagini e testi incendiari. Il ruolo specifico di Grok come strumento tattico nelle rivolte di Belfast resta oggetto di indagine, ma il contesto di mancanza di guardrail è documentato.

L’illusione delle Community Notes. Un’analisi del think tank Demos condotta durante le rivolte di Southport ha dimostrato che il sistema di fact-checking comunitario di X è strutturalmente inadeguato nei momenti di crisi: meno del 5% delle Community Notes proposte sui post relativi alle rivolte è arrivato effettivamente a essere pubblicato, e quelle poche pubblicate sono arrivate troppo tardi per contenere la diffusione dei contenuti manipolativi.

Lo smantellamento deliberato delle tutele. Amnesty International ha documentato come Musk abbia sistematicamente ridotto i team di sicurezza di X e riprogettato l’algoritmo per premiare l’interazione aggressiva. Nel solo periodo successivo alle rivolte di Southport del 2024, i post di Tommy Robinson hanno ottenuto oltre 580 milioni di visualizzazioni in due settimane – un dato che dà la misura di quanto la piattaforma sia diventata, nei fatti, una cassa di risonanza per chi monetizza l’odio.

Perché Musk lo fa?

Il sostegno di Musk a Robinson non è solo ideologico: è soprattutto economico. Robinson stesso ha confermato che Musk ha coperto quasi 100.000 sterline di spese legali per il suo processo, ringraziandolo pubblicamente dopo l’assoluzione. Non un gesto isolato: Musk ha più volte chiesto pubblicamente la scarcerazione di Robinson, definendolo un “prigioniero politico” davanti ai suoi oltre 200 milioni di follower.

Il rapporto con Nigel Farage segue una logica lievemente diversa, ma altrettanto concreta. Tra dicembre 2024 e gennaio 2025 si è discusso pubblicamente di una possibile donazione di Musk a Reform UK fino a 100 milioni di dollari – la cifra più alta mai circolata nella storia del finanziamento politico britannico – prima che la trattativa si arenasse su complicazioni legali e su uno scontro personale tra i due, innescato proprio dal sostegno di Musk a Robinson. Ma al di là della donazione mai concretizzata, l’interesse di Musk per Reform UK ha una ragione strutturale: il programma del partito di Farage è disegnato, letteralmente, per i miliardari come lui. La proposta di punta è la “Britannia Card”: chi non risiede nel Regno Unito potrebbe pagare una tariffa forfettaria una tantum di 250.000 sterline per ottenere un’esenzione fiscale a vita su reddito estero, plusvalenze e patrimonio globale, con tanto di scudo dall’imposta di successione per vent’anni. Il Tax Policy Associates ha stimato che la misura costerebbe alle finanze pubbliche britanniche circa 34 miliardi di sterline in cinque anni – soldi che, semplicemente, non verrebbero più versati dai pochissimi super-ricchi che potrebbero permettersi la “carta”. Il Labour ha definito la proposta “un assegno in bianco per i miliardari”.

Questa è la chiave di lettura per capire il legame dei due fronti dell’azione di Musk a Belfast: da un lato l’amplificazione ideologica dell’odio razziale attraverso Robinson, dall’altro il sostegno a una forza politica razzista che, se al governo, gli garantirebbe direttamente un trattamento fiscale di favore. La retorica sull’immigrazione e la “guerra civile” è quindi ragionevolmente il carburante che tiene in vita un ecosistema politico la cui vittoria elettorale avrebbe per Musk un valore economico concreto, misurabile in miliardi, come se ne avesse ancora bisogno.

È esattamente il meccanismo che l’economista britannico Gary Stevenson – ex trader di Citibank diventato una delle voci più seguite del Regno Unito sulla disuguaglianza patrimoniale – descrive da tempo nei suoi interventi pubblici: secondo Stevenson, la narrazione di destra che incolpa i migranti per crisi abitativa, salari stagnanti e servizi pubblici al collasso è una scorciatoia politica più facile da vendere rispetto a una discussione onesta sulla concentrazione della ricchezza, e sposta sistematicamente l’attenzione lontano dai super-ricchi che più beneficiano dello status quo fiscale – Musk, secondo la teoria di Stevenson, è un caso di scuola di questa dinamica.

Semplificando: più la rabbia popolare si concentra sull’immigrazione, meno si concentra su chi, come Musk, ha tutto l’interesse a che le tasse sui grandi patrimoni non vengano mai discusse sul serio.

La geopolitica della secessione delle piattaforme

Quella in corso non è più una questione di “moderazione dei contenuti”. È una crisi strutturale della sfera pubblica democratica, e Valigia Blu la racconta da tempo seguendo il filo delle inchieste europee aperte contro X e Grok: dalla multa da 120 milioni di euro inflitta dalla Commissione Europea nel dicembre 2025 per violazioni del Digital Services Act, alle indagini parallele apertesi in Irlanda, Francia, Spagna e Regno Unito sul trattamento dei dati personali e sui deepfake sessuali generati da Grok. X non è uno strumento di comunicazione neutrale: è uno stack informativo che si è progressivamente sottratto agli stessi standard di responsabilità chiesti alle altre piattaforme.

La risposta della società civile e del giornalismo è iniziata concretamente, nei limiti del possibile. Il Guardian ha smesso di pubblicare su X già a novembre 2024, citando esplicitamente la proliferazione di “contenuti disturbanti” e teorie del complotto di estrema destra sulla piattaforma. Lo stesso hanno fatto NPR, la Federazione Europea dei Giornalisti – che rappresenta quasi 300.000 giornalisti – e numerose testate europee, mentre realtà italiane come Valigia Blu e il Forum Disuguaglianze e Diversità hanno scelto di trasferirsi su piattaforme decentralizzate come Bluesky per non restare, come scrive il Forum, “complici anche solo con la nostra presenza” dei contenuti che X oggi propaganda. Ma l’esodo volontario, per quanto significativo, non basta a risolvere il problema strutturale.

In questo quadro emerge l’ambiguità della posizione italiana. Diverse analisi – tra cui quelle di Foreign Policy e di The Conversation – descrivono la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni come la leader europea che più si è proposta come “ponte” tra l’Unione Europea, l’amministrazione Trump e lo stesso Musk, con cui intrattiene un rapporto personale che risale al 2023 e che è stato più volte oggetto di scrutinio politico, anche per il progetto di accordo Starlink con il governo italiano. Un ruolo geopolitico che rischia di tradursi in una legittimazione istituzionale delle operazioni manipolatorie del miliardario sul suolo europeo, proprio mentre altre capitali europee – Berlino, Parigi, Londra – accusano apertamente Musk di ingerenza politica.

La lezione di Belfast

Le fiamme di Belfast non sono state un problema di ordine pubblico locale. Sono il sintomo di una malattia globale che sta trasformando il Regno Unito in una piastrina di Petri per le sue sperimentazioni più pericolose: l’infrastruttura del dibattito pubblico democratico è stata dirottata per servire gli interessi ideologici di un singolo individuo, e nessuna authority nazionale ha ancora trovato gli strumenti – o la volontà politica – per porvi rimedio.

Le indagini mostrano che X non ha subito alcuna azione legale concreta da parte del governo britannico per i post che incitavano alla violenza: il Regno Unito ha scelto di rimandare ogni intervento a Ofcom, per un periodo di almeno due mesi, mentre le modifiche all’Online Safety Act che dovrebbero imporre rimozioni più rapide dei contenuti in tempo di crisi non entreranno in vigore prima di metà luglio. Il boicottaggio spontaneo della società civile è un segnale importante, non una soluzione.


Trump, i giudici e gli equilibri della democrazia

I rilevamenti dei satelliti del servizio Copernicus attorno alla Sardegna: “Con la corrente fresca l’acqua calda provocherà forti piogge e grandinate” 

Di Alan Friedman, La Stampa

Ci sono giorni in cui una Corte Suprema decide delle cause. E ci sono giorni in cui riscrive gli equilibri di una democrazia. Ieri è stato uno di quei giorni. Nel giro di poche ore, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha emesso quattro decisioni destinate a lasciare un segno profondo. Tre rappresentano una netta sconfitta per Donald Trump. La quarta è invece una vittoria storica per la sua idea di presidenza: un potere esecutivo sempre meno limitato dai tradizionali contrappesi costituzionali.

È un paradosso solo apparente. Perché le due cose possono convivere.

La prima decisione riguarda E. Jean Carroll, la giornalista che ha accusato Trump di averla stuprato nel camerino dei grandi magazzini Bergdorf Goodman di New York, a metà degli anni Novanta. Trump ha sempre negato tutto, definendola una bugiarda e trasformandola per anni nel bersaglio di continui attacchi personali.

Una giuria federale civile, il 9 maggio 2023, ha invece stabilito che Trump è civilmente responsabile per abuso sessuale e diffamazione, condannandolo a pagare cinque milioni di dollari. Il 30 dicembre 2024 la Corte d’Appello del Secondo Circuito ha confermato integralmente quella sentenza. Trump si è quindi rivolto alla Corte Suprema.

Ieri i giudici hanno rifiutato perfino di esaminare il suo ricorso.

Può sembrare un dettaglio procedurale. Non lo è. Significa che la sentenza del 2023 diventa definitiva. Trump resta legalmente responsabile dell’abuso sessuale e della diffamazione di Carroll e dovrà pagare i cinque milioni di dollari stabiliti dalla giuria.

La seconda decisione è ancora più importante perché riguarda il cuore stesso della democrazia americana.

Dalla sconfitta del 2020 Trump ha trasformato il voto per corrispondenza in uno dei bersagli principali della sua strategia politica. Lui e il Partito Repubblicano hanno cercato ripetutamente di impedire il conteggio delle schede arrivate dopo l’Election Day, anche quando erano state spedite entro i termini previsti dalla legge.

L’obiettivo politico è evidente: restringere l’accesso al voto in categorie di elettori che utilizzano più frequentemente il voto postale, dagli anziani ai militari all’estero, fino a molti elettori democratici.

Ieri la Corte Suprema ha respinto questo tentativo, confermando che gli Stati possono continuare a conteggiare le schede spedite in tempo anche se recapitate qualche giorno dopo.

È una decisione fondamentale. Le democrazie sopravvivono solo se le regole del gioco non vengono cambiate mentre la partita è in corso.

Anche la terza sentenza rappresenta un limite imposto a Trump, sebbene abbia ricevuto meno attenzione.

I giudici hanno impedito al Presidente di licenziare Lisa Cook, membro del Board della Federal Reserve. Può sembrare una questione tecnica. In realtà riguarda uno dei pilastri dell’economia mondiale.

La credibilità della Federal Reserve dipende dalla sua indipendenza dal potere politico. Se ogni presidente potesse sostituire i governatori della banca centrale perché non condivide le loro decisioni sui tassi d’interesse, la politica monetaria diventerebbe inevitabilmente uno strumento elettorale.

Difendendo Lisa Cook, la Corte ha difeso l’indipendenza della banca centrale americana e, indirettamente, la fiducia internazionale nel dollaro.

Poi è arrivata la quarta sentenza. Ed è qui che il quadro cambia radicalmente.

Con la sentenza Trump contro Slaughter, la Corte Suprema ha rovesciato quasi novant’anni di giurisprudenza, attribuendo al Presidente un potere molto più ampio di rimuovere i commissari della Federal Trade Commission, la FTC.

Per molti lettori italiani la FTC dice poco. Negli Stati Uniti, invece, è una delle autorità indipendenti più importanti. Vigila sulla concorrenza, combatte i monopoli, blocca fusioni che possono alterare il mercato, tutela i consumatori e controlla gli abusi delle grandi multinazionali. Il Congresso l’aveva voluta indipendente proprio perché potesse prendere decisioni senza subire le pressioni della politica.

Per quasi un secolo nessun presidente ha potuto licenziare i suoi commissari semplicemente perché non ne condivideva le scelte o desiderava sostituirli con persone più fedeli. Non era un dettaglio burocratico. Era uno dei contrappesi costruiti dalla Costituzione americana per evitare un’eccessiva concentrazione del potere esecutivo.

Da ieri questo equilibrio è cambiato.

Il rischio è evidente. Quando un’autorità indipendente diventa politicamente dipendente dalla Casa Bianca, aumenta inevitabilmente la tentazione di essere più indulgenti con gli amici e più severi con gli avversari.

Per questo la sentenza va ben oltre il destino della Federal Trade Commission. Segna un nuovo trasferimento di potere dal Congresso alla Presidenza e indebolisce uno dei pilastri del sistema americano dei checks and balances.

E non si tratta di un episodio isolato.

Negli ultimi anni la Corte Suprema ha progressivamente spostato il baricentro costituzionale verso la Casa Bianca. Nel giugno 2022 ha cancellato mezzo secolo di tutela costituzionale del diritto all’aborto.Nel luglio 2024 ha stabilito che un presidente gode di un’ampia immunità penale per gli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni, rendendo molto più difficile chiamarlo a rispondere davanti alla giustizia.

Ci sono state anche eccezioni. Solo pochi mesi fa la stessa Corte ha inflitto a Trump una significativa sconfitta, stabilendo che il Presidente non può imporre dazi generalizzati invocando semplicemente i poteri d’emergenza. È stato un richiamo a uno dei principi più antichi della Costituzione: il potere di imporre tasse e dazi appartiene innanzitutto al Congresso.

Ed è proprio questo a rendere così significativa la giornata di ieri.

Tre volte la Corte Suprema ha funzionato come argine: ha difeso lo Stato di diritto nel caso Carroll, ha protetto l’integrità delle regole elettorali e ha preservato l’indipendenza della Federal Reserve. Ma, nello stesso pomeriggio, ha anche indebolito uno dei più importanti limiti costituzionali al potere del Presidente.

Le due cose si contraddicono, ma raccontano bene l’America di oggi.

A mio giudizio, la Corte Suprema non è più quell’arbitro indipendente che per decenni ha rappresentato il punto di equilibrio del sistema costituzionale americano. Troppe decisioni vanno nella stessa direzione: una Presidenza più forte, un Congresso più debole, meno vincoli all’esercizio del potere esecutivo.

Eppure la giornata di ieri ci ricorda anche un’altra verità. Perfino questa Corte, con una solida maggioranza conservatrice, continua talvolta a dire no a Donald Trump. Esistono ancora limiti che nemmeno lui riesce sempre a superare.

Ma il verdetto più importante deve ancora arrivare.

Prima della pausa estiva, la Corte è chiamata a pronunciarsi sul caso più esplosivo dell’intero mandato: l’ordine esecutivo con cui Trump vuole limitare il principio dello ius soli, garantito dal XIV Emendamento della Costituzione dal 1868. La domanda è semplice solo in apparenza: un Presidente può restringere con un proprio decreto un diritto costituzionale che dura da oltre un secolo e mezzo?

La risposta riguarderà molto più dell’immigrazione perché dirà agli americani e al resto del mondo se il Presidente degli Stati Uniti può riscrivere, da solo, il significato della Costituzione oppure se esistono ancora limiti invalicabili al suo potere.

Dopo le decisioni di ieri, questa non è più una disputa giuridica. È la domanda costituzionale più importante della presidenza Trump. E forse il banco di prova decisivo per il futuro della democrazia americana


L’analista Bianco: “Per l’Europa è l’ultima occasione di salvare la libertà a Hormuz”

I rilevamenti dei satelliti del servizio Copernicus attorno alla Sardegna: “Con la corrente fresca l’acqua calda provocherà forti piogge e grandinate” 

Di Gabriella Colarusso, La Repubblica

Nello stretto di Hormuz l’Europa si gioca l’ultima occasione per difendere la globalizzazione e “l’idea che ci sia un commercio globale fondato sul libero passaggio dagli stretti”, dice Cinzia Bianco, analista dello European Council on Foreign Relations e una dei maggior esperti internazionali di paesi del Golfo.

Pedaggio si, pedaggio no: a che gioco gioca l’Oman?

Gli omaniti sostengono di essere gli unici in grado di portare l’Iran da posizioni completamente irragionevoli a posizioni mediamente ragionevoli, accettabili dalla comunità internazionale, che non prevedono un pedaggio vero e proprio, ma il pagamento di un contributo volontario in cambio di alcuni servizi, in particolare legati alla protezione ambientale. Qualcosa di simile si svolge nello stretto di Malacca.

E gli europei cosa ne pensano?

Molti attori regionali e internazionali, inclusa la Francia, ritengono che soddisfi troppo le richieste iraniane, che poco hanno a che fare con la questione finanziaria e molto con la volontà di creare uno strumento che istituzionalizza il controllo iraniano sullo stretto di Hormuz.

Il punto non sono i soldi?

Il punto è che l’Iran avrebbe così una posizione diversa rispetto agli altri stati costieri. L’accusa è che l’Iran utilizzi l’Oman come cavallo di Troia per far passare questa cosa, perché Muscat è membro di organizzazioni internazionali della marittima.

Cosa pensano gli altri paesi del Golfo?

Gli Emirati rigettano del tutto l’idea che bisogna dare delle concessioni all’Iran e che la questione Hormuz debba essere gestita dal Consiglio di sicurezza dell’ONU con una risoluzione che ne garantisca il passaggio libero. Il Qatar ha una posizione più di compromesso: se è vero che c’è questa nuova realtà nella regione, quello che possiamo fare è costruire una gestione congiunta, i soldi che vengono raccolti vanno in un fondo regionale a cui possono attingere tutti i paesi del Golfo.

La Francia ha annunciato l’avviso di una operazione di co-sminamento con l’Oman: cosa significa questo?

E’ l’ultima occasione per la comunità internazionale di esprimere una posizione su Hormuz e non lasciarlo completamente a una gestione regionale. La coalizione a guida francese è l’ultimo spauracchio a difesa dell’idea che ci sia un commercio globale che si fonda sul libero passaggio dagli stretti internazionali, che non sono parte dei conflitti militari ma un bene comune. Il punto non è più Hormuz ma diventano Suez, Malacca, lo stretto del Mar della Cina, è un precedente geopolitico. La Francia è l’ultimo baluardo della soluzione internazionale, se fallisce, la soluzione regionale è di fatto un’egemonia iraniana un po’ stemperata. Per questo la Francia ha fatto l’accordo sullo sminamento, per sottrarre agli iraniani la scusa che servono i soldi per sminare.

L’Oman, su spinta americana, ha tentato di aprire una rotta alternativa a quella controllata dai Pasdaran. Non è finita bene.

Credo volessero dimostrare che non avrebbe funzionato, e infatti gli Iraniani la hanno subito bombardata.

Perché Muscat non ostacola i piani iraniani?

Perché andrebbe contro decenni della sua stessa storia e perché dovrebbe farlo con la sicurezza di avere le spalle protette.

Dagli americani?

Figuriamoci, erano pieni di basi militari nel Golfo che sono state bombardate da più di 3.000 missili, non sono più credibili.

E la Cina che dello stretto è grande utilizzatrice?

Ha dimostrato per l’ennesima volta di essere una potenza non potenza, refrattaria a qualsiasi responsabilità sulla sicurezza internazionale, che quando il gioco si fa duro se ne sta a casa sua, soprattutto quando ci stanno perdendo gli americani.

Un cambio di status a Hormuz però potrebbe avere un effetto domino anche su altri stretti che la Cina utilizza.

A loro converrebbe perché sarebbero loro i bulli in quel caso, non sarebbero certo le Filippine ad alzare la voce contro la Cina nello stretto di Malacca.

I sauditi che posizione hanno?

La speranza è che la comunità internazionale riesca in qualche modo a reimporre il libero passaggio nello stretto, ma c’è preoccupazione che invece si andrà a creare una situazione di fatto in cui ci saranno amare pillole da invogliare.


Il grande caldo, perché il negazionismo alimenta la crisi climatica

I rilevamenti dei satelliti del servizio Copernicus attorno alla Sardegna: “Con la corrente fresca l’acqua calda provocherà forti piogge e grandinate” 

Di Mario Tozzi, La Stampa

Non so cosa si aspettassero quelli che «il clima è sempre cambiato» più di quanto sta accadendo adesso sul continente europeo: forse vedere scendere i cavalieri dell’apocalisse fra piogge di sangue o gli sciami di locuste. Quello che è certo è che un’ondata di calore di queste proporzioni e durata non si era ancora mai registrata. Si tratta di un fenomeno meteorologico che sta diventando sempre più frequente e profondo nell’ultimo periodo, anche se ancora qualche eco di quelle del passato riecheggia; ma le temperature registrate oggi sono decisamente straordinarie e persistenti. Il World Weather Attribution (WWA) fa notare che le attuali ondate di calore europee vengono peggiorate dal riscaldamento globale: simili ondate di calore nel giugno di 50 anni fa sarebbero state di 3,6°C più fresche. Dunque non è vero che si siano già registrati fenomeni simili, mentre è vero che ci avviciniamo al redde rationem climatico che, comunque, ci interesserà tutti.

Le ondate di calore sono una delle conseguenze della crisi climatica insieme con le perturbazioni a carattere violento, anche esse in incremento: più energia termica in atmosfera e negli oceani, più evaporazione, più vapore d’acqua, dunque più fenomeni estremi. Ma, d’altro canto, aggravano la crisi climatica stessa, rafforzandone la potenza. Un circolo vizioso di cui non sentivamo alcun bisogno. Gli effetti sono sotto gi occhi di tutti, fino alle conseguenze estreme, ed erano già stati paventati correttamente dal VI Report IPCC nel 2023. La crisi climatica ha preso un’accelerazione disperata e minaccia il benessere dei sapiens della parte fortunata del mondo e le vite di quelli della parte sfortunata, oltretutto spingendo questi ultimi a migrare in massa. Niente ecatombi, niente fine del mondo, ma inceppo nelle convivenze sociali e crisi nera per tutti gli altri viventi non umani, che dimentichiamo sempre, ma di cui abbiamo un gran bisogno.

Eppure alcuni sondaggi stimano che la preoccupazione per gli effetti del riscaldamento globale è diminuita fino a passare sotto il 50% degli intervistati: ma come, proprio oggi che si vedono gli artigli della crisi, noi la sottovalutiamo? Io lo trovo perfettamente logico e figlio del clima politico e sociale che si sta respirando in questi ultimi anni. L’aggressiva presa di potere delle destre sovraniste e ultraliberiste gioca proprio sulle paure le sue carte migliori e dove non sono i migranti (per altro legati alla crisi climatica), allora è il clima stesso e dove il nemico non è più il comunismo, ecco che conviene prendersela con l’ambientalismo. Vuoi continuare a fare affari as usual, ma sei impaurito dalle regole che si dovrebbero imporre al libero mercato per non arrostire? Basta negare che ci sia una crisi climatica e via a sostenere che il clima è sempre cambiato e che quando eravamo piccoli faceva pure più caldo. Vuoi continuare a lucrare profitti enormi dagli idrocarburi e dal carbone? Basta accusare gli scienziati, che suggeriscono di lasciare sotto terra il 90% del carbone e il 60% del gas e del petrolio (per non vedere salire oltre 1,5°C la temperatura), di essere al soldo dei poteri forti della Green Economy. E così via negando.

Ma la radice negaiola è sempre quella: sono gli stessi mercanti di dubbi un tanto al chilo che negli anni ’70 del XX secolo sostenevano che sì, il fumo farà pure venire il cancro, ma allora la fabbrica dove lavori? L’auto che guidi? La città in cui vivi? Tutte cose vere, ma che nulla c’entravano con il cancro generato dalle sigarette. Sono quelli che hanno sostenuto che non era accertato che le piogge acide fossero causate dallo zolfo dei carboni delle centrali elettriche, pur di non installare quei costosi desolforatori che, una volta allocati, le hanno fatte cessare. Sono gli stessi che, «per carità, non vorremmo mica vietare i CFC solo perché lacerano lo strato di ozono», e hanno così ritardato la loro messa al bando di una quindicina d’anni, nonostante il Nobel per la chimica e gli scienziati avessero scoperto che dipendeva proprio da quei prodotti.

Alla base della negazione della crisi climatica e del ruolo dei sapiens c’è l’idea che non si debbano porre limiti al mercato, che non ci vogliano più regole, ma semmai meno. C’è la massimizzazione dei profitti eletta a religione e alla quale si deve sacrificare anche il bene comune. Ma il punto non è nemmeno questo: liberi sono gli uomini del mondo di farsi governare dai negaioli di turno e di cercare scorciatoie intellettuali pur di non assumersi nessuna responsabilità. Ciò che è intollerabile è la negazione del principio fisico: sarebbe molto più onesto dire che gli scienziati hanno ragione e la situazione preoccupa, ma non si ha nessuna intenzione di assumersi la responsabilità di cambiamenti di abitudini e perdite di posizione. Lo si dica chiaramente: gli specialisti hanno ragione, ma a noi interessano i profitti e le economie, per cui non faremo nulla di quanto suggeriscono gli scienziati, affidandosi, nel migliore dei casi, a una ipertecnologia futuribile che ci libererà dalla CO2, ma della quale non si vede all’orizzonte alcuna traccia.


Una spiacevole notizia

I rilevamenti dei satelliti del servizio Copernicus attorno alla Sardegna: “Con la corrente fresca l’acqua calda provocherà forti piogge e grandinate” 

La novità politica della settimana, si sa, è la decisione presa dall’uddicì di non riproporre una lista unica con la Lega per il Consiglio di Stato alle elezioni cantonali 2027: decisione non di poco conto,  che scompiglierà le carte politiche non solo all’interno della destra, ma anche negli altri partiti, e che terrà banco fino al prossimo mese di aprile, quando si andrà a votare per il rinnovo dell’esecutivo ticinese. Ricordo che la lista comune Lega-UDC per il Consiglio di Stato risale alle elezioni cantonali del 2019, e che l’alleanza elettorale tra i due partiti data dalle elezioni federali del 2003.

Pietra d’inciampo è la quasi certa ricandidatura dell’uscente consigliere di stato leghista Claudio Zali, considerato dal presidente dell’UDC Marchesi e compagnia un po’ «troppo verde», e più amico dei lupi che dei «nulli» gran consiglieri uddicì (cit.). Il Nano avrebbe detto: El bell l’è anmò da vegnì. È probabile che la direzione dell’ex partito agrario abbia incaricato qualche ‘politologo’ di analizzare – ovviamente dal suo osservatorio – l’esito delle votazioni comunali, cantonali e nazionali dell’ultimo quinquennio, e abbia capito che facilmente supererà la Lega e di conseguenza avrà il suo consigliere di stato (Marchesi o Chiesa non si sa). Tutto ciò in barba ai possibili risultati che una destra unita possa ottenere, cioè la conferma dei due consiglieri di stato. Ma si sa, il Ticino è un cantone fortemente egotico e dunque poco importa il bene degli altri: importa solo il proprio.

Oggi, giorno in cui scrivo queste righe, è un’ afosa domenica, e ingenuamente mi chiedo: chissà come il signor direttore, nonché municipale e consigliere nazionale leghista Lorenzo Quadri, avrà commentato la sorprendente (fino a un certo punto) rottura nella destra, che – come detto – per i due partiti avrà una serie importante di conseguenze nazionali e comunali?  Nemm a vedee.

A pag. 3 leggo il titolo: «Spiace per la mancata lista unica  – Ai cittadini non interessano gli asili Mariuccia. Contano i temi ed i risultati». Il dispiacere leghista viene “spiegato” in una sola mezza pagina, a fronte delle paginate dedicate ai danni negli alloggi affittati a rifugiati,  alle abituali sparate contro gli immigrati – che perlopiù saranno dei delinquenti e che quando si ammalano (ma guarda un po’) vanno dal medico – e ai sinistrosi considerati degli «utili idioti» degli islamisti.

Una povera, magra riflessione (lo dico per eleganza) nemmeno firmata da Lui, dal direttore Quadri, ma da un sedicente MDD (che sia un parente di Cip&Ciop?); una notizia partiticamente importante e gravida di non poche conseguenze politiche per tutta l’area della destra cantonale, miseramente ridimensionata e commentata anonimamente dal settimanale politico di destra. Ci sarebbe da rimanere basiti, se il periodico in questione non fosse, appunto, «Il Mattino della Domenica». Si potrebbe poi facilmente chiosare che i maestri e le maestre dell’asilo Mariuccia sono proprio loro, probabili protagonisti di risultati negativi, negativi anche per i loro elettori, che improvvisamente dovranno abbandonare la casa unica per ritornare faticosamente all’ovile.

La rottura nella destra offre però agli altri partiti la possibilità di far meglio del passato, a patto che si lavori per il bene del Paese e non per titillare il proprio ombelico.

Volendo concludere e trovare un motivo che possa  giustificare l’imboscarsi del soldato L. Q.,  direttore – municipale – consigliere nazionale che vien da Corticiasca, debbo necessariamente rischiare e spingermi nelle profondità del Ridicolo: per Lui, e non diversamente da molti altri, importa salvare la ‘cadrega’, anzi: le ‘cadreghe’. Meglio allora firmare l’articolessa «Su via Nano Bignasca a Lugano non si molla» e continuare con belle speranze la rubrica «Posteggi azzurri abusivi».

Tutte cose che danno maggiori frutti.