Ancora a proposito di politica estera USA

Quando si ibridano riflessi infantil-psichiatrici e calcoli economici sulle spalle altrui 

Due notizie si rincorrono, senza legame apparente, ma offrono una chiave di lettura simile, non inedita ma da non dimenticare mai. Da una parte le nuove manifestazioni a Cuba per il panem (e anche per un po’ di circenses, conoscendo quel mondo) e la inconsistente reazione americana, dall’altra la partenza dei militari USA dall’Afghanistan, con la prevedibile conseguente ondata talebana a travolgere tutto e tutti. In entrambi i casi, esempi del modo in cui gli Stati Uniti gestiscono la propria politica estera, che essi vorrebbero fosse quello adottato anche dai loro alleati occidentali.

A Cuba si sceglie di continuare ad asfissiare la popolazione tramite un decennale embargo, invece di togliere il bloqueo sic et simpliciter e così dinamitare dall’interno un regime e una sensibilità i cui antichi meriti sono ormai annegati in un tragico anacronismo e nella miseria della gente, miseria sempre meno sopportabile perché quotidianamente messa a confronto – per interposti media e internet – con il benessere (mediatico, pubblicitario; quindi apparente, ma tanto basta) del resto del mondo. Biden, che dimostra anche qui di essere una mezza figura, non ha neppure ripreso le caute aperture di Obama, limitandosi a bloccare l’escalation di segno opposto voluta da Trump. Quindi, non si incoraggia indirettamente, cioè con la forza della globalizzazione capitalistica, una transizione forzata dalle cose per continuare invece a fomentare un rovesciamento violento del regime, tramite la frustrazione nata dal progressivo strangolamento economico dei cittadini. Un atteggiamento che ha un che di infantile, forse di psichiatrico; la vendetta per l’onta subita (da oltre mezzo secolo, una rivoluzione caraibica a poche miglia dalle proprie coste, immaginatevi la frustrazione…), più che atti ragionevoli in grado di arrivare a un risultato.

In Afghanistan, decine di migliaia di traduttori dovranno essere ricollocate perché – come ogni collaborazionista al momento della sconfitta – rischiano la vita. Un simbolo di quanto gli americani lasciano nel Paese, cioè macerie senza un briciolo di risultati, almeno per coloro che si era andati asseritamente a salvare e a proteggere; non parliamo di quanto stanno facendo i tagliagole talebani e i signori della guerra a tutti coloro che non si omologano e che, in qualsiasi modo, furono contigui all’occupante americano. Naturalmente a nessuno a Washington interessava il destino di quel lontano territorio, che è servito, classicamente, a regolare i conti prima con Mosca, finanziando gli stessi talebani in funzione ideologicamente antisovietica per poi ritrovarseli prevedibilmente nemici, ma soprattutto serve a foraggiare l’industria bellica interna (i cui interessi economici sono una delle chiavi di lettura della politica estera americana; l’Iraq insegna, una sorta di tragico “capolavoro” in questo senso). Si tratta, qui come altrove, di banali e cinici calcoli economici uniti a riflessi infantilmente psicologici, camuffati da discorsi sulla difesa dei valori della libertà e sulla tutela dell’Occidente democratico; tra l’altro, sulle spalle di migliaia di ragazzi mandati a combattere senza alcuna giustificazione politica, strategica o di sicurezza.


Quando L’Avana fa rima con Tirana

Quando si ibridano riflessi infantil-psichiatrici e calcoli economici sulle spalle altrui 

In questi giorni, come tutti, leggo anch’io delle drammatiche vicende di Cuba. Sui vari social trovo commenti di ogni genere, che tendenzialmente implicano elogi incondizionati al sistema e la condanna dell’embargo americano che dura da decenni.

Durante gli anni di “regime” di  Fulgencio Batista, fino al ’59, Cuba era stata una sorta di “locale notturno” per americani in cerca di svago ed esotismo: un’isola troppo vicina ad un impero. Fino alla rivoluzione castrista che cambiò tutto in nome del comunismo, instaurando un altro “regime”.

Ma vogliamo dire che Castro diventò un dittatore che regnò con il pugno di ferro, facendo piazza pulita nel campo dei suoi ex compagni della rivoluzione cubana e non solo? Vogliamo dire che Guevara (più idealista di Castro, ma altrettanto feroce) mise al muro e fucilò ogni voce scomoda, nel nome della rivoluzione?
Vogliamo dire che Cuba diventò così un paese dove le donne per mettere del pane sul tavolo ai loro figli dovettero diventare delle jineteras, diciamo, per intenderci, delle compiacenti accompagnatrici di turisti? 
Certo, l’istruzione gratuita per tutti; il sistema sanitario gratuito per tutti. Era il comunismo, con i suoi capisaldi, i suoi principi, la sua strenua battaglia contro l’imperialismo americano.

Era ed è qualcosa che conosco, non per essere stata a Cuba, ma per aver vissuto drammaticamente nel mio paese d’origine, episodi e situazioni che leggendo di Cuba riemergono e ancora bruciano nella mia memoria.

Era la prima settimana di agosto del 1991, quando circa ventimila albanesi sfondarono i muri delle ambasciate occidentali nella capitale, Tirana, chiedendo asilo politico.
Ricordo che Francesco De Gregori cantava in Piazza Grande a Locarno. Il mio compagno aveva voluto farmi un regalo, andare a vedere il concerto; la piazza era gremita.
Io piangevo, disperatamente singhiozzavo, e di quel concerto non ricordo nulla tranne la mia angoscia.
Non smettevo di ripetere al mio compagno: “li ammazzeranno come dei cani, tutti quanti. Le ambasciate li consegneranno alle autorità. Li ammazzeranno, tutti quanti”.

E pensavo al mio amatissimo fratello ventenne – che per colpa della mia fuga dall’Albania e degli echi che aveva suscitato, era stato letteralmente buttato fuori dall’Accademia delle arti. Era entrato in una di quelle ambasciate, mio fratello?

Andò bene in quell’inizio agosto ai disperati rifugiati nelle ambasciate. Ammazzare ventimila “cani” era pressoché impossibile. E la dittatura più feroce d’Europa per quasi cinquant’anni era agli sgoccioli, grazie alla Perestroika di Gorbachev e alla caduta del muro di Berlino.

Ai “cani” le stanze dei bottoni europei riuscirono a concedere un salvacondotto verso l’Occidente. Lunga storia che da qualche parte ho già descritto e raccontato…

Io non c’entro con Cuba, ma c’entro eccome.

Ero cresciuta in una famiglia e in un paese dove bisognava controllare ogni parola – pure il respiro. “Attenta a ciò che dici, xhani im“, supplicava mio padre. “Kujdes”, “Watch your mouth”. “Aguas”.

Bisognava mostrarsi contenti, fuori dalle mura di casa. E io contenta lo sono stata, per anni, da bambina felice che veniva da una famiglia privilegiata, perchè il lavaggio del cervello funzionava: eravamo il paese più felice del mondo, e noi, i bambini più felici al mondo.

Così la pensai più o meno fino all’età di 16 anni, quando un mio carissimo amico del liceo, un giorno,  si impiccò, e i servizi segreti albanesi vennero a scuola al mattino, facendo l’appello, controllando le porte di entrata e uscita perché il suicidio era un affronto “al partito, allo stato e alla causa del comunismo”, e noi non dovevamo partecipare al funerale di un nemico.

Qualche anno più tardi, un altro caro amico venne condannato a due anni di lavori forzati nel nord del paese, perché nello zaino di scuola il compagno di banco gli trovò un libro di Freud, in tedesco, e lo denunciò. Poco per volta l’ovatta che avevo nel cervello si dissipò, ma rimasi fedele a quel monito di mio padre: attenta a ciò che dici, figlia, che un giorno tu ci rovinerai. Infatti li rovinai, tutti quanti, con la mia fuga. Ma questa è un’altra storia.

Anche nella mia Albania, il regime dittatoriale partì con grandi slogan, grandissime promesse; il popolo, all’inizio, forse arrivò pure a crederci, ma per vedere poi il laccio al collo stringersi, spuntare le prigioni politiche, le fucilazioni di massa, i campi di lavoro, le fosse comuni.

Dopo 33 anni nel mondo libero, mi rendo conto che non sono mai riuscita a lasciare alle spalle quel monito paterno che mi accompagnò durante l’infanzia e l’adolescenza: “attenta a ciò che dici!”.

Oggi non rischio più nulla, vivo in tutt’altra situazione, eppure se devo riflettere su qualcosa lo faccio solo tra me e me: e misuro le parole.

Ma se oggi penso ai giovani cubani nelle prigioni, non posso tenere a bada i ricordi, le angosce, la rabbia e non riesco a non dire che per me, tra comunismo e fascismo, la sostanze è la stessa, due estremi che si toccano fino ad assomigliarsi in tutto, con forme estreme e crudeli di controllo feroce nel nome di un’idea/ideologia.

Cercare di salvare il castrismo di Cuba, dando solo la colpa all’America, significa non sapere cosa vuol dire vivere o aver vissuto e subìto una dittatura.

Spero che Cuba ce la faccia a liberarsi da un sistema che non ha funzionato e mai funzionerebbe.

Nell’immagine: mosaico dell’era comunista sulla facciata del Museo storico nazionale di Tirana


Bernard Schmitt – La moneta conta

Quando si ibridano riflessi infantil-psichiatrici e calcoli economici sulle spalle altrui 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria


Olimpiade a tutti i costi

Quando si ibridano riflessi infantil-psichiatrici e calcoli economici sulle spalle altrui 

Ci sono state le Olimpiadi cancellate dalle guerre: 1916, 1940, 1944. Quelle volute a tutti i costi da Hitler (1936) per esaltare la potenza nazista, festa rovinata al Führer da un afro-americano di nome Jesse Owens, vincitore di quattro medaglie d’oro, a cui il capo del Terzo Reich rifiutò di stringere la mano, mentre il rivale tedesco Carl Ludwig Hermann Long lo aveva aiutato con i suoi consigli, e per questo non gli fu risparmiato il reclutamento, l’invio sul fronte, e la morte nella Campagna di Sicilia. Poi anche Olimpiadi parzialmente boicottate, come quelle di Mosca del 1980, quando Jimmy Carter ritirò la squadra statunitense per protesta contro l’invasione sovietica dell’Afghanistan (con cui, per inciso, l’Urss cominciò il suo lungo suicidio e l’implosione del suo impero).

Ma oggi è completamente diverso: niente conflitti armati fra le potenze – se non indirette e per interposta persona su fronti lontani -, non c’è la guerra fredda, e nemmeno ci sono più o meno pretestuosi boicottaggi. No, oggi il nemico degli ideali (veri o presunti) del barone Pierre De Coubertin è un invisibile virus. Che da un anno e mezzo segna e condiziona le nostre vite. E che – secondo le previsioni dei vertici Oms – provocherà altri centomila morti nel mondo da oggi, apertura ufficiale dei Giochi di Tokyo, all’8 agosto, data di chiusura. Volute dall’ex premier Shinzo Abe per rilanciare l’immagine di un Giappone in stallo economico da troppi anni; funestate (triste presagio) in fase di allestimento da maremoto, tsunami e sfiorato disastro nucleare a Fukushima del marzo 2011; e dieci anni dopo, quindi oggi 23 luglio, dopo un rinvio di dodici mesi, ufficialmente inaugurate in un clima surreale.

Sono  Olimpiadi volute a tutti i costi, apparentemente contro ogni ragionevolezza, obiettivamente lontane da quello che i cinque anelli dovrebbero rappresentare al di là dell’evento sportivo: la tanto decantata ‘fratellanza dei popoli’. Giochi maledetti, ha titolato un giornale svizzero. Una capitale, Tokyo, in stato di emergenza sanitaria; l’80 per cento della popolazione nipponica contraria allo  svolgimento dei Giochi; gli stadi olimpici chiusi anche al pubblico locale; l’arrivo alla spicciolata di 11 mila atleti subito confinati nei loro alloggi; vietato mescolarsi (anche per consumare i pasti, anche per gli allenamenti) con le altre delegazioni; i primi casi di contaminazione fra concorrenti, accompagnatori, giornalisti; addirittura il rischio – riconosciuto ufficialmente – che in corso d’opera tutto debba essere annullato causa il propagarsi del virus.

Giochi assolutamente inediti dunque. Giochi in vitro. Snaturati, ridotti a semplice competizione, tra urla dei competitori sotto sforzo che riempiono gli spalti forzatamente disertati, affannati commentatori che cercheranno di riempire i ‘vuoti’, occhiute telecamere in mondovisione. Contributo asfittico al ‘ritorno alla normalità’ anti-virus a livello globale. Ma Thomas Bach, presidente del Comitato olimpico internazionale (CIO), non ha dubbi: saranno proprio queste condizioni eccezionali a ‘sublimare’ risultati sportivi e riuscita organizzativa. Forse. Quel che Bach non dice è che questo “whatever it takes” (a tutti i costi) non nasce solo dall’impegno solidale, non solo dallo spirito olimpico, non solo dalla nobile causa di voler vincere anche contro la malasorte. C’è altro.

C’è che un’Olimpiade è diventata una gigantesca macchina da soldi, di miliardi in entrata (soprattutto grazie ai diritti televisivi), e che al 90 per cento quei guadagni rappresentano le risorse destinate ai vari comitati olimpici nazionali per finanziare le proprie attività sportive. Nulla di censurabile, se regnasse (ma non è sempre così) la trasparenza su conti e trasferimenti di fondi. Se quello che viene inaugurato oggi è davvero un rischio calcolato. Se il tutto avesse un senso, che invece non si vede. Comunque: auguri, Tokyo.


L’importante è vincere! Firmato: De Coubertin

Quando si ibridano riflessi infantil-psichiatrici e calcoli economici sulle spalle altrui 

In materia di “falso storico”, si potrebbe paragonare la “fake news” della “partecipazione” come traguardo massimo di chi gareggia alle Olimpiadi, ai “Protocolli dei Savi di Sion”, opera dei servizi segreti dello Zar di tutte le Russie per screditare gli ebrei, se non fosse che in questo caso la “lettera” è autentica, è lo “spirito” ad essere totalmente falso.

L’equivoco nasce da un sermone del vescovo della Pennsilvania Ethelbert Talbot che nella cattedrale di San Paolo a Londra stigmatizza il comportamento di inglesi e statunitensi che al termine della gara del tiro alla fune, in programma ai Giochi di Londra del 1908, si prendono a botte: “nella vita importante non è il trionfo, ma la lotta; l’essenziale non è aver vinto, ma essere sconfitti con onore”.

Il 24 luglio 1908 De Coubertin fa sue le parole del prelato, citandole in modo testuale e di fatto le santifica, le fa diventare dogma olimpico, costituente quasi. Commette però un grave errore: dimentica di dire, tanto per lui – cattolico devoto agli Dei greci dell’Olimpo – il dato è scontato, che alle Olimpiadi arriva solo il meglio del meglio attraverso una durissima selezione: il vincitore è un primus inter paris come in certi periodi lo era chi aveva la carica più alta a Roma. Per questa élite importante è partecipare in modo leale, appunto perché ha già raggiunto alte vette.

L’equivoco nasce anche dal fatto che il cattolicissimo barone Pierre Fredy, dopo 1503 anni, recupera la massima festa greco-pagana cancellata nel 393 d.C. dall’imperatore Teodosio su ordine di Ambrogio e Agostino; basta con quei “balabiott” che gareggiano nudi ai piedi della statua di Zeus d’avorio e oro alta più di 10 metri, capolavoro di Fidia.

Ai greci il concetto di “partecipazione” non solo è estraneo, ma incomprensibile, tant’è vero che negli annali figura solo il nome del vincitore. Tutto è “agon” , competizione , lotta,, anche le opere teatrali, le commedie, le tragedie; alla fine la folla proclama l’opera vincitrice del concorso. Non solo; la sconfitta, in guerra come nel recinto sacro di Olimpia, è umiliante, come ci informa Pindaro: “ritornati a casa, nessun sorriso li consola: feriti al morso della sfortuna, per la strada passano chini, evitando i nemici”.

Ma la frittata (storica) è fatta: la citazione del vescovo Ethellbert Talbot sarà fatale al povero De Coubertin che nelle sue “Memorie Olimpiche”, opponendosi al modello di educazione esposto dal ginevrino Rousseau nel trattato “Emilio”, afferma (vanamente) che: “il giovane, l’atleta, non sarà mai moderato: deve godere della libertà dell’eccesso, deve puntare a battere i primati inducendo i rivali a crescere nel tentativo di emularlo, e gli spettatori che lo ammirano a praticare a loro volta qualche sport”. Esattamente l’opposto di quanto la vox popoli attribuisce a Pierre Fredy.

Citius, altius, fortius, insomma, velocità, forza e progresso, la massima di quello strano frate domenicano, Henry Didon, grande amico di De Coubertin, che in seminario organizzava dei mini-giochi olimpici, sostenendo, come lo strano barone, che S. Ambrogio e S. Agostino avevano sbagliato tutto, togliendo per 15 secoli agli umani il corpo, la carne, il sangue (peccaminosi) a favore dell’ascesi, dello spirito.


Covimpiadi

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Di qua o di là del potere?

Quando si ibridano riflessi infantil-psichiatrici e calcoli economici sulle spalle altrui 

Il mese scorso, durante il congresso degli Scrittori per la pace del PEN international tenutosi nella slovena Bled, mi è capitato di ricevere un applauso parlando della violenza del potere come di una se non della prima causa delle sofferenze umane. L’ascesa e il mantenimento del potere nelle sue prime fasi sono, secondo la dottrina leninista, una sorta di “zona senza regole” dove conta, appunto, solo mantenere il potere vista la necessità (?) di “salvare la rivoluzione”. Trockij, considerato da molti il più “puro” fra i rivoluzionari russi, fece trucidare alcune migliaia di marinai a Kronstadt proprio in quest’ottica di “salvezza”.

Oggi, nel mondo ma anche in Ticino, si dibatte sulla situazione cubana. Che la rivoluzione non abbia avuto successo a Cuba, per quel che riguarda una attesa e mai arrivata fase di libertà a vantaggio dei cittadini, è inoppugnabile: nell’isola si è sempre in piena emergenza perché “bisogna salvare la rivoluzione”. Il blocco americano è evidente e potente, ma un discorso con la popolazione da parte delle autorità comuniste, un confronto, una fase di tolleranza dei cubani (al potere) nei confronti dei cubani (cittadini) è davvero impossibile?

In Ticino, nella sinistra si profilano due posizioni: chi sta col potere (comunista) e chi col popolo o meglio con quella parte di esso che vorrebbe avviare un dialogo col potere (comunista) in vista di tolleranza, libertà e pluralismo.

C’è anche chi, in Ticino, ha pronunciato le fatidiche parole “Patria o morte” facendo intendere che non c’è spazio per nessuna mediazione interna e che o si difende il comunismo cubano (come si presenta adesso: un blocco al potere) o si muore.

Una cosa, in questa discussione così partecipata e sentita, fa riflettere: ma nessuno, proprio nessuno ricorda quei leader comunisti che si dissociarono dal potere assoluto di un regime liberticida e violento (ai tempi dell’URSS “patria e depositaria del comunismo consentito”)? Che fine hanno fatto le esperienza storiche dei vari Tito (sopravvissuto), Dubcek (non sopravvissuto), Berlinguer (non sopravvissuto, ma per malattia)? Si può ancora credere e sperare in un comunismo o socialismo dal volto umano? E la “terza via” dei Paesi non allineati che cosa fu: una barzelletta terzomondista o piuttosto un tentativo di evitare l’eterna questione del confronto con un blocco di potere che non vuol cedere il potere?


Cambiamenti climatici

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Divergenze su Cuba

Quando si ibridano riflessi infantil-psichiatrici e calcoli economici sulle spalle altrui 

Il fantasma della libertà

di Roberto Antonini, giornalista RSI

Emanuele Fiano  ha sempre anteposto il rispetto della verità ai prêt-à-porter ideologici, non usa mezzi termini: “il regime cubano va fermato, dobbiamo  protestare nello stesso modo verso ogni insulto alla libertà ad ogni latitudine”. Il deputato del Partito Democratico sposa di fatto le posizioni scomode (a sinistra) di  Pietro Ingrao, figura storia del Partito Comunista (Pci) che denunciò i processi farsa e la “dittatura castrista”.

Il fronte filo cubano insorge (giustamente) contro l’asfissiante embargo americano che per 60 anni e più duramente da un quarto di secolo, penalizza lo sviluppo dell’isola caraibica. Non v’è dubbio che il “bloqueo” sia una micidiale pietra al collo per la Avana e  che spieghi in parte il collasso del paese. Ma la stessa tifoseria, abbagliata da un  paese che sarebbe  rimasto puro, intonso, guardiano di una rivoluzione  congelata nella storia, con l’occhio che ricorda quello del  turista con tanto di collanina di conchiglie , camicia  hawaiana, davanti alla tribù primitiva, preferisce lo stereotipo rassicurante, perché proprio da tifoseria non accetta la sconfessione e cioè la constatazione che  da decenni in quell’isola la popolazione aspira ad altro: al benessere certo, ma anche alla libertà di pensiero, alla democrazia, al multipartitismo,  retaggio a cui nessuno di noi sarebbe disposto a rinunciare.

L’epidemia di Covid (con i tassi di contagio più alti dell’America latina secondo la Bbc) è giunta come una doccia ghiacciata, sovrapponendosi a una politica economica, sociale e sanitaria da anni calamitosa come evidenzia un’analisi tra le più articolate a firma della cubana  Jessica Dominguez Delgado (la si trova nel sito del Movimento per il Socialismo, Mps). C’è naturalmente chi pensa che la libertà, così come i diritti umani, siano un lusso del “capitalismo ultraliberista”. Lenin aveva battezzato “utili idioti” quanti in Occidente sostenevano acriticamente l’Urss; oggi l’epiteto si adatterebbe perfettamente agli orfani  dello stalinismo pronti ad accendere un cero anche sotto la gigantografia di Kim Jong Un.

L’insospettabile Thomas Piketty,  alter mondialista tra i più autorevoli, scrive che è ora di finirla di essere solo “contro” il capitalismo o il neoliberismo: il socialismo-scrive- “morirà se non sarà partecipativo, democratico, ecologico, decentralizzato e femminista”. Il fantasma della libertà, l’anelito di democrazia, la voglia di emancipazione  sociale e individuale hanno contrassegnato la nostra storia sin dalla Rivoluzione Francese. Un processo lungo, complesso, irto di ostacoli e  retromarce, a cui non aspirano solo i cubani;  lo chiedono   gli arabi  con le loro primavere, i curdi sotto la scure islamista di Erdogan o molti afghani e soprattutto afghane con la loro commovente e disperata resistenza. Il politologo  Francis Fukuyama, aveva erroneamente previsto in un celebre testo risalente al 1992 l’imminente convergenza della storia umana nel modello di democrazia liberale (nelle sue forme più o meno marcatamente socialdemocratiche). Si era sbagliato. Ma forse non totalmente.

Perché – come ci aveva lui stesso spiegato- il flusso delle migrazioni potrebbe riflettere quello della storia: si dirige sì verso gli Stati più ricchi e sociali, ma significativamente evita i regimi, privilegia le democrazie.


Non così, Bobo!

di Franco Cavalli, già consigliere nazionale

Da quando nel 1986 ho cominciato ad essere coinvolto nel sistema sanitario cubano, sono stato, a mie spese (salvo quando diressi una delegazione parlamentare svizzera), una quarantina di volte nell’isola caraibica. Posso dire di conoscerne bene la realtà, inclusa la burocrazia asfissiante e la lentezza esasperante nel realizzare le riforme necessarie, difetti riconosciuti ora anche dal Presidente Diaz-Canel. Da sempre la mia valutazione sulla situazione cubana è stata diversa da quella dell’amico Bobo Antonini, il cui articolo (Il fantasma della libertà, La Regione, 19 luglio) mi ha però particolarmente deluso, anche perché parecchio confuso.

Cosa c’entrino nell’attuale crisi Kim Jong Hun, Fukuyama e Piketty , non si riesce proprio a capire. È sì vero che Bobo, bontà sua, riconosce il “ruolo dell’asfissiante embargo nordamericano”, ma nel giudicare il contesto attuale lo dimentica o perlomeno lo sottovaluta enormemente. Ed è proprio qui il punto centrale: è infatti impossibile sopravalutare gli effetti di questo terribile “bloqueo”, che non solo è il più lungo, ma anche il più asfissiante della storia, paragonabile solo a quello con cui la Francia, due secoli fa, trasformò, dopo la proclamazione dell’Indipendenza, una florida Haiti in quel lazzaretto miserevole che è tuttora.

Questo non è (ancora) riuscito a Washington, anche se all’inizio degli anni 90, quando scomparve l’Unione Sovietica ed il prodotto nazionale cubano diminuì di più della metà, tentarono il colpo gobbo inasprendo ulteriormente il blocco: ai cubani riuscì il miracolo di resistere, cosa impensabile senza l’appoggio della maggioranza della popolazione. Dall’inizio della pandemia Trump ha recidivato, aggiungendo quasi 300 ordini esecutivi per tentare letteralmente di affamare l’isola e così spingerla alla rivolta. In particolare è stato da allora impedito ai cubani che vivono negli Stati Uniti di mandare i remesas ai loro famigliari (5 miliardi all’anno!), la seconda entrata principale per Cuba dopo quella del turismo, ormai azzerato dalla pandemia. Trump ordinò inoltre di infliggere multe pesantissime a tutti quei bastimenti che trasportano petrolio, alimenti o addirittura medicine verso Cuba, impedendo anche alle banche (e le Svizzere sono state le prime a mettersi in ginocchio!) di trasferire fondi verso l’Avana.

Sono questi i fatti che spiegano l’attuale crisi economica, che, impedendo l’acquisto di elementi essenziali, ha anche rallentato la campagna di vaccinazione con i vaccini (altrettanto efficaci dei nostri!) che Cuba come unico paese del sud del mondo è stato in grado di produrre. E se è vero che attualmente c’è una recrudescenza dei contagi (le lunghe file davanti ai negozi non aiutano!), la mortalità, contrariamente a quanto affermato nell’editoriale, è tutt’ora tra le più basse in America Latina, ed almeno 5 volte inferiore alla nostra.

Ma dove Antonini è completamente fuori strada è quando parla addirittura di “una politica sociale e sanitaria da anni calamitosa”. Pur tralasciando di ricordare le innumerevoli brigate mediche cubane all’estero, come si spiega allora che Cuba ha dichiaramene la più lunga aspettativa di vita di tutta l’America Latina, da due anni addirittura migliore di quella degli Stati Uniti? Cuba vive da 60 anni, e soprattutto ora, in una situazione peggiore di quella nel nostro paese durante la seconda Guerra Mondiale, quando anche da noi la democrazia era molto limitata. In queste condizioni è difficile pensare ad un’espansione dei meccanismi democratici, tra l’altro già ben sviluppati sull’isola a livello municipale, circondariale e sul posto di lavoro. Qualche giorno fa ho partecipato ad una teleconferenza con una cinquantina di statunitensi, attivi in diverse ONG, spesso abbastanza influenti nella sinistra del partito democratico. Erano tutti disperati perché Biden, nonostante le promesse fatte in campagna elettorale, ha ora riaffermato la linea dura sul blocco economico, confermando addirittura la proibizione di inviare le remesas. E questo semplicemente perché ha paura del voto in Florida nel 2023.

È stomachevole che per un puro calcolo elettorale si confermi il tentativo di affamare un popolo per spingerlo alla rivolta, per fomentare la quale sono stati votati molti milioni di dollari ed orchestrata un’impressionante campagna eterodiretta sui social. Certo, i giovani all’Avana gradirebbero, come tutti, più libertà: ma chi ha assaltato i posti di polizia in questi giorni è soprattutto spinto dalla fame. Il gioco spietato di Washington non è uno sbaglio, è un grave crimine, di fronte al quale tertium non datur: o si sta da una parte o dall’altra.


Tram-treno, arieccolo

Quando si ibridano riflessi infantil-psichiatrici e calcoli economici sulle spalle altrui 

Un po’ ce lo si poteva aspettare, diciamoci la verità. Mi riferisco alla decisione del Tribunale amministrativo che ha rispedito al mittente il concorso per il progetto tram-treno, dando ragione ai ricorrenti. Il progetto è di straordinaria importanza, e di enorme valenza dal punto di vista non soltanto del traffico ma anche da quello sociale e ambientale, oltre a rappresentare uno degli unici lodevoli sussulti nell’encefalogramma altrimenti asintoticamente piatto della progettualità cantonale; e invece siamo ancora lì, nelle paludose acque della procedura preliminare, dopo che già un primo progetto aveva dovuto essere ritirato, sommerso dai ricorsi.

Cogliendo questa occasione, due parole bisogna pur spenderle per dire la pena che proviamo di fronte all’incapacità reiterata dell’ente pubblico (detto in generale) di operare nel rispetto delle regole, cioè della legge, con progetti e iniziative che finiscono indecorosamente al palo perché in evidente violazione di norme: basti pensare a un paio di iniziative promosse dal Dipartimento del territorio (pur diretto da uno che la legge l’amministrò bene per anni annorum, con autoritario piglio e da altissimi scranni), per tutte quella sui parcheggi o sull’albo degli artigiani, o alla prassi illegalmente intimidatoria e punitiva – e puntualmente fucilata dal Tribunale federale – di taluni funzionari del Dipartimento delle istituzioni (qui invece, ne converrete, non possiamo certo pretendere che il buon esempio venga dall’alto), per non parlare della gestione da puro far west della questione dei molinari. Vi è da credere che non vi siano giuristi stipendiati dall’ente pubblico, in grado di fornire preventivamente pareri legalmente blindati a coloro che sono chiamati a decidere; o che vi siano approdati solo quelli che durante i corsi universitari erano fuori a fumare (e questo in un Paese in cui su due persone tre sono avvocati, o sedicenti tali); o, spero più probabilmente, che in certe auguste stanze il legale sia considerato da politici e funzionari come un emerito rompiballe e un inutile complicatore di cose semplici.

Per fortuna, come il mugnaio di Potsdam, anche l’ingegnere ticinese può felicitarsi che vi siano giudici a Bellinzona e a Losanna, e che i giudici siano per lo più ligi all’applicazione corretta della legge.

Naturalmente dalle nostre parti il problema viene affrontato sempre dalla parte sbagliata, cioè crocifiggendo chi esercita il diritto di opporsi a decisioni che ritiene non fondate in diritto: e allora ecco tutti a lagnarsi della “ricorsite” cantonale, che è invece un riflesso che nasce, e si alimenta, dal diffuso (e spesso giustificato, come abbiamo visto) scetticismo sulla fondatezza delle decisioni prese dall’amministrazione o dalla politica. Meno persone ricorrerebbero se vi fosse nel pubblico una ragionevole e fondata convinzione che le decisioni che reggono l’agire dello Stato sono legalmente a posto; ma così non è, e quindi… Addirittura, abbiamo sentito uno dei nostri supremi magistrati cantonali (quello dei parcheggi e dell’albo, vedi sopra) criminalizzare o poco meno coloro che avevano osato promuovere il referendum aeroportuale, cioè coloro che hanno esercitato un diritto che è pietra angolare della nostra democrazia diretta; detto da un ex-giudice, e per di più di sponda sovranista, tutto questo non solo lascia un po’ attoniti ma tristemente allude allo stato un po’ pietoso in cui versa da noi il rapporto tra autorità e legalità.