Cresce il debito globale, con il rischio di gravi conseguenze per tutte le nazioni, le meno sviluppate ma anche le più ricche
- Le interviste precedenti a Sergio Rossi
Cresce il debito globale, con il rischio di gravi conseguenze per tutte le nazioni, le meno sviluppate ma anche le più ricche
Cresce il debito globale, con il rischio di gravi conseguenze per tutte le nazioni, le meno sviluppate ma anche le più ricche
Nientepopodimeno che “il ritorno di Ginevra sulla scena internazionale, e di riflesso della Svizzera”. Ieri mattina cominciava così il commento di un giornale ginevrino, che cercava di ragionare su come la Confederazione possa capitalizzare le ricadute del vertice Biden-Putin. Francamente stucchevole e in definitiva sterile questa narrazione-esaltazione, questo compiacimento da parte di certa stampa nazionale dei risultati dei buoni uffici elvetici: da perfetti padroni di casa, eccellenti nell’organizzazione e nella protezione del summit che ha segnato un primo timido disgelo fra Casa Bianca e Cremlino. Come se altre capitali europee non avessero negli ultimi anni surclassato la Svizzera in questo campo. Si pensi per esempio alla Norvegia, che tuttavia non si limitò a fornire sedie, tavoli e biblioteca ai protagonisti degli accordi israelo-palestinesi di Oslo, ma ebbe anche un ruolo di una certa consistenza diplomatica: mediazione attiva, proposte concrete, un instancabile andirivieni fra le delegazioni per rilanciare piani e contro-piani.
Qualcosa di decisamente diverso dalle semplici (o poco più) photo opportunity inanellate a villa La Grange con i due potenti di turno, e i loro ministri degli esteri. Poteva la Svizzera fare di più? Certo che no. Al massimo qualche formale offerta di ipotetici futuri passi bilaterali con Washington e Mosca. Ma allora perché enfatizzare un ruolo di semplice ospitalità? O addirittura teorizzare, come è stato fatto, che il vertice sulle sponde del Lemano rappresenta “un’occasione unica e da non sprecare per Ignazio Cassis”, grazie alle istantanee con i suoi colleghi Lavrov e Blinken, che miracolosamente potrebbero rappresentare un futuro salvagente per un ministro svizzero in evidente difficoltà, dentro e fuori il Consiglio federale.
Andiamo, un po’ di sano realismo! Davvero il destino politico del ticinese (che deve tener conto anche della crisi del suo PLR) dipenderebbe da come egli saprà sfruttare l’opportunità di giocarsi con destrezza la carta pubblicitaria offertagli dall’avvenuto summit, dalla bella dimostrazione organizzativa allestita dalla sua équipe, e, grazie a tutto questo, dalla presunta possibile rimotivazione di un corpo diplomatico fin qui più che freddino nei confronti del ‘capo’, delle sue iniziative, delle sue sortite? Basta passare disinvoltamente dalla posizione di cedevolissimo (e convinto) amico del Mike Pompeo servitore di Trump, a quello di attento interlocutore del raffinato e ancora impalpabile Tony Blinken?
È avvilente questa rappresentazione di un paese turiferario che deve affidarsi all’altrui forza e influenza. Certo senza trascurare l’ovvietà dei rapporti di forza, non si può concepire qualcosa di più e di meglio, come non è avvenuto nei pasticciati e falliti negoziati con l’Unione Europea? A proposito, fra tanti sorrisi e salamelecchi, qualcuno, Parmelin o Cassis, avrà colto l’occasione per chiedere sommessamente spiegazioni della gaffe del presidente Biden che, nel suo primo solenne discorso a Capitol Hill, ha infilato tranquillamente e sbrigativamente la Svizzera nella lista dei “paradisi fiscali”?
Vabbè, continuiamo pure ad esaltare la strategia dei buoni uffici.
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Il bel servizio-inchiesta di Falò ha proposto alcune opportune chiarificazioni, ma soprattutto ha finalmente dato la parola a coloro che non l’avevano finora voluta prendere, non solo per sfiducia nei confronti dell’informazione ma perché ancora increduli per quanto successo; e dagli eventi resi ancora più estranei al contesto che li rifiuta, e che loro rifiutano. Testimonianze a occhio asciutto, molto lucide e partecipate, ma che nella loro fattualità (gli oggetti distrutti, i luoghi della quotidianità, il destino dei gatti) rappresentano con chiarezza che lo sconvolgimento emotivo provocato dagli eventi dello sgombero e della demolizione non ha intaccato, anzi rafforzato, il pensiero dell’alternativa rappresentata dall’autogestione. E poi, i fatti, e le immagini: che inchiodano la politica e la polizia alle loro responsabilità, mostrando lo scempio di una distruzione pianificata e dolosa, che ora si tenta di presentare en catastrophe come una scivolatina minore, il frutto di un equivoco, colpa di altri, in questo modo offendendo l’intelligenza dei destinatari di questo allucinante messaggio; odio che mi si faccia passare per imbecille, e che mi si tratti come tale. Sono curioso di sapere quali guanti la magistratura indosserà per valutare certi comportamenti, la pubblica indecenza con cui organismi dello Stato hanno ritenuto di violare non solo le leggi amministrative, ma principi fondamentali dello Stato di diritto, come quello della legalità.
Il dibattito in studio ha permesso di mettere la faccia a qualcuno che l’ha persa da tempo; mi riferisco allo stralunato rappresentante degli ex-agrari, che ci ha servito il solito confuso piatto di chiacchiere in libertà, ma anche ai socialisti sembrano ormai entrati nel “partito-azienda” borradoriano, tra riccastri e palazzinari, a fiancheggiare faraonici progetti per costruire una Lugano del futuro a misura degli interessi dell’edilizia; o se non ci sono entrati, lo sdoganano con la loro presenza ammiccante. Di fronte a quanto è successo, e alla grave ferita inflitta alle istituzioni, mi sarei aspettato un atto non di coraggio, ma di pura etica decenza, con il quale i socialisti sarebbero usciti dal Municipio; il minimo sindacale, direi, per usare le loro categorie, o un paio di attributi (per usare le mie). La deputata ha dimostrato di avere ben compreso i fatti, e le responsabilità, e di avere idonea capacità di giudizio, a difetto di umana empatia; ma il suo partito non ha capito le implicazioni, né le lezioni e le conseguenze che da questo evento avrebbe dovuto trarre, se non altro per rispetto dei suoi ideali e della sua storia. Oggi leggiamo delle intenzioni programmatiche dei liberali, e anche un abbozzo di riflessione identitaria; auguriamoci che, nel turbine degli slogan, non si dimentichino (o meglio, si riesumino) anche i vecchi e nobili valori del liberalesimo, di cui gli eventi dell’ex-Macello rappresentano una plastica e rovinosa sconfessione.
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“Il clericale domanda la libertà per sé in nome del principio liberale, salvo poi a sopprimerla negli altri, in nome del principio clericale.”: una bella frase di Gaetano Salvemini (un liberale vero, lui), che mi è venuta in mente assistendo in tv alle partite della nostra Nazionale di calcio, e pensando a una vecchia polemica.
Più precisamente, mi è venuta in mente al momento degli inni nazionali, con le consuete scene mute dei nostri eroi del pallone; e, a seguire, con le solite stucchevoli geremiadi paleo-nazionalistiche di svizzeri pseudo-generazionali a proposito dei troppi “stranieri” che vestono l’elvetica maglietta.
Inutile tornare sull’antica ma sempre vexata quaestio del fatto che molti giocatori della Nazionale sono spesso più contigui alla propria patria di origine che non a quella d’adozione, e addirittura che sarebbe meglio una squadra tutta di Gobbi, Bünzli, Inderbitzin e Dubois in fondo alle classifiche che non una Nazionale con gente di provenienza varia, e di intermittente emotiva svizzeritudine, ma nella parte alta di tali classifiche. Siamo sempre ridotti a queste miserie, a stabilire graduatorie francamente un po’ naziste di purezza razziale tra cittadini tutti elvetici, sulla base dell’umidità della firma o del colore della pelle. Va esattamente nella stessa direzione la richiesta parlamentare, giustificata con spudorato esercizio di ipocrisia, di essere informati sulle doppie nazionalità di eletti e aspiranti tali. Avanti così, allegramente verso la preistoria, dietro il pifferaio Chiesa.
Tornando agli inni, e a Salvemini, dico solo che occorrerà minacciarmi di waterboarding (o cogliermi in un momento di esaltazione etilica) per obbligarmi a cantare quella tremenda e retorica melassa confessionale (partorita, in stato di estasi mistico-lisergica da un giornalista baciapile, tale Leonhard Widmer) che costituisce il testo dell’inno che dovrebbe essere di tutti, ma che a motivo del testo finisce per essere solo di alcuni, cioè dei credenti (cristiani). Essi fanno finta di non capire dove stia il problema, appunto, considerando che quello che va bene per loro debba per forza andare bene anche per gli altri; lo stesso meccanismo mentale che fu azionato quando si parlò di eliminare i poveri cristi appesi dalle scuole e dalle aule dei tribunali. E non è così, ma impossibile far capire questa ovvietà a un dogmatico, che chiede libertà per sé sulla base dei principi democratici ma la nega agli altri sulla base, appunto, del proprio dogmatismo. La colonna sonora mi pare non indecente (ed è opera di Zwyssig, parroco di Wettingen; per dire che non tutto quello che viene da lì è da buttare); mi accontenterò quindi di cantarla senza le parole, come del resto fanno gli spagnoli con il loro inno. Che però è opportunamente nato come brano solo musicale.
La Società svizzera di utilità pubblica nel 2015 ha suggerito un nuovo testo, basato sul preambolo della Costituzione federale del 1999, che tuttavia “verrà proposto alle autorità federali solo quando avrà de facto sostituito l’attuale Salmo svizzero”. Campa cavallo… [ndr]
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“Il suo unico crimine è di aver detto la verità”, martellano i firmatari dell’Appello di Ginevra. La petizione, lanciata a inizio mese, chiede “la liberazione immediata” di Julian Assange, fondatore di WikiLeaks detenuto nella prigione ad alta sicurezza di Belmarsh, a Londra, dall’11 aprile 2019 – giorno del suo arresto all’ambasciata dell’Ecuador. Julian Assange aveva già vissuto sette anni rinchiuso in quest’ambasciata, dove si era rifugiato per evitare l’estradizione verso la Svezia, che lo accusava di stupro, un caso poi chiuso.
Il fondatore di WikiLeaks è stato minacciato di estradizione verso gli Stati Uniti. Lì rischia una pena di 175 anni di prigione. Sotto accusa la sua ONG fondata nel 2006, WikiLeaks, piattaforma internet sviluppata dall’australiano per permettere a qualsiasi cittadino di pubblicare anonimamente documenti compromettenti su una società, una organizzazione o un governo. È grazie alla piattaforma che centinaia di migliaia di cablogrammi diplomatici hanno potuto essere pubblicati dal 2010 in collaborazione con i media internazionali tra cui The New York Times, The Guardian, Der Spiegel, Le Monde ed El País.
Tra i documenti rivelati, migliaia di documenti confidenziali del Dipartimento di Stato americano e del Pentagono. Julian Assange ha rivelato gli errori commessi dall’esercito americano in Irak o in Afghanistan, o ancora le cattive condizioni di detenzione a Guantanamo. Ma per gli Stati Uniti ha soprattutto messo in pericolo la vita degli individui che hanno fornito informazioni all’esercito o alla diplomazia americana.
Questo il motivo per cui il Ministero americano della giustizia reclama la sua estradizione al governo britannico. La giudice inglese incaricata del caso ha già opposto un primo rifiuto, il 6 gennaio 2021, invocando il rischio del suicidio, e ha deciso di tenerlo in detenzione sul territorio britannico in attesa dell’esame di appello richiesto dagli Stati Uniti. La data esatta di questa procedura è ancora sconosciuta.
Intanto, diverse istituzioni e personalità ginevrine hanno deciso di unirsi per sostenere Assange e ricordare le sue cattive condizioni di detenzione. Tra le figure che si sono mobilitate vi sono la compagna dell’informatore (l’avvocatessa britannica Stella Morris), il relatore speciale delle Nazioni Unite sulla tortura Nils Melzer, il sindaco di Ginevra Frédérique Perler, l’ex direttore del CICR Yves Daccord, il consigliere agli Stati Carlo Sommaruga, il segretario generale della ONG Reporters Sans Frontières Christophe Deloire, l’ex deputato Jean Rossiaud e il direttore esecutivo del Club svizzero della stampa Pierre Ruetschi.
Quest’ultimo afferma: “Ginevra, città che accoglie il Consiglio dei diritti dell’uomo, città umanitaria, città di pace e di negoziazione, città che accoglierà il 16 giugno i presidenti Joe Biden e Vladimir Putin: è qui che le cose si decidono, è qui che noi esigiamo la liberazione di Julian Assange”.
Nella loro petizione, i firmatari si rivolgono a numerosi interlocutori “in nome dei valori promossi dalle organizzazioni di difesa dei diritti umani basate a Ginevra”. Chiedono anche alle autorità britanniche di rifiutare l’estradizione di Julian Assange e di concedergli la libertà. Al governo americano domandano di rinunciare alle accuse contro di lui; sollecitano le organizzazioni internazionali e le ONG di usare la loro autorità per contribuire alla sua scarcerazione, e ai media di continuare a informare sulla sua situazione. In sostanza chiedono a tutti i popoli di sostenerlo, e a tutti gli Stati democratici di assicurargli un rifugio.
Frédérique Perler, sindaco di Ginevra, si associa “pienamente” a questo appello, e sottolinea: “Julian Assange è il simbolo di una persecuzione politica e giudiziaria insensata di cui i bloggers possono essere vittime. Ha dovuto fuggire, esiliarsi e vivere nascosto per averci informato. Ha perso la sua libertà per proteggere la nostra”. Il consigliere agli Stati Carlo Sommaruga manifesta la sua indignazione: per il socialista, è dovere della Svizzera, afferma, “proteggere i nuovi dissidenti che agiscono ormai nel mondo virtuale.”
Su questo tema, l’ex deputato del gran consiglio ginevrino Jean Rossiaud ribadisce la sua idea di accordare ad Assange un visto umanitario: “i deputati hanno già votato questa risoluzione, dunque Ginevra è pronta ad accoglierlo. Salviamolo dalla tortura, portiamolo in un ospedale per farlo curare, e poi, grazie a questo visto umanitario potrà decidere cosa vuole fare e dove andare.”
Confinato, poi incarcerato per un totale di oltre dieci anni, Julian Assange ha subito un decadimento fisico e mentale, secondo quanto riferiscono regolarmente gli osservatori o i suoi famigliari. La compagna Stella Morris teme per la sua vita. Per lei, il padre dei suoi due bambini uscirà di prigione o come uomo libero o in una bara. “Julian non è semplicemente un nome o un simbolo; è un uomo, un essere umano e soffre. Lo si nasconde, si tenta di farlo tacere, ma lui si batte”.
Turbata dalla statua del suo compagno realizzata dallo scultore Davide Dormino eretta ai Bains des Pâquis, a fianco di quelle di Edward Snowden e di Chelsea Manning, prosegue: “è in prigione unicamente per avere divulgato prove concrete sui crimini commessi dallo stesso paese che tenta oggi di estradarlo. Chiediamo a Joe Biden, che sarà presto in questa città, di fermare una simile follia”.
Pubblicato da Le Temps nel giugno 2021, nostra traduzione
Cresce il debito globale, con il rischio di gravi conseguenze per tutte le nazioni, le meno sviluppate ma anche le più ricche
Non è solo il minimo sindacale. È qualcosa in più.
Preceduto da quattro mesi di ostilità politica e attacchi verbali, il Biden-Putin chiude con il bilancio che avevamo previsto: un atto di ‘realpolitik’, quel misto di realismo e concretezza necessario per ritrovare almeno il senso del dialogo.Così, per il neo-zar, il capo della Casa Bianca è diventato un interlocutore “equilibrato” (certo, non ancora ‘l’uomo di talento’ con cui Putin ha celebrato Trump); e per il ‘vecchio Joe’ il neo-zar sarà anche quello che è (‘un killer senz’anima’, lo definì) ma ritiene di poterci contare per quella stabilità strategica che alla vigilia del vertice aveva indicato come suo principale obiettivo.
Ginevra non poteva produrre miracoli, come quello dell’imprevisto gran disgelo di oltre trent’anni fa tra Reagan e Gorbaciov, e tuttavia rimette sui binari quel tanto di fiducia diplomatica (che non è ancora fiducia politica) indispensabile, anche a noi tutti, per stare un po’ più tranquilli. Chi dei due ha messo qualche risultato in più nella sua sacca? Probabilmente il leader del Cremlino: ha ottenuto un riconoscimento formale con cui continuare ad alimentare nella sua opinione interna il mantra – che è per ora solo desiderio – del ritorno ai ‘gloriosi’ tempi della Russia potenza planetaria; poi, e nel concreto, la battuta ‘mai nella Nato’ con cui l’interlocutore americano ha liquidato la richiesta di Kiev di poter aderire all’Alleanza Atlantica, con l’Ucraina che dovrà continuare in solitudine il confronto-scontro con l’espansionismo del grande vicino (annessione della Crimea e semi-annessione del Donbass); la conferma che gli Stati Uniti sono pronti a riprendere i negoziati sugli arsenali nucleari (dopo il bizzarro congelamento imposto da Trump); infine la possibilità di ribadire al mondo in conferenza stampa che il dissidente Navalny è in carcere perché è un criminale comune e che i suoi sostenitori sono semplicemente dei complottisti. Nel faccia a faccia di pochi minuti prima Biden gli aveva ripetuto che la questione dei diritti umani rimarrà sul tavolo, ma è inutile attendersi dal Cremlino qualcosa di diverso.
Più che cedevolezza, quello del 46esimo presidente americano è stato un preciso calcolo. Aveva infatti accettato il vertice con un preciso obiettivo: liberare il più possibile da ogni ostacolo la rampa del suo missile politico che ha come bersaglio il nuovo vero competitore economico, tecnologico e strategico del momento e degli anni a venire: la Cina, assurta a “sfidante sistemico” nella corsa al primato planetario. Si vedrà se ci è davvero riuscito. In realtà, Ginevra ancora non basta per ritenere che dietro la gelida tranquillità del leader russo vi sia in prospettiva la sua disponibilità a giocarsi l’attuale buon rapporto con Pechino, e che sia poi così solida la ritrovata armonia fra gli alleati atlantici, convinti anche grazie alla buona notizia della cancellazione dei dazi trumpiani. Ci vorrà ben altro per capire se davvero dalle rive del Lemano si è aperto un buon viatico verso chissà quale futuro delle relazioni internazionali.
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Non solo si vota con il portafoglio, mettendo in contraddizione ciò che pensi e auspichi e ciò che scegli e fai. Si vota anche con l’interesse composito. Mettendo in contrapposizione ciò che pensi o detesti o non faresti e il denaro che renda e si moltiplichi. Ecco due esempi.
Sei a favore del clima come si deve, della natura come va salvaguardata, della biodiversità che è anche salvezza umana, dell’agricoltura salutifera e non pestifera, dell’uso parsimonioso e non devastante e abbruttente del territorio, del freno al mattone che sbatte contro ogni legge economica della domanda e dell’offerta, della moderazione del traffico e della lotta contro i rumori. Insomma, sei il “sostenibile” fatto uomo perché riconosci che ti dovrebbe fare la vita più bella e godibile. Quando però ti dicono che c’è un costo, sia per disincentivare scelte o abitudini che possono essere negative, sia per coprire i costi di quello che gli economisti chiamano “esternalità” (i costi generati dall’attività economica, dall’inquinamento, dal traffico, dalle conseguenze di un uso scriteriato del territorio, dalla depurazione delle acque inquinate dai pesticidi usati nell’agricoltura, dallo sconvolgimento sulla salute degli uomini o dal deprezzamento degli immobili), parte subito un perverso meccanismo “logico” che annienta ogni buona convinzione o intenzione. Allora a inquinare è sempre un altro (persino l’immigrato), a non pagare come si dovrebbe è chi inquina di più (le industrie), a farne le spese è l’automobilista che usa l’auto per il lavoro, chi ha meno reddito, chi vive discosto nelle valli, chi calando la produttività nell’agricoltura per le restrizioni sull’uso di alcuni metodi ne patirà talmente da dovervi rinunciare.
Per uscirne bisognerebbe quindi rovesciare il meccanismo “logico” azzerante convinzioni e intenzioni. Come? Non chiedendo al portamonete, ma dando. Ci sono due modi per farlo. L’uno consiste nel riuscire a far capire e accettare un “bilancio sociale”. In parte lo si è fatto, traducendo in moneta sonante, l’unico discorso che capisce l’economia (che conosce il costo di tutto e il valore di niente) Se continuiamo a comportarci come ora, ci costerà “tot”: in perdita e irrecuperabilità della natura, in deturpamento territoriale o perdita agricola e turistica, in qualità di vita, salute e ospedalizzazione. Ma è un calcolo che non passa. Non passa il conto reale, verificato, anche in termini di morti, nel bilancio a breve termine di una pandemia (tanto da porre in contrapposizione salute ed economia), figuriamoci un conto ancora supposto o da verificare su media-lunga scadenza di un bilancio ecologico!
Eppure c’è chi riesce a rovesciare le cose e a fare in modo che la situazione negativa (climatica ecc.) e il modo di presentarla e farvi fronte, diventino soprattutto un affare per il portafoglio. Vanno di moda, ormai, la sostenibilità (accettare o fare ciò che è utile a salvaguardare clima, natura, salute) e l’investimento sostenibile. L’una serve come immagine o politica da adottare perché genera simpatia, condivisione e quindi affari e commercio. L’altro si traduce in un ottimo affare: se non fosse così non si investirebbero in Svizzera 1.520 miliardi di franchi, con un aumento del 31 per cento in un anno. E si investe in settori e imprese cosiddette trasparenti, in cui analisi o “label” esterni certificano che climaticamente e socialmente ti comporti giusto e bene (sei sostenibile) e accetti quindi restrizioni e costi, a scapito anche di maggiori profitti. E si vede che comunque il tutto rende, in termini di cifra d’affari, corsi borsistici e dividendi. Insomma, fai capire all’economia o alla finanza che puoi ricavarne soldi, e l’una e l’altra son pronte a vendersi anche alla… famigerata ecologia.
Tutti sanno ormai che cosa significhi l’acronimo LGBT. Siamo sinceri, non è che tra i più generi entusiasmo, comprensione e condivisione. Ci son partiti, che vanno per la maggiore, che ne fanno un continuo bersaglio, per moralismo o per la sacra famiglia, ma soprattutto perché elettoralmente il dispregio e l’ironia in questo campo si propagano e rendono assai. Fatto sta che la comunità lesbica, gay, bisessuale, queer e non-binaria deve avere assunto un peso economico e finanziario non trascurabile o ironizzabile. Lanciato a inizio giugno, in occasione del “mese della fierezza”, un nuovo fondo americano LGBTQ Loyalty Holdings o LGBT friendly è approdato a Wall Street. Investe in un centinaio di imprese, giganti della tecnica o altro (come Tesla, Marriott, Starbucks, Estée Lauder ecc.) che si dichiarano favorevoli o sostenitrici della diversità, dell’inclusione e dell’eguaglianza. Fondo di investimento che sta crescendo più e meglio dell’indice base S&P 500 della Borsa. E allora, perché non chiudere un occhio e condividere – considerata la esplosiva performance borsistica – la gaiezza o la fierezza LGBT finita in quel fondo di investimento, rimpinguando magari le casse del partito o le casse pensioni con azioni “friendly”?
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Il progetto di revisione del diritto penale sessuale svizzero ha provocato lo sdegno di buona parte della società civile e di alcuni partiti. Numerosi politici, organizzazioni nazionali, accademici, scienziati, associazioni delle vittime, ritengono tale progetto obsoleto e sessista. La procedura di consultazione si è conclusa un mese fa, ma il dibattito pubblico è lungi dall’esser terminato. Per comprendere le criticità della revisione proposta dall’Amministrazione federale, abbiamo intervistato Laura Crivelli. Ticinese cresciuta a Ginevra, giurista, membro del gruppo di lavoro sul consenso e dei Collettivi romandi per lo Sciopero femminista, Laura Crivelli è specializzata in questioni di genere nella cooperazione internazionale.
Attualmente cosa prevede il codice penale svizzero in materia di crimini sessuali?
L’articolo 189 definisce coazione sessuale “gli atti analoghi alla congiunzione carnale o a un altro atto sessuale, consumati tramite l’utilizzo di minaccia o violenza, pressioni psicologiche o rendendo la persona inetta a resistere”. L’articolo 190 definisce la violenza carnale “un atto di congiunzione carnale consumato tramite l’utilizzo di minaccia o violenza, pressioni psicologiche o rendendo una persona di sesso femminile inetta a resistere”. Questi articoli prevedono pene pecuniarie e pene detentive da uno a dieci anni. Risultano problematici poiché superati da tempo: entrambi non prendono in considerazione il concetto di consenso, mentre il 190 ignora del tutto le vittime di sesso maschile o appartenenti alla comunità LGBTIQ+. Il “no” della vittima o l’assenza di consenso non sono sufficienti per vedersi riconosciuto il fatto di aver subito violenza; nel nostro ordinamento giuridico la vittima deve dimostrare di essersi opposta al suo aggressore in ogni modo possibile. Tale approccio sposta parte della responsabilità sulla vittima, la quale rischia di vedere a processo il proprio comportamento, invece di quello di chi ha commesso il reato. Le definizioni risalgono al 1951 e da allora non sono più state modificate. La società civile e femminista chiede da più di vent’anni una revisione della legge, considerata ormai superata e inadeguata al contesto odierno. C’è voglia di cambiare, ma di farlo in bene: le vittime non possono aspettare altri 70 anni. Al momento mancano tutti gli strumenti giuridici atti a tutelare le vittime o a fare opera di riparazione: le difficoltà nel denunciare, nell’andare a processo e nel provare che si è subita violenza, dimostra che viviamo ancora in una società fondata su machismo e patriarcato.
Quali criticità si possono individuare nella revisione proposta?
In primo luogo l’introduzione dell’articolo 187a, che prevede il concetto di aggressione sessuale. Questa infrazione copre gli atti sessuali commessi contro la volontà della persona o inaspettatamente, approfittando di uno stato di sorpresa o di shock che impedisce alla vittima di reagire. Le penetrazioni sessuali non consensuali verranno trattate come violazioni sessuali, ovvero reati minori, e non come stupro, che è considerato un crimine. La gravità della sanzione verrà quindi stabilita dal comportamento della vittima, che non è riuscita a difendersi perché paralizzata dallo shock oppure assoggettata a un rapporto di fiducia. Considero inaccettabile che l’aggressore che non ha ricorso ad armi o altri mezzi violenti per commettere reato, rischi una pena fino a tre anni di carcere, mentre lo stupro prevede fino a dieci anni. Com’è possibile fare una differenza tra stupro violento e non violento? Una persona che subisce un atto di questa portata è sempre vittima di una violenza estrema. Non vogliamo che la revisione della legge permetta di condannare l’aggressore in base a come ha reagito o non ha reagito la vittima. Bisogna punire il crimine, non chi lo subisce. Inoltre il gruppo di revisione della legge non prende in considerazione l’ultima definizione, a cui la Svizzera ha aderito nel 2018 tramite la ratifica della Convenzione di Istanbul: risulterebbe normale e logico, anche dal punto di vista giuridico, prendere l’ultima definizione a livello internazionale e aggiornare il diritto interno in base a quella. Rivedere solo parzialmente gli articoli 189 e 190 e integrare l’articolo 187a significherebbe commettere una violazione dei diritti umani, oltre che perpetuare logiche di colpevolizzazione delle vittime.
La Convenzione di Istanbul prevede una definizione di stupro basata sull’assenza di consenso. Cosa significa?
Se non vi è libera ed espressa volontà delle parti nel partecipare all’atto sessuale, il rapporto viene riconosciuto come non consensuale. Numerosi paesi europei hanno già adeguato la propria legislazione interna in tal senso o stanno per farlo, così da allinearsi al programma di prevenzione e lotta contro la violenza nei confronti delle donne. Si può prendere a esempio il modello svedese, che ha incluso la nozione di consenso esplicito nelle leggi già dal 2016: delle definizioni di aggressioni sessuali in assenza di consenso hanno permesso di attuare campagne d’educazione e di prevenzione tra i giovani. Il Consiglio federale svizzero ad aprile ha pubblicato la strategia nazionale per la parità tra donne e uomini: una delle priorità per il triennio 2021-23 è adottare un piano d’azione nazionale per l’implementazione della Convenzione di Istanbul. Allora perché in questo momento si parla di un progetto in revisione che non riprende il minimo standard della Convenzione? Sino a quando non si cercherà di sradicare la violenza, per il nostro paese questo rimarrà un problema prioritario. Già nel 2003 la Corte europea dei diritti umani chiariva l’obbligo degli stati membri a punire gli atti sessuali non consensuali e a riconoscerli come stupri. La politica offre qualche segnale positivo nell’ambito dell’uguaglianza di genere e le dichiarazioni di misure ambiziose non mancano: ma i mezzi per attuarle non vengono investiti per assenza di volontà e priorizzazione. La trasformazione verso una società che rispetta l’uguaglianza di genere si poggia ancora abbondantemente sulle persone volontarie, in maggior parte donne, organizzate tramite reti della società civile.
Da parte del vostro Collettivo, quali sono le richieste atte a promuovere una cultura del consenso?
I membri dei Collettivi per lo Sciopero femminista riuniti a livello romando (con rappresentanti dei cantoni di Ginevra, Neuchâtel, Vaud, Vallese e Friborgo), così come il Collettivo ticinese, hanno preso posizione in maniera concertata e in linea con altre organizzazioni della società civile, tra le quali Amnesty International. Ritengono che questa revisione disconosca la realtà delle violenze sessuali e chiedono al Parlamento federale di garantire giustizia a chi subisce violenza. Il problema non si situa nella costrizione o nella minaccia, bensì nel mancato rispetto dell’autodeterminazione sessuale della persona, che è un diritto fondamentale. Bisogna dare un segnale positivo alle vittime, iniziando a considerare tutti i rapporti sessuali non consensuali come stupro. Tra le altre cose, i Collettivi propongono di: definire i reati sessuali come reati contro l’autodeterminazione sessuale; introdurre espressamente la nozione di consenso negli articoli 189 e 190; estendere la definizione di stupro nell’articolo 190 a tutti i generi; includere tutte le forme di penetrazione sessuale; rigettare il nuovo articolo 187a sulle aggressioni sessuali.
Come dovrebbe mobilitarsi la politica per combattere le violenze di genere?
Viviamo ancora in una cultura dello stupro che tollera l’impunità: nella nostra società c’è una rappresentazione della violenza che tende a screditare la vittima e a minimizzare il reato. Si colpevolizza la vittima per non avere lottato con colpi contro lo stupratore o non avere denunciato subito. Si tramanda il mito dello stupro perpetuato da un aggressore sconosciuto in un vicolo buio, ma secondo gli ultimi dati disponibili a livello svizzero (studio di gfs.bern, 2019) il 68% delle donne conosceva il proprio stupratore. Per me dovrebbe esserci un segnale forte a livello strutturale, come la creazione di un Ufficio federale che raccolga e analizzi dati, faccia vigilanza, implementi misure. Inoltre i centri di aiuto e di ascolto dovrebbero essere facilmente accessibili a tutte le vittime (secondo la Legge federale concernente l’aiuto alle vittime di reati – LAV), anche nelle aree rurali e di montagna, non solo nelle città. Andrebbero organizzate ore di formazione e di sensibilizzazione per medici e personale sanitario, corpi di polizia, giudici, insegnanti e tutti coloro che potrebbero essere coinvolti nella presa a carico della vittima. Anche i media veicolano delle rappresentazioni sbagliate. Non dobbiamo poi dimenticare l’industria, la sessualizzazione dei corpi, la normalizzazione della violenza in particolare contro donne e bambini. L’educazione al consenso dovrebbe partire da corsi di sensibilizzazione intergenerazionali e a tutti i livelli, perché il cambiamento passa anche dalla cultura. Ogni persona, indipendentemente dal suo genere di appartenenza, ha una responsabilità nella riduzione della violenza. Come familiari, amici, colleghi, o semplicemente esseri sociali, dobbiamo rivestire quotidianamente un ruolo importante nella prevenzione della violenza e nella protezione delle vittime.
Per completezza di informazione ricordiamo che nella procedura di consultazione il Consiglio di Stato ticinese ha chiesto di integrare il concetto di consenso nella definizione dei reati sessuali [ndr]
In caso di necessità: https://viveresenzaviolenza.ch/urgenza/
Cresce il debito globale, con il rischio di gravi conseguenze per tutte le nazioni, le meno sviluppate ma anche le più ricche
Nemmeno le vacanze sfuggono alla terribile retorica dell’informazione: da tempo, siamo infatti vittime di una strisciante colpevolizzazione, anche sul servizio pubblico, di coloro che osano pensare di farsele all’estero, e non di continuare a bearsi del/nel nostro localissimo paradiso in terra, delle sue “eccellenze eno-gastronomiche” e della sua gente così solare e cortese. Già non capisco il motivo per il quale un turista “confederato”, o europeo, medio dovrebbe replicare una settimana di vacanza in Ticino, almeno con l’attuale offerta. Non si vede bene, però, perché anche i ticinesi debbano rinunciare a conoscere e a frequentare altri lidi (in senso lato) e altri popoli, magari tornandosene provvisoriamente depurati dalla girandola di cavolate, di menzogne e di prese per i fondelli con la quale politici e pubblici amministratori ci stanno ammorbando l’aria da mane a sera.
Quindi, andatevene all’estero con la coscienza a posto, fate vacanze in luoghi lontani dalla piccola repubblica, salvatevi la vita per almeno due settimane; ma non andate in crociera, questo proprio no. E non lo dico tanto perché, ai miei occhi, la vacanza del crocierista ha sempre qualcosa di squallidino; sarà per il chiassoso e obbligatorio divertimento, per i vomitevoli e strabordanti buffet aperti accaventiquattro, per la forzata e stretta contiguità con masse di persone ignote e olezzanti, per la replicazione su scala ridotta di classismi e di ostentazioni ridicole, per l’appropriazione un po’ stupida e rapinosa dei luoghi in cui sciamano in massa i crocieristi, che tornano a bordo lasciando i posti sfiniti dal loro rumoroso passaggio, se non addirittura in stato preagonico (basti pensare al decennale – e forse terminato – scandalo delle grandi navi in Laguna, complice Brugnaro, più Arlecchino che doge).
Lo dico invece, per il fatto che le navi da crociera sono tra i mezzi di trasporto più tremendamente – e inutilmente, visto il loro utilizzo – inquinanti al mondo. È vero che anche il trasporto di merci su nave inquina di bestia: una sola nave cargo inquina in un anno come 50 milioni di veicoli a motore “classici” e venti di queste navi emettono in un anno ossidi di zolfo pari all’intero parco auto mondiale. Si tratta però del sistema di trasporto merci più efficiente, tenuto conto del rapporto tra carico, distanza percorsa e carburante consumato; e poi ci si propone, spero con una certa coerenza e serietà, di mitigare a termine (2050).
L’associazione Transport & Environment ha quantificato l’inquinamento prodotto in Europa dalle navi da crociera basandosi sui dati satellitari relativi ai loro spostamenti (2017). La sola flotta della Carnival Corporation (47 navi, inclusa la Costa Crociere) emette ogni anno una quantità di ossidi di zolfo dieci volte superiore all’intero parco auto circolante in Europa (oltre 260 milioni di veicoli). In particolare, gli abitanti di Barcellona, Palma, Venezia, Civitavecchia e Southampton ringraziano. Per quanto riguarda gli ossidi di azoto e le polveri sottili, in un anno le emissioni di questa flotta sono pari a quelle del 15% dell’intero parco auto europeo. Questo per l’Europa, immaginiamoci a livello mondiale. Spegnere la macchina al semaforo appare così un’operazione, ancorché necessaria, piuttosto marginale negli effetti, con simili mostri sempre accesi in circolazione.
Boicottare le vacanze in crociera è il minimo che si possa fare, e questo finché non metteranno in acqua solo barche con una tecnologia rispettosa dell’ambiente. Per quanto mi concerne, nemmeno allora.
Cresce il debito globale, con il rischio di gravi conseguenze per tutte le nazioni, le meno sviluppate ma anche le più ricche
Si compiace, la Svizzera, di offrire i servigi della propria neutralità. In realtà, di mettere a disposizione due comode poltrone. Per i due ospiti eccellenti. La retorica elvetica suona anche un po’ stucchevole (“Ginevra al centro del mondo”), trito surrogato allo stato non certo apprezzabile della nostra politica estera, poco costruttiva, originale, dinamica.
Così, inevitabilmente, per esaltare l’evento di oggi si rispolvera la memoria di un altro grande vertice, novembre 1985, sempre sulle rive del Lemano, quando Reagan e Gorbaciov riuscirono a rompere il ghiaccio della guerra fredda, quella vera, dei due blocchi nucleari contrapposti, cui seguì a breve la prima intesa dei sovrabbondanti arsenali atomici. Allora, clima inaspettatamente idilliaco, con il russo che cita la Bibbia, “c’è un tempo per ogni cosa”, e l’americano pronto a ribattere “anche il tempo di lavorare insieme” (troppo bella per non essere stata preparata).
Ci si aggrappa all’aneddoto per sperare che, fra il super-dinamico ‘zio Joe’ e il gelido neo-zar, lo scenario si ripeta. Perché, a guardar le sole premesse, fra un “lui è un killer” e un “chi lo dice lo è”, e le successive reciproche accuse (soprattutto americane: spionaggio russo, occupazione parziale della Crimea, violazione dei diritti umani) ci sarebbe poco da essere fiduciosi, mentre il russo esalta Trump “uomo di talento” e derubrica Biden a “politico di professione”.
Ma è dimenticare che la realpolitik ha ragioni che il sentimento non può avere. Quindi, uno spiraglio pur piccolo rimane. Anche se non si capisce bene per farne cosa. L’America ha chiamato all’allineamento i suoi alleati europei (non proprio entusiasti) e ottenuto dalla NATO (i cui confini non dovrebbero superare di molto il quadrilatero atlantico) di elevare la Cina a nemico pubblico numero uno. Trump era ‘America first’, Biden “America is back”, ma pur con altri metodi, non polemici ma inclusivi, continua a imporre ai partner il suo menu. Con quale obiettivo? L’ha ben descritto il direttore della rivista geo-strategica ‘Limes’, Lucio Caracciolo. Nostra sintesi: rinsaldare i vincoli con l’Europa, averla al fianco nel contenimento della Russia, concentrarsi poi sull’aspro confronto con il nuovo nemico, la Cina non più potenza dai piedi ancora d’argilla (come pensa sia rimasta la Russia) ma già superpotenza in grado di imporsi in economia, tecnologia, strategia per strappare agli Stati Uniti il primato planetario.
Se la gioca tutta, il 41esimo presidente Usa. E rischia. Rischia di ritrovarsi alla fine con alleati troppo riottosi di andare al totale scontro politico-economico con Pechino, e con una Russia tutt’altro che cedevole (a meno di concessioni americane sostanziose, ma quali?) all’idea di servire il gioco del nemico d’oltre Atlantico allentando o addirittura compromettendo la stagione di buona collaborazione su diversi fronti con l’ex nemico cinese (lontani i tempi degli scontri armati lungo il fiume Ussuri fra i due poli comunisti, con Washington compiaciuto osservatore). E già c’è chi pronostica ‘scenari da incubo’ per il riproposto leader del ‘mondo libero’. Ginevra qualcosa dovrà rivelare delle possibilità del calcolo americano, e della risposta dello scacchista ex sovietico. Ma è improbabile che uno dei due rispolveri quel versetto della Bibbia.
Articolo scritto per laRegione del 15 gennaio