Contro la democrazia diretta?

Dopo l'esito della votazione sulla nuova Legge di polizia per la lotta al terrorismo 

Sono insospettabile: dopo decenni trascorsi sul carro dei perdenti alle votazioni, ho qualche titolo per dire una cosa contro la democrazia diretta. Senza timore di essere accusato di parlarne male solo quando una votazione non va come vorrei.

Non parlo dei temi di politica economico-agraria e di sostenibilità ambientale, anche se ho il sospetto che la gente sia stata preoccupata più dai loro privatissimi finemese che non dalla fine del nostro povero mondo per collasso da inquinamento; il meccanismo è quello, banale e umano, secondo cui l’interesse che portiamo al futuro di cose e di persone è inversamente proporzionale alla distanza (fisica, affettiva, temporale) che ci separa da loro. Comunque, mi consola sapere che il mondo e la natura sopravviveranno alla nostra specie, a dispetto di tutto l’impegno che mettiamo a oltraggiarli e a distruggerli, e che la nostra presenza sul pianeta non sarà che una piccola e isterica parentesi in un tempo infinito.

Mi riferisco invece alla legge che conferisce poteri alla polizia in caso di sospetti di “attività terroristiche”. Da queste spiagge abbiamo detto, in molti e chiaramente, come questa legge sia giuridicamente assurda, inutile e potenzialmente antidemocratica, non solo perché punisce anche i ragazzini di dodici anni ma anche perché sostituisce al tribunale penale il giudizio poliziesco; e quanto è la polizia ad amministrare la giustizia siamo molto mal messi, non soltanto perché la garanzia offerta dalla separazione dei poteri è cosa fondamentale in un sistema che non si  vuole autoritario. Come sopra, qui i borghesi benpensanti hanno “pensato” che la legge non li toccherà mai, né loro né i loro discendenti; vedremo che opinione avranno quando, e se, invece gli capiterà. Non hanno invece né sentito, né (se l’avessero sentita) capito, l’argomentazione giuridica. Mi auguro che, alla prima applicazione, la Corte dei diritti dell’uomo darà una bella svegliata alla Svizzera, ricordandole principi democratici fondamentali che abbiamo a lungo praticato e che dimentichiamo troppo facilmente.

I pifferai che ora gongolano a reti unificate, parlando di pragmatismo e di valori elvetici, sono coloro che vivono “intercettando” le pulsioni più basse e irragionevoli della popolazione, facendosene portavoce (anzi megafono) e quindi vincendo tutte le volte in cui si va a votare. Come nella fenomenologia di Mike Bongiorno di Umberto buonanima, la gente li segue perché li riconosce, e si riconosce in loro, addirittura riuscendo a guardarli con un minimo di superiore condiscendenza (chi non ha avuto un moto di umana compassione per il povero Chiesa, in abito nuziale e con tono tra il puerile e il pretesco, a ricuocerci la solita vecchia e ipocrita zuppa?).

La democrazia diretta in un mondo globalizzato e complesso è uno strumento che deve essere esaminato con lucidità, e riorganizzato; le proposte di legge e le conseguenze di un voto sono tante e spesso gravi, e occorre avere gli strumenti intellettuali e culturali per capirle. Uno non vale uno, o almeno non lo vale nella maggioranza dei casi. I pifferai di cui sopra usano, con quella rozzezza che ci aspettiamo da loro, gli strumenti facili della demagogia, con la certezza del risultato vista la qualità dell’humus popolare in cui seminano i loro argomenti di grado zero. La politica è comunque altra cosa dalla capacità di ascoltare; è soprattutto capacità di avere proposte che aprano la mente, cioè avere qualcosa di nuovo da dire ed essere capaci di educare le persone ad ascoltare, e a capire le proposte. Non chiediamo questo nobile esercizio a coloro che ci sorridono oggi dal video o dalle pagine dei giornali.


Salvare il Porcellino

Dopo l'esito della votazione sulla nuova Legge di polizia per la lotta al terrorismo 


ATG – Politica e comunicazione: così non va

Dopo l'esito della votazione sulla nuova Legge di polizia per la lotta al terrorismo 

L’Associazione ticinese dei giornalisti ha sempre avuto uno sguardo critico nei confronti della comunicazione delle autorità in Ticino e del rapporto con gli organi di stampa, spesso piu sopportati che non aiutati a svolgere il loro lavoro. Proprio quando lo spirito, se non la lettera, della recente Legge sulla trasparenza dovrebbe spingere ulteriormente le autorità di ogni livello ad una trasparenza completa e a nuove forme di comunicazione piu ampie ed efficaci collaborando così con i media per la realizzazione del mandato costituzionale della libertà di stampa e opinione.

Purtroppo invece constatiamo alcune problematiche che si concretizzano in un atteggiamento e in modalità che abbiamo ripetutamente criticato, pubblicamente o con contatti diretti. Ottenendo qua e là dei miglioramenti. L’ATG, in particolare negli ultimi mesi, ha

  • criticato la Polizia per gli ostacoli posti al lavoro dei fotografi in occasione di eventi programmati o eccezionali;
  • criticato il Dipartimento delle Istituzioni per la conferenza stampa surreale e inconcludente dopo i presunti fatti di terrorismo alla Manor;
  • segnalato, in occasione della prima ondata della pandemia, come la comunicazione del consiglio di Stato fosse stata affidata alla polizia, quando il governo in questo ambito dispone di un proprio servizio, con tutta l’ambiguità di ruoli tra le due istituzioni;
  • segnalato al Consiglio di Stato come le modalità con cui venivano tenute le conferenze stampa durante l’emergenza pandemica non rispettassero il lavoro e il ruolo dei giornalisti, in particolare per i limiti posti alla libertà di porre domande, poi ripristinata dopo il nostro intervento. Problema che si è posto anche per i fotografi;
  • portato all’attenzione delle istituzioni – questo proprio qualche giorno fa durante la presentazione della ricerca sulla Menzione dei nomi in cronaca – le norme anacronistiche e castranti che oggi limitano il lavoro dei giornalisti e l’incapacità della Polizia e della Magistratura a comunicare come oggi si richiederebbe.

Ora, di fronte a una frattura sociale come quella prodotta dalla questione del Molino la politica non può semplicemente trincerarsi dietro le procedure, altrimenti il politico non fa il suo lavoro ma fa semplicemente l’”amministratore”, e in questo momento, per di più, lo sta facendo con comunicazioni cacofoniche e confuse. Un modo di comunicare che rende davvero difficile il lavoro dei giornalisti. Benché ci sia di mezzo una inchiesta della magistratura che deve stabilire le responsabilità precise di tutti gli attori coinvolti e ci siano quindi limiti e procedure da rispettare.

Sta alle autorità, e la stampa ne renderà conto, di trasmettere alla città e al Paese un messaggio “politico” capace di far capire che le istituzioni si stanno prendendo cura di questa frattura sociale, perché in piazza il 5 giugno è andato anche – e forse soprattutto – chi è preoccupato per la capacità dello Stato di essere al servizio dei suoi cittadini, tutti, e non contro di loro, o una parte di loro. C’è bisogno di un messaggio di coesione, e questo solo la politica e i politici possono darlo.

Attaccare la stampa, accusata di alimentare sospetti, come fatto venerdì scorso da Norman Gobbi, significa non riconoscere ai media il loro ruolo, che è quello di porre domande, di chiedersi cosa è successo e cosa sta succedendo, usando pure la leva della critica – documentata e approfondita – perché è anche attraverso questo strumento che si costruisce il dibattito pubblico e democratico. Dal “palazzo” c’è bisogno di un messaggio politico di coesione, per sanare le frattura ed elevare i valori della democrazia e del rispetto. E qui il contributo della stampa è essenziale e va rispettato. Il giornalista non è un procuratore, non è un giudice, ma semplicemente un professionista che vuole aiutare la società a essere trasparente e a fare chiarezza, anche su vicende incandescenti come questa.

Comitato Associazione ticinese dei giornalisti


Sergio Rossi – Multinazionali, tassazione globale e molto tempo per poterla affossare

Dopo l'esito della votazione sulla nuova Legge di polizia per la lotta al terrorismo 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria


Olmo Cerri – ‘Testate’, giornalisti e realtà antagoniste

Dopo l'esito della votazione sulla nuova Legge di polizia per la lotta al terrorismo 

Il CSOA il Molino è stato un punto di riferimento importante nel mio percorso di crescita. Oggi lavoro a stretto contatto con giornalisti e operatori dei media e affronto con interesse la questione del difficile rapporto fra autogestione e giornalisti. Non parlo a nome dell’assemblea, non sono un giornalista e scrivo questo testo con l’obiettivo di condividere una riflessione e contribuire al dibattito.

Il comunicato dell’Atg

Nel pomeriggio di domenica 6 giugno 2021 l’Atg (Associazione Ticinese dei Giornalisti) dirama un comunicato, ripreso da varie testate in cui chiede “rispetto per il lavoro dei giornalisti“(lo linko qui sul sito de ”l’Osservatore”).  Il comunicato si apre con questa dichiarazione: “l’Associazione ticinese dei giornalisti ha raccolto diverse segnalazioni da parte dei colleghi che hanno seguito la manifestazione a Lugano dove emergono diversi fatti legati alle ben note vicende dell’ex Macello che evidenziano come in una parte – di certo minoritaria – degli autogestiti ci sia un atteggiamento intimidatorio nei confronti di chi sta facendo semplicemente il proprio lavoro.” Senza fare di ogni erba un fascio, e con i giusti distinguo, l’Atg denuncia diversi episodi in cui alcune persone da loro identificate come vicine al CSOA hanno chiesto a dei giornalisti, con forme comunicative diverse, di non essere filmate. Inoltre si denuncia la difficoltà di trovare persone disposte a farsi intervistare, un aspetto che rende il lavoro dei giornalisti ancora più difficoltoso.

A questo comunicato hanno dato ampio risalto, con le dovute precisazioni, praticamente tutti i media locali, ed è probabilmente giusto così. La libertà di stampa è una cosa fragile e preziosa. Ancora meglio quando non ci si limita a riportare un comunicato stampa ma si cerca di fare qualche domanda supplementare, tentare un’analisi e proporre una riflessione supplementare: non sarebbe questo il compito del giornalismo?

Il diritto di non farsi filmare

Filmare in luogo pubblico ha le sue regole, cito soltanto alcune linee guida dell’incaricato federale per la protezione della privacy :”Le persone ritratte decidono di norma se e in quale forma una fotografia possa essere scattata e pubblicata. Ecco perché nella maggior parte dei casi le fotografie possono essere pubblicate soltanto se le persone ritratte vi hanno acconsentito“; anche in caso di manifestazioni vale lo stesso principio: “Anche nel caso di fotografie che ritraggono gruppi di persone i diritti della personalità dei singoli interessati possono essere a rischio, cioè qualora le persone siano riconoscibili nell’immagine“. Naturalmente ci sono delle eccezioni che è importante ricordare e far valere quando necessario: “Si può rinunciare al consenso (…) soltanto se un interesse pubblico o privato preponderante giustifica la pubblicazione“. Si può quindi fotografare e filmare contro la volontà del singolo ma deve trattarsi di un caso eccezionale, di comprovato interesse pubblico o privato preponderante. Fatta questa eccezione, la richiesta di non essere inquadrati in maniera riconoscibile, troppo da vicino o in primo piano è quindi più che legittima e deve essere sempre accolta. Il racconto mediatico di una manifestazione può essere fatto in modi diversi, per esempio filmando soltanto le tante persone che hanno piacere a farsi filmare, inquadrando le persone di spalle, riprendendo le gambe, filmando da lontano.

I motivi per non farsi filmare

Una persona può avere molte ragioni per voler essere presente a un corteo ( che sia in sostegno dell’autogestione come di altre cause) ma anche per non volere che la propria immagine venga ripresa, registrata, trasmessa e archiviata. Cito le prime che mi vengono in mente: discriminazioni sul posto di lavoro (sono molto reali ancora oggi, in particolare per chi lavora in alcuni ambiti), in famiglia (giovani che partecipano alle manifestazioni contro la volontà dei genitori), paura di ripercussioni di vario genere (stranieri senza permesso, persone in attesa di cittadinanza) e persone che temono per la propria incolumità fisica (specie nei casi di situazioni “a rischio”, con possibili tensioni). E, non da ultimo, può valere anche una posizione di principio, come si legge nel comunicato del Molino dell’11 giugno: “In questa società della sorveglianza, l’idea che non si voglia essere ripres* a ogni istante per molt* è inconcepibile.”

L’inutilità e la dannosità degli streaming dal corteo

Alla manifestazione di sabato 5 giugno sono state organizzate e realizzate diverse dirette streaming proposte dai principali media cantonali. Qual è il valore aggiunto informativo di questi contenuti? Nessuno.

Il giornalista non ha possibilità di montare e dare un senso logico a ciò che filma, segue gli eventi senza poter intervenire proponendo un racconto per immagini solo apparentemente più oggettivo e neutrale. Lo spettatore si trova davanti ad un flusso a cui fatica a dare senso. E ancora: il giornalista, vista l’istantaneità del mezzo, non è in grado, anche volendo, di proteggere persone che non possono, non vogliono o non devono essere filmate. La protezione della privacy va a farsi benedire. Inoltre queste pratiche di streaming generano un flusso continuo di immagini a disposizione di tutti, anche – è facile immaginarlo – della polizia, che si trova con un nuovo strumento per identificare i manifestanti.

La delicata situazione del giornalismo in Ticino

In questi ultimi mesi, il giornalismo in Ticino, ha subito alcuni scossoni che hanno contribuito a incrinare la fiducia di una parte della popolazione nei confronti di stampa e informazione. Penso per esempio alla convenzione sottoscritta fra RSI e Consiglio di Stato, inerente la messa a disposizione di giornalisti per lo Stato Maggiore Cantonale di Condotta, o alla concentrazione di potere mediatico presso un solo gruppo, in mano a poche famiglie, con la relativa perdita di biodiversità informativa; il tutto mentre portali e portalini, non si sa bene finanziati da chi, creano cortine fumogene e indirizzano la discussione pubblica.

Le realtà antagoniste poi, hanno avuto spesso problemi con alcuni giornalisti e alcune testate: dagli editoriali del Corriere del Ticino, al “brozzoni” urlato dalle pagine del Mattino, gli esempi potrebbero essere ancora molti. Ho incontrato in questo periodo alcuni partecipanti al “Cantiere della gioventù” che si tenne a Locarno nel 1971 e in cui si iniziava a rivendicare un “centro per il tempo libero”. I militanti di allora ricordano bene che la stampa li definiva come “violenti e drogati”. I rapporti difficili fra giornalisti e antagonismo si perdono nella notte dei tempi, anche perché a volte certi media sono visti come funzionali al “sistema” e parte del problema da combattere. Il dialogo è quindi difficile, ma non credo impossibile.

Testate

Prendiamo solo un esempio fra quelli citati nel comunicato Atg: la testata ricevuta lo scorso 30 ottobre da una giornalista de laRegione che stava documentando lo svolgersi di una manifestazione. Non so se sia davvero necessario ribadirlo, ma è stato un brutto gesto, giustamente denunciato e condannato. Va però anche ricordato che si è trattato di un gesto isolato, che non fa parte delle modalità di lotta e di comunicazione del Molino, e non è certo espressione di una scelta assembleare condivisa. C’è sempre una componente di responsabilità individuale in questi gesti, infatti la persona che lo ha compiuto, ne risponde oggi davanti alle autorità.

Mi pare però che questa testata continui a esser citata come prova indiscussa dell’indole violenta dei molinari. La stessa giornalista coinvolta, in un pezzo pubblicato l’indomani raccontava: “Un membro dell’assemblea del centro sociale (…) mi ha chiesto prima che me ne andassi cosa fosse successo, dispiacendosi per il fatto che per qualche persona problematica l’immagine di tutto il gruppo venga stravolta“. Eppure da quel giorno la narrazione che vuole una “nuova escalation di violenza” è ufficialmente partita. Rapido Generoso Chiaradonna, membro di comitato dell’Atg, in un commento su LaRegione scriveva: “gesto grave e che trasforma quei quattro figli di papà che giocano a fare i proletari in fascisti patentati.”

Più recentemente, il dibattito sulle scritte sui muri della città, lasciate da alcuni partecipanti durante il corteo del 5 giugno, è parte di questa narrazione.

Nella sua comunicazione il CSOA ha sempre cercato di evitare la pericolosa retorica degli autogestiti “bravi e pacifici” contro gli autogestiti “cattivi e violenti”. Le realtà autogestite sono esperienze sfumate e complesse.

Se non riesci a filmarli, fai autocritica!

Cito un altro passaggio del comunicato dell’Atg su cui vorrei riflettere: “È impossibile realizzare interviste con qualcuno che si esprima a nome dei Molinari. Questo è decisamente un ostacolo e un condizionamento, anche democratico: porre domande fa parte del ruolo del giornalista ed è un elemento fondamentale dell’informazione rivolta all’opinione pubblica.”

Si tratta di una affermazione errata: non è vero che sia esclusa la possibilità di fare domande o trovare degli interlocutori all’interno delle realtà antagoniste. Sono parecchi gli esempi (anche negli ultimi giorni) in cui persone vicine e direttamente coinvolte nell’autogestione hanno rilasciato interviste a titolo personale, sono stati ospiti di programmi radiofonici e televisivi (“Modem”,31.5.21, Rete Uno, “Moby Dick”, 5.6.21, Rete Due RSI e molti altri).  È chiaro che per ottenere questi contatti è necessario uscire dalla comfort-zone del giornalismo embedded: se si desidera raccontare una manifestazione dall’interno, bisogna essere in grado di farlo e prendersi il tempo necessario. Non basta presentarsi a telecamera accesa e microfono sguainato per ottenere delle risposte utili. Come in tutti gli ambienti occorre adattare le proprie modalità di lavoro al contesto, coltivare i rapporti e guadagnarsi la fiducia degli interlocutori garantendo non tanto il sostegno acritico alla causa, ma professionalità e onestà intellettuale. Se un giornalista non riesce a mettere in campo questi strumenti, che dovrebbero essere parte del suo bagaglio professionale, deve fare autocritica.

Il CSOA non ha un ufficio stampa e non ha degli addetti alla comunicazione. La voce del Molino è la sua assemblea, ed è l’assemblea che (se e quando lo ritiene opportuno) indica dei portavoce, scrive e firma comunicati e persino (come è successo più volte nel corso della storia) indice delle conferenze stampa. È l’assemblea che decide come e quando appoggiarsi ai media e non viceversa. E negli anni ha sempre seguito questa linea.

Pratiche comunicative diverse

Mi pare lecito e legittimo aspettarsi che, con la stessa veemenza messa nel comunicato contro gli autogestiti, l’Atg si rivolga anche alle istituzioni che, da giorni, non rispondono in maniera trasparente alle domande dei giornalisti, rifiutano interviste, cambiano versioni, si contraddicono e – da ultimo – si trincerano dietro all’impossibilità di dare risposte a causa dell’inchiesta in corso. Arrivano persino a rilasciare dichiarazioni infastidite verso giornalisti che, come necessario, pongono domande lecite: “Il silenzio rimane tale fintanto che il Governo deciderà sulle risposte” afferma il direttore del Dipartimento delle istituzioni, e aggiunge  “i sospetti qualcuno li alimenta, politicamente e mediaticamente”.

Le autorità sono tenute, per mandato e ruolo istituzionale, a confrontarsi con i media e con l’opinione pubblica; il Molino in quanto realtà antagonista, può fare – assumendosene poi le conseguenze – quello che meglio crede. Molino e autorità hanno storie, ruoli e responsabilità molto diverse: non si può metterle sullo stesso piano ed esigere che assumano linguaggi e pratiche comunicative simili.

Come arrivare a un possibile “dialogo”? E’ il vero, grande problema cui nessuno, per ora pare trovare una soluzione. In molti ne invocano la necessità e certamente va detto che, al punto in cui si è arrivati oggi, urgono soluzioni concrete e possibilmente condivise. Forse, però, si tratterebbe di partire dal tenere in debita considerazione la storia di queste forme di antagonismo sociale, e con tutte le contraddizioni del caso, il loro valore. Un riconoscimento in questo senso potrebbe portare ad un tentativo fruttuoso di far comunicare due realtà così distanti e diverse.

Olmo Cerri è regista e documentarista


Mala Tempora

Dopo l'esito della votazione sulla nuova Legge di polizia per la lotta al terrorismo 


Guido Tognola – Quando le tutele vanno tutelate

Dopo l'esito della votazione sulla nuova Legge di polizia per la lotta al terrorismo 

Interessante come, navigando nel web, in pochi click si arrivi a una pagina istituzionale inerente la “Legge Giovani”, dalla quale si può comodamente accedere, con un altro semplice comando, alla lista delle associazioni e dei centri riconosciuti, sostenuti e promossi dal Cantone e di conseguenza anche con diritto di sovvenzioni pubbliche.

Ebbene, cliccando in seguito sulla voce “Centri Socio-Culturali” si scopre, per alcuni sicuramente con un certo stupore, un indirizzo che oggi appartiene solo alla memoria e assurto di diritto a simbolo:

CSOA Il Molino
Centro sociale occupato e autogestito.
Area ex Macello Viale Cassarate 8
6900 Lugano
Telefono: 091 942 12 21

Non si tratta, qui di dissertare sulla bontà o meno dell’offerta delle varie entità, ma sui principi di quanto oggi l’istituzione tuteli effettivamente tutte quelle leggi che dovrebbe rispettare in primis e fare rispettare a prescindere. Non mi riferisco esclusivamente solo quelle edilizie o di sicurezza ambientale, mi richiamo soprattutto a quelle che dovrebbero garantire l’essenza di una Società che si vorrebbe Liberale: libertà di pensiero, di parola, di espressione, di appartenenza politica, laica, per citarne solo alcune.

Inoltre, conosciamo l’importanza che, in uno stato di diritto “sano”, ci si basi sul principio di “responsabilità individuale” (quante volte ce lo hanno detto durante questo periodo pandemico) e non di “repressione collettiva”, atta a punire non i soli rei, bensì a sradicare, cancellare un pensiero che il potere costituito non sposa o ricusa, comportamento, questo, alla base e qualificante qualsiasi stato autoritario e sicuramente poco democratico.

C’è sentore di una deriva pericolosa, che associata alla situazione socio-economica attuale potrebbe riservarci non poche spiacevoli sorprese. Ma come sempre, saranno i soliti noti a pagarne lo scotto.

E questo cerchiamo di ricordarcelo il 13 di giugno in merito alla così detta “Legge antiterrorismo”: possiamo dare fiducia, o meglio ancora, carta bianca a certe istituzioni che stanno sempre più prendendo e pretendendo potere nell’interpretazione di quei valori democratici, conquistati nel tempo con tanta fatica?


Trevelin

Dopo l'esito della votazione sulla nuova Legge di polizia per la lotta al terrorismo 


foto © Marco D’Anna

C’è una lunga strada che taglia la mia terra, non finisce mai quella strada, sembra una cicatrice.
Non c’è niente di speciale in questa terra, c’è solo spazio, tanto spazio, anche per i pensieri.
È in fondo alla fine del mondo la mia terra, la chiamano Terra del Fuoco, ma non è vero, i fuochi qui non durano, c’è solo il vento, cespugli che rotolano, pioggia che sferza la schiena delle colline e il sole che abbaglia quando i cumuli di nuvole nere lo lasciano passare.
Chi comanda quaggiù è solo il vento, per questo amo la mia terra, perché il vento è libero, cambia le cose, mescola i profumi, alza la polvere e non mi lascia neanche il tempo per fumare in pace una sigaretta, la vuole fumare insieme a me.
Il vento è un compagno di viaggio, mi aiuta a essere libero, a cambiare idee e paesaggi, a socchiudere gli occhi per guardare lontano.
La mia terra è come il vento, come il cammino, non finisce, continua oltre il gelo del mare.

testo © Marco Steiner

Dopo tanti anni di viaggi, Marco & Marco non potevano fermarsi. Abbiamo deciso di ripartire attraverso l’Immaginario, del resto lo diceva Saramago, “Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione…” Ecco quello che faremo, torneremo per vedere con altri occhi… se volete potrete partire con noi.


Effetti personali e soggetti smarriti

Dopo l'esito della votazione sulla nuova Legge di polizia per la lotta al terrorismo 

In un’ennesima comunicazione circa i fatti legati alla parziale demolizione dell’ex-Macello di Lugano, il Municipio si rivolge acrobaticamente alla stampa per una “versione definitiva” (l’ennesima, in verità) in cui, in chiusura, come segno di umana comprensione,  si annuncia nientemeno che la creazione di un indirizzo mail effettipersonali@lugano.ch disponibile per gli autogestiti che debbano o vogliano ritrovare, sotto le macerie, appunto i loro “effetti personali”, ciò che è stato e rimane sepolto dall’azione delle ruspe.

Naturalmente, essendo l’area in questione doverosamente protetta per ragioni di sicurezza (vedi amianto, che non c’era e adesso c`è), viene da chiedersi chi possa pensare di ritrovare in questi giorni ciò che gli appartiene e in che condizioni, e a quali condizioni.

Che tristezza constatare che una città come Lugano, che si vanta in modo roboante di essere la nona città svizzera, riesca ad inanellare così goffamente una serie tale di insensate dichiarazioni, “effetti collaterali” dai più diversi risvolti e dalle più varie versioni, di una decisione presa il 29 maggio (forse), non si sa a che ora, dalla maggioranza (forse) del Municipio.

E a rincarar la dose ci pensano pure le autorità cantonali, in un escalation senza fine di prese di posizioni a dir poco inquietanti, surreali e minacciose: si pensi alla piccata dichiarazione di Norman Gobbi in risposta ad un collega di RSI che chiedeva semplicemente lumi sull’accaduto: sacrilegio, “la RSI sta alimentando sospetti per ragioni politiche! Faccia autocritica!”.
Chissà che ne pensa l’ATG.

Una vicenda desolante, su cui i “Naufraghi” si sono già espressi in più occasioni e su cui torniamo per constatare che a fronte di tanti e tali interrogativi ancora aperti, dopo due settimane, dopo tante e tali differenti esternazioni di uno o l’altro dei collegialissimi municipali (un consesso che appare ai più come gravemente responsabile del proprio non funzionamento), sul fronte dell’autogestione si prosegue ostinatamente nel non considerare il momento come favorevole per proporsi in modo aperto e “maturo” non tanto o non solo verso la controparte, ovvero il Municipio, ma di più e più opportunamente verso un’opinione pubblica disorientata.

A nessuno sarà sfuggito che sabato 5 giugno, le migliaia di persone accorse in Piazza Riforma per manifestare, vi sono state spinte sì da un’idea di legittimità di forme di aggregazione anche antagonistiche dentro il contesto sociale e culturale della città e del Cantone, ma anche, in gran parte, per contestare l’operato di un Municipio (e/o di un non meglio identificato apparato di polizia) che si è manifestato in modo tanto violento (naturalmente “in nome della sicurezza dei cittadini”).

Ecco, numerosi cittadini erano lì il 5 giugno perché molto preoccupati, allarmati, dall’uso di “effetti speciali” da parte di un Municipio tanto creativo nell’inventarsi versioni dei fatti sempre diverse da apparire alla fine dei conti come semplicemente incredibile e inaffidabile.

Eppure, l’assemblea del CSOA, in un comunicato pubblicato nel proprio sito online, pare proprio non accorgersi che questo sarebbe il momento per aprire un canale comunicativo verso la città (nel senso di cittadinanza) che dalle ceneri della propria sede distrutta dalle ruspe faccia nascere nuove forme di creativa legittimazione dei propri ideali di autonomia e autogestione.

Così, per esempio, l’assemblea degli autogestiti prende posizione nei confronti della discussa (e ampiamente deprecata) presenza di “imbrattatori” durante la manifestazione:

“Triste è stato anche dover assistere a insulti razzisti, sessisti e omofobi da parte di alcun* partecipanti rivolti alle persone che stavano mettendo in atto determinate pratiche di lotta. Chi ha lanciato questi insulti e minacce lo ha fatto riempiendosi la bocca di una presunta volontà di pacifismo, mettendo invece in campo una violenza apparentemente meno evidente ma, proprio per questo, subdola e nociva. Con chi si e fatt* autor* di questi gesti, sentiamo di non aver nulla a cui spartire.”

Dunque, in pratica, durante il corteo in cui un drappello di nero vestiti e incappucciati ha disseminato il centro di scritte su muri e vetrine ( in alcuni casi anche con pesanti minacce) rappresenterebbe semplicemente una forma di “determinate pratiche di lotta”, mentre chi dice loro di smetterla è un subdolo e nocivo violento che non ha “nulla a cui spartire (?)” con la protesta.

E così la tristezza aumenta, e molto, perché è davvero sconfortante prendere atto che ancora una volta dogmi e parole d’ordine abbiano il sopravvento sulla semplice constatazione della realtà, anche quella antagonista, per carità.

Perché un conto è il diritto di elaborare, produrre, discutere, sostenere modelli di società e di economia totalmente diversi da quelli “dominanti”, un conto è farlo, a colpi di bomboletta e vetri rotti, usando gli strumenti della retorica pseudorivoluzionaria, quella, per intenderci, denunciata da Lenin nel celebre libro “L’estremismo, malattia infantile del comunismo”, scritto proprio 100 anni fa.

Un conto è richiamare con la celebre A cerchiata, gli ideali anarchici della “Lugano bella” d’inizio Novecento, un conto è spruzzare A cerchiate un po’ qua e un po’ là, senza un disegno, senza un senso, anzi con il risultato di far crescere il sospetto che quella A, più che l’idea di Anarchia richiami la condizione di Autismo (del resto presente in un termine usato a lungo dall’autogestione nel proprio sito).

Giovani e meno giovani, in cerca di autonomia, autogestione e di pratiche alternative, si trovano così, intanto, a recuperare i propri “effetti personali”, oggetti smarriti sotto la coltre di macerie prodotta da chi non aspetta altro che esibire pubblicamente e strumentalmente la prossima serie di “incivili nefandezze dei brozzoni”.

Siamo insomma, ancora e sempre, nel buio territorio dell’ incomunicabilità che non andrà a beneficio di nessuno e in cui si muovono ombre di “soggetti smarriti” in cerca, forse, di un mediatore, ma intanto certamente destinati a continuare un “gioco delle parti” che rischia sempre più di allontanarsi dalla possibilità d’essere compreso e accettato dall’opinione pubblica.


Piccole storie luganesi

Dopo l'esito della votazione sulla nuova Legge di polizia per la lotta al terrorismo 

“Hanno trasformato i valori del liberalismo in una pianta di plastica da mettere nell’ufficio di qualche banchiere”: la frase, che cito un po’ a memoria senza ricordarne la fonte, illustra bene la liquidazione di un patrimonio ideale e la sua sostituzione con una “pragmatica” (aaagh) prassi di tutela pregiudiziale e vassalla della posizione e degli interessi dei privilegiati. Nella liberale notte dei lunghi coltelli, un anzianissimo trombone, da anni inconsapevolmente (e in buona compagnia concionante) sul carrello dei bolliti, sembra abbia accusato il presidente dimissionario di essere una sorta di cheguevara affossatore del partito, cioè di non aver accettato di continuare ad innaffiare con le solite (e stolide) chiacchiere il ficus di plastica di cui sopra. Tognola non era – per onestà intellettuale, per carattere e per assenza di tornaconti personali: tutti pregi, già, ma che qui diventano difetti – la persona adatta a trovare le farmacistiche alchimie capaci di far uscire il PL(R)T dalla palude in cui i suddetti tromboni lo hanno cacciato, ma l’intenzione era buona e onesta. Chi ora rimane, incavolato o smarrito che sia, non sembra avere la forza (né la cultura) per prendere in mano i cocci, e riproporre una riflessione identitaria; quindi, per inerzia, si andrà avanti così cercando di farsi megafono di istanze popolari purchessia, appiattendosi su discorsi altrui e mandando al macero quel poco di “anima” che ancora è rimasta.

Anche in questo caso, siamo alla caricatura; musica militare spacciata per musica sinfonica, commedia dell’arte che si vuole teatro shakespeariano. E, anche in questo caso, siamo a parlare di cocci e di macerie.

Ma questa distorsione tremenda e offensiva non è patrimonio esclusivo di una parte, coinvolge le istituzioni e le persone che con il voto abbiamo ritenuto degne di governarci. Un esempio, plastico anch’esso, è il comunicato del Municipio (di tutto il Municipio?) a proposito dei fatti dell’ex-Macello, lenzuolata emessa secoli dopo i fatti, in modo tale da poter ben preparare la versione, nascondere le tracce, ottenere le opportune connivenze, nel mezzo di cortine fumogene sollevate tramite vertiginosi e indecenti scaricabarile; un comunicato talmente assurdo e irricevibile da dare la chiara sensazione che il governo comunale tenti di fare passare noi cittadini per fessi. E questo un minimo di fastidio lo dovrebbe pur dare. Le istruzioni erano di demolire solo il tetto, pericolante, ci si dice: ma perché sabato, di notte? perché con una ruspa? perché con questa urgenza, visto che era ormai inoccupato? Vi sono filmati in rete che dimostrano, invece, come la demolizione dell’ex-Macello sia stata non operazione chirurgica, ma proprio da … infima macelleria urbana; distruzione cieca e violenta, da polizia sudamericana, che ha fatto a pezzi anche tutto quanto si trovava all’interno, libri, vestiti, tutto. Ora, bontà loro, i nostri governanti permettono ai molinari di andarsi a riprendere i loro effetti personali, o quel che ne resta dopo lo scempio; non è certo la vergogna o la decenza che acceca lorsignori. Non ci è stata neppure risparmiata la commedia dell’amianto: dapprima una bella perizia assolutoria, poi la plateale smentita da parte della magistratura. Ma anche qui, ecco la capriola del perito, a tentare di mitigare la menzogna altrui: ci dice che l’amianto non era dappertutto, come qualcuno avesse mai pensato che l’ex-Macello fosse interamente fatto di questo bel materiale.

A qualche giornalista muzzanese bisogna dirlo tutte le volte: non si tratta di essere molinari, o loro fiancheggiatori, per opporsi a questo pubblico scandalo. Basta avere a cuore un paio di valori di base, la democrazia, la verità e il rispetto.