Il nemico numero due dell’Europa è questa Amministrazione americana. Sui dazi dobbiamo dimostrare che ha più da perdere che da guadagnare
Di Stefano Stefanini, La Stampa
Alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, JD Vance ha omesso un piccolo particolare. Fra i nemici dell’Europa – abbandono dei valori, seguito da Russia e Cina – non ha annoverato la seconda amministrazione Trump negli Stati Uniti della quale è il numero due. I messaggi di Washington non lasciano il minimo dubbio sull’avversione che Donald Trump e collaboratori, in veste ufficiale (vedi Pete Hegseth) o ibrida (vedi Elon Musk), nutrono per l’Europa. E sulla volontà di punirla. Per loro, l’essere stati alleati per 76 anni, l’aver vinto insieme – grazie ai valori – la guerra fredda, i sacrifici fatti insieme agli americani in Iraq e in Afghanistan, in tanti altri teatri dove siamo andati insieme, non contano nulla.
Trump vuole un’Europa affine al suo Maga (Make America Great Again) e, possibilmente, divisa. Lo scontro transatlantico non investe soltanto il commercio, dove sarà durissimo ma si può fronteggiare con reciprocità d’armi, non si limita alla giusta richiesta americana di assumerci più costi finanziari e responsabilità strategiche per la difesa, ma invade il terreno delle nostre politiche interne. Per Trump, siamo sì un rivale commerciale e un partner fiacco nella sicurezza, ma soprattutto un avversario ideologico.
Di conseguenza, l’attacco frontale alle nostre democrazie e istituzioni, Unione europea in testa. JD Vance l’ha condotto abilmente. Si è erto a paladino della libertà di espressione, con una speciosa aneddotica che la dimostrerebbe sotto minaccia in Europa. E con la faccia tosta di accusare l’Europa di «tradimento dei valori comuni» mentre il suo Presidente firma una raffica di ordini esecutivi anticostituzionali, Elon Musk licenzia di punto in bianco decine di migliaia di professionisti del settore pubblico, il segretario di Stato, Marco Rubio lascia che la liquidazione di Usaid – che, da Senatore, aveva lodato come colonna del soft power americano nel mondo – tronchi all’improvviso programmi dai quali dipende la sopravvivenza e la salute di centinaia di migliaia di africani. Peccato che nessuno abbia avuto modo di chiedergli: quali valori? Chi li tradisce?
D Vance non ha sfiorato la sicurezza internazionale, tema della conferenza. A trovare una soluzione «ragionevole» del conflitto Ucraina-Russia ci stiamo pensando noi, ha detto – sottinteso, non abbiamo bisogno della partecipazione di altri al negoziato: l’inviato speciale Usa per l’Ucraina, Keith Kellogg ha poco dopo confermato che il coinvolgimento europeo non è «realistico». Sul quanto ragionevole, la conferenza è rimasta a bocca asciutta. Qualche dubbio deve averlo Volodymyr Zelensky. Il Presidente ucraino ha lasciato Monaco senza firmare l’accordo sulla cessione di terre rare ucraine agli Usa in corrispettivo dell’assistenza militare americana. Con Donald Trump tutto è contratto. Meglio rileggersi con calma tutte le clausole.
Nel suo straordinario discorso, il Vicepresidente americano, bontà sua, si è dunque preoccupato solo della nostra sicurezza – degli europei che appartenendo alla Nato e all’Ue sono protetti dall’esterno. A suo dire, viene meno causa la censura dei «punti di vista alternativi che, Dio non voglia, potrebbero persino vincere un’elezione». Veramente la negazione della vittoria elettorale “alternativa” (Biden nel 2020) è atto di fede obbligatorio nell’amministrazione Trump. Sorvoliamo. Vance è incredibilmente entrato a gamba tesa nelle politiche interne europee, in piena campagna elettorale tedesca, con l’appello a non porre barriere ostracizzanti nel dopo voto. Non ha nominato nessun partito, ma il riferimento ad Alternative für Deutschland (Afd) era implicito. Del resto, egli ha subito dopo incontrato la leader Alice Weidel. Puntuale e forte la risposta del ministro tedesco della Difesa, Boris Pistorius. Un’interferenza elettorale così sfacciata non si è mai vista. In guerra fredda, le campagne americane contro i partiti comunisti erano molto più discrete.
Per Donald Trump un discorso «brillante», che gli risultava ben ricevuto. Da chi? La sala era ammutolita. L’avallo presidenziale ne fa ora il manifesto della politica americana verso l’Europa. Ne emerge un disegno teso a influenzare pesantemente gli equilibri interni europei a favore dei partiti e movimenti sovranisti – identificabili grosso modo con i partecipanti alla riunione Mega (Make Europe Great Again) di Madrid – e, così facendo, dividere e scardinare l’Ue considerata ostacolo ideologico e istituzionale da piegare. Sapremo reagire e come? Bruxelles deve rimboccarsi le maniche sull’efficienza e tagliare radicalmente le procedure. Altrimenti l’Ue è un dinosauro. Oggi i leader si riuniscono a Parigi, su invito di Emanuele Macron, per parlare di Ucraina; in settimana Maroš Šefčovič, Commissario Ue per il Commercio, va a Washington per cercare di intavolare un negoziato sui dazi o mettere i paletti di una guerra commerciale Usa-Ue che noi non vogliamo. Per evitarla c’è un solo modo: far capire a Donald Trump che ha più da perdere che da guadagnare. Unica lingua che capisce. Lui, la guerra ce l’ha già dichiarata.
Nell’immagine: disprezzo