Dov'è finita la lettera?
Si fermò e respirò a fondo. Era mercoledì pomeriggio: mancavano quattro giorni all’appuntamento con il medico e due alla tradizionale festa che davano per celebrare l’inizio dell’estate. Sua moglie era a un corso di yoga e aveva detto che sarebbe passata in lavanderia a ritirare una camicia, alla domestica era stata anticipata la giornata libera. Gli restava esattamente un’ora per trovare quella lettera e disintegrarla, una volta per tutte. Si guardò intorno nel suo lussuoso studio, il suo regno. Oltre la finestra aperta i rami degli alberi del parco fremevano per la brezza leggera. Due uccelli si richiamavano in lontananza con insistenza. Dove poteva avere messo quella lettera? Le pareti erano rivestite di librerie. Sotto la finestra un divano di cuoio sfondato recava l’impronta del corpo massiccio di Galvani. Sul suo antico tavolo da lavoro, disposto obliquamente al centro, troneggiavano due computer e il portatile che gli serviva durante i suoi numerosi viaggi all’estero. Davanti al maestoso camino un’immensa poltrona dava la schiena a chi entrava.
Galvani si mise a cavalcioni sul divano e frugò tra i grossi cuscini. Infilò la mano in un buco che aveva realizzato lui stesso, utilizzandolo come nascondiglio fino al giorno in cui aveva trovato la domestica intenta a passare lo straccio perfino negli anfratti del divano. Tastò speranzoso, ma la lettera non c’era. Si spostò verso gli scaffali, dove le sue mani vagarono alla cieca e invano dietro alle file di libri dei ripiani più bassi. Davanti al divano su un tavolino basso acquistato in India, giacevano pile di libri e riviste, ma lì la lettera non l’avrebbe lasciata di sicuro. Cercò di pensare all’oggetto più insospettabile dello studio, a qualcosa che non venisse spolverato, pulito e lucidato regolarmente. La sua proprietà veniva infatti scandagliata da cima a fondo, dentro e fuori, da due giardinieri, una domestica e una cuoca a metà tempo, oltre a una cameriera e a una specie di maggiordomo su chiamata quando davano una delle loro celebri feste.
Sentì la frenesìa familiare di quando il suo cervello si imbarcava in percorsi tutti suoi. Pensando alla sua casa la associò come sempre al valore che aveva, ai soldi che gli avrebbe fruttato, e di riflesso gli venne in mente la banca… Galvani era in preda all’angoscia: se la lettera non fosse stata dove pensava, non avrebbe più saputo dove cercarla. Nello studio c’era una mappetta che sua moglie non avrebbe mai aperto, e che la domestica spolverava in modo quasi distratto, al riparo da qualsiasi curiosità: conteneva la cartella dell’ipoteca della villa ottocentesca in cui vivevano da ormai quindici anni e per la quale si era quasi dissanguato (ma ne era valsa la pena, aveva acquisito uno status symbol che mai avrebbe osato sperare). La mappetta si trovava insieme ad altri tre classificatori contenenti progetti teatrali, incipit di saggi, versi sparsi… bozze accumulatesi negli anni e che non avrebbero visto la luce. I battiti del suo cuore si intensificarono e le mani cominciarono a tremargli. Aprì la mappetta e con un sospiro di sollievo trovò la grossa busta sigillata con il logo della banca. La strappò e fece cadere sul tavolo una busta più stretta e rettangolare, su cui esattamente vent’anni prima in inchiostro nero qualcuno aveva scritto «Al gentile Signor Galvani»

© 2017 Simona Sala
Illustrazioni di Franco Cavani