Il titolo
In fondo questo segreto è il mio secondo bambino, Professore. Per tutti questi anni mi sono crogiolata nel mio segreto innocente, peccaminoso perché lo portavo avanti all’insaputa di tutti, come una gravidanza, nascondendo così una parte importante della mia personalità.
Non appena mio marito usciva di casa, io mi precipitavo al tavolo della cucina a buttare giù le idee su un grosso quaderno. Non avevo fretta, non mi ero data un obiettivo, ma mi accorgevo che le ore volavano, che perdevo il senso del tempo. Il quaderno fu presto pieno e allora lo trascrissi, apportandovi molte modifiche e correzioni. Poi non lo toccai per un mese, lo nascosi in una valigia. Quando lo ripresi in mano finsi di non averlo mai letto. So di non peccare di modestia affermandolo, ma a rileggere quello che avevo scritto provai un’emozione profonda e autentica: mi piaceva! Ma soprattutto, avevo capito, con la lucidità del distacco, come sarei dovuta andare avanti.

Non avevamo un computer e io non volevo destare sospetti… avevo paura della reazione di mio marito, anche se era figlio di un lettore appassionato. Certamente mi capisce: avevo paura di farmi leggere da qualcuno, temevo di sentirmi denudata, e di rivelare qualcosa di sgradevole o disdicevole su di me. È difficile da spiegare a qualcuno lontano dalla letteratura, ma con lei mi sento rassicurata, compresa.
Il libro è cresciuto, poco a poco. Molto lentamente, a dire il vero, perché le mie giornate erano sempre piene di cose da fare, il lavoro, mio marito, la casa, poi João. Quando si desidera profondamente qualcosa però, il tempo lo si trova sempre. E per iniettare nella nostra vita una dose potentissima di vitalità basta veramente poco. I quaderni sono diventati dieci, quindici, e a quel punto mi sono decisa: abbiamo acquistato un computer e io ho cominciato a trascrivere.

Una notte mi rigiravo nel letto in preda a una sorta di euforia perché ero riuscita a ritagliarmi quasi tre giorni consecutivi per scrivere, quando ebbi una folgorazione. Davanti a me, (mi vergogno a doverlo ammettere, ma per me fu un’esperienza quasi mistica) vidi a caratteri a cubitali il titolo. Intuivo che il titolo avrebbe in qualche modo influenzato anche i capitoli futuri del libro – a quel punto circa a metà – ma ero sicura che mi avrebbe anche aiutato nella loro stesura. Il martirio di Filomena mi sembrava breve, completo e convincente. E invece magari ora lei sta sorridendo per la mia supponenza, che ai suoi occhi di ingenuo deve avere ben poco.
Comunque sia, da quella notte il titolo cominciò ad aleggiare sopra la mia testa mentre scrivevo, dando ora una direzione al racconto, ora un’altra. Se fino ad allora il processo di scrittura era stato spesso macchinoso e un poco contorto, a quel punto cominciò a diventare fluido. Così mi piace definirlo. Ha già sperimentato quella fluidità dell’arto scrivente, che è il prosieguo naturale di quella del cervello?

La prima volta che Galvani aveva letto la lettera gli era scappata una risata amara: nessuno aveva mai definito «fluida» la sua scrittura… D’altronde faceva bene attenzione a non misurarsi con altri che non fossero i giurati di qualche concorso letterario di provincia. Ne aveva vinti diversi, e anche se non gli era sembrato il caso di fare troppa pubblicità a scuola, qualcuno l’aveva saputo, e una volta all’albo dell’aula docenti era comparso un ritaglio di giornale in cui si parlava di lui. Nessuno però era venuto a complimentarsi.
Credo di avere parlato abbastanza. Il mio preambolo a questo punto avrà sicuramente superato la soglia della sua pazienza (comunque immensa, se mi ha letto fin qui), costringendomi ancora una volta a chinare il capo e chiedere scusa. Per me le occasioni di scambio con una persona attenta e intelligente, con i miei stessi interessi, sono molto rade, per cui forse ho esagerato, lasciandomi andare a tutta una serie di tediose considerazioni. Ma eccomi di nuovo intenta a giustificarmi…
Forse è meglio se giungo al sodo, caro Professore.
Dopo tutti questi anni, Il martirio di Filomena è finalmente giunto a termine, come avrà certamente capito al cospetto del manoscritto che allego a questa lettera. È lungo oltre settecento pagine che mi sono costate più fatica del parto di João… Io non sono più in grado di leggerlo, di capire se vale qualcosa, di giudicarlo. Ho dunque cominciato a pensare a chi mi avrebbe potuto aiutare. Ci ho pensato per mesi, senza osare chiedere consiglio a nessuno, anche perché ad oggi nessuno sa di questa mia passione.
Poi un giorno, mentre ero ferma a un semaforo, lei si è affiancato. Sulle prime non l’ho riconosciuta, anche perché porta i capelli più corti rispetto a cinque anni fa. Più tardi però ho capito chi era, e di colpo mi sono ritornati in mente anche i nostri incontri settimanali con João. Ho provato a ponderare questo mio gesto, la mia eventuale richiesta, cercando di analizzare la questione da tutti i punti di vista; se da una parte avevo già potuto contare una volta sul suo aiuto, e quindi la sapevo generosa, dall’altra non volevo assolutamente abusare della sua gentilezza e innata predisposizione al genere umano.

La mia fiducia nella sua persona e il rispetto che sempre porterò per lei hanno infine fatto pendere l’ago della bilancia dalla parte del coraggio.
Avrebbe voglia, Professor Galvani, di leggere il mio manoscritto per poi dirmi cosa ne pensa? Ho messo da parte una piccola somma, di cui però troverei poco elegante parlare prima ancora di avere trovato un accordo. Se lei dovesse accettare, avremo modo di discuterne di persona. Si prenda ovviamente tutto il tempo di cui ha bisogno, e se proprio dovessero esserci nella sua vita impedimenti tali da non permetterle di dedicare del tempo a questa lettura, capirò. In quel caso le chiederei gentilmente di indirizzarmi, con tutta la delicatezza del caso, a un collega che goda della sua fiducia.
Grazie, Professor Galvani,
per avere letto almeno questa lettera.
Oso sperare di incontrare la sua approvazione,
nella quale ripongo grande valore.
Con stima Sua Maria João.
© 2017 Simona Sala
Illustrazioni di Franco Cavani