Svizzera-Unione Europea: sembra “mission impossible”

I duri segnali di Bruxelles, contraria a rinegoziare il progetto di accordo quadro 

Strana situazione: del progetto dell’ “accordo quadro” tra Svizzera e Bruxelles si sa tutto, tranne la posizione del governo federale. C’è stato il siluramento (perché tale è stato) del segretario di Stato Roberto Balzaretti; in contemporanea c’è stata l’umiliazione politica inflitta al ministro degli esteri Ignazio Cassis, sconfessato dalla maggioranza dei colleghi e in pratica costretto ad allontanare il ticinese che aveva negoziato con Bruxelles; e c’è stata la nomina di Livia Leu, neo segretaria di Stato, che da settimane sta trattando con la Commissione UE, in un assoluto riserbo.

Missione, la sua, ‘quasi impossibile’. L’Europa ripete che sostanzialmente non v’è nulla da rivedere rispetto all’accordo tratteggiato con Balzaretti; ma a Berna sa che quella bozza di intesa non ha nessuna possibilità di sopravvivenza in patria. Certo, non passerebbe il voto popolare. Del progetto d’accordo così com’è, la maggioranza politica (Udc compatta, liberali in prevalenza, Centro ex demopopolare in buona parte, e socialisti sofferenti con una minoranza chiaramente contraria) ha praticamente già deciso l’inaccettabilità. Ciascuno, o insieme, per una serie di ragioni: insufficiente la protezione dei salari, irricevibile direttiva sulla cittadinanza europea, indigeribile il tema degli aiuti di Stato, pericoloso per la sovranità nazionale il fatto che in caso di contrasti insanabili nell’applicazione dell’accordo il giudizio finale e vincolante sarebbe della Corte di giustizia europea.

Ad oggi, difficile capire come uscirne, se non abbandonando l’idea di questo accordo istituzionale, e lasciando le cose così come stanno. Con incognite non piccole rispetto ai futuri vantaggi della via bilaterale appena confermata in votazione popolare, delle nostre esportazioni, di ricerca e formazione. Intanto l’Europa non manca di segnalare concretamente la propria irritazione. Due esempi: l’ex presidente della Banca nazionale, Philipp Hildebrand, che dopo aver superato brillantemente la fase iniziale della procedura, all’ultimo “step” decide di ritirarsi dalla corsa alla presidente dell’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo), perché mancherà  il sostegno dei 27 paesi Ue; e il mancato invito di Bruxelles a Martyna Hirayama, segretario di Stato, costretta a un’umiliante e inutile anticamera, che avrebbe dovuto candidare la Svizzera al prossimo programma europeo per la ricerca (Horizon Europe), e si tratta di condivisione di conoscenze e di fondi economici importanti per università e centri di ricerca elvetici (ci fu una fase in cui i milioni dell’UE alla nostra ricerca furono addirittura superiori a quelli stanziati da Berna). Ricatti? O semplicemente segnali chiari e inquietanti sulla determinazione europea?


“Disagio” giovanile, roba da pandemia?

I duri segnali di Bruxelles, contraria a rinegoziare il progetto di accordo quadro 

Vorrei permettermi un modesto controcanto a tutto quello che leggo e che sento a proposito dei comportamenti giovanili in epoca di emergenza sanitaria. Dappertutto un rincorrersi di perdonismi, di giustificazionismi e di altri -ismi, per esprimere preoccupazione e comprensione per le manifestazioni di quella che è – né più né meno – inciviltà e ineducazione; con il corollario della richiesta, surreale, di fornire a questi giovani disagiati spazi idonei per la loro libera espressione.

Tutti hanno dimenticato come questi comportamenti sono, in tutto e per tutto, identici a quelli che questi giovani mettono in atto anche in assenza di virus. Scazzottate in discoteca e nei parcheggi, interazione violenta (e non solo alla pensilina), assenza di rispetto, ubriachezza compulsiva, insofferenza plateale verso elementari regole, anche solo di quelle banali della vecchia e cara buona educazione. Schiamazzi notturni senza freni, littering a ogni angolo del centro, chiazze di vomito; Tutto rimosso? Tutto dimenticato?

Ma adesso c’è la legittimazione omnibus, quella vera, quella del disagio da pandemia. E avanti con gli pseudo-freud alla pummarola, i sociologi e via elencando, a chiedere di capire e di trovare soluzioni per permettere a frange di facinorosi e di violenti di continuare ad esserlo, con buona coscienza o magari irridendo proprio coloro che li giustificano.

Lo dico da anziano, e la mia “analisi” è banale (da genitore, da cittadino, non da sociologo o da psichiatra): l’abdicazione assoluta di certi genitori dai propri obblighi educativi, ormai tutti delegati alla (e comunque sempre bistrattata) scuola, con una generazione che cresce (auto)educata dai social e nel trionfo dell’autoreferenzialità, dell’egoismo come valore assoluto, e dell’ignoranza.

Sentivo questa mattina un poliziotto ricordare – giustamente – l’ovvio: la situazione emergenziale concerne comunque solo una parte minoritaria della gioventù. E a questa parte minoritaria bisognerebbe che qualcuno – preferibilmente la famiglia – faccia capire, nei dovuti modi (anche con un pizzico di sana repressione), che ci sono cose che si possono fare, e altre no. Ma non chiediamo, per favore, di svolgere questo compito alla polizia del nostro bel Comune che è specializzata in vessazioni automobilistiche ma del tutto inadatta a gestire emergenze, come ampiamente dimostrato due giorni fa alla Foce.

Evitiamo di prendere l’emergenza sanitaria come scusa, come modalità di assoluzione e di sdoganamento di comportamenti inaccettabili, che con il virus c’entrano ben poco, e molto con una inciviltà da sradicare. Di fronte a certi ragazzetti in pantaloni oversize, panza all’aria, sneakers da millefranchi, baseball cap, barbetta e birretta d’ordinanza, mi sembra aria pura e rigenerante la narrazione rabbiosa e politica degli autogestiti.


Disagi

I duri segnali di Bruxelles, contraria a rinegoziare il progetto di accordo quadro 


Ancora la retorica del testosterone

I duri segnali di Bruxelles, contraria a rinegoziare il progetto di accordo quadro 

Non c’è rivoluzione senza liberazione della donna. Non c’è liberazione della donna senza rivoluzione.

Questo il motto della prima Conferenza mondiale delle donne, svoltasi a Caracas (Venezuela) dal 4 all’8 marzo 2001. Sono passati vent’anni e c’è ancora molto da fare. In un contesto, come quello che stiamo vivendo, caratterizzato da una crisi economica, politica, sociale e culturale, sono le donne a pagare il prezzo più alto.

Rispetto agli uomini, le donne sono più esposte al precariato, alle forme di lavoro atipico (come il lavoro su chiamata) e alla nuova povertà. Spesso le donne sono occupate in settori mal pagati e dove la pressione sui salari – e sulle condizioni di lavoro – sono fortissime. Questo stato di pressione permanente ha inevitabilmente delle implicazioni dirette sulla salute delle lavoratrici, costrette sovente a far quadrare dei conti che proprio non tornano.

Oggi le donne devono conquistare spazi sempre più grandi di autonomia e d’indipendenza non solo per se stesse, ma anche per contribuire a porre le basi per la costruzione di un mondo migliore, possibile e necessario, in cui ogni donna sia valorizzata per il contributo che può dare alla collettività. In cui ogni donna sia messa nella condizione di poter svolgere un lavoro, vivere una vita dignitosa, libera da tutte quelle incombenze e discriminazioni che questo sistema patriarcale scarica sulle loro spalle, dal lavoro domestico alla cura dei bambini e degli anziani, dalle discriminazioni salariali alla violenza, dalle gabbie degli stereotipi al sessismo ostentato.

E gli organi d’informazione hanno una grande responsabilità. La narrazione dei media diventa complice nel divulgare pregiudizi, nel diffondere immagini sessiste, nell’alimentare la rappresentazione della donna sessualizzata e mercificata in nome del mercato, del profitto, dell’audience, dei clic sulla tastiera. Ed è qui che prende forza il “J’accuse” non solo di molte giornaliste, ma anche di donne in carne e ossa stanche di essere un bersaglio mobile.

Programmi d’intrattenimento – compresi quelli velleitariamente intelligenti – spot pubblicitari, cartellonistica e carta stampata, propongono quotidianamente la classica e logora dicotomia: donna angelo del focolare/ donna bella e voluttuosa. In un contesto culturale dove all’immagine si attribuisce ossessivamente un’esasperata importanza, le donne vengono spinte nel ruolo di seduttrici, eternamente giovani, desiderabili. Come se gli anni che passano – e passano anche per gli uomini che si credono immarcescibili – fossero qualcosa di cui vergognarsi.

Il continuo martellamento su ormai tutti i canali di comunicazione, ha normalizzato il linguaggio sessista fino a giustificarne e a legittimarne l’uso. È la retorica del testosterone: parlare così, quindi pensare così, ti rende parte del gruppo dominante, fa di te una persona moderna e brillante. “Il sessismo attraverso la lingua – ha spiegato una filosofa italiana – penetra così tanto nel subconscio fino a scomparire come violenza, aggressione, umiliazione, disumanizzazione, quale invece è”.

Scrive la femminista Monica Lanfranco:

La sottovalutazione e il disconoscimento degli effetti e dei pericoli culturali, sociali, simbolici e pratici del sessismo non si trova solo in ambienti aggressivi, ma è sulle labbra anche di uomini distinti, o presunti tali, indipendentemente dal colore politico.

Triste, ma profondamente vero.

Il linguaggio è la prima e più potente forma d’influenza sociale: la politica ha una grande responsabilità, così come i media e le istituzioni. Il linguaggio politico e mediatico degli ultimi vent’anni mostra quanto nessuno di noi sia al riparo dall’imbarbarimento verbale. Oggi ci pare accettabile ciò che invece dovrebbe ancora indignarci. Il lento covare di un silenzioso rancore ha alimentato insofferenza, rabbia, delusione e razzismo veicolati in modo sguaiato e volgare non solo tramite mezzi di comunicazione e social network, ma anche attraverso la minuta quotidianità.


La rete nateil14giugno propone un ciclo di conferenze proprio su questo tema. Un’occasione necessaria per riflettere sul potere delle parole e il loro impatto sulle nostre vite.


C’è disagio e disagio

I duri segnali di Bruxelles, contraria a rinegoziare il progetto di accordo quadro 

In un luogo specifico di Lugano, la foce del Cassarate, nel giro di poche ore, due diverse manifestazioni hanno rappresentato emblematicamente, quelle che per certi versi possono essere definite come due facce della stessa medaglia.

L’Assemblea del Centro Autogestito del pomeriggio era chiamata a discutere dello sfratto dal Macello imposto ai “molinari” dal Municipio cittadino, e l’ha fatto pacificamente: ribellione, nessun dialogo, oppure, seguendo la “vecchia guardia”, provare a discutere?

La sera stessa, centinaia di giovani senza alcun obiettivo né politico, né ideale, né pratico se non quello di ritrovarsi per passare del tempo insieme, contro ogni regola e norma sanitaria, mangiando e bevendo hanno infine accolto l’arrivo delle forze dell’ordine con il lancio di oggetti vari; un’aggressione, è stato detto, che ha sconvolto non pochi presenti e testimoni e che ha fatto dire al sindaco Borradori che si tratta di “fatti raccapriccianti”.

Nei commenti che sono seguiti ai due episodi c’è un termine che torna costante e che potrebbe anche accomunarli: disagio. Termine discutibile, certo, come afferma qui, a proposito dei fatti della Foce, Ilario Lodi. Ad ogni modo, forse non del tutto propriamente, proviamo a tenerlo presente per un momento.

Nel caso dell’assemblea degli autogestiti si potrebbe dire che siamo di fronte ad un disagio che ha forti, magari anche estreme, connotazioni “politiche”: è un disagio che si fonda su posizioni e orientamenti consapevolmente “antagonisti” rispetto ad un’idea ed una pratica, appunto, di politica e di “socialità”; è un disagio che affonda le proprie radici, consapevolmente o meno, nella storia e nelle storie di contestazione, opposizione, ribellione, nei confronti del cosiddetto “ordine costituito” nelle sue multiformi rappresentazioni: dal capitalismo, al patriarcato, dal potere della finanza, alla politica di accoglienza, dalle discriminazioni razziali alla violenza sulle donne, ecc. ecc.

Nel caso degli scontri alla Foce ci troviamo di fronte ad un disagio che si esprime, in un certo senso, “spontaneamente”, risultato di una condizione di “reclusione” dato dalla pandemia, ma anche, e più in generale, di un generico disorientamento verso tutto quello che non appartiene al proprio ristretto ambito personale, privato, dentro cui, come in un bozzolo autoreferenziale depressivo, tanti giovani si ritrovano oggi prigionieri.

Due facce diverse del disagio giovanile, che è un fenomeno sociale ampiamente studiato, mutevole eppure uguale a sé stesso ed in alcune “estreme” sue manifestazioni.

Un fenomeno che può anche apparire contraddittorio, certamente complesso e sfuggente, ma che a Lugano, per bocca del sindaco, viene curiosamente distinto, nelle sue due facce, molto chiaramente: gli scontri con la polizia dell’8 marzo alla stazione, sono la goccia che ha fatto traboccare il vaso: basta con i “molinari”, venti giorni per sloggiare dal Macello. Via! (Fö di ball!)

E si chiude anche la Foce? Ma no, non ha senso, ti dice il sindaco (lo stesso sindaco, beninteso), chiudi la Foce e te li ritrovi alla pensilina o da un’altra parte. Non si risolve il problema.

Dunque: in un caso devono sparire, volatilizzarsi se possibile, e nell’altro vanno capiti e tollerati, soprattutto perché non ci sono alternative valide?

Aiuto, qualcuno mi faccia capire.


Il paradosso di mister Bibi

I duri segnali di Bruxelles, contraria a rinegoziare il progetto di accordo quadro 

Ma perché, forse che Benjamin Netanyahu potrebbe essere sconfitto nelle odierne elezioni politiche israeliane, le quarte in meno di due anni? Tutto, a prima vista, sembrerebbe giocargli a favore. Il successo della campagna vaccinale (oltre la metà dei 9,4 milioni di abitanti già immunizzati); la profonda crisi di quello che è stato il suo ultimo competitore, l’ex generale Benny Gantz leader del partito “Blu-bianco”; la scomparsa della sinistra laburista; gli “Accordi di Abramo”, cioè la pace ufficiale con Emirati arabi, Marocco e Sudan, a cui sommare la “pace sottotraccia” con l’Arabia Saudita; e infine la questione palestinese finita nel dimenticatoio sia del mondo arabo sia dell’Occidente.

Si direbbe un trionfo, il viatico per un tranquillo successo elettorale. Invece… invece no. Tutti i sondaggi della vigilia hanno segnalato che per il premier più longevo nella storia del paese, le cose non sono così semplici. Certo, il suo Likud rimarrà il partito più votato. Ma, ancora una volta, da solo non potrà governare. Addirittura, le previsioni indicano un piccolo ridimensionamento del suo gruppo parlamentare. L’incredibile frammentazione del quadro politico nazionale è la prima causa dell’incertezza. Una miriade di partitini  sono oggi a caccia di quel 3,25% di suffragi che permette l’accesso alla Knesset, l’ Assemblea di Gerusalemme. Una galassia che si colloca soprattutto a destra. Non tutti disposti, tuttavia, ad allearsi nuovamente con “Bibi”, come viene chiamato Netanyahu in Israele, l’uomo che si avvia a un pesante processo per corruzione e abuso di potere. Molti di quegli schieramenti minori (numerosi quelli nazional-religiosi) sono guidati da uomini fuoriusciti dal Likud, per contrasti politici, o ancor più per ambizione personale. Non tutti predisposti – benché condividano la negazione dei diritti palestinesi e la colonizzazione forzata dei “territori occupati” – a riconciliarsi col premier in carica.

Alternative? Solo il pallido, seppur in crescita, schieramento centrista di Yair Lapid, ex giornalista da un decennio entrato in politica, che a sua volta dovrebbe convincere tutta una serie di alleati minori, decisamente rissosi, e in alcuni casi di orientamento opposto al suo. Né si può pensare che Lapid sia più aperto sul problema palestinese. Troppo timidamente si è detto favorevole alla “soluzione dei due Stati”; ma, giusto per fare due soli esempi, definì ‘sovversiva’ l’ONG ‘Breaking the silence’ per aver denunciato gli abusi dell’esercito nei territori palestinesi, e criticò la Corte suprema che – esempio rarissimo – impose lo smantellamento di una colonia ‘illegale’ (in realtà, lo sono tutte).

In queste condizioni, la prospettiva è di un paese che si è infilato nell’instabilità politica permanente. Soprattutto se “Bibi” dovesse ottenere la maggioranza parlamentare grazie al sostegno di una minuscola formazione araba (quasi il 19 per cento della popolazione con cittadinanza israeliana è araba, spesso definita di ‘serie B’); formazione a cui Netanyahu ha promesso mare e monti. E sarebbe la sintesi di tutti i paradossi. Non è forse lo stesso Netanyahu che definì gli arabi israeliani una minaccia per il paese? E non è lui cha ha voluto che Israele diventasse istituzionalmente l’esclusiva “patria degli ebrei”?


El País – Cisgiordania, è sempre più annessione

I duri segnali di Bruxelles, contraria a rinegoziare il progetto di accordo quadro 

Nel 2020 l’espansione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania ha battuto il record dell’ultimo decennio, con l’approvazione di più di dodicimila abitazioni. Da quando Benjamin Netanyahu è arrivato al potere nel 2009, le colonie sono cresciute del 42%, arrivando a 440.000 abitanti: circa il 5% della popolazione dello Stato ebraico. Il trasferimento di popolazione nei territori occupati è stato incoraggiato dal governo con sussidi ed esenzioni fiscali, come rivela il rapporto presentato dall’organizzazione non governativa israeliana  “B’Tselem” a due settimane dalle elezioni legislative del 23 marzo.

Il rapporto ha scosso una campagna elettorale in cui i principali partiti hanno deciso di voltare le spalle alla soluzione “dei due Stati”, mentre l’occupazione militare in Cisgiordania, cominciata nel 1967, somiglia sempre più ad un’annessione di fatto. Dopo l’elezione di Joe Biden alla presidenza degli Stati Uniti, alle critiche interne allo Stato ebraico se ne sono aggiunte altre. Più di 400 deputati europei hanno denunciato in una lettera aperta il rischio che “le azioni militari indeboliscano le speranze di pace”, e hanno chiesto all’Unione di adottare misure contro “Il processo di annessione de facto” della regione.

La risoluzione 2334 del Consiglio di sicurezza dell’ONU, su cui Barak Obama aveva rinunciato a mettere il veto negli ultimi giorni del suo mandato, era stata l’ultima a stabilire che gli insediamenti violano il diritto internazionale. Mentre con Biden la comunità internazionale sembra tornare alla casella di partenza di una soluzione negoziata tra israeliani e palestinesi, Netanyahu fa campagna elettorale insistendo sull’estensione della sovranità israeliana su Giudea e Samaria, i nomi biblici della Cisgiordania, con l’obiettivo di conquistare il voto dei nazionalisti e degli ultraortodossi, che rappresentano buona parte dei coloni. È una strada sbagliata, ingiusta e illegale.

Da El País – Immagine: Paolo Cuttitta


E dopo la pandemia saremo più solidali?

I duri segnali di Bruxelles, contraria a rinegoziare il progetto di accordo quadro 

Si somigliano un po’ tutte queste riflessioni sull’occasione persa di far bene i compiti nell’annata pandemica (che, ahimè, si avvia a essere biennio), sull’imparare a difendere i beni comuni anteponendoli all’interesse del singolo. Ma allora perché trovano ancora spazio comportamenti insensibili alla sofferenza fisica e morale altrui, alla difficoltà di molte famiglie di tirare alla fine del mese?

Non si pretende di giudicare chi è, o vuole essere privilegiato, ma ci si permette di pensare che eludere il compito della difesa del bene comune non sia comportamento civile, che dimenticare o misconoscere l’accaduto da parte di chi non è toccato da vicino, sia comportamento gretto; storia vecchia, essenza però dei privilegi indegni che alcuni vogliono mantenere. “La storia, quale fu fatta sinora, rassomiglia ad un cimitero, in cui fra la vasta congerie di scheletri, che pur tutti vissero un giorno, poche croci sparse qua e là privilegiano d’un ricordo alcuni nomi che non ne son forse più degni degli infiniti dimenticati che lor giacciono intorno” (da Carlo Cattaneo, “L’insurrezione di Milano del 1848).

È ora di cambiare storia, molti cittadini comuni ne scrivono per fortuna altre: storie di solidarietà, di riduzione delle diseguaglianze, di memoria collettiva, con approcci nuovi, diversi. I compiti epocali sembrano proprio questi, cioè adottare stili di vita socialmente e ambientalmente virtuosi, priorità al bene comune, riconoscere i limiti dello sviluppo; e forse anche i limiti alla ricchezza del singolo.

I dati forniti dall’Amministrazione federale delle contribuzioni, attestano che l’1% più abbiente della Svizzera detiene il 40% dell’intera fortuna privata. Compiti chiari per chi, anche solo vedendo la lunga coda al Tavolino Magico durante la pandemia, non ha dubbi sull’urgenza di aiutare, di assegnare priorità alle cose belle in senso lato, quelle che scaldano il cuore; di scacciare gli infernali black friday con “virtute e conoscenza”; per molti questi compiti sono naturali e giusti ma non per il personaggio-dio denaro apparso cinque secoli fa che premia lavoro con ricchezza, ne fa compito e dovere, benedice chi è ricco in terra.

Povero colpevole, debito uguale peccato nell’etica del capitalista; chi non la segue per scelta consapevole o per impossibilità è improduttivo, è moralmente inadempiente, secondo questo dio; esso giudica pretese inaccettabili i valori diversi, come ad esempio la garanzia per tutti di un lavoro di soddisfazione e onesto, la compassione per meno fortunati e working poors, voler godere la vecchiaia, investire in felicità più che in denaro.

Questo personaggio è disturbato dal nostro vociferare di un dopo pandemia diverso, di rapporti umani, di aria pulita e minor traffico, di orti e giardini urbani, beni comuni imprescindibili (ai suoi occhi cose che non valgono nulla); anzi è preoccupato per le regioni ricche, chiamate secondo lui ingiustamente a pagare il conto del fronteggiare povertà, disparità regionali e diseguaglianze. Purtroppo per questo dio la pandemia ha mostrato con chiarezza che la difesa a oltranza dell’interesse economico impoverisce il bene comune, che si assapora appunto solo comprendendo il valore della gratuità.

Spero che politici e partiti ascoltino queste istanze e superino la dottrina economicista che ci rovinerebbe, ampliando il divario tra ricchi e poveri, tra nord e sud del mondo; lo diceva tempo fa persino Emmanuel Macron: “C’è una specie di guerra di religione tra l’Europa del nord calvinista, che non discolpa i peccatori, e un’Europa del sud cattolica, che vuole lasciarsi tutto alle spalle.” Secondo alcuni la continuità tra lo spirito del protestantesimo, in particolare calvinista,  il capitalismo e la disciplina dell’accumulo di ricchezza fanno scuola: al netto di dissertazioni impegnative su attaccamento al denaro, avarizia, religione, meschinità, si è certi che occorre superare la grettezza, perché non aiuta nessuno.

Compito essenziale, per i politici in primis, è dunque essere generosi in senso lato e aperti mentalmente alle risorse umane, ma anche ambientali, aria acqua suolo energia, luoghi di civile bellezza.  Altro che esami di riparazione, qui se non si segue un diverso e nuovo modo di stare al mondo, se non si affrontano finalmente e seriamente le diseguaglianze, se non si lavora per le generazioni future la bocciatura sarà sonora.


Ilario Lodi: I fatti della Foce parlano delle scelte e della vita di tutti noi

I duri segnali di Bruxelles, contraria a rinegoziare il progetto di accordo quadro 

Abbiamo chiesto a Ilario Lodi, grande conoscitore della realtà giovanile, di aiutarci a comprendere l’onda lunga di cui fanno parte episodi apparentemente isolati e immotivati come quelli di sabato scorso.

Genitori, un mestiere sempre più difficile

Lo spirito che ha animato coloro che hanno pensato e redatto la Costituzione elvetica o che su di essa sono ritornati per aggiornarla è chiaro e facilmente comprensibile: l’iniziativa individuale è al centro di tutto; il cittadino deve sbrigarsela da sé e nel caso in cui non ce la faccia (e solo allora) lo Stato può intervenire sussidiariamente per fare in modo che la situazione non peggiori e per ripristinare quell’equilibrio (prima di tutto: finanziario) che gli consenta di ritornare a potersela sbrigare da solo con rinnovato vigore.

Questo modo di interpretare la relazione tra autorità e cittadino ha generato degli effetti anche in campo educativo: l’educazione dei bambini e dei giovani è fondamentalmente una questione privata che riguarda le famiglie e non lo Stato che, in queste come in altre, non deve intervenire. Se da una parte camminiamo quindi su un terreno che ha a che fare con l’educazione formale (diciamo: la scuola e la formazione professionale), dall’altra abbiamo l’immenso territorio (infinitamente vasto) sul quale si gioca la partita dell’educazione informale (diciamo: tutto ciò che va oltre la scuola e la formazione professionale).

Da tutto ciò consegue, tra le altre cose, che le sollecitazioni alle quali, prima ancora che i giovani, le famiglie stesse vengono sottoposte sono notevolissime. Là dove non sono o non possono essere raccolte e serenamente elaborate, queste si trasformano in fonte di preoccupazione o forse di problemi di non facile soluzione. Oggi sappiamo che le decisioni sull’educazione dei bambini e dei giovani sono sempre meno alla portata delle famiglie che li hanno accolti nelle loro vite, accuditi e cresciuti. È sempre più difficile, infatti, districarsi nella miriade di offerte formative e di aggiornamento; i settori economici appoggiano – investendovi massicciamente – alcuni ambiti più che altri, la conoscenza delle lingue e la digitalizzazione dettano l’agenda, il mercato del lavoro è in continua evoluzione al punto tale che non è sempre facile stare al passo con quello che succede, e altro ancora (tutto ciò senza considerare i fortissimi interessi che stanno dietro ai settori della formazione continua).

Non sorprende, quindi, che ci sia, e sia molto presente, una forma di disorientamento da parte delle famiglie riguardo al cosa fare con i propri figli nel momento in cui bisogna scegliere che direzione intraprendere. Questa, a mio parere, è una delle motivazioni che stanno alla base della scelta che molti formulano di iniziare un percorso scolastico medio superiore, il che altro non è che un rinviare le scelte da effettuare a – ipotetici – momenti successivi dove le cose potrebbero essersi fatte più chiare.

La situazione di incertezza, comunque, non scompare automaticamente con l’inizio della prima liceo. Assai frequentemente essa permane e si traduce in forme molto differenti: risultati scolastici insoddisfacenti, sensazione di inadeguatezza, peso di responsabilità non ancora chiare tanto per citarne solo alcuni.

Dire “disagio” non basta

Ai giovani abbiamo chiesto e stiamo chiedendo molto. Su di loro si sono effettuati negli ultimi anni degli investimenti davvero notevoli, misure che hanno innescato una corsa al rialzo mettendo in competizione i giovani tra di loro e con il mercato in generale: sul piano della formazione, certamente; ma anche sul piano dello sviluppo delle relazioni individuali che, per potersi sviluppare, sono tenute a far riferimento al settore dei consumi, e via di questo passo. Queste pratiche generano risultati più o meno prevedibili.

Per alcuni la questione si risolve, malgrado tutto, nell’imboccare una via e, più o meno coerentemente, mantenerla per un certo numero di anni, fino ad ottenere una sorta di indipendenza sia materiale che spirituale nei confronti di quanto ci sta attorno. Per altri, invece, questo modello di crescita genera più problemi di quanti si proponga di risolverne. Per descrivere queste situazioni (che probabilmente abbiamo sottovalutato nella loro importanza) abbiamo adottato il termine disagio. Questo concetto, però, sta mostrando i suoi limiti e, oggi, non sembra più adatto per descrivere quello che effettivamente sta succedendo. Si può parlare di disagio giovanile davanti a quanto accaduto alla Foce qualche giorno fa? Non credo.

Credo invece che, a fronte delle migliaia di giovani che – a fatica, con molto impegno e dedizione e con i mezzi a loro disposizione – dimostrano di essere all’altezza delle proprie aspettative, mettendo in campo tutto quanto è necessario per coronare i propri sogni e le proprie ambizioni; a fronte di questi, dicevo, ce ne sono altri che hanno invece sviluppato un modus operandi differente, giovani che percepiscono la realtà in maniera diversa da quanto ci si potrebbe attendere e con i quali, proprio perché soggetti di un percorso di crescita individuale probabilmente non ancora definito nelle sue essenzialità, diventa complesso poter interloquire. Non c’è da sorprendersi davanti a quanto accaduto; forse a sorprendere è il fatto che sia accaduto solo ora.

Forse non è giusto chiedere ai giovani ciò che neanche gli adulti sanno fare

In gioco – e non mi riferisco solo ai fatti della Foce – c’è il nostro modo di educare, le nostre pratiche educative e formative, familiari e di società. Scopriamo di aver accumulato dei ritardi: mezzo mondo, quello colpito dalla pandemia, non era preparato alla didattica a distanza, anche se di digitalizzazione si parla da almeno vent’anni; apprendiamo di aver privilegiato la formazione in alcuni settori della conoscenza con un coefficiente di produzione di ricchezza monetaria molto alto rispetto ad altri contraddistinti da un valore più basso ma di maggiore impatto sul piano etico e morale; intuiamo che le parole che abbiamo per narrare quanto sta succedendo si rivelano insufficienti per descrivere la complessità dei fenomeni (relazionali) con cui siamo confrontati (il celebre mi mancano i nomi di Husserl).

Siamo quindi confrontati con una realtà che, pur sembrando qualcosa di nuovo (almeno alle nostre latitudini) trova origine in un passato più o meno recente a partire dal quale si è chiesto ai giovani di essere tutto ciò che noi adulti (con i nostri modelli e le nostre ambizioni, le nostre proposte e i nostri vincoli – scolastici piuttosto che formativi, estetici, performativi, di duttilità piuttosto che di remissività), in un modo o nell’altro, abbiamo deciso sia importante per loro essere.

Se le cose stanno in questo modo (ed ho buoni motivi per crederlo) abbiamo un problema non da poco da affrontare e da risolvere con chi vi è direttamente implicato. Bisogna innanzitutto scoprire se esistono presupposti comuni su cui ipotizzare uno spettro di soluzioni ai problemi emergenti. Esse potrebbero essere identificate, ad esempio, in un insieme di valori comuni, di comuni pratiche relazionali, o in un linguaggio (nomi, grammatiche, logiche interlocutorie) condiviso. Oppure attraverso una mediazione rintracciabile in alcuni ideali, forse oggi non ancora sufficientemente elaborati e letti a fondo attraverso la lente degli interessi in gioco. Cosa non facile per chi, chiamato ad esercitare delle responsabilità istituzionali, si trova oggi forse sprovvisto (come molti di noi) degli strumenti (vale a dire: di un ordine di discorso) necessari per imbastire un insieme di relazioni che, in quanto di natura educativa, necessitano di tempi lunghi per potersi imbastire e adeguatamente sviluppare (il mantra che recita che i tempi dell’educazione non sono i tempi dell’economia ci viene qui in aiuto).

È troppo tardi?

Verrebbe da dire che i buoi sono ampiamente fuori dalla stalla. E, probabilmente, sotto molti aspetti, le cose stanno così. Ma per provare a fare qualcosa, in che direzione si potrebbe andare? Forse si potrebbe provare ad inviare sul terreno animatori di strada sperimentati (non sicuramente giovani formati all’ingegneria delle relazioni, gravidi di processi ma poveri di polso, alle prime armi), soggetti con un solido mestiere alle spalle, capaci di costringere al dialogo (nel senso dello stringersi insieme, raccogliersi, riunirsi), di interloquire in maniera concreta con coloro che, esperienze alla mano, si rifiutano di entrare in relazione con tutto quanto ha dell’istituzionale. Ma non parlo di uno o due giovani neodiplomati; parlo di sette, otto, dieci professionisti (insomma: quanti ce ne vogliono, a dipendenza della stima sul numero di giovani con cui interloquire). Nella speranza di averne a disposizione, cioè di aver investito in passato su questo tipo di iniziative.

Approfitterei però della situazione venutasi a creare per aprire, a livello sia istituzionale che privato, un’ampissima (non certamente locale, nemmeno cantonale) discussione su quello che è successo: sui perché, sulle sue origini, sulle ipotesi al vaglio per superare le difficoltà incontrate (la soluzione manu militari, che esiste, non può essere la prima e può essere invocata solo per difesa). Lo farei anche per ribadire l’importanza di investimenti (massicci, decisi, coraggiosi) nelle politiche giovanili e nelle politiche familiari, a partire dai nidi d’infanzia, ai centri extrascolastici, ai centri giovanili, alle colonie estive di vacanza residenziali (che tutt’altro sono di quelle legate alla giornata di attività), dove si esercita la cittadinanza, la partecipatività, il senso del benessere. Lo farei quindi per proporre modelli di educazione alla cittadinanza che non passino dall’insegnamento della civica come fine ma che della civica facciano un mezzo, come tanti altri, per fare educazione.

Se quanto successo alla Foce si origina nelle scelte educative e formative (ma anche di società) formulate nel passato è giusto fermarsi a riconsiderarle nella loro sostanza in termini collettivi. Ciò perché l’educazione dei nostri ragazzi non può più essere più reputata come una questione privata, ma deve essere intesa come un impegno della collettività nella sua interezza.

Ilario Lodi è Responsabile della Fondazione Pro Juventute, Regione Svizzera italiana


Oggi la giornata mondiale dell’acqua

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