Racconto d’agosto – Il martirio di Filomena (8)

Un travolgente fiume in piena 

Uno svolazzo partiva dalla «o» finale e si stiracchiava fino a raggiungere la «J», avvolgendola in un delicato petalo. Durante quei vent’anni Galvani aveva tenuto spesso tra le mani la lettera. Ogni volta sentiva chi era davvero, e stava male. Eppure, non si sottraeva a quella sensazione di disagio, che da qualche parte assumeva il sapore dell’espiazione e riusciva a cancellare i suoi sporadici sensi di colpa. Quando finiva di leggere riponeva la busta in un nuovo nascondiglio e riprendeva la sua vita spensierata e piena di agi.

Se davvero era malato (i segnali c’erano tutti), forse presto non avrebbe più avuto contezza di sé, e dunque avrebbe finito per smarrire la lettera. Era giunto inevitabilmente il momento di eliminarla. Galvani pensò che se avesse davvero saputo scrivere, la storia di quella missiva avrebbe potuto sicuramente trasformarsi in un bestseller.

Il martirio di Filomena era un vero mattone suddiviso in due fascicoli a spirale e Galvani non aveva pensato né di leggerlo, tantomeno di dare una risposta alla donna. Aveva appoggiato il manoscritto sul pavimento accanto al letto del suo vecchio appartamento e se ne era presto dimenticato, sommergendolo di abiti sporchi e riviste. Qualche settimana più tardi, era un venerdì, al ritorno dal lavoro dovette prendere una pasticca di paracetamolo perché si sentiva a pezzi. Si addormentò presto, avvolto in una grossa sciarpa di lana. Verso le dieci fu svegliato dallo squillo del telefono: era la moglie che doveva comunicargli delle questioni urgenti riguardanti dei documenti necessari per accelerare le pratiche del divorzio. Galvani conosceva la caparbietà della donna, per cui aveva acceso la luce, si era tirato su a fatica contro la testiera e aveva preso una penna.

Vagando con lo sguardo alla ricerca di una superficie su cui scrivere, l’occhio gli era caduto sul primo dei due fascicoli del Martirio di Filomena. Galvani prese appunti meccanicamente e in fretta a margine della prima pagina del manoscritto, non vedendo l’ora di rituffarsi sotto le coperte. Quando ebbe finito di dettargli la lista delle cose da fare, la moglie assunse come sempre un tono meno formale, e cominciò a lamentarsi di presunte angherie subite al lavoro. Galvani l’ascoltò distratto, scosso ogni tanto dalla testa ai piedi da un brivido che non lasciava presagire nulla di buono. Giocherellava con il fascicolo, aprendolo di tanto in tanto a caso. Quasi senza rendersene conto cominciò a scorrere le pagine, leggendo un frammento qua e là. Si stupì, tornò indietro, rilesse, saltò avanti (la moglie era ormai solo un brusìo lontano) mentre il cuore batteva sempre più velocemente, questa volta non per la febbre. Dopo avere appeso frettolosamente decise di ripartire dall’inizio, e cominciò così a leggere l’incipit meraviglioso del libro che avrebbe cambiato per sempre la sua vita.

Cinquantuno ore più tardi Galvani terminò il manoscritto e scoppiò in un pianto dirotto. Da quanto tempo non leggeva un’opera tanto sincera, pulita, ricca fino alla nausea e talmente ben scritta da creare una dipendenza immediata? E le risate, l’affezione cresciuta per certi protagonisti, il sentirli quasi parenti, se non addirittura amici? Galvani aveva riso, pianto, temuto, sperato e vissuto con loro, capendo già dopo poche righe di essere di fronte a un capolavoro che avrebbe sconquassato e messo sottosopra il mondo letterario come uno tsunami. E quella doveva essere un’opera prima? Quella della protagonista Filomena non era una vita, ma un travolgente fiume in piena, che oltre a un’acqua cristallina e pulita, limpida e dissetante, portava con sé anche detriti, mulinelli, gorghi… Galvani sentiva di amare Filomena, il suo cuore batteva per quella donna straordinaria e dolcissima, tenace e sfortunata, come se l’avesse conosciuta, come se fosse stata la madre dei figli che non aveva mai avuto. Avrebbe dato un braccio, una gamba o un rene per potere scrivere così: pur essendo un mediocre nella scrittura, sapeva riconoscere quella di valore, non era uno stupido.

Il tomo rimase per terra per settimane. Galvani sapeva che doveva una risposta alla donna, ma rimandava di giorno in giorno, roso dal tarlo di un’invidia sempre più difficile da gestire. Di notte dormiva male, rileggeva alcuni passaggi della lettera e poi riprendeva pagine intere del Martirio, godendone ogni volta come se fosse la prima e scoprendo aspetti sempre nuovi. Come era possibile scrivere così bene? Il manoscritto diventò il suo chiodo fisso, non se ne voleva più separare. O meglio, non lo voleva rendere a chi l’aveva scritto. Arrivò perfino a fare delle supposizioni, valutando ad esempio se fosse il caso di proporsi come agente della donna. Se già non aveva potuto possederla fisicamente, poteva almeno approfittarne economicamente…

Ma come a volte accade, il destino, per vie perverse, gli corse in soccorso. Un mattino prima di andare a lavorare si fermò in un bar per bersi un caffè e sfogliare il giornale, quando incappò in un trafiletto di cronaca che gli fece venire i brividi. In Portogallo un pauroso scontro tra un’auto e un camion aveva provocato la morte di donna residente in Svizzera. Galvani corse alla pagina degli annunci funebri e per poco non si strozzò quando si ritrovò a fissare il volto dell’autrice del Martirio in tutto il suo splendore. Il figlio João e il marito ne annunciavano il decesso, i funerali avrebbero avuto luogo in Portogallo. Galvani provò una sensazione di esultanza.

© 2017 Simona Sala
Illustrazioni di Franco Cavani