Un sabato di sole, una lezione di democrazia: i giovani ticinesi prendono la parola

Alla prima giornata del Consiglio cantonale dei giovani, a Bellinzona, ho visto ragazze e ragazzi lavorare con una serietà rara: ascolto, confronto e proposte concrete rivolte alle istituzioni. Un’esperienza che restituisce fiducia nella cittadinanza attiva e sconfessa totalmente il pregiudizio di una generica immagine di mondo giovanile disimpegnato e non interessato alla politica 

Sabato 28 febbraio 2026, alla Scuola cantonale di commercio di Bellinzona, ho avuto la possibilità di assistere – e di partecipare da dentro – a un’esperienza che andrebbe raccontata di più, perché dice qualcosa di essenziale su che cosa può essere, oggi, un’educazione alla cittadinanza che non si limiti a proclami generici e vaghi. La prima giornata dell’Assemblea del Consiglio cantonale dei giovani (CCG) non è stata una “vetrina” né una passerella: è sembrata piuttosto un laboratorio di democrazia, concreto e impegnativo, dove informarsi e discutere non erano momenti estemporanei, bensì strumenti e modalità per arrivare a idee progettuali significative di trasformazione della realtà.

Il percorso – supportato dall’associazione “La gioventù dibatte” – è costruito in modo chiaro, ben strutturato e insieme esigente: ascolto di contributi introduttivi, tempi scanditi, lavoro in gruppi, confronto diretto, fino a un obiettivo esplicito che dà senso a tutto il resto: formulare proposte concrete da sottoporre all’attenzione del Consiglio di Stato. È qui che la parola “partecipazione” smette di essere uno slogan e torna a indicare un processo: passare dall’opinione alla responsabilità, dalla percezione individuale alla dimensione pubblica, dalla denuncia alla formulazione di idee propositive.

Nella circostanza sono stato invitato in qualità di “esperto” sul tema “Giovani e futuro: scuola e lavoro” per tenere una comunicazione in merito. Ma ciò che mi ha colpito di più – e che considero la parte più istruttiva – è stato osservare la qualità della presenza e del coinvolgimento di ragazze/i dai 14 ai 25 anni: per un intero sabato di bel tempo hanno mantenuto un’attenzione continua, una partecipazione attiva e una disponibilità all’ascolto e al confronto davvero encomiabili, rare da incontrare persino in contesti adulti.

Ho apprezzato moltissimo il lavoro dello staff organizzativo e la maturità dei partecipanti, sia in plenaria in aula magna, sia nelle diverse aule dove si sono svolte le tavole rotonde: capacità di ascoltare il parere degli altri, domande puntuali e proposte pertinenti, perizia nel cogliere i nodi problematici delle questioni sollevate e di andare oltre il già dato e lo scontato. A colpire non è stata solo l’intensità dell’investimento cognitivo ed emotivo, ma la profondità con cui molti ragazzi hanno saputo leggere la loro situazione – scolastica, lavorativa, esistenziale – e trasformarla in ragionamenti e in ipotesi praticabili. In altre parole: non un elenco di lamentele, ma un esercizio collettivo di intelligenza civile e confronto democratico.

E le proposte emerse aiutano a capire quanto questo lavoro sia concreto e foriero di una ventata innovativa. Tra le idee discusse e formulate si è parlato, ad esempio, di una maggiore attenzione all’educazione sessuale nella scuola intesa soprattutto come educazione sentimentale e affettiva; della possibilità, già nella scuola dell’obbligo, di dare agli studenti spazi strutturati per esprimersi sulla qualità dell’insegnamento ricevuto; dell’istituzione o dell’incremento di corsi fuori orario offerti dalle sedi scolastiche per ridurre il ricorso alle lezioni private, che spesso diventano l’unico strumento di recupero per la parte più “fragile” della scolaresca.

Sono emerse anche indicazioni sul tema scuola-lavoro: aumentare il numero degli orientatori professionali a livello di scuola media e migliorarne la preparazione, così da indirizzare meglio i giovani verso le opportunità effettivamente disponibili sul territorio; alleggerire il carico per gli apprendisti nel difficile equilibrio tra studio e lavoro; ripensare la trattazione del tema delle dipendenze (fumo, alcol, droghe) e della sicurezza stradale con approcci più interattivi e con testimonianze dirette, capaci di parlare più convincentemente ed efficacemente agli adolescenti.

Altri spunti hanno toccato aspetti competenziali e linguistici: anticipare l’insegnamento dell’inglese in prima media; dare maggiore visibilità al romancio attraverso corsi opzionali; aumentare il livello di competenze tecnologiche dei docenti di scuola media (ritenuto imprescindibile in tempi di digitalizzazione); e, più in generale, dedicare maggiori risorse all’educazione alla cittadinanza per introdurre adeguatamente le nuove generazioni nei meandri dell’organizzazione istituzionale della politica ai vari livelli (comunale, cantonale, federale).

Anche qui, al di là del merito di ogni singolo punto, il dato importante è il metodo: la ricerca di misure volte al miglioramento dell’esistente, formulate con l’intento di fungere da base di lavoro da sottoporre agli organi decisionali del Cantone.

Non nego che, in un tempo in cui il discorso pubblico scivola spesso verso la polarizzazione manichea e la semplificazione aggressiva, questa giornata è stata per me una salutare boccata di ottimismo: incoraggiante e persino rigenerante vedere in azione una “bella gioventù”, capace di attenzione, di analisi critica e di confronto costruttivo, laddove il mondo adulto offre, non di rado, esempi ben meno edificanti. Iniziative come il CCG non sono solo “per i giovani”: sono un investimento civile che riguarda tutti, perché rimettono al centro l’idea che la democrazia sia una pratica e non soltanto un rituale.

Resta però la domanda decisiva, la sola che rende pienamente credibile l’intero percorso: cosa succede dopo? Se chiediamo ai giovani di informarsi, discutere con serietà e formulare proposte, allora anche le istituzioni e la politica devono assumere una responsabilità speculare: ascoltare, rispondere, motivare, e – quando possibile – tradurre almeno una parte delle istanze propositive inoltrare in scelte e sperimentazioni concrete. Senza tale riconoscimento, la partecipazione rischia di spegnersi; mentre con questo passaggio, invece, può diventare fiducia e tramutarsi in ulteriore desiderio di impegnarsi ancora più a fondo per un futuro migliore costruito insieme.

E proprio qui mi permetto di aggiungere una proposta che ho già formulato a voce agli organizzatori: prevedere una forma di valorizzazione visibile dell’attivismo e della dedizione messi in campo da questi giovani. Dedicare il proprio tempo libero a giornate di confronto e riflessione politica, con attenzione e costanza, è un investimento reale; meriterebbe quindi un attestato ufficiale che ne sottolinei il valore e che possa essere inserito e messo in risalto in un dossier personale. Non tanto come “premio”, quanto piuttosto come segnale pubblico dell’impegno profuso: la cittadinanza attiva è una competenza preziosa, un servizio al bene comune, e una società matura dovrebbe riconoscerla e gratificarla.

Si dice spesso che i giovani siano il futuro. In realtà, essi sono il nostro presente e, in occasioni del genere, rappresentano la versione migliore di noi adulti. Per questo, meritano di essere ascoltati e presi sul serio.

Nell’immagine: un gruppo di partecipanti al CCG