Snyder: “Mai come oggi si rischia la guerra nucleare. Solo il diritto internazionale può evitarla”

La direttrice dell’Ican: «La corsa agli arsenali è spinta dagli interessi dell’industria militare» 

Di Sara Tirrito, La Stampa

«Dobbiamo essere chiari, la scelta oggi è tra guerra nucleare e abolizione nucleare». Parla così Susi Snyder, direttrice dei programmi della Campagna internazionale per l’abolizione delle armi nucleari (Ican), vincitrice del Premio Nobel per la Pace nel 2017.

A Venezia per l’assemblea della Federazione europea delle Banche etiche e alternative, interviene mentre in Europa alcuni Paesi guardano all’atomica come garanzia di sicurezza. «L’unico modo per proteggere i territori sono le istituzioni e il diritto internazionale – dice Snyder –. Abbiamo dimenticato quanto siano terribili le bombe nucleari ma l’opinione pubblica resta contraria a questi armamenti».

Vede possibile una guerra nucleare nel contesto attuale?
«Il rischio di una guerra nucleare è oggi il più alto dagli anni Sessanta. È un momento molto pericoloso perché abbiamo dimenticato quanto siano terribili le armi nucleari. Anche una sola, usata su una città, avrebbe conseguenze in tutto il mondo. Pochi giorni fa abbiamo sentito Donald Trump dire alle Nazioni Unite che voleva annientare l’Iran, e controlla dispositivi in grado di farlo. Le armi nucleari non sono magiche, sono solo bombe, ma bombe enormi. Anche le più piccole negli arsenali di Donald Trump o Emmanuel Macron farebbero bruciare un’intera città».

Con quale sentimento stiamo affrontando questo rischio?
«Sempre più Paesi europei dicono che le armi nucleari possono garantire la loro sicurezza. Dall’altra parte, 101 Paesi hanno compiuto il passo giuridico più forte che esista, aderendo al Trattato sulla proibizione delle armi nucleari, e trovano nella cooperazione e nel diritto internazionale la via per una sicurezza sostenibile, che guarda al futuro, come fa la finanza etica».

 

Crede che questo sia il modo più sostenibile per garantire la sicurezza dei Paesi?
«Ciò che ha impedito una Terza guerra mondiale sono state le istituzioni e il diritto internazionale, una cooperazione in cui anche i Paesi più piccoli possono contare sul rispetto dei propri diritti. Non tutti osservano le leggi internazionali, la Russia, per esempio, le ha violate. Ma abbiamo scelto di isolarla, e sta funzionando. Putin è sotto pressione, non può viaggiare come prima e la Russia ha perso credibilità come partner. Sono le alleanze ad aver protetto Paesi piccoli come Belgio, Paesi Bassi, Svezia e Norvegia. Richiedono impegno, ma danno benefici straordinari».

Il monitoraggio di Ican mostra che gli arsenali stanno crescendo. Cosa guida questa nuova corsa?
«Due fattori. Il primo sono le aziende che traggono profitto dai contratti militari. Per citarne alcune, Lockheed Martin, Northrop Grumman, General Dynamics, che spingono a produrre e vendere più armi per i loro azionisti. La finanza etica, in questo senso, aiuta a capire che il rischio di guerra nucleare c’è, ma non deve per forza esistere. Se non si trae profitto dalla costruzione di nuove armi nucleari si toglie l’incentivo economico a mantenerle».

Il secondo?
«È l’allontanamento dalla cooperazione internazionale e la paura di non poter controllare tutto. Capisco quella paura, soprattutto in chi vive al confine con la Russia o ricorda i tempi sovietici. Ma dobbiamo costruire una sicurezza sostenibile, con un piano per quando qualcuno viola il diritto internazionale: la Corte penale internazionale, la Corte internazionale di giustizia. Chi infrange la legge deve risponderne, anche a livello globale».

Una Corte tuttavia non può impedire ai leader di bombardare altri Paesi.
«Per esempio, ci sono oltre 120 Paesi in cui Netanyahu e Putin non possono andare perché verrebbero arrestati. Non possiamo dire che il sistema non funziona senza dargli il tempo di funzionare. Non sono ingenua ma realista. Se andiamo verso più armi, più armi verranno usate. Con la cooperazione si costruisce una sicurezza sostenibile. È questo che ci insegna la storia».

Quali Paesi guidano il Trattato sulla proibizione delle armi nucleari?
«Il Sudafrica è tra i leader. È tra i pochissimi Paesi ad aver rinunciato volontariamente alle proprie armi nucleari, aprendosi alle ispezioni internazionali. Sono capofila anche Irlanda, Austria e Malta. Tra i contrari c’è la Francia, che vuole mantenere le sue armi per sempre. Insieme, 101 Paesi stanno esercitando pressione per spostare gli equilibri verso il disarmo atomico. Se non risolviamo questo problema, del tutto risolvibile, vedremo una guerra nucleare».

È tra le protagoniste della campagna per il disarmo nucleare Ican, Nobel per la Pace nel 2017. Oggi vede una speranza di pace?
«Anche nei Paesi che non sostengono il Trattato, centinaia di città e sindaci chiedono ai governi di aderire, i sondaggi mostrano maggioranze schiaccianti per l’abolizione. La comunità finanziaria si è unita per dire che non è così che vuole fare i suoi soldi. È un momento pericoloso, ma risolvere il problema è semplice: dobbiamo solo scegliere tra guerra nucleare e abolizione nucleare».

Nelle scorse ore si è celebrata la Giornata mondiale Onu per l’eliminazione delle armi nucleari. L’opinione pubblica sostiene l’abolizione?
«I sondaggi in tutto il mondo dimostrano di sì. I politici prendono decisioni di breve periodo, la giornata è l’occasione per pensare al futuro e l’opposizione alle armi nucleari cresce anche nei Parlamenti. A fine anno si terrà la prima Conferenza di revisione del Trattato, presieduta dal Sudafrica. Ci aspettiamo anche governi che non vi hanno ancora aderito, riuniti per dire che c’è un problema, abbiamo una soluzione, mettiamoci al lavoro».

Nell’immagine: Susi Snyder