Macello, chiacchiere e distintivo

In Svizzera gli spazi autogestiti esistono da decenni, e sono una risorsa sociale e culturale 

Sono anni che il Municipio sta cercando un buon pretesto per far sloggiare i molinari, messi lì dall’alcalde baffuto per far un piacere al Cantone (ricordate?); gli autogestiti, di pretesti, ne stanno dando alcuni, ma al di là di plateali dichiarazioni, di  arrabbiature da commediola, insomma al di là delle chiacchiere non si percepisce alcuna volontà di risolvere il problema. Insomma: si cercano pretesti, ma – a lungo e invano ravanando nei pantaloni – non si è trovata la materia prima per farne un uso che vada al di là di qualche ridicola indignazione o di qualche bellicosa frase di circostanza. Per mettere fuori gli occupanti, si è tentato di farli passare per morosi sulle utenze di acqua e luce; si è tentato di farli fuori anche con l’idea di mettere al Macello il nuovo museo del territorio, adesso si parla di “riqualificare il comparto”; insomma, altri pretesti e altre chiacchiere.  Alle chiacchiere aggiungiamo, a intervalli regolari, anche il distintivo; qualche eccesso di interventismo poliziesco, qualche cannonata ai passeri, un filo di provocazione con elmetti e giubbotti, cercando – e puntualmente trovando – un interlocutore pronto a raccogliere l’invito allo scontro, anzi lieto di farlo.

Il fatto è che in Svizzera gli spazi autogestiti esistono da decenni. E da decenni ospitano espressioni interessanti, e altrimenti assenti, della cultura alternativa; insomma, non solo una valvola di sfogo o un ghetto giovanile, ma una risorsa culturale che viene utilizzata o quanto meno, per la torma dei benpensanti, da tempo metabolizzata. La soluzione, a volerla cercare, sta tutta qui; trovare un posto (e non su Marte, a Lugano) e imparare a vivere con gli eccessi e le risorse della cultura alternativa, cioè imparare a vivere con chi non la pensa come noi.

Il nombrilisme un po’ patetico della politica luganese impedisce di andarsi a vedere come gli altri, in Svizzera, abbiano serenamente e lucidamente affrontato e risolto il problema. Ci si culla nella convinzione che si possa, o si debba, fare a meno di spazi simili, nientedimeno; o al massimo, nimby [“non nel mio giardino”, ndr], cioè non nel Luganese, che dovrebbe rimanere – per chissà quale strana congiunzione astrale – zona franca e intonso da simili macchie sociali. A proposito di congiunzioni, c’è una curiosa e trasversale sintonia tra i partiti luganesi sul tema, tutti a cantare la stessa canzone stonata e, a intervalli regolari, a voler menare le mani per interposta polizia. Non mi stupisce il partito di maggioranza relativa, che cannoneggia tutti quanti ma che ha poco interesse a risolvere questo, e altri, problemi; è un partito che prospera sui problemi e sulla rabbia che riesce a suscitare, e quindi aborre le soluzioni. E mi stupisce sempre meno la pochezza degli altri, che vivono in una perenne paralisi pre-elettorale su tutti i temi qualificanti (aeroporto, PSE, macello, ridefinizione del ruolo della città, e via elencando), da cui emergono per sciorinare qualche cavolata, che si perde nel rumore delle altre cavolate e si annega (purtroppo) nella memoria assai corta degli elettori.

Quello dell’autogestione è un altro dei temi sui quali si misura la debolezza delle istituzioni luganesi, Municipio in testa. Qualcuno potrebbe pensare che l’unica soluzione sia che tutti gli elettori se ne stiano a casa, dando così un bel segnale di ras-le-bol cittadino di fronte a tanta pochezza. Non succederà.


Prime avvisaglie della terza ondata

In Svizzera gli spazi autogestiti esistono da decenni, e sono una risorsa sociale e culturale 

Era prevedibile che gli “epidemiologi” democentristi e liberali non ci azzeccassero. E così è stato: i contagi tornano a salire. Come già avevo annotato sabato, nel mio ultimo contributo, il numero dei casi ha smesso di scendere nell’ultima decade di febbraio e dagli inizi di marzo è tornato a salire.

A preoccupare – e mi scuso se mi ripeto – è il fatto che ancor prima che si sentano gli effetti delle riaperture (come annotavo sabato, ci vogliono dieci giorni, ne risentiremo nella seconda metà di questa settimana) l’aumento sembra essere esponenziale: 88 casi in più giovedì scorso sull’arco di una settimana, 157 in più venerdì, 184 nel week-end, 248 ieri.

È deprimente, me ne rendo conto, perché tutti vorremmo metterci alle spalle il virus e le limitazioni alle quali ci ha costretti e ci costringe. Raramente, però, le cifre mentono.

E ancor più deprimente è il fatto che, dopo l’offensiva dei riapriamo-tutto-ora e dei loro numerosi rappresentanti a Berna, è difficile immaginare che il Consiglio federale torni a stringere le viti. Il rischio è perciò che si ripeta lo scenario disastroso dello scorso autunno quando il governo, come un disco rotto, ripeteva di voler aspettare per avere dati più chiari. Nonostante il fatto che, a parte democentristi e destra liberale, tutti dovrebbero ormai avere capito che il virus non aspetta affatto.

Indirettamente, la conferma viene dalla Task force scientifica che nell’aggiornamento della situazione epidemiologica pubblicato ieri non suggerisce nuove chiusure, ma si limita a sottolineare la necessità di “maggiori sforzi per ridurre ulteriormente il numero dei contagi ed evitare l’aumento dei nuovi casi”.

Accelerare le vaccinazioni e aumentare numero e frequenza dei test sono due strade percorribili per contenere il virus, indica la Task force: delle vaccinazioni tutti sappiamo che proseguono ma a un ritmo ben inferiore a quello che vorremmo; c’è da sperare perciò che i test rapidi e quelli fai da te, preannunciati venerdì scorso, possano arrivare quanto prima, anche se qualche dubbio è lecito.

Ma c’è un altro aspetto più necessario che mai, come sottolinea la Task force: fornire alla popolazione indicazioni concrete sul controllo dei contagi, con campagne mirate su come proteggere se stessi e gli altri dal virus.

Ancora, sbotterà qualcuno? È vero che da un anno ci sentiamo ripetere di tenere le distanze e lavare le mani, precauzioni alle quali – meglio tardi che mai – si è poi aggiunto l’uso della mascherina quando le distanze non possono essere mantenute.

Ma in queste raccomandazioni manca un tassello essenziale, sul quale tornerò in uno dei prossimi contributi: perché il virus circola nell’aria e di conseguenza il metro e mezzo di distanza, almeno all’interno, non ci protegge affatto. E qui di strada ce n’è da fare parecchia.


La corona inglese, la vendetta di Meghan e i nuovi poveri del Regno Unito

In Svizzera gli spazi autogestiti esistono da decenni, e sono una risorsa sociale e culturale 

Confesso, in fatto di monarchia inglese sono in conflitto di interessi. Da parte di padre, la mia famiglia é originaria di Bronte (Catania), le cui terre e i cui abitanti vennero regalati a Horacio Nelson dal re delle due Sicilie, Ferdinando III (chissà perché chiamato “il lazzarone”), che in tal modo mostrò perenne riconoscenza all’ammiraglio inglese per aver salvato la sua corona soffocando nel sangue la rivoluzione repubblicana partenopea (fine del 18esimo secolo). Al Nelson… non gliel’ho mai perdonata.

Per cui, le vicende della monarchia e dell’aristocrazia inglese (ma non solo inglese) mi provocano sempre una certa orticaria. E anche quest’ultima, dell’“esplosiva” intervista televisiva ai “fuoriusciti” duchi di Sussex, Harry e Meghan (pagata la miseria di sei milioni di dollari), in cui figlio e nuora di lady Diana accusano tra l’alto la famiglia reale britannica di razzismo. Lei, Meghan, è molto bella, assai tosta (anche se confessa di aver pensato al suicidio per le angherie patite a Corte), e – come direbbe il Berlusconi – leggermente ‘abbronzata’. Stampa popolare inglese scatenata contro la ex real coppia; quella americana (Meghan è cittadina statunitense) piuttosto in suo favore, il che al tempo del “black life matter” e del “me too” non é certo sorprendente.

Vendetta dell’attricetta mai accettata dalla royal family e della coppia privata dei suoi titoli nobiliari (con relativi privilegi anche economici) dopo l’emigrazione negli States? Sta di fatto che l’intervista venduta dalla CBS in 68 paesi, evoca quella, non meno clamorosa, in cui Diana parlò di ‘un matrimonio affollato’, con riferimento all’amante di suo marito Carlo (1995). Un’altra paginetta non proprio gloriosa per la corona britannica. Di recente, già uscita malconcia dalla serie televisiva “Crown” (un groviglio di privilegi, insensibilità sociale, vacuità, inganni, tradimenti), nonché  dalla storiaccia del principe Andrea, accusato di pedofilia negli anni dell’intensa frequentazione dell’imprenditore statunitense Epstein, l’amico dei potenti,  morto suicida in carcere, dopo l’arresto per una serie impressionante di abusi su ragazze minorenni.

Certo, Buckingham Palace è stata e rimarrà il simbolo dell’unità nazionale, nonostante quest’altra pagina nera. La fiaba, anche nei passaggi meno gloriosi, deve continuare. Il paese ne ha bisogno. Anche per distrarsi dai suoi guai (modernità del  ‘panem et circenses’). Come il record di morti da Covid , anche se ora il successo della campagna di vaccinazione sta dando i suoi frutti. Oppure  il fatto che l’economia britannica é stata una delle più colpite al mondo dalla pandemia: con un PIL precipitato del 9,9 % (2,9 in Svizzera); con un tasso di povertà addirittura raddoppiato, passando dallo 0,7 all‘1,5 per cento, in concreto al massimo 90 fr. a settimana per adulto, escluso il costo dell’affitto); e con i primi effetti negativi all’importazione a seguito della Brexit.

E volete togliergli anche i royals?


Consiglio federale: fiducia da ritrovare?

In Svizzera gli spazi autogestiti esistono da decenni, e sono una risorsa sociale e culturale 

La gestione della crisi pandemica da parte del Consiglio federale non ha avuto alcun impatto sull’esito della triplice votazione di domenica. Parola della consigliera federale Karin-Keller Sutter. Eppure non capitava da tempo che il governo venisse sconfessato su due dei tre oggetti in votazione  (identità  elettronica e iniziativa antiburka) mentre il terzo, l’accordo commerciale con l’Indonesia, è passato per il rotto della cuffia. Qualche dubbio è, quindi,  più che lecito sull’affermazione  perentoria della ministra di giustizia.

Non è un mistero che nella popolazione serpeggi un certo malumore per le misure varate dal governo per contenere la diffusione del corona virus. Un malumore cavalcato strumentalmente dalla destra sovranista  e populista. Il nemico da abbattere, ormai, non è più la pandemia, ma le restrizioni imposte a alcuni settori economici per limitare i contagi. Settori che stanno soffrendo moltissimo, ma per i quali il governo ha previsto aiuti miliardari che con ogni probabilità non basteranno. Bisognerà, quindi, allargare ulteriormente i cordoni della borsa.

Ma la narrazione  di quell’area politica non si ferma qui. Va identificato e personificato  a tutti i costi un capro espiatorio: il consigliere federale Alain Berset tacciato dall’UDC di essere un dittatore. Per poi passare, parola di Marco Chiesa, alla “dittatura legale”, che il governo avrebbe instaurato senza passare dal parlamento prima di varare ogni provvedimento. E oggi quell’area politica vorrebbe esautorare il governo, fissando addirittura nella legge COVID una data per la riapertura di bar, ristoranti e strutture per il tempo libero. E poi la museruola la si vorrebbe mettere anche agli scienziati della Task force, rei di porre l’accento solo sulla questione epidemiologica e non su quella economica indotta dalla pandemia.

Questa narrazione del capro espiatorio ha riportato l’Udc a una vittoria in una votazione popolare dopo un digiuno di sette anni. L’ultima fu nel 2014 con  l’approvazione dell’iniziativa contro l’immigrazione di massa. Allora il capro espiatorio era costituito dai cittadini dell’Unione europea, oggi dall’Islam e dalla comunità musulmana residente in Svizzera.

Ma un’altra emergenza, offuscata dalla pandemia, è tornata alla ribalta: quella ambientale. L’accordo di libero scambio con l’Indonesia è stato approvato sul filo del rasoio. La produzione intensiva dell’olio di palma, con le  nefaste conseguenze per la foresta pluviale, ha fatto breccia in quasi metà  dell’elettorato.
E sulla questione  ambientale si voterà il 13 giugno con la legge sul CO2 volta a ridurre le emissioni di anidride carbonica. Una riforma importante, avversata però dalla destra economica, che non ne vuole sapere di nuovi balzelli. E quel giorno si voterà anche sulla legge COVID che vuole in pratica togliere competenze al Consiglio federale nella gestione di una crisi come quella scatenata dal Corona virus. Le settimane prossime saranno  perciò cruciali per il Consiglio federale chiamato a decidere le tappe di una exit strategy dalle misure anti pandemia, soppesando bene  interessi economici   da un lato e di tutela della salute pubblica dall’altro.

La destra sogna il colpaccio in vista del voto popolare di giugno, il Governo deve ritrovare la fiducia dei cittadini dopo lo smacco di domenica.


“Publiredazionali”: la stampa si rassegna

In Svizzera gli spazi autogestiti esistono da decenni, e sono una risorsa sociale e culturale 

Da qualche tempo i giornali ticinesi ospitano un autocertificato “Spazio Libero” (con tanto di citazione cartesiana da bacioperugina), cioè quello che con bella ipocrisia e con opacissima trasparenza viene chiamato “publiredazionale”; insomma, uno spazio a pagamento in cui, invece di tacchi dadi e datteri, si pubblicizzano idee. E’ una specie di megafono per le istanze di certa destra-destra, finanziato da un simpatico miliardario (che ha costituito e ben capitalizzato una società a questo scopo. 300mila cucuzze) e presidiato da una serie di truci lanzichenecchi del liberalismo da Chicago-boys: tra gli altri, oltre al miliardario di cui sopra, un “economista” da ultimo banco (quello con tuba e stiffelius, che voleva il salario minimo solo per i residenti, nientedimeno), un islamofobo venditore di allarmi e propalatore pro domo sua di infondate angosce, un ex musicologo e ghostwriter promosso a direttore di giornale (e, da pensionato, soldatino delle cliniche private e prezzemolino in tutte le tavole rotonde).  Un vero trust di cervelli; che, a differenza di taluni loro compagni di strada, almeno non sono analfabeti in senso proprio. Niente di male: ognuno spende i soldi come vuole, e va bene così, soprattutto se a metterceli è uno solo.

La cosa va meno bene, invece, se la guardiamo nella prospettiva dei giornali che pubblicano questi “redazionali”, anche se “publi”. Da una parte, essi sembrano così ammettere di porre limiti alla libera espressione, obbligando chi vuole esprimere liberamente le proprie idee a pagare per farlo; dall’altra, accettano di abdicare al proprio conclamato ruolo di mediatori tra idee diverse, offrendo a chi se lo può permettere spazi privi di contraddittorio. Questa scelta ha inoltre riflessi pesanti sulla percezione del giornale da parte di un’ampia fascia della comunità dei suoi lettori. Per non parlare di coloro che non fanno la differenza tra una pagina prezzolata, che parla di politica e di economia, e una che prezzolata non è ma parla delle stesse cose.

È fin troppo ovvio che, dal punto di vista dell’etica editoriale (e magari di quella giornalistica) è qualitativamente diverso pubblicare a pagamento pubblicità di assorbenti o di carne da bollito, o pubblicare idee. Ancora più imbarazzante è addirittura la situazione del quotidiano bellinzonese che, a differenza del foglio di Muzzano, ha una impostazione molto diversa da quella che presiede agli interventi che figurano nel publiredazionale. La stampa classica versa in condizioni difficili, e ogni soldino in più è benvenuto; ma, nello specifico, mi pare che il compromesso con l’etica giornalistica non valga i trenta(mila) denari che si incassano. Né a Muzzano, né soprattutto a Bellinzona. Come dire: si accetta di cenare con il diavolo (la pagina è tutta sui toni del rosso), senza preoccuparsi di avere cucchiai con manici sufficientemente lunghi per evitare di bruciarsi le mani.


Stadio: tanti insulti e un filo di ridicolo

In Svizzera gli spazi autogestiti esistono da decenni, e sono una risorsa sociale e culturale 

“Per giocare a golf non è necessario essere stupidi. Però aiuta.”: tutti conoscono il motto irriguardoso di G.B. Shaw, che i praticanti della disciplina hanno da sempre metabolizzato con sovrana sprezzatura. Analogamente, uno potrebbe pensare che il calcio non forzatamente accresca l’intelligenza di chi lo pratica direttamente, o di chi si accontenta di fruirlo allo stadio o alla tv; è un dubbio che però potrebbe alimentarsi davanti alle minacce e alle contumelie di cui alcuni “tifosi” stanno bersagliando gli oppositori al mega-centro sportiv-immobiliar-amministrativo che si favoleggia di costruire in quel di Cornaredo.

Abbiamo sentito l’alcalde, tra il confuso, l’isterico e l’indignato (per il tanto ardire del suo contraddittore), vaneggiare al Quotidiano per difendere un progetto faraonico, concepito male sotto tutti gli aspetti e ora difeso anche peggio.

Un paio di elementi:

  • il progetto è stato imposto come immodificabile a coloro che – specialisti riconosciuti nel settore – avrebbero potuto dare invece ottime idee alternative;
  • con questa premessa, gli interessati hanno comprensibilmente posto condizioni, in particolare economico-finanziarie (leasing e riscatto, entrambi onerosissimi per le casse del Comune);
  • sarà anche per questo che i costi per la realizzazione dello stadio pare eccedano di parecchio quelli per strutture paragonabili in Svizzera;
  • l’alcalde ripete, come un disco rotto, la fola della partnership pubblico-privato, quando la costruzione degli impianti sportivi sarebbe facilmente finanziabile (bond o prestito bancario) dal Comune, con costi nettamente inferiori a quelli di un leasing con riscatto;
  • non è stato valutato l’impatto urbanistico e socioeconomico del trasferimento dell’amministrazione comunale dal centro a Cornaredo (tra gli altri, negozianti e ristoratori del centro ringrazierebbero);
  • si tenta di giustificare il suddetto trasferimento con il fatto che gli uffici in centro dovrebbero comunque essere ristrutturati con costi importanti, dimenticando di dire che anche i locali svuotati dall’amministrazione dovranno alla fine esserlo;
  • anche qui (come si tentò, fallendo, di farlo con l’aeroporto), si prova il vecchio trucco di mettere i contribuenti e il legislativo comunale di fronte al fatto compiuto, pretestando urgenza e chiedendo di fare il solito “atto di fede” e di bere l’amaro calice tappandosi il naso (e ci stanno cascando in molti);
  • si è anche provato invano a far passare alla cassa il Cantone, che avrebbe forse finanziato uno stadio-Ticino ma di certo non un progetto localistico, che non raccoglie nemmeno il consenso nel distretto;
  • valendosi anche dei soliti killer da carta stampata, ora si delegittimano e si intimidiscono gli oppositori con ogni mezzo, solleticando i peggiori istinti di certuni, e si fanno le vergini in sala parto quando sui social si scatenano le minacce;
  • dalle nebbie del generale oblio in cui giustamente si trova, re Giorgio auspica un congelamento del dibattito in periodo elettorale, sperando (non a torto) nella memoria da pesce rosso dei contribuenti, per poi far passare il progetto tel quel.

Che gli appassionati di calcio, passivi o praticanti, lo capiscano: se vi saranno ritardi per lo stadio di calcio, non sarà colpa di chi contesta ora questo progetto – utilizzando peraltro strumenti democratici, e facendo elementare esercizio di ragionevolezza – ma di coloro che hanno ritardato il ritardabile, che hanno voluto, e  ora promuovono, una costosissima colata di cemento, senza alcuna necessità (sportiva o di altro genere), ma con il consueto sprezzo della logica, del rispetto della gente, della città e dei suoi interessi veri, della legalità democratica e – forzatamente, trattandosi di una compagnia con l’alcalde come capocomico – del ridicolo.


Braccia rubate all’agricoltura

In Svizzera gli spazi autogestiti esistono da decenni, e sono una risorsa sociale e culturale 

Che l’influencer lungi dall’essere una professione sia invece, come del resto suggerisce già il nome, una pericolosa malattia – di sicuro lo è più del Covid (questo attacca i polmoni e nella maggioranza dei casi si guarisce; l’influencer attacca direttamente i neuroni, e la guarigione è assai incerta) – era un dubbio che avevo già da tempo. La notte brava alle medie di Locarno l’ha dissipato.

Non tanto o non solo per quanto successo, che già per pensarlo bisogna mandare il cervello in vacanza e non farlo tornare per un bel po’, ma per quanto pubblicato dal protagonista su instagram dopo i fatti: mica aveva capito, lui, che si trattava del posto di lavoro del docente (e chi vuoi che abbia le chiavi di una scuola, oh megamind, se non una persona che lavora lì?), mica ha capito, lui, che forse entrare in casa d’altri a fare un festino a base di alcol e probabilmente qualcos’altro per principio non si fa, ancor di più se è un luogo frequentato giornalmente da decine di ragazzi, e che se lo si fa magari si ha l’accortezza di tenerlo nascosto. Mica ha capito, lui! (un dubbio: avrà mai capito qualcosa?).

E che sarà mai, che avrò mai fatto, si chiede infine il poverino, per subire ben 5 ore di interrogatorio; tutto un cancan per, alla fine, essere multato con solo 200 franchi? (che sia una somma che parecchie persone al giorno d’oggi abbiano difficoltà a pagare immaginiamo che non l’abbia neppure sfiorato, visto che a suo dire in una sola sera ha dissipato 20.000 euro di champagne!).

“Solo questo. Tutto il resto sono chiacchiere”.

Visto che almeno una volta nella vita è entrato in una scuola, ci permetta di correggerlo: non chiacchiere, ma braccia rubate all’agricoltura. Le sue.


Caccia all’errore

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Basta mimose

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Scarpe rosse

In Svizzera gli spazi autogestiti esistono da decenni, e sono una risorsa sociale e culturale