Se cade Brasilia per Trump sarà bottino pieno

DOTTRINA “DONROE” Cade il più importante baluardo anti Trump in America Latina? È questo il messaggio geopolitico che emana l’amara sconfitta di Lula da Silva in Brasile nei confronti di Bolsonaro jr 

Di Roberto Livi, il manifesto

Cade il più importante baluardo anti Trump in America Latina? È questo il messaggio geopolitico che emana l’amara sconfitta di Lula da Silva in Brasile nei confronti di Bolsonaro jr. L’esito, del tutto inaspettato , della prima tornata presidenziale va in questa direzione.

Il tycoon si appresta a brindare secondo il suo slogan favorito, «The winner takes it all», il vincitore prende l’intero bottino, che in questo caso è il subcontinente a Sud del Rio Bravo. Le cose gli vanno male all’interno e in Medio oriente, ma si avvia alla «riconquista» dell’America Latina.

Questo era l’obiettivo della dottrina che porta il suo nome, la Donroe, annessa come corollario alla Strategia nazionale della sicurezza (NSS) degli Usa, varata alla fine dell’anno scorso. Essa prevede il controllo dei beni del subcontinente, definiti «asset strategici degli Stati Uniti». Nessun riferimento all’esportazione della democrazia made in Usa – come invece era il centro della dottrina Monroe del 1823. Quello che importa è il bottino.
Così è stato con il blitz su Caracas il 3 gennaio e il rapimento del presidente Maduro e della consorte Cilia Flores: si è visto poche settimane fa che vale a Trump il controllo di giacimenti di petrolio in Venezuela, valutati più di 40 miliardi di barili.

La presidente (tuttora ad interim) Delcy Rodríguez, può stare solo a guardare (ne va della sua testa, come le ha intimato il segretario di Stato Usa, Marco Rubio). La premio Nobel María Corina Machado, non può, almeno fino a oggi, nemmeno tornare in patria come ha tentato un paio di volte nelle ultime settimane: nessun staterello del Caribe le dà il permesso di atterrare in transito. Di elezioni e di democrazia in Venezuela se ne parlerà quando Trump deciderà che il paese è «pronto alla transizione».

È l’«eccezione America Latina», bellezza, affermano gli aedi di Trump. Già l’aveva dimostrato il 7 marzo, riunendo a casa sua, a Mar-A-Lago in Florida, dodici leader, esponenti della nuova e radicale destra latinoamericana, che hanno firmato l’accordo battezzato “Scudo delle Americhe”. Il nemico comune sono le organizzazioni narcos (definiti i nuovi terroristi) e le sinistre antifa. Militari e leader politici latinoamericani sono i guardiani degli «asset strategici» Usa, i primi con le armi (e l’intelligence) sottomessi al Pentagono; i secondi al tycoon. Naturalmente lo scudo in questione è rivolto soprattutto contro la penetrazione cinese nel Sud dell’Emisfero occidentale.
Sono questi i termini sostanziali che hanno accettato anche gli ultimi vassalli, Keiko Fujimori e Abelardo de la Espriella, entrambi eletti alla presidenza con un pugno di voti – e pesante ingerenze di Washington – in Perù e in Colombia. A questo punto mancavano tre importanti ridotti: Cuba, Messico e Brasile.

l primo è sotto strangolamento economico con un blocco sia di petrolio sia di medicinali e prodotti di prima necessità che non vengano, col contagocce e con evidenti scopi politici, dagli Usa. La presidente messicana Claudia Sheinbaum , seppur sotto schiaffo (della Dea e dei reparti speciali Usa che minacciano di entrare negli Stati messicani confinanti per combattere i narcos) si mantiene a schiena dritta. Ma può farlo fino a quando avrà l’appoggio del Brasile.

Così è chiaro che il vero baluardo anti Trump – per popolazione, estensione e produzione – era ed è il Brasile governato da Lula. Il quale ha messo in chiaro che, con lui, «il nostro paese non entra nel cortile di casa degli Usa».Il terzo mandato di Lula ha dato frutti – aumento del salario minimo, crescita economica e livelli di disoccupazione ai minimi storici. Ma non ha avuto una vittoria politica che gli permettesse di affrontare Flávio Bolsonaro come prestanome di interessi sinistri ma enormi: la lobby delle scommesse, truffatori bancari e della sicurezza sociale, crimine organizzato. Ma soprattutto della Miami imperiale. Il suo programma interno è mano dura, ma quello che importa è la sua volontà di affidare a Trump e Rubio i minerali strategici e la sovranità del paese in cambio della libertà di suo padre, Jair.

Pure in questo caso l’intervento degli Usa è stato pesantissmo: l’agenzia nazionale brasiliana di intelligence, la Abin, ha presentato prove dell’ingerenza «apertamente riconosciuta» degli Usa.

La protervia di Trump, ovviamente, non basta a spiegare l’«eccezione America Latina», con la possibilità purtroppo di essere confermata dal Brasile. Anche le ultime indagini di Latinobarómetro dimostrano che in tutto il subcontinente la democrazia e la sovranità non godono di buona salute. La sinistra continentale dovrà analizzare in profondità le ragioni di una sconfitta di cui porta una forte responsabilità.

Nell’immagine: cartelli contro Trump e Bolsonaro a a San Paolo, in Brasile