La tesi alternativa alla proposta dei divieti: la co-educazione (seconda parte)
(segue dalla prima parte)
Forse, la soluzione non consiste tanto nel procedere a divieti o a decisioni draconiane, quando ormai i buoi sono scappati dalla stalla o dal recinto (chissà perché reagiamo immancabilmente “a posteriori”, e un bel po’ dopo il manifestarsi di fenomeni psico-sociali assai importanti, sempre a rimorchio dei fatti e in ritardo!). Quanto piuttosto nell’avviare una riflessione seria e un dibattito approfondito sul possibile impiego delle tecnologie, dal punto di vista educativo, come contributo per la crescita e il potenziamento delle facoltà cognitive, sociali, etiche delle nuove generazioni. Viene qui ad affermarsi uno sguardo/discorso pedagogico, sempre ammesso sia ancora plausibile ricorrervi o farvi riferimento, nello ‘spirito del tempo’ attuale in cui a farla da padrone sembrano essere pareri, consigli, orientamenti indotti da influencer, opinion maker, coach di ogni tipo (da quelli “per dimagrire” o “per mantenersi in forma”, ai “life coach” che abbracciano addirittura la fenomenologia dell’intera sfera esistenziale).
Invece di adottare un approccio basato su divieti rigidi, a me sembra più utile promuovere un progetto pedagogico globale che coinvolga tutte le figure chiave nel processo educativo: genitori, figli, insegnanti, educatori, psicologi, pediatri, eccetera. Una simile impostazione dovrebbe puntare a sensibilizzare non solo i giovani, ma anche gli adulti, sull’importanza di un uso avvertito, creativo e critico degli strumenti informatici. L’educazione non deve riguardare solo la limitazione del tempo o la regolamentazione dei contenuti, ma anche lo sviluppo di competenze digitali, la capacità di far fronte ai rischi e la promozione di un uso positivo della tecnologia.
In sostanza, un patto comune di educazione digitale può fornire una risposta più duratura ed efficace rispetto ai semplici divieti. L’obiettivo sarebbe quello di formare cittadini digitalmente consapevoli, capaci di navigare nel cyberspazio con responsabilità e autonomia. Il tutto nell’auspicio di contribuire a creare una società più sana e attiva, anche nel mondo virtuale, senza che quest’ultimo diventi un universo totalizzante e sovraesposto, bensì coltivando parallelamente il gusto di immergersi attivamente e creativamente anche nell’ambiente reale circostante mediante attività conoscitive, ricreative e ludiche che abbiano il fulcro nella mobilitazione globale del corpo e delle facoltà psico-fisiche.
In simile prospettiva, sarebbe utile riscoprire apprendimenti, abilità, perizie da costruire e perfezionale nel proprio contesto ambientale e nella reale sfera socioculturale di appartenenza. Un valido esempio è costituito dai bambini colombiani – quattro fratelli appartenenti alla comunità indigena Huitoto: la più grande di tredici anni, gli altri di nove, quattro e il più piccolo di appena un anno – che per quaranta giorni hanno resistito nella fitta e pressoché impenetrabile giungla del Guaviare, nel sud della Colombia, riuscendo a sopravvivere all’incidente aereo che aveva provocato la morte della propria madre con cui viaggiavano. Sono sopravvissuti grazie agli insegnamenti della nonna Fatima, la quale, attingendo dalla tradizione del loro popolo, ha trasmesso alla nipote utili istruzioni e indicazioni per sostentarsi nella giungla, come la conoscenza delle piante e delle erbe commestibili e dei possibili rimedi per sostentarsi in quell’ambiente ostile (“La Repubblica”, 10 giugno 2023).
Questa vicenda, per fortuna coronata con un lieto fine, dimostra che la diversificazione di conoscenze, competenze, abilità, lingue/linguaggi per leggere e interpretare quanto ci circonda può costituire un valido patrimonio, una preziosa dote/dotazione per affrontare un mondo vieppiù complesso, al punto da rivelarsi in taluni casi addirittura un’assicurazione sulla vita, indispensabile per la stessa sopravvivenza.
Emerge pertanto la validità di intraprendere operazioni/iniziative volte a conciliare i dispositivi elettronici e le pratiche tecnologiche più avanzati, con altre attività che mettano in funzione il corpo, e da praticare in outdoor: nell’ambiente circostante, andando alla scoperta di esperienze, emozioni, paesaggi nuovi e arricchenti, al di là delle succulenti suggestioni della realtà aumentata delle TIC o degli ambienti fittizi dei videogiochi (per quanto essi possano senz’altro, a talune condizioni, contribuire allo sviluppo cognitivo e ad incentivare determinate capacità psico-sociali).
Peer Education: una soluzione dal basso per una maggiore consapevolezza
Un’alternativa che merita particolare attenzione alle proposte di divieti e restrizioni avanzate da Haidt, risiede nella Peer Education (PE): un approccio educativo basato sull’insegnamento tra pari, che si sta rivelando particolarmente efficace, non solo nel campo dei comportamenti a rischio praticati in contesti giovanili, ma anche per quanto attiene all’educazione digitale. Piuttosto che affidarsi a regole imposte dall’alto o a discorsi paternalistici che rischiano di avere poca presa sulla popolazione giovanile, la PE coinvolge gli stessi ragazzi come educatori e promotori di buone pratiche in diversi settori di vita che li coinvolgono.
L’idea centrale di questo approccio è che i giovani siano spesso più propensi ad ascoltare e seguire i consigli dei loro coetanei, piuttosto che quelli degli adulti, percepiti talvolta come distanti e poco al passo con i cambiamenti rapidi della realtà socioculturale di riferimento. Attraverso la PE, i ragazzi vengono formati per diventare educatori all’interno delle loro comunità, aiutando i loro pari a sviluppare una maggiore consapevolezza e responsabilità nell’ambito esistenziale preso in considerazione.
D’altro canto, occorre doverosamente precisare e sottolineare che non si tratta di mandare spontaneisticamente i ragazzi allo sbaraglio (della serie: “andate e fate … qualsiasi cosa va bene …”): coloro che assumessero il ruolo di Peer vanno debitamente accompagnati e formati all’assunzione di un tale importante ruolo animativo e mediativo, fornendo loro efficaci strumentazioni metodologiche per l’animazione e la gestione di gruppi attraverso tecniche e accorgimenti comunicativo-relazionali adatti alla bisogna.
La PE sembra funzionare per diversi motivi:
- Empatia e affinità generazionale: gli adolescenti possono condividere esperienze comuni con i loro coetanei e parlare lo stesso linguaggio, rendendo il processo educativo più naturale e meno formale.
- Modelli di comportamento positivi: quando i ragazzi vedono che anche loro amici o coetanei adottano comportamenti responsabili, sono più inclini a seguire questi esempi. I coetanei diventano modelli di riferimento, favorendo una cultura dell’autoregolamentazione.
- Coinvolgimento attivo: invece di essere passivi destinatari di regole imposte o calate dall’ “alto”, i giovani diventano protagonisti attivi della loro formazione, assumendo responsabilmente decisioni pertinenti e sviluppando un pensiero critico funzionali alla loro crescita.
Nel nostro contesto, la PE diventa Peer Media Education (PME), la quale, applicandosi al campo specifico qui preso in esame, non solo fornisce agli adolescenti strumenti pratici per affrontare i rischi di navigazione nelle reti telematiche, ma promuove altresì l’empowerment per orientarvisi e agirvi con perizia e sagacia (con particolare attenzione ai social media), favorendo la costruzione di una cittadinanza digitale attiva e cosciente dei risvolti etici.
Una proposta educativa integrata a livello intergenerazionale
L’inclusione della PME come parte di un progetto educativo integrato, in cui genitori, insegnanti, psicologi e altri professionisti collaborano con i giovani, potrebbe rappresentare una svolta importante. Questo approccio consente di superare la dicotomia tra ‘controllo’ e ‘libertà’, spostando il focus su un apprendimento condiviso, dal basso, che non solo rafforza la responsabilità individuale, ma promuove anche una consapevolezza collettiva sui rischi e le potenzialità dei dispositivi e delle pratiche tecnologici.
Se la PME si è dimostrata efficace per sensibilizzare i soggetti in età evolutiva all’uso responsabile delle tecnologie, lo stesso concetto e approccio può essere applicato agli adulti, in particolare ai genitori. Analogamente, dunque, gli adulti possono trarre beneficio da un processo educativo tra pari che li aiuti a gestire e comprendere meglio l’universo informatico, diventando modelli di riferimento più credibili agli occhi dei giovani.
La PME tra adulti potrebbe tradursi in un’ottica di auto-mutuo aiuto, in cui i genitori, così come insegnanti e altre figure professionali e non, condividono esperienze, suggerimenti e strategie per far fronte convenientemente alle sfide della digitalizzazione in corso. Questo tipo di educazione mira a superare l’idea che sia solo il mondo giovanile ad avere bisogno di una guida al digitale, riconoscendo che anche gli adulti, spesso impreparati, possono beneficiare di un percorso formativo che li aiuti a comprendere meglio i rischi e le possibilità offerte dalle tecnologie più avanzate.
Attraverso gruppi di incontro, workshop e scambi di esperienze vi sarebbe l’opportunità di:
- gestire il proprio tempo digitale, riducendo il rischio di un’esposizione eccessiva o addirittura di dipendenza, con l’assunzione di un atteggiamento critico nei confronti di utenze e contenuti inappropriati.
- comprendere le dinamiche dei social media, sviluppando un uso avveduto e critico delle piattaforme, cogliendone logiche e funzionamenti soggiacenti.
- essere un esempio positivo per i propri figli/allievi, promuovendo un impiego equilibrato, sano, propositivo e costruttivo del portato tecnologico.
Uno degli aspetti più importanti di questo approccio è che consente agli adulti di perseguire una maggiore coerenza e credibilità agli occhi dei giovani. Non si può chiedere ai ragazzi di limitare l’uso dei social media o di essere perfettamente coscienti del loro tempo online, se gli adulti stessi non adottano comportamenti responsabili e conseguenti rispetto ai princìpi proclamati. La forza educativa dell’esempio è un elemento chiave: genitori e insegnanti che mostrano di utilizzare i social media in modo equilibrato e costruttivo forniscono ai giovani un modello reale e tangibile da seguire (il che non sembra oggi essere sempre il caso).
Considerazioni conclusive: educare insieme attraverso l’esempio
La PME e l’auto-mutuo aiuto tra pari, sia tra i giovani sia tra gli adulti, rappresentano un’opzione educativa più sostenibile e partecipativa rispetto ai divieti o alle imposizioni esterne. Promuovere l’apprendimento reciproco e la responsabilità condivisa può aiutare a creare una cultura digitale più consapevole, in cui genitori, figli, insegnanti e educatori siano tutti coinvolti. Solo attraverso l’esempio e la cooperazione possiamo sperare di formare una generazione capace di affrontare, in modo sano e intelligente, le sfide di quanto ruota attorno ad internet e alle tecnologie dell’informazione e della comunicazione.
Unendo i benefici della PME per i giovani e per gli adulti, emerge una visione più ampia e ambiziosa: un’educazione intergenerazionale fondata sulla reciprocità e sull’attivismo educativo.
In un mondo sempre più digitalizzato, in cui le innovazioni tecnologiche evolvono a una velocità vertiginosa, è essenziale che genitori e figli, insegnanti e studenti, si confrontino e si supportino a vicenda, promuovendo – attraverso un dialogo continuo e costruttivo nel novero di un patto educativo robusto e vigoroso, in cui entrambe le componenti generazionali imparano le une dalle altre e crescono insieme – una cittadinanza attiva, creativa e responsabile, non solo all’interno delle reti mediatiche e informatiche, ma anche nella vita reale, in funzione di una effettiva e produttiva convivenza civile.
La cittadinanza attiva diventa così un viatico e un traguardo condiviso, dove le nuove generazioni, grazie all’educazione ricevuta, siano in grado di esercitare una partecipazione critica e costruttiva alla vita sociale e digitale, mentre quelle più “mature”, grazie alla formazione reciproca, acquisiscano efficaci strumenti per accompagnare le prime nell’accedere responsabilmente e con piena consapevolezza nel contesto socioculturale attuale, valutandone/soppesandone potenzialità e rischi, opportunità e insidie e prendendone parte in termini protagonistici, con vigore e partecipazione.
In codesto orizzonte intenzionale, l’educazione non andrebbe più vista come un compito unilaterale o settoriale, bensì come un impegno collettivo, in cui ogni individuo, indipendentemente dall’età, si senta responsabile per il proprio comportamento e per quello degli altri, in maniera da contribuire alla costruzione di una comunità digitale e socioculturale più informata, scrupolosa e perspicace, in cui il rispetto reciproco e l’uso etico della tecnologia risultino valori idealmente condivisi da tutti.
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Fulvio Poletti è pedagogista
Nell’immagine: tasche per raccogliere i telefonini durante le lezioni in una scuola americana