Cuba, l’ora più difficile

È davvero terminata l'era castrista? Bilancio e prospettive di una delle fasi più difficili nella storia della 'revolución' 

Si è concluso lunedì scorso, in simbolica coincidenza con il 60° anniversario della fallita invasione della Baia dei Porci, l’VIII° Congresso del Partido Comunista Cubano, che ha sancito la fine dell’era dei fratelli Castro. Scomparso il lider maximo Fidel nel 2016, anche l’ormai novantenne Raul ha lasciato l’incarico di segretario generale, dopo aver abbandonato tre anni fa la guida del governo.

Gli è succeduto il sessantenne Miguel Diaz Canel che sommerà entrambe le cariche. Lui che, alla cacciata del tiranno Batista ad opera dei barbudos nel ‘59, non era ancora nato.

Oltre allo svecchiamento, la direzione del partito ha ridotto pure la rappresentanza di membri della Fuerza Armada nel burò politico; all’insegna comunque del “Somos Continuidad”.

Un cambio generazionale che si compie in un contesto assai difficile per Cuba; sola più che mai dopo la fine degli aiuti dal Venezuela e precipitata in un’economia letteralmente di sopravvivenza. Cui si è aggiunta la pandemia che ha paralizzato il turismo, unica vera fonte di entrata di moneta forte.  Senza contare poi l’inasprimento dell’embargo degli Stati Uniti di Trump che ha azzerato le aperture dell’amministrazione Obama (che portarono, grazie anche ai buoni uffici di papa Francesco, allo scambio di ambasciate). Mentre Biden, al di là di aver tolto Cuba dalla lista degli “stati terroristi” (dove era ridicolmente tornata), non è ancora chiaro che atteggiamento assumerà.

Per far fronte alla crisi già dal gennaio scorso Diaz Canel ha varato una serie di riforme, a partire dalla fine dell’artificiosa circolazione della doppia moneta; oltre a un graduale processo di privatizzazioni nella direzione di un’economia reale sempre meno sussidiabile. Sono stati alzati i salari ma i prezzi sono cresciuti molto di più. Il problema è che mancano i prodotti, anche di prima necessità.

Il tutto in un quadro politico dove le giovani generazioni scalpitano manifestando i loro malumori sui social (che nell’isola, va detto, non soffrono di particolari restrizioni) all’insegna del “patria libre y vivir”, in antitesi al “patria libre o morir” rivoluzionario. Come il Movimiento (culturale) San Isidro, represso nel novembre scorso quando intraprese uno sciopero della fame contro la censura e l’arresto di uno di loro. Penuria e controllo sociale, alla lunga, sono difficilmente sostenibili. Come le proteste giovanili.

Più volte la Cuba castrista è stata data per spacciata. Soprattutto dopo la scomparsa dell’Unione Sovietica con i suoi quasi settant’anni di socialismo reale, piuttosto andato a male.

Eppure anche nel durissimo “periodo especial” degli anni ’90 la sovranità nazionale cubana, a sole 90 miglia dagli Stati Uniti, tenne duro. E grazie poi anche al sostegno del defunto venezuelano Hugo Chavez, ha potuto resistere per altrettanti trent’anni alla caduta del Muro di Berlino. Segno evidente che era stata una rivoluzione popolare vera.

Un miracolo a due passi dagli states! Con ben dodici presidenti che si sono avvicendati invano alla Casa Bianca. Certo una sovranità incompatibile (forse, nel bene e nel male) con l’esercizio democratico; perlomeno quello che abbiamo avuto l’opportunità di vivere noi nel benestante emisfero nord-occidentale; e che oggi è anche qui piuttosto zoppicante.

Sovranità che porta infine non a caso il nome del vaccino Soberana, che i cubani si son fatti da soli contro il covid 19; che nell’isola ha fatto venti volte meno vittime rispetto alle nostre latitudini.

Ce la farà ora Diaz Canel, orfano del carisma dei fratelli Castro, ad onorare l’impegno per una continuità del socialismo tropicale cubano?

Il resto è comunque già storia.


Christiana Figueres: Dall’impossibile all’inarrestabile

È davvero terminata l'era castrista? Bilancio e prospettive di una delle fasi più difficili nella storia della 'revolución' 

Christiana Figueres è la diplomatica costaricana che guidò i negoziati internazionali che hanno portato alla conclusione dell’Accordo di Parigi sul clima nel 2015. Quell’accordo è la chiave di volta delle attuali discussioni sulla crisi climatica e su come affrontarla. È il motivo per cui c’è molta attenzione intorno al «limite» di riscaldamento di 1,5 gradi centigradi, da cui sono scaturite le scadenze del 2030 (per tagliare di metà le emissioni globali di gas serra) e del 2050 (per raggiungere lo zero netto di emissioni). Il 2021 è un anno decisivo lungo questa strada. In questi giorni, il vertice sul clima convocato dal presidente degli Stati Uniti Joe Biden riunisce molti capi di stato per accelerare le discussioni in vista della conferenza sul clima delle Nazioni Unite COP26 che si terrà a Glasgow il prossimo novembre. In quella conferenza, i firmatari dell’Accordo dovranno riferire sui loro progressi e aumentare i loro impegni verso gli obiettivi condivisi del 2030 e del 2050. Nel 2016 Figueres raccontò in un TEDTalk la storia dell’Accordo di Parigi. Con l’autorizzazione di TED, riproduciamo qui una versione redatta e ridotta della trascrizione del suo intervento. Il suo libro, scritto in collaborazione con Tom Rivett-Carnac, “Scegliere il futuro: affrontare la crisi climatica con ostinato ottimismo” è uscito in italiano la scorsa settimana presso l’editore Tlön, tradotto da Laura Fantoni.  – Red.


Ho una ragione in più per essere ottimista: il cambiamento climatico. Forse non ci crederete, ma ecco cos’è successo. Il 12 dicembre 2015, a Parigi, sotto l’egida delle Nazioni Unite, 195 governi si sono riuniti e unanimemente – se avete lavorato coi governi sapete quanto sia difficile – unanimemente hanno deciso di cambiare volontariamente il corso dell’economia globale per proteggere i più deboli e migliorare la vita di tutti noi. Ora, questo è un traguardo notevole.
Ma lo è ancora di più se considerate cos’era successo qualche anno prima. Copenhagen, 2009. Qualcuno si ricorda di Copenhagen? Bene, dopo anni di lavoro per raggiungere un accordo sul clima, quegli stessi governi si erano riuniti a Copenhagen e fallirono miseramente.

Perché fallirono? Per molte ragioni diverse, ma principalmente a causa del profondo divario tra il nord e il sud del mondo. Ora, sei mesi dopo questo insuccesso, fui stata chiamata a dirigere le negoziazioni sul cambiamento climatico. Capirete, il momento perfetto per iniziare questo nuovo lavoro. L’umore generale intorno al cambiamento climatico era a terra. Nessuno credeva che fosse possibile raggiungere un accordo globale. In realtà nemmeno io. Se promettete di non dirlo a nessuno, vi dirò un segreto che è stato fortunatamente seppellito dalla storia. Durante la mia prima conferenza stampa, un giornalista mi chiese: “Ehm, signora Figueres, pensa che un accordo globale sarà mai possibile?” E senza pensarci mi sentii dire: “Non mentre sono in vita.” Beh, potete immaginare le facce dei miei addetti stampa sconvolti da questa folle costaricana che era il loro nuovo capo. E anche io ero sconvolta dalle conseguenze di quello che avevo appena detto, dalle conseguenze di quello scenario per il mondo nel quale i nostri bambini dovranno vivere. Proprio allora decisi che avrei cambiato il mio atteggiamento e che avrei aiutato il mondo a cambiare atteggiamento sul cambiamento climatico.

Ma pensate a questo : cosa fareste se vi dicessero che il vostro lavoro è salvare il pianeta. Inseritelo nel vostro curriculum vitae. E che ne avete tutta la responsabilità, ma non avete nessuna autorità, perché i governi sono sovrani per ogni decisione che prendono.
Beh, mi piacerebbe davvero sapere cosa fareste il primo lunedì mattina arrivando in ufficio, ma vi dico cos’ho fatto io: sono andata nel panico.
E poi di nuovo, perché ho capito di non avere idea su come risolvere questo problema. Ma una cosa la sapevo : dovevamo cambiare il tono della conversazione. Perché non avremmo potuto vincere in alcun modo senza ottimismo.

E qui, uso ottimismo come una parola molto semplice, ma interpretiamola nel suo significato più ampio. Interpretiamola come coraggio, speranza, fiducia, solidarietà, la convinzione fondamentale che noi umani possiamo unirci e aiutarci a vicenda per migliorare il destino dell’umanità. Pensavo che senza questo non ci sarebbe alcun modo di uscire dalla paralisi di Copenhagen. E da allora per sei anni, ho iniettato costantemente e ostinatamente ottimismo nel sistema, indipendentemente dalle domande della stampa e indipendentemente dalle prove a sfavore. E credetemi, ce n’erano molte. Ma ho cercato di iniettare un ostinato ottimismo nel sistema.

E molto presto abbiamo iniziare a vedere dei cambiamenti in molti settori, accelerati da migliaia di persone. Il primo settore in cui abbiamo visto cambiamenti notevoli è stata… la tecnologia. Abbiamo cominciato a vedere che le tecnologie pulite, in particolare quelle ad energia rinnovabile, hanno cominciato a essere più accessibili e potenti, al punto che oggi stiamo costruendo centrali ad energia solare che hanno la capacità di alimentare intere città, per non parlare di quello che stiamo facendo con la mobilità e le costruzioni intelligenti. E con questo cambiamento nelle tecnologie, abbiamo potuto vedere un cambiamento nell’equazione economica, perché abbiamo capito che sì, il cambiamento climatico è costoso, e sì, ci sono dei rischi. Ma ci sono anche vantaggi economici e benefici reali, perché la diffusione delle tecnologie pulite ci porterà aria più pulita, una salute migliore, trasporti migliori, città più vivibili, più sicurezza energetica, più accessibilità all’energia nei paesi in via di sviluppo. In sintesi, un mondo migliore di quello che abbiamo ora.

È questa prospettiva che ha fatto sì che molti – governi regionali, settore privato, capitani d’industria, compagnie assicurative, investitori, leader cittadini, comunità religiose – hanno capito che ciò è davvero nel loro interesse.
Vi dirò che l’amministratore delegato di un’importantissima compagnia petrolifera venne da me e disse – in privato, naturalmente – che non sapeva come avrebbe cambiato la sua azienda, ma che l’avrebbe fatto, perché era interessato alla sua sostenibilità economica a lungo termine. Beh, questo un cambiamento nell’equazione economica ha fatto sì che i governi nazionali abbiano capito che questo è nel loro interesse nazionale. E quando abbiamo chiesto ai paesi di cominciare a pianificare come contribuire agli sforzi globali sulla base del loro interesse nazionale, 189 paesi su 195, 189 paesi hanno inviato i loro piani sul cambiamento climatico, basati sul proprio interesse nazionale, contestualmente alle loro priorità, coerenti con i loro piani di sviluppo nazionale sostenibile.

È lì che abbiamo visto che le nazioni erano pronte a convergere su un percorso comune, in una direzione comune che richiederà forse molti decenni, ma dopo ci porterà nella nuova economia, in un’economia molto forte e decarbonizzata. Gli attuali contributi nazionali da parte dei governi nazionali sono insufficienti a portarci ad un clima stabile, ma sono solo il primo passo, e miglioreranno nel tempo. E la misura, la copertura e la verifica di tutti questi sforzi è giuridicamente vincolante attraverso l’Accordo. E i controlli che faremo ogni cinque anni per valutare il progresso collettivo verso il nostro obiettivo sono vincolanti, e il percorso stesso verso un’economia decarbonizzata e più forte è vincolante.

E questa è la parte più importante: Cosa avevamo prima? Pochissimi paesi che avevano preso limitatissimi impegni a breve termine sulla riduzione delle emissioni di gas serra che erano totalmente insufficienti e inoltre ampiamente percepiti come un peso. Cosa abbiamo ora ? Abbiamo tutti i paesi del mondo che contribuiscono in modi diversi con diversi approcci in diversi settori, ma tutti contribuiscono a un obiettivo comune e lungo un percorso con integrità ambientale.
Dunque, se guardo indietro agli ultimi sei anni, la prima cosa che ricordo è il giorno dell’adozione dell’Accordo di Parigi. Non so descrivervi l’euforia nella stanza. 5000 persone che saltarono dalle loro sedie, che piangevano, applaudivano, gridavano, urlavano, a metà tra l’euforia e l’incredulità per quello che avevano appena visto, perché tantissime persone ci avevano lavorato per anni, e finalmente era diventato realtà.

E non erano solo quelli che vi avevano preso parte direttamente. Poche settimane fa, ero con un collega che cercava di decidere se comprare una perla tahitiana da regalare alla sua stupenda moglie Natasha. E quando alla fine decise cosa comprare, il gioielliere gli disse: “Sa, è molto fortunato a comprarla ora, perché queste perle potrebbero estinguersi presto per il cambiamento climatico.” “Tuttavia”, disse il gioielliere, “ha sentito, i governi hanno appena preso una decisione, e Tahiti potrebbe avere una possibilità.” Beh, che conferma fantastica che forse, forse c’è speranza, c’è una possibilità. Sono la prima a riconoscere che abbiamo ancora molto lavoro da fare. Abbiamo appena iniziato il lavoro sul cambiamento climatico. E in realtà dobbiamo assicurarci di raddoppiare gli sforzi nei prossimi cinque anni, che sono i più importanti. Ma credo che negli ultimi sei anni siamo passati dall’impossibile all’inarrestabile. E come abbiamo fatto? Iniettando ottimismo trasfomazionale che ci ha permesso di passare dal confronto alla collaborazione, che ci ha permesso di capire che gli interessi nazionali e locali non sono necessariamente in contrasto con i bisogni globali, e che se lo capiamo, li possiamo mettere insieme e fonderli in maniera armoniosa.

E mentre guardo ad altri problemi globali che richiederanno la nostra attenzione in questo secolo – la sicurezza alimentare, idrica, domestica, la migrazione forzata – vedo che di sicuro non sappiamo come li risolveremo, ora. Siamo stati abituati a credere che ci sono sempre vincitori e perdenti, e che se tu perdi io vinco. Beh, viviamo in un mondo in cui abbiamo raggiunto i confini del pianeta e in cui non siamo solo interconnessi, ma sempre più interdipendenti, se tu perdi io non vinco più. O siamo tutti perdenti o possiamo essere tutti vincitori.  Lo abbiamo fatto una volta. Possiamo rifarlo.

Testo di di Christiana Figueres / Copyright TED.com / Traduzione dall’inglese di Maria Carmina Distratto e Carlo Floris

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


C’è anche una buona notizia

È davvero terminata l'era castrista? Bilancio e prospettive di una delle fasi più difficili nella storia della 'revolución' 

Ripariamo la nostra Terra, ‘Restore Our Earth’, è la parola d’ordine della 51esima edizione della Giornata mondiale della Terra che ricorre oggi, 22 aprile.

È la seconda giornata mondiale in pandemia ed è su questo che vorrei soffermarmi. Troppo impegnati a parlare di guerra al virus, a mantenere la catena sterile, a proteggerci da una pandemia che, in fondo è anche causa del nostro agire sconsiderato, in questo ultimo anno ci siamo concentrati sulla nostra sopravvivenza, spesso dimenticandoci che il pianeta che ci ospita sta soffrendo.

I numeri parlano chiaro: solo in Cina vengono prodotti 116 milioni di mascherine al giorno. E quello delle mascherine rappresenta la punta dell’iceberg di un problema ben più grande, il ritorno massiccio della plastica monouso: guanti, salviette detergenti, protezioni per i piedi, cuffie, rivestimenti per sedie, kit di abbigliamento per medici e operatori sanitari.

C’è una pandemia destinata a durare nel tempo, una pandemia per la quale non esiste alcun vaccino e la cui cura appare assai complessa: l’inquinamento da plastica.

Ma voglio darvi anche una buona notizia: ognuno di voi può contribuire ad invertire questa tendenza: EARTHDAY.ORG ha lanciato “The Great Global Clean up”, un’iniziativa a cui possono partecipare tutti: l’obiettivo è quello di rimuovere la maggior quantità di spazzatura dai nostri spazi verdi, dalle comunità urbane e dai corsi d’acqua.

Non vi costa nulla, rischiate di divertirvi e soprattutto vi sentirete molto meglio dopo averlo fatto! Cliccate qui per tutte le info: https://cleanup.earthday.org/


Cassis, un ministro sotto assedio

È davvero terminata l'era castrista? Bilancio e prospettive di una delle fasi più difficili nella storia della 'revolución' 

“Tutti contro Cassis» oppure «Cassis, completamente isolato in Consiglio federale”. Due titoli, due facce della stessa medaglia, ma la sostanza non cambia. Ignazio Cassis è stato sconfessato da tutti i suoi colleghi di governo. Con un verdetto senza appello, 6 a 1, hanno bocciato per la seconda volta il suo piano B per un’alternativa all’accordo quadro con l’Unione europea. Un perentorio voto di sfiducia persino impietoso se pensiamo a come è trapelato. Le indiscrezioni sono moneta corrente a Palazzo federale, ma questa volta vi sono almeno tre indizi di un’operazione concertata più unica che rara.

Le indiscrezioni sono verosimilmente partite dall’alto o perlomeno dalle anticamere della stanza dei bottoni, sono poi particolarmente circostanziate ed infine sono pervenute a tutti i maggiori domenicali e non, come di solito, ad un solo media.

Una nuova batosta per Ignazio Cassis dopo la sua esclusione dal vertice a Bruxelles sul futuro dell’accordo quadro con l’UE, benché sia un dossier di sua competenza. Il consigliere federale ticinese viene scaricato perché i suoi colleghi di governo non vogliono assumersi la loro parte di responsabilità nel ginepraio delle relazioni con l’Unione europea? E’ verosimile, ma non basta, e di gran lunga, a spiegare un tale regolamento di conti.

Sono sempre di più coloro che giudicano Ignazio Cassis evasivo e sfuggente. Non si sbilancia sull’accordo quadro con l’UE, in un’intervista ha detto testualmente : “se funziona allora funziona, se non funziona allora no”. Una battuta fin troppo banale e sbrigativa. Si tratta pur sempre del dossier più importante del suo dipartimento. Sono in molti ormai a ritenere che Cassis non è la soluzione, ma una parte del problema. Le sue quotazioni sono decisamente al ribasso, in Consiglio federale, ma anche negli ambienti economici e persino nel suo stesso partito, il PLR. Nubi minacciose si addensano sul futuro del nostro ministro degli esteri.


Raccolta indifferenziata

È davvero terminata l'era castrista? Bilancio e prospettive di una delle fasi più difficili nella storia della 'revolución' 


Nicola Schoenenberger: Coscienza ambientale, quanto NON mi costi

È davvero terminata l'era castrista? Bilancio e prospettive di una delle fasi più difficili nella storia della 'revolución' 

Oggi, 22 aprile 2021, ricorre la Giornata della Terra, evento nato negli Stati Uniti nel 1970 (Earth Day), presto adottato dalle Nazioni Unite e ormai celebrato in 193 paesi al mondo. È il giorno in cui si inneggia all’ambiente e alla tutela del pianeta Terra. Il giorno che dovrebbe ricordarci quanto è necessario agire in fretta per salvaguardare le basi della vita, in particolare della nostra vita, di noi esseri umani, fragili e dipendenti da un pianeta sano più di quanto si tende pensare. Eppure fatichiamo, tremendamente, ad adottare quelle politiche che sarebbero così urgentemente necessarie. Temiamo il costo, essenzialmente monetario, del salvaguardare le specie animali e vegetali della terra (finora percepite come risorsa essenzialmente gratuita e inesauribile); il costo dell’abbandono delle energie fossili, del riciclare i rifiuti o meglio ancora del non produrli del tutto piuttosto che disperderli nei mari, nei suoli e nell’aria, dove rimarranno più o meno per sempre, accumulandosi.

Tutto ciò mentre il costo dell’inazione è, in prospettiva, assai più elevato. Après moi le déluge, diceva Luigi XIV, è il principio che l’umanità intera sembra seguire da troppo tempo. Nel nostro intimo speriamo tutti di non dover vivere l’après. Ma il dopo ci sarà. Nel frattempo, tra iniziative e referendum, la società svizzera si interroga e si adopera nel tentativo di migliorare le cose.
Il 13 giugno prossimo voteremo su due iniziative e un referendum ambientali. Le iniziative sull’utilizzo di pesticidi in agricoltura: “Acqua potabile pulita e cibo sano – No alle sovvenzioni per l’impiego di pesticidi e l’uso profilattico di antibiotici” e “Per una Svizzera senza pesticidi sintetici” sono osteggiate da chi grida allo spauracchio del “ci costerà una fortuna” e sottace i costi esorbitanti – per la salute e l’ambiente – del massiccio uso della chimica nella produzione degli alimenti. Basti pensare che i residui del DDT, proibito in Svizzera nel 1972, o i bifenili policlorurati  (PCB) messi al bando dai processi industriali nel 1980, contaminano ancora oggi le nostre acque e i nostri suoli: ogni giorno ne mangiamo e beviamo un po’, per buona pace dei nostri tessuti adiposi che li accumulano. Le atrazine, vietate nel 2012, o i metabolti del fungicida agricolo clorotalonil, vietato nel 2020, sono storia recente: li berremo e mangeremo per i prossimi decenni, in attesa di un nuovo scandalo.
Eppure, sin dal neolitico, l’agricoltura ha fatto a meno di quei prodotti tossici  divenuti “indispensabili” nell’ultimo mezzo secolo. Con la mole di sapere che abbiamo oggi, perché aver paura di abbandonare quell’infelice aneddoto storico che dovrebbero essere i pesticidi di sintesi?

La legge sul CO2 racconta la stessa storia con le sue norme piuttosto timide che rappresentano solo un passettino in avanti, frutto dei formidabili compromessi della politica svizzera. Nell’ipotesi che venga accettata, le misure imposte dalla legge non saranno neppure sufficienti a raggiungere gli accordi di Parigi sulla riduzione delle emissioni di gas a effetto serra, permetterebbero meramente di “acquisire esperienza” per un esercizio che in realtà è improrogabile e urgente. Abbiamo paura dell’aumento del prezzo della benzina di 5.5 centesimi al litro nel 2028, mentre sappiamo che le auto potrebbero averne bisogno sempre meno? Nel 2018, l’acqua bassa nel Reno dovuta alla siccità (conseguenza del cambio climatico) ha provocato problemi di approvvigionamento di oli combustibili in Svizzera facendo aumentare il prezzo della benzina di 20 centesimi al litro. Sarà piuttosto questo lo scenario del futuro. Abbiamo paura dell’aumento del prezzo dei biglietti d’aereo per poterci recare chissà dove per un week end? Ma già oggi siamo fermi al palo a causa di una pandemia che trova origine proprio nell’eccessivo sfruttamento delle risorse naturali da parte dell’essere umano.
Forse vale la pena fermarsi a riflettere, magari cambiare direzione e diventare protagonisti del cambiamento indispensabile, invece di subire le conseguenze negative della passività.

Nicola Schoenenberger è capogruppo dei Verdi in Gran consiglio e consigliere comunale dei Verdi a Lugano


Swiss Press Award e l’esprit… du Temps

È davvero terminata l'era castrista? Bilancio e prospettive di una delle fasi più difficili nella storia della 'revolución' 

Ognuno ha le proprie fisse, io ho quella del tempismo. Azzeccare il momento giusto per fare una determinata cosa – mi dico – è tutto. O quasi.

È per questo che lo scorso venerdì, poco dopo aver appreso i risultati di tre inchieste su eventuali abusi in seno alla RTS rimango un po’ di stucco quando mi arriva una comunicazione dal Swiss Press Award 2021 (il premio annuale per il giornalismo svizzero) e leggo che a vincere nella categoria carta stampata ci sono i tre colleghi del quotidiano Le Temps, proprio per la loro inchiesta “La RTS et la loi du silence”.

Intendiamoci, sono contento per loro (e detto fra parentesi: non ho partecipato all’edizione di quest’anno quindi non ho conflitti di interesse). Trovo inoltre si tratti di un’inchiesta importante, che a ottobre scorso aveva accesso la miccia dello scandalo e sollevato il coperchio su ingiustizie e sofferenze personali a cui va il massimo rispetto. E che parlava di un malessere profondo e di una mancanza di fiducia fra personale e direzione, entrambi confermati dalle tre inchieste esterne ed entrambi difficilmente risolvibili in breve tempo.

Ma ho pensato: che strano, proprio oggi?

La tesi di fondo della lunga inchiesta era infatti: esiste una sorta di sistema omertoso fra alcuni dirigenti della RTS che hanno coperto diversi abusi. Ma non solo. Nell’articolo si faceva il nome e il cognome di una sola persona: l’ex presentatore della televisione romanda, Darius Rochebin, che assurgeva così a simbolo della malagestione targata RTS.

Le inchieste esterne, sei mesi dopo, però, ci dicono due cose che vanno in direzione opposta: non c’è e non c’era nessun sistema omertoso e Darius Rochebin non è colpevole da un punto di vista penale, tanto che il suo nuovo editore francese (TF1) ha deciso di riaccogliere lui e la sua trasmissione nel palinsesto.

A onor di cronaca e per rispetto soprattutto delle vittime, le inchieste ci confermano anche due casi di abusi, e per questi i responsabili del personale e dell’attualità che avrebbero dovuto intervenire per tempo hanno lasciato il posto. Infine, uno studio del sindacato dei media è atteso per giugno, e potrebbe chiarire ulteriori disagi.

Così mi sono chiesto, ma che strano: il giorno in cui si celebra un lavoro giornalistico meritorio da diversi punti di vista, lo stesso giorno, si scopre che parte di quel lavoro forse forse non era del tutto ben calibrato. E il tempismo si sa è tutto (l’ho già detto?), anche quando le bizzarrie del calendario sembra facciano il resto.

Poi ho guardato bene e ho notato che quest’anno la RTS non ha ricevuto un solo premio. L’anno scorso, tanto per dire, ne aveva fatto incetta e l’anno precedente ne aveva vinti un paio, ma quest’anno zero. Sarà un caso. Forse la mancanza di candidati, o di candidati all’altezza, ci mancherebbe, succede.

Ma i premi spesso sono capaci di registrare la temperatura del momento e annunciano le nuove tendenze un po’ come gli stilisti con le loro collezioni, e non necessariamente per qualche retropensiero della giuria giudicante, ma per quell’esprit du temps che spesso sanno interpretare.

E allora quale messaggio ci lascia questa scelta? Una scelta ancor più evidente (stridente?) vista la concomitanza tra l’annuncio dei nominati e i risultati delle inchieste? Possibile intravedervi un segnale che qualcosa di profondo sta cambiando fra (certi) editori privati e servizio pubblico? Ha qualche ragione extra giornalistica l’attenzione particolare – con diversi corsivi su questo come su altri temi – che il quotidiano Le Temps sta dedicando alla RTS da qualche mese? Domande che non hanno risposta per ora, piacerebbe averne, ma non le ho, spiace.

Alla fine però mi consolo, perché quest’anno posso congratularmi anche con alcuni bravi colleghi e alcune brave colleghe della Svizzera italiana: due Swiss Press Award sono andati infatti alla Radio RSI (al documentario “I guerrieri della luce” di Rete Uno e a Modem di Rete Due) e uno alla televisione (Falò). E pazienza per il tempismo. In fondo si tratterà solo di una mia fissa personale.


Giorgio Mainini: Scheda senza intestazione? Anche no

È davvero terminata l'era castrista? Bilancio e prospettive di una delle fasi più difficili nella storia della 'revolución' 

[NdR] Questo testo è stato redatto il 19 aprile 

Ho fatto un sogno: che al momento dello spoglio si scoprisse che a votare è stato, in media, meno del cinquanta per cento degli aventi diritto nei Comuni, e che le schede senza intestazione sono la maggioranza assoluta di questa minoranza. Un segnale chiaro, forse un abbozzo di resistenza all’inerzia.

Così scrive Marco Züblin su questo blog, in “Plaidoyer per la scheda senza intestazione”
Se ci si pensa bene, non è un gran bel sogno.

Si immagini un Comune nel quale si debba eleggere un consiglio comunale (CC) di 50 persone e che siano presentate 5 liste (A, B, C, D, E) di 50 nomi ognuna.

Il cittadino triste e abitudinario mette la crocetta sulla lista A e va a bersi una birra sulla terrazza appena riaperta: con questo semplice atto assegna 50 voti alla lista A e uno ciascuno ai candidati A, cioè 100 voti in  tutto.

Il cittadino “altro”, per definizione sottintesa pensoso e politicamente evoluto, sceglie la scheda senza intestazione e dà il voto a 4 A-isti, a 3 B-isti, a 3 C-isti, a 5 D-isti e 4 a E-isti, che ben conosce e i cui meriti egli reputa superiori ai demeriti. Così facendo esprime (4+3+3+5+4) x 2 =  38 voti, di cui 19 personali e 19 distribuiti alle liste cui i suoi candidati appartengono.

Prima osservazione: “altro” conta meno del cittadino triste e abitudinario (38 voti contro 100).

Seconda osservazione: avendo distribuito più o meno equamente le sue preferenze su tutte le liste, non ne favorisce nessuna e il CC avrà una distribuzione di eletti definita dai cittadini tristi e abitudinari.

In sostanza: “altro”, che voleva essere il cataro di turno, non ha ottenuto niente e, in pratica, si è tirato la zappa sui piedi, auto-trasformandosi in cittadino con meno diritti (38 su 100).

Si aggiunga che “altro” non vive sulla luna: sarà un’avvocatessa, un dottore in fisica, un’insegnante di francese, un direttore d’azienda, altro ancora, ma poco probabilmente un camionista o una cassiera di supermercato. Sì, perché è tra i camionisti e le cassiere di supermercato che si annidano i cittadini tristi e abitudinari, mentre gli “altri” siamo noi, che siamo bravi e abbiamo studiato. Non è così? Il tono dell’articolo lo lascia pensare: gli “altri” sono quelli che sanno che cosa vuol dire “fàtica”, “stigmatizzare”, “coatta”, “opinare” (e pure “cataro”, già che ci siamo) e altre parole difficili (ricordate Don Milani?). Di conseguenza i candidati che si conoscono bene saranno del giro: avvocati, dottoresse in fisica, insegnanti di francese e direttrici d’azienda che, a loro volta, ben difficilmente conosceranno dal di dentro i problemi che hanno (affliggono) i camionisti e le commesse di supermercato.

Ci aveva già pensato Platone, secondo il quale dovrebbero essere i filosofi a governare, perché uno Stato che assegni ai suoi cittadini funzioni incompatibili col livello di sapienza da essi raggiunto diventa disarmonico e rischia facilmente di degenerare. Poi, un paio di millenni dopo, sono arrivati gli illuministi che l’hanno pensata diversamente, ma questa è un’altra storia.

Giorgio Mainini è stato docente di matematica e direttore di Scuola media. Attualmente appassionato divulgatore della sua disciplina


Nove minuti che hanno cambiato l’America

È davvero terminata l'era castrista? Bilancio e prospettive di una delle fasi più difficili nella storia della 'revolución' 

Guilty, colpevole. Una parola scandita per tre volte dentro l’aula del tribunale di Minneapolis, come tre erano i capi di imputazione nei confronti dell’ex agente di polizia Derek Chauvin, giudicato responsabile della morte di George Floyd: omicidio colposo, omicidio involontario di secondo grado e omicidio di terzo grado. Tra otto settimane il giudice stabilirà la sua pena, con Chauvin che rischia fino a 40 anni di carcere.

40 anni di prigione per quegli 8 minuti e 46 secondi con il ginocchio premuto sul collo di Floyd che hanno indignato, risvegliato e forse cambiato l’America. Forse, perché la sentenza di colpevolezza non elimina certo le discriminazioni razziali e il razzismo sistemico negli Stati Uniti – presenti in ogni ambito della società, dalla brutalità della polizia all’accesso a cure sanitarie.

Ma il verdetto di Minneapolis rappresenta comunque un “passo gigante” verso la giustizia per tutti, come ha detto il presidente Joe Biden rivolgendosi alla nazione in diretta televisiva, perché interrompe il vergognoso ciclo dell’omertà e dell’impunità: dal 2005, secondo una statistica tenuta da Vox, soltanto sette agenti di polizia sono stati incriminati e condannati per omicidio, e questo benché ogni anno centinaia di persone perdano la vita per l’uso eccessivo della forza da parte degli agenti. Il messaggio è chiaro: donne e uomini in uniforme non sono al di sopra della legge.

La condanna di Chauvin, per nulla scontata malgrado il video straziante che inchioda l’ex agente, è importante anche per un altro motivo: di fronte all’inaccettabile gratuità della violenza – George Floyd era disarmato e aveva comprato un pacchetto di sigarette con una banconota da 20 dollari falsa – per la prima volta le istituzioni si sono schierate dalla parte della vittima. E questo è stato evidente soprattutto con l’elezione di Joe Biden e di Kamala Harris: se l’anno scorso Donald Trump aveva bollato i manifestanti Black Lives Matter come “estremisti” e minacciato di dispiegare la guardia nazionale, il nuovo inquilino della Casa Bianca ha denunciato il razzismo sistemico come una “macchia sull’anima dell’America”.

Di una cosa gli attivisti per i diritti civili sono però concordi: il verdetto di colpevolezza contro Chauvin non deve costituire un punto di arrivo, bensì offrire l’occasione per un nuovo inizio nel lungo e tortuoso percorso verso una società davvero post-razziale. E che la strada sia tutta in salita lo dimostra l’ennesima tragica coincidenza: mentre a Minneapolis il giudice leggeva la sentenza, in Ohio una quindicenne afroamericana veniva uccisa da un agente di polizia bianco.

Rest in peace, George Floyd, riposa in pace: forse non hai cambiato l’America, ma almeno ne hai risvegliato la coscienza.

Andrea Vosti è giornalista e autore di “America First. Cronaca, storie e aneddoti di un paese in crisi di identità”, Armando Dadò editore


Il caso Quadroni: se la “mafia” è cosa nostra

È davvero terminata l'era castrista? Bilancio e prospettive di una delle fasi più difficili nella storia della 'revolución' 

Se l’autorevole NZZ am Sonntag la racconta giusta, e pensiamo proprio di si, nei prossimi giorni a Coira si alzeranno venti tempestosi. Il procuratore esterno straordinario Urs Sutter avrebbe in mano un secondo verbale della Polizia che smentisce quello ufficiale, alla base del suo arresto in stile “Criminal Minds”: Adam Quadroni, ufficialmente definito “persona pericolosa per se stesso e per gli altri”, avrebbe in realtà mostrato “uno spirito collaborativo”. Di conseguenza Sutter è pronto a mettere sotto inchiesta per “abuso d’ufficio, falso in atto pubblico e privazione della libertà” tre poliziotti, un giudice distrettuale e un medico: tutti quelli che hanno permesso alla Polizia di agire: 12(!) agenti in assetto antisommossa intercettano Quadroni in una strada di campagna, lo avvolgono in una cortina fumogena, lo strappano per i capelli dalla vettura dopo aver scardinato entrambe le porte, lo rovesciano a terra, lo ammanettano, lo portano a Scuol dove lo denudano e lo ispezionano, poi lo traducono in una clinica psichiatrica dove il direttore dopo 4 giorni lo rilascia: l’uomo è sano di mente, non ha intenzione di suicidarsi e non è pericoloso. Tornato a casa la trova vuota: la moglie, ungherese se n’è andata con i tre figli: da tempo c’era fumo in famiglia: che sia stata lei a sporgere denuncia? Quadroni lotta per vedere i figli.

Già il rapporto Brunner commissionato dal Parlamento, aveva rivelato 19 punti da correggere nel comportamento delle autorità preposte al caso, ma ora la faccenda si complica: polizia, giudice distrettuale e medico hanno agito di loro iniziativa, sbagliando, o qualcuno li ha indotti all’ignobile messinscena, a falsificare le carte?

Quadroni andava screditato e tolto dalla  circolazione non perché era pericoloso per se stesso, ma per l’intero nostro modo di vivere, per la nostra democrazia, per il nostro Stato di diritto; aveva rivelato il modo in cui la “cupola” degli impresari grigionesi gestiva le ricche commesse pubbliche e anche le private: i Riina, Provenzano, i Badalamenti delle nevi si spartivano gli appalti: la strada a te, la galleria e me, ben 400 dal 2007, e fin qui nulla di male: il fatto è che, secondo la Commissione Federale per la concorrenza,  le offerte venivano artificialmente aumentate del 40-45%, peggio che nel caso dell’ “Asfaltopoli” ticinese, dove l’aumento (il furto di denaro pubblico) era attorno al 30%.

Funzionava così: se l’appalto, a turno, toccava all’impresa A, tutti gli altri dovevano inoltrare un’offerta  nettamente più alta: l’opera pubblica veniva di conseguenza assegnata all’impresa A, che però, pur presentando il costo più favorevole, lo aveva già nettamente maggiorato, causando un danno di almeno 100 milioni sull’arco di 10 anni al Cantone e ai vari Comuni engadinesi che per rifarsi aumentavano le imposte. Ora, che Quadroni abbia rotto l’omertà indotto dal suo anziano genitore (“ti ho sempre insegnato ad essere onesto”) o perché la cupola gli assegnava solo le briciole della ricca torta, non è dato sapere. Ma il pentolone è stato scoperchiato.

Nessuno s’era accorto di nulla: non il presidente degli impresari Andreas Felix, del Partito Borghese  Democratico che alla fine rinuncia a ricandidarsi per il governo, non il capo della Polizia Walter Schlegel dell’ UDC, difeso a spada tratta dalla figlia di Blocher, che viene sconfitto per 31 voti da Jon Domenic Parolini del PBD, a cui si era rivolto Quadroni per denunciare il caso. “Vero” dice Parolini, “ma Quadroni non mi ha consegnato i documenti”. “Non li ha voluti vedere” dice Quadroni.

Gli impresari della Bassa Engadina, che hanno pagato 7,5 milioni di multe, fanno terra bruciata attorno  all’ “infame”: “Giuda chi dà un soldo a Toppi”, dicevano i banchieri ticinesi a chi voleva salvare il “Quotidiano” anni fa.

Quadroni non riesce a costruire nemmeno un pollaio, fallisce, ma è salvato da un’azione popolare che raccoglie 250’000 franchi, grazie ai quali denuncia tutti, dal Cantone ai Comuni passando per le varie Autorità. Nel frattempo la prima procuratrice straordinaria Esther Omlin getta la spugna, sommersa da troppe carte, e viene sostituita da Sutter.

Per finire: perché siamo in grado di parlare di Quadroni? Solo perché esiste il portale “Republik” che con Anja Conzett gli ha dato voce. Nei Grigioni la “libera” stampa è di Hanspeter Lebrument, ex presidente degli editori svizzeri che controlla tutto: la “Südostschweiz” che comprende anche Radio e TV privata, il “Tagblatt” e la “Quotidiana”. Si era scagliato contro la “mafia” della COMCO che aveva trattato il caso poco prima delle elezioni, favorendo l’ascesa del PPD Caduff e del socialista Peyer e naturalmente contro il portale “Republik” diretto da Gion Mattias Durband, suo ex dipendente troppo indipendente.

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