Inevitabile chiederselo, tanto nel libro di Camus quanto nella versione cinematografica prossimamente nelle sale
Titolo del romanzo e del film sono identici: Lo straniero (L’étranger). A scrivere il primo, Albert Camus (1913-1960), immenso autore francese, nato nell’Algeria francese. Con quest’opera, del 1942, firmava il suo primo romanzo, seguito nel 1947 da un altro capolavoro, La peste e, nel 1957, e dal Premio Nobel per la letteratura. L’edizione italiana più recente è pubblicata da Bompiani con traduzione eccellente di Sergio Claudio Perroni e prefazione di Roberto Saviano.
Ne Lo straniero, scritto in prima persona, viene raccontata l’esistenza di un uomo senza guizzi né cadute: era stato, per qualche tempo, a Parigi, metropoli di riferimento e approdo del vecchio impero coloniale, con qualche vaga e delusa ambizione di carriera. Ora – siamo nella seconda metà degli anni ’30 – è un modesto impiegato: trascina i giorni, anzi ne è trascinato, pervaso da una stanchezza sempre più pronunciata, cronica, che lo rende indifferente e apatico a quanto gli accade tutt’attorno: straniero a se stesso, straniero a ciò che lo circonda.
Arthur Meursault (notate, nel suono del cognome, l’accenno alla morte), subisce, o quantomeno non fa nulla per contrastare il mondo esterno. Non mostra emozioni, non versa una lacrima seduto davanti alla bara dell’anziana madre morta il giorno prima, incontra una ragazza che frequenta con un certo interesse, ma senza alcun coinvolgimento sentimental-emotivo, uccide infine un arabo su un’assolata spiaggia alle porte di Algeri, apparentemente senza motivo. Viene processato e condannato a morte, non segue i suggerimenti dell’avvocato d’ufficio che gli avrebbero salvato la vita, accetta la sentenza, mantiene da tutto e tutti una distanza di sicurezza. Non è un eremita, si muove tra altra gente, ma i contatti sono sempre superficiali, circoscritti, limitati all’essenziale: buongiorno, grazie, prego. I rari sorrisi che vediamo nel film sono forzati, pura cortesia. È incapace di simulare emozioni che non prova, incapace di fingere rispettando convenzioni sociali che ritiene incomprensibili e assurde. Nessuno riesce a oltrepassarne la corteccia difensiva e le invisibili barricate difensive che erige tra sé e gli altri. Il momento più alto è nel drammatico confronto con il cappellano del carcere che tenta disperatamente di offrire a Meursault una prospettiva, un senso, una chiave per uscire dalla sua apatia e dare un significato a quanto succede.
Meursault – scrive Alessandro Piperno (Corriere della Sera, 22 novembre 2020): “conosce la vita, e sa che essa alterna noie estenuanti a fugaci voluttà”.
Camus stesso pensò, nei primi anni ’50, di fare del suo libro un film: ipotizzati il regista, Jean Renoir, e i possibili interpreti, Gérard Philipe o Tony Curtis. Anche Ingmar Bergman aveva messo un occhio sul romanzo, ma entrambi i progetti fallirono durante la trattativa per i diritti. Che acquisì, alla fine, Dino De Laurentiis, il quale contattò invano Mauro Bolognini, Joseph Losey e Richard Brooks prima di approdare a Luchino Visconti.
Dopo una travagliata preparazione, protrattasi per circa 3 anni, Visconti firma la sua versione nel 1967. Non è tra le sue opere più riuscite: la sceneggiatura iniziale, scritta insieme a Suso Cecchi D’Amico, si prendeva delle libertà che non piacquero alla vedova di Camus, e portò a successivi adattamenti.
Ora, da questo romanzo-calamita, a quasi 60 anni di distanza, è stato tratto un nuovo film che sarà nelle sale della Svizzera italiana a inizio aprile. Presentato (in prima visione e in gara) alla Mostra di Venezia 2025, ne è regista il prolifico – già 24 film alle spalle – François Ozon: garanzia di qualità, estrema cura formale, autore molto apprezzato dal pubblico, meno dalle giurie dei festival, che sino ad oggi non gli hanno assegnato i premi più importanti. Attore protagonista è Benjamin Voisin (1996), che qui dà di sé una prova maiuscola.
Questo adattamento di Lo straniero ha, come detto, un precedente illustre in Visconti che, per interpretare il protagonista, ha chiamato Marcello Mastoianni. Entrambi i film sono fedelissimi al romanzo: Ozon insiste forse eccessivamente sulla storia tra Meursault e Marie (Rebecca Marder); a tratti spira un’aria un po’ mélo. In entrambi sono evidenti il rispetto per il testo di Camus, la cura nella scelta degli ambienti, la qualità dell’immagine (la fotografia del film di Visconti è di Giuseppe Rotunno). Ozon si distingue per la scelta – secondo me vincente, secondo altri furba e di maniera – di girare in bianco e nero. L’opzione contribuisce a rendere questa versione più emozionante. Girare in b/n è stato, per Ozon, anche un modo per contenere i costi di produzione. Lo stesso era stato chiesto anche a Visconti, che lo ricorda in una intervista dell’agosto-settembre 1965. Parlando di Le notti bianche (1957) e Vaghe stelle dell’Orsa (1965), realizzati appunto in b/n, Visconti afferma: “È prima di tutto una questione di produzione. Non potevamo disporre di un grosso budget; allora abbiamo deciso di fare il film in bianco e nero e io non mi sono opposto, non ho preteso il colore, forse perché pensavo che il bianco e nero fosse più adeguato a questo tipo di storia e di ambiente”. Ma subito dopo aggiunge: “Per il mio prossimo film, Lo straniero, dal romanzo di Camus, voglio il colore. Si tende a immaginare questo film in bianco e nero ma è un errore, perché è impossibile fare un film in Algeria senza pensare al colore. Non che sia necessario fare qualcosa di molto colorato, è evidente, ma è comunque necessario il colore, ne sono certo”.
La discussione è aperta: io sto con Ozon. Rivista la versione Visconti, il colore contribuisce all’illustrativo, al pittoresco, a discapito della profondità. Come scriveva Morando Morandini, grande critico cinematografico che, negli anni ’70, veniva al Liceo di Lugano a tenere memorabili corsi facoltativi di storia del cinema, “è il meno riuscito e il più opaco film di Visconti, che rincorre inutilmente una fedeltà illustrativa alla lettera di Camus, impotente a ricrearne lo spirito”.
Quanto agli interpreti, c’è chi ha definito Voisin fin troppo bello e perfetto per sembrare autentico: non sfigurerebbe su una rivista patinata. Anche qui il mio parere è opposto: il protagonista di Ozon supera di gran lunga Mastroianni che, del resto, non era stato la prima scelta di Visconti: il ruolo era stato proposto invano anche ad Alain Delon (che aveva diretto qualche anno prima in Rocco e i suoi fratelli), che mi immagino sarebbe risultato assai più convincente.
Chi andrà a vedere Ozon si riservi in agenda 2 ore ben spese: (ri)troverà un romanzo e un personaggio chiave della letteratura, grandi attori (anche le figure collaterali), immagini eleganti (di Manuel Dacosse) e perfettamente calibrate, un b/n in grado di ricostruire un’epoca (bella la trovata di usare vecchi spezzoni del Cinegiornale che aprono il film), ma anche una vicenda paradigmatica che continua ad essere pilastro assoluto. L’uomo di fronte allo smarrimento, alla mancanza di senso, alle domande senza risposta. L’uomo che, consapevole del fatto che risposte certe non ve ne sono, sceglie l’indifferenza e l’atarassia: invece di provare a vivere, si lascia vivere, lascia che ad orchestrare questa parentesi sia il caso.
- Il testo integrale de “Lo straniero”
Nell’immagine: Benjamin Voisin, il Meursault di Ozon