I liberali tra piccolo cabotaggio elettorale e progettualità

Partenze eccellenti. Un necessario appello a ritrovare un ruolo autonomo, e qualche visione 

Che cosa succede ai liberali? Nulla, probabilmente; al punto in cui siamo, anche una crisi sarebbe una buona notizia. A pochi giorni dalla nomina di Burkart alla presidenza del PLR, la squadra elettorale (“Wahlkampfteam”: come suonano marziali, bellici financo, certi termini) fa le valigie con una spiegazione unica che suona un po’ come una scusa. Se n’è andato prima Damian Müller, responsabile del gruppo; poi Fanny Noghero, la segretaria generale (aveva appena messo il ficus in ufficio, poverina) e adesso anche Alex Farinelli. Ci dicono che l’abbandono della nave non ha nulla a che fare né con la nave né con il nocchiero, né con le nuvole all’orizzonte, ma serve solo a dare la libertà al presidente di scegliersi la propria squadra.

Sarà. Ma, appena dopo aver vergato le dimissioni da cotanto gremio, Farinelli ha messo il foglio in macchina per lanciare – per interposta Regione – un utile appello alla riscoperta della progettualità politica e delle visioni da parte dell’area liberale, e qualcuno potrebbe pensare che questa pressante istanza sia lo specchio e la conseguenza di una frustrazione per il deficit di idee riscontrato in casa, quindi anche a livello federale.

Il partito liberale è sempre stato una grande casa con molte porte e finestre, abitata da parenti un po’ serpenti, sempre lì a puntualizzare e a litigare; ma, negli spifferi e nello sbattere di ante e di gelosie, sono state prodotte anche idee interessanti e specifiche di quella proteiforme cultura, e una storia di successo tra la gente e nelle istituzioni. Un minimo di autocritica dovrebbe permettere di capire che quei tempi sono finiti da un bel po’ e che c’è aria pesante da pensiero unico, da omogeneizzazione e da rientro nei ranghi, aria di disciplina cieca di partito, di testa-bassa-e-pedalare. Una notizia rassicurante per quel gruppo di militanti eccellenti, che in luogo di poche idee ma ben confuse preferiscono affidarsi a quelli che dicono di averne, di idee, mettendo giù la testa come lo studente asino che tema l’interrogazione; tra l’altro questo serve a mantenersi nel luogo magico in cui si trovano, nel partito e nelle istituzioni, politici di professione in un sistema …di milizia, tutti a tavola ben allineati e coperti in questo confortevole cono di luce.

Gli è che le uniche idee che sembrano uscire dalla spremitura degli augusti cerebri di chi detta la linea sono, per lo più, rifritture di idee altrui, saccheggi, e un annusare l’aria che tira per poter spiegare le vele elettorali e beneficiare del vento. Siamo sempre lì, all’originale e alla fotocopia, con gli epigoni che si illudono di poter fregare l’elettore vendendogli come proprie le idee di altri. Non funziona, capite? Con l’aggravante che queste idee non sono nemmeno un granché, al massimo cibo buono per liberisti alla Adamo buonanima, o per Chicago boys, ma più spesso discorsetti da pizzicagnoli o da contabili menostatisti; per di più rimasticate da apprendisti stregoni, lib-lib de’ noantri, tra cui i peggio sono quelli con un occhio al borsello e l’altro al crocifisso. E poi: genuflessioni nei confronti di chiunque sventoli con protervia qualche soldo o qualche prebenda.

C’è quindi da augurarsi che Farinelli, che ha una testa fina e che funziona, approfitti del tempo libero che si è preso lasciando il Wahlkampfteam di cui sopra per stimolare, con l’esempio e il progetto e non a chiacchiere, una riflessione operativa su quanto i valori liberali (e dico tutti, anche quelli del radicalismo e del liberalismo sociale) possono produrre in termine di autonomi progetti e visioni.


Quanto costa difendere la terra e l’ambiente

Partenze eccellenti. Un necessario appello a ritrovare un ruolo autonomo, e qualche visione 

Di Roberta Aiello, Valigia Blu

Óscar Eyraud Adams, 34 anni, messicano, indigeno del gruppo dei Kumiai, combatteva per il diritto all’acqua. In un’intervista rilasciata al quotidiano Reforma ad agosto 2020 aveva dichiarato che l’acqua che sarebbe dovuta arrivare alle comunità indigene per irrigare i raccolti veniva deviata verso aree più ricche e uno stabilimento della Heineken.
Il 24 settembre 2020 è stato ucciso a colpi di arma da fuoco nella sua casa, poco dopo l’arrivo di due veicoli con i vetri oscurati.

Ana Lucía Bisbicús García, 50 anni, colombiana, membro della comunità indigena Awá della riserva Pipalta Palvi Yaguapí, situata nel comune di Barbacoas, Nariño. Da anni era molto attiva nell’organizzazione della sua comunità e di quella degli Awá in generale.
Il 3 ottobre 2020 alcuni membri di un gruppo armato l’hanno portata dietro una chiesa, dove stava partecipando a una veglia funebre, e l’hanno assassinata.

Fikile Ntshangase, 65 anni, sudafricana. Si batteva contro l’ampliamento di una miniera di carbone di proprietà della Tendele Coal Mining, vicino a Somkhele, nella provincia di KwaZulu-Natal.
Il 22 ottobre 2020 è stata trucidata con colpi di arma da fuoco nel soggiorno della sua abitazione.

Adams, Bisbicús García e Ntshangase sono tra i 227 attiviste e attivisti impegnati per la protezione dell’ambiente e la tutela del diritto alla terra assassinati nel 2020. Tutti gli omicidi tranne uno sono avvenuti in paesi del sud del mondo. A denunciarlo in un rapporto Global Witness, una ONG fondata nel 1993 con sede a Londra, impegnata nel mettere fine alle violazioni ambientali e dei diritti umani provocate dallo sfruttamento delle risorse naturali e dalla corruzione nel sistema politico ed economico globale. Dal 2012 l’organizzazione si occupa anche di raccogliere dati e informazioni sulle uccisioni di chi difende la terra e l’ambiente.

227 è il numero più alto registrato per il secondo anno consecutivo. Nel 2019 le vittime erano state 212. Una media di più di quattro persone uccise ogni settimana. Ma le vittime potrebbero essere anche di più. Non si ha certezza a causa delle crescenti restrizioni a cui sono sottoposti i giornalisti e, più in generale, per le limitazioni alle libertà civili.

Secondo quanto si legge nel documento di Global Witness quasi un terzo degli omicidi è collegato allo sfruttamento delle risorse: disboscamento, estrazione mineraria, agroindustria su larga scala, dighe idroelettriche e altre infrastrutture.

All’intensificarsi della crisi climatica corrisponde, inoltre, un aumento della violenza nei confronti di coloro che proteggono la loro terra e il pianeta. È ormai evidente – dichiara Global Witness – che lo sfruttamento e l’avidità che guidano la crisi climatica stanno anche causando la violenza nei confronti di chi difende la terra e l’ambiente. La crisi climatica è una crisi contro l’umanità.

Più della metà delle aggressioni è avvenuta in tre paesi: Colombia, Messico e Filippine. Fanno seguito Brasile e Honduras.

Per il secondo anno consecutivo, la Colombia ha registrato il maggior numero di omicidi, con 65 difensore e difensori della terra e dell’ambiente uccisi in un contesto di attacchi diffusi contro chi tutela i diritti umani e i leader della comunità in tutto il paese. A essere presi maggiormente di mira gli indigeni, nonostante costituiscano solo il 5% della popolazione mondiale. La pandemia di COVID-19 ha poi peggiorato una situazione già grave. Difensore e difensori si sono trovati sotto attacco nelle proprie case e le misure di protezione del governo sono state ridotte.

Il livello di violenza e intimidazione nel paese è talmente alto che un ragazzino di 12 anni, Francisco Vera, ha ricevuto minacce di morte anonime su Twitter a causa del suo attivismo.

 

In Messico, nel 2020, sono stati documentati 30 omicidi con un aumento del 67% rispetto al 2019. Quasi un terzo di questi attacchi è riconducibile al disboscamento e metà delle aggressioni avvenute aveva come obiettivo le comunità indigene. L’impunità per i crimini commessi contro chi combatte per l’ambiente rimane incredibilmente alta: nel 95% dei casi non viene individuato un colpevole.

Nelle Filippine l’opposizione alle aziende che non salvaguardano i territori e le comunità viene spesso accolta con violente repressioni da parte della polizia e dell’esercito. Secondo i dati forniti da Global Witness oltre la metà degli omicidi è direttamente collegata all’opposizione a progetti minerari, di disboscamento e di dighe. La vicenda più scioccante si è verificata il 30 dicembre, quando i militari e la polizia hanno massacrato nove indigeni Tumandok che si stavano opponendo al progetto di una diga di dimensioni gigantesce sul fiume Jalaur a Panay.

Da quando Rodrigo Duterte è diventato presidente della repubblica il paese ha assistito a un drammatico aumento della violenza contro difensore e difensori. Dalla sua elezione, avvenuta nel 2016, fino alla fine del 2020, sono state uccise 166 persone.

In molti paesi, ricchi di risorse naturali e biodiversità fondamentale per il clima, le imprese operano nella più totale impunità. Raramente qualcuno viene arrestato o portato davanti alla giustizia per aver ucciso chi difende la propria terra e la propria comunità. Quando accade si tratta dell’autore materiale del crimine e mai di chi potrebbe essere altrimenti implicato, direttamente o indirettamente, nel reato.

In una delle prefazioni al rapporto di Global Witness l’attivista ambientale Bill McKibben ha richiamato alla responsabilità le multinazionali delle nazioni ricche che sfruttano le risorse locali. “Le aziende devono essere più responsabili e agire. Soprattutto perché le persone che abitano questi luoghi non condividono mai veramente le ricchezze che producono: il colonialismo è ancora forte, anche se travestito con loghi aziendali o nascosto da conti bancari offshore. Nel frattempo dobbiamo renderci conto che le persone uccise ogni anno che difendono le proprie terre stanno anche difendendo il pianeta che è di tutti, in particolar modo il nostro clima”, ha scritto.

Come riportato da BBC News in occasione dell’uscita del rapporto uno degli autori, Chris Madden, ha invitato i governi a “prendere sul serio la protezione dei difensori” e le aziende a “mettere le persone e il pianeta davanti al profitto” per evitare che la crisi climatica e gli omicidi continuino.
«I dati raccolti sono l’ennesimo, duro, promemoria del fatto che combattere la crisi climatica comporta un onere insopportabile per alcune persone che rischiano la vita per salvare foreste, fiumi e biosfere essenziali per contrastare l’insostenibile riscaldamento globale. Tutto questo deve finire».

L’ONG ha invitato i governi a riconoscere formalmente il diritto umano a un ambiente sicuro, sano e sostenibile e a garantire che gli impegni che saranno presi alla conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici il prossimo novembre, COP26, integrino le protezioni dei diritti umani.

In risposta, il presidente della COP26, Alok Sharma, ha dichiarato di “aver dato priorità agli incontri con le persone che sono in prima linea nella lotta al cambiamento climatico per garantire che le voci di tutti siano ascoltate”.

Global Witness ripone inoltre speranza nell’adozione di una legislazione europea sulla due diligence (dovuta diligenza) delle imprese. Annunciato il 29 aprile 2020 dal Commissario europeo per la giustizia, Didier Reynders, nell’ambito dell’iniziativa Sustainable Corporate Governance, il provvedimento dovrebbe imporre a tutte le aziende l’obbligo di implementare un processo che mira a identificare e prevenire l’impatto su diritti umani e ambiente nelle loro operazioni attribuendo responsabilità in caso di violazioni.

Nel rapporto, infine, viene dato spazio a diverse vittorie importanti ottenute nel 2020. Nello Zimbabwe la Zimbabwe Environmental Law Association e i gruppi ambientalisti sono riusciti a bloccare un piano di due società cinesi per la costruzione di una miniera di carbone nel parco nazionale di Hwange. Nell’Artico gli attivisti statunitensi e canadesi hanno rallentato l’estrazione delle sabbie bituminose e hanno fatto pressioni sulle banche affinché smettano di finanziare l’esplorazione in quell’area. In Sudafrica, un’alta corte ha annullato l’approvazione della costruzione di una centrale elettrica a carbone nella provincia di Limpopo. In Brasile, la comunità indigena Asháninka ha ottenuto un risarcimento per la deforestazione illegale del proprio territorio da parte di una compagnia di legname.

Immagine di Dikshajhingan, Wikimedia Commons – CC BY-SA 4.0
Titolo della redazione


L’AVS e i “suoi” paradossi (più una votazione)

Partenze eccellenti. Un necessario appello a ritrovare un ruolo autonomo, e qualche visione 

Una decina di anni fa un gruppo di esperti federali pronosticava per questi tempi un buco di quindici miliardi di franchi nei conti dell’AVS, l’Assicurazione vecchiaia e superstiti. Lo scorso anno l’Avs ha chiuso con un utile di quasi due miliardi di franchi (più precisamente 1941 milioni. L’anno prima l’utile era stato di 1682 milioni). Si spiegava il bilancio con il risultato di ripartizione (ossia la differenza tra le entrate e le uscite) di 579 milioni e con la performance degli investimenti del fondo di compensazione.

I risultati positivi non rasserenano mai gli esperti federali che insistono su un disavanzo tra i 5 e gli 11 miliardi entro il 2030. I motivi sono sempre sostanzialmente due: si allunga il periodo di vita, la popolazione invecchia; si riduce quindi il rapporto tra persone attive, che versano le quote dell’AVS, e persone passate alla pensione, che ricevono le rendite.

Lasciando da parte questa contabilità, alla quale con tutti i pronostici sinora errati è sempre più difficile credere, vorrei permettermi due altre considerazioni.

Invecchiare è preoccupante, ma qual è l’alternativa? È una battuta, ma ha un senso. Autorità, buona parte dei politici, ambienti economici hanno una sola risposta: l’alternativa sta nel lavorare più a lungo, uomini e donne (alle quali, per migliorare i conti, si appioppano anni in più… di lavoro, non riconoscendo nemmeno un millesimo dei miliardi di franchi del loro lavoro domestico e di educazione dei figli). Ora, per quale strana ragione un sistema economico che vuol produrre con sempre minor lavoro per ottenere più ricchezza e maggiori profitti genera invece il dogma che si debba lavorare più a lungo perché si invecchia troppo? Tanto più se un attivo anziano ha costi salariali elevati e non è un caso se dopo i cinquant’anni lo si manda volentieri a casa o gli si nega il lavoro. Interrogativo eretico, diranno gli esperti organici o i neo-manchesteriani in redingote del Gran Consiglio ticinese. Ma qualcuno dovrà pur porselo perché rivela uno dei maggiori paradossi attuali. Oltretutto quando aumenta non congiunturalmente ma strutturalmente la disoccupazione giovanile (che dovrebbe essere una vera questione). Forse si dovranno trovare altri modi, non solo il rapporto con il salario, ma anche con i profitti, i dividendi, i guadagni da capitale per finanziare l’AVS. Ma guai a pensarci, come ci dice anche la recente votazione del popolo, che ha sempre una sacra venerazione per i ricchi, forse perché ognuno si illude di diventarlo presto.

Al paradosso precedente bisognerebbe aggiungerne subito un altro. Ci si ripete che per far girare il tipo di economia che abbiamo sviluppato e far credere nella crescita infinita, bisogna consumare, consumare di più. (E infatti ora si impreca contro i complotti delle autorità sanitarie che, a causa del virus, mettono paletti ai consumi fuori casa). Per consumare ci vuole comunque reddito e più reddito. Siccome il reddito da lavoro (che rappresenta quasi il 70 per cento dei consumi) tende ormai da anni a diminuire rispetto al reddito da capitale (dividendi e altro) poiché si deve appunto produrre con minor lavoro e a minor costo per favorire al massimo il capitale, è ovvio che si rischia di impoverire anche l’AVS che si nutre del reddito da lavoro (che diventa risparmio obbligato). Non solo, quindi, per le questioni demografiche. Anche qui se ne deduce che per alimentare l’AVS bisognerebbe estendere le sue fonti di finanziamento. Ma guai a parlarne, è bestemmia svizzera.

Comunque, togliete quei quasi 50 miliardi di franchi che l’AVS inietta annualmente nell’economia sotto forma di rendite, in buona parte destinate a persone che devono spendere per vivere e non per comperarsi Ferrari; oppure vanificate quei 25 miliardi di liquidità e di investimenti che costituiscono il suo fondo: vedremmo di certo crollare di botto anche il mitico PIL, il prodotto interno lordo.

Appare chiaro che un’assicurazione come l’AVS piace poco agli ambienti economici e finanziari perché è vista solo come un costo da evitare, che frutta poco o niente alle banche, alle assicurazioni e alle istituzioni finanziarie, anche se ne approfittano. Forse perché è lì a dimostrare, con i suoi conti, che il sistema della ripartizione (che è poi quello della solidarietà) risulta economicamente più solido, nonostante le previsioni che continuano a vederlo morto.

E sui paradossi, anche dopo certe votazioni avvenute o in prospettiva, vien la voglia matta di citare il liberale Luigi Einaudi (in “Lo scrittoio del presidente“): «Amante del paradosso è colui il quale ricerca e scopre la verità esponendola in modo da irritare l’opinione comune, costringendola a riflettere ed a vergognarsi di se stessa e della supina inconsapevole accettazione di errori volgari».


Ueli Maurer farneticante e dittatura dell’incoscienza

Partenze eccellenti. Un necessario appello a ritrovare un ruolo autonomo, e qualche visione 

Il governo non ha nulla da dire. In merito a cosa? In merito ad alcune esternazioni del consigliere federale Ueli Maurer, affermazioni che vanno ben al di là del principio della collegialità, principio su cui, è ben noto, il nostro ministro delle finanze è stato spesso più che disinvolto e inadempiente. Riprendiamo la notizia, così riassunta da un nostro quotidiano: “Il ministro UDC aveva dichiarato a un incontro di partito che sul piano sanitario il Consiglio federale e le autorità hanno fallito. Avrebbe anche detto che al Consiglio federale piace il potere e che pensa davvero di essere Dio. E che in questa tendenza ad accaparrarsi il potere, il Consiglio federale ha emanato leggi e ordinanze, nelle quali prescrive alla popolazione come deve comportarsi”. Allucinante. Un esponente del governo che bombarda lo stesso esecutivo di cui fa parte, con cui discute come guidare la nazione, col quale delibera. E che si gongola in affermazioni che… nemmeno nella più squallida e caotica repubblica delle banane.

Non gli è bastato esibirsi con maglietta bianca e logo dei ‘Freiheitstrychler’, che hanno messo i loro folcloristici campanacci al servizio della causa no-vax, facendo così chiaramente capire da che parte sta (come ne ha riferito qui Daniele Piazza). No, doveva aggiungere parole non solo fuori luogo, ma letteralmente dissennate, come un qualsiasi ‘picchiatore da social’. C’è da chiedersi in quale altro regime democratico affermazioni del genere non avrebbero provocato un putiferio; quale ministro e in quale governo parlamentare avrebbe potuto permettersi impunemente una sortita simile; in quale nazione non avrebbero aperto una crisi di governo. Ma la Svizzera è la patria della concertazione, della osannata anche se sempre più fiaccata ‘formula magica’, del pragmatico dialogo fra quelli che continuiamo a chiamare i ‘sette saggi’. Ed eccoci alla seconda e forse ancor più squallida parte della vicenda. Soltanto il partito socialista reagisce, interroga il governo, pretende una spiegazione, chiede che il democentrista venga o sanzionato o quantomeno ufficialmente redarguito, bacchettato, rimesso al suo posto. Figurarsi.

Guy Parmelin, presidente della Confederazione e suo compagno di partito, si appella all’articolo 21 della legge sull’organizzazione del governo per affermare papale papale che il Consiglio federale (che ‘si crede Dio’, secondo il ministro) non ha proprio nulla da dire. Asciutto e sbrigativo ‘no comment’. Come se la faccenda possa essere liquidata con un articoletto di procedura tecnica, come se sia possibile derubricarla a semplice fatto personale, come se non fosse invece uno scandalo e un problema politico grande come una montagna. Basta? No che non basta. Infatti, come reagiscono gli altri partiti, i cosiddetti ‘borghesi’, che si affannano nel dimostrarsi baluardi della democrazia? In sostanza fanno spallucce. Nessuna iniziativa politica, zero indignazione pubblica, magari qualche risatina e tutto finisce in fanteria, o al massimo nella galleria delle semplici e innocue gaffes della politica. E poi, diciamola chiara, meglio stare sottotraccia: non sia mai che all’UDC si lasci il monopolio della rappresentatività eventualmente anche elettorale di quella parte di paese, più del 40%, che non si fa vaccinare, poco importa se per paura, scetticismo o categorica opposizione.

Vecchia storia, quella dei partiti che in qualche modo inseguono gli slogan UDC, e non solo gli slogan; anche se è dimostrabile che non è mai servito politicamente, perché ‘vince’ comunque l’originale e non il maldestro imitatore, la brutta fotocopia. Poi magari saranno gli stessi schieramenti che ci spiegheranno accorati quanto è pericolosa e preoccupante questa faglia nazionale, questa frattura sociale che percorre il paese. Ma non si dica che viene alimentata dall’interno del governo. Altro che dittatura sanitaria. Qui suona piuttosto come dittatura dell’incoscienza.


Finestre sul cortile

Partenze eccellenti. Un necessario appello a ritrovare un ruolo autonomo, e qualche visione 

Chissà cosa direbbe oggi Marshall McLuhan dello sviluppo dei media, a oltre 50 anni dalla sua definizione di “villaggio globale”, che prefigurava una nuova era elettronica di espansione e, appunto, globalizzazione; chissà che direbbe, trovandosi di fronte all’attuale panorama mediatico tanto settoriale e frammentato, da perdersi, paradossalmente, proprio dentro la propria “globalità”, finendo per rinchiudersi nella dimensione limitata e limitante di un microcosmo da pianerottolo.

Del resto, già negli anni ’80 un noto studioso francese, Serge Daney, direttore dei “Cahiers du cinéma”, aveva ripreso la nota definizione di McLuhan per sottolineare come tutti si fossero sempre concentrati nell’enfatizzare il termine “globale”, mentre ad enfatizzarsi, a poco a poco, sia stata invece la dimensione del “villaggio”.

Daney ci aveva visto benissimo, la televisione avrebbe presto puntato su formati come “Il grande fratello”, fatti di persone qualunque che non fanno assolutamente nulla se non litigare fra loro proprio come avviene in ogni condominio di questo mondo, per le ragioni più futili, che il medium televisivo amplifica a dismisura.

Un modello che ha trovato nei “social” un ulteriore e decisivo strumento di volgarizzazione di qualsiasi dibattito, e soprattutto una nuova “fonte” per forme e contenuti di cosiddetta informazione, al punto che oggi è davvero difficile assistere, in televisione ad esempio, ad un dibattito che non sia fatto di battibecchi, parole d’ordine, frasi fatte, attacchi personali, specie se di mezzo c’è la politica ed in particolare qualche appuntamento elettorale.

Proprio recentemente, in un dibattito sulla situazione finanziaria del Cantone proposto da Teleticino, conduttore e ospiti hanno tranquillamente convenuto (per poi litigarci sopra) che ormai si era in prossimità di una nuova fase di campagna elettorale e che quindi sarebbe stato difficile affrontare un tema tanto delicato e complesso. Come a dire: quando si chiede il voto agli elettori non gli si dicono le cose importanti, ma quelle che servono all’uno o all’altro schieramento.

E non è forse un caso che con il tempo si parli sempre più di “distanza” fra la politica e la realtà, tanto più che da anni, decenni, nella splendida attuazione dei principi della democrazia diretta accade regolarmente che a votare vada meno della metà degli aventi diritto.

Una domenica di votazioni come tante, nel “condominio Ticino”, anche quella appena trascorsa, in cui media pubblici e privati, seduti alla finestra, o appena appoggiati alla ringhiera del balcone, se ne sono stati a vedere, con noi e per noi, chi esce, chi entra, chi arriva in visita, e in visita da chi, e chi è un po’ che non si vede, chissà dov’è finito, ah, no, eccolo che ritorna.

Nel cortile (rigorosamente interno) del condominio, vanno e vengono sempre gli stessi, inquilini o proprietari, si incrociano, si salutano (a volte), si ignorano, si conoscono tutti benissimo, non di rado perché, di primo o di secondo grado, sono magari anche parenti.

Su di loro si puntano fari, telecamere, cannocchiali, perché di loro si deve parlare (e di chi, e di che se no) oppure si deve chiedere loro di parlare, intervenire ai dibattiti, agli approfondimenti, ai faccia a faccia, su giornali, siti, radio e tivù.

Nel cortile è tutto un viavai di soliti noti, rispettabili, per carità, nel loro essere “espressione del paese”, legittimati da un ruolo conferito loro dall’ultima assemblea di condominio. Il clima è, come sempre, un po’ pesante, la stanchezza del vedersi e rivedersi, sempre gli stessi a dire sempre le stesse cose diventa palpabile nei visi stanchi e affaticati di chi deve commentare l’affermazione elettorale delle proprie posizioni e poi subito dopo la sconfitta delle proprie idee su un altro tema in votazione. E viceversa.

E noi, dalla nostra finestra, si prova a cercare un po’ di respiro nel disimpegno, in un tuffo nel passato, che fa tornare giovani e spensierati e soprattutto fa dimenticare per un momento che per diritto divino i ricchi devono essere sempre più ricchi, guai a chi li tocca! In un’ennesima “operazione nostalgia”, magari, che ti fa dire “Sembra ieri” e ti fa trovare due conduttori (bravi e simpatici) a rievocare gli anni ’80 e ’90 l’intera puntata si focalizza sull’”avvento della Lega”, con una bella e significativa carrellata di “provocazioni televisive” del Nano, commentate con commozione dal figlio Boris, che racconta il padre “privato” e dice volentieri della loro comune timidezza.

Timido e riservato, Boris, ecco perché non se l’è sentita in questi giorni di esprimersi su un suo neonato sindacato. Chiederglielo? Ma no, perché ammorbare l’aria scherzosa e distesa di tale siparietto con altre questioni che danno solo il mal di testa?

E allora torniamo col cannocchiale a puntare il cortile, per vedere se magari è tornato. Chi? Come chi, lui, il Matteo Cocchi, quello che un anno e passa fa, in video e in conferenza stampa tutti i giorni, a causa della pandemia voleva mandare tutti i vecchi in letargo. Poi in letargo ci dev’essere andato lui, perché dalla primavera scorsa, benché la polizia non si sia risparmiata in “operazioni delicate” sul territorio (giardini, parchi e tetti compresi), non è proprio più apparso. Se non che: eccolo lì, in due pagine del “Mattino della domenica” a snocciolarci, in forma di abbecedario, le proprie idee e convinzioni, come quelle che troviamo alla “N”: N come Novità. Ho sempre provato affetto per la divisa e fare il comandante della Polizia cantonale è un compito affascinante, soprattutto in anni di grandi cambiamenti come quelli vissuti. Sono molto soddisfatto di quanto viene messo in campo quotidianamente dai miei collaboratori e ogni giorno affronto con voglia questa importante attività. Contrariamente ad alcuni “rumors”, sono contento di essere qui e non vi sono novità dell’ultima ora…” Fiuuuu. Siamo sollevati. Matteo Cocchi c’è, sta bene ed è contento. Magari poi ci spiegherà, contento com’è, cosa dicono o dicevano questi “rumors” e magari anche, perché no, sempre contento, cosa sia capitato a Lugano nella notte fra il 29 e il 30 maggio.

Ma qui, solo a pensare a queste palesi malignità il cannocchiale va fuori fuoco, butto un’occhio alle “camere di sorveglianza” e mi ritrovo ovunque un altro volto “pandemico” famigliare, quello del medico cantonale Giorgio Merlani. Gli occhi li butto entrambi, perché è su due canali, contemporaneamente, che Merlani appare, televisivamente, alla stessa ora della domenica sera.

Ospite de “Il gioco del mondo” alla RSI e de “La domenica del Corriere” a Teleticino, risponde contemporaneamente a Damiano Realini e a Gianni Righinetti che vogliono entrambi conoscere il “Merlani privato”. Massimo rispetto per il medico cantonale, ci mancherebbe, ma è proprio sicuro che questa sovresposizione gli renda merito? Un Merlani come quello di ieri sera, da “cerca le differenze” (era pure vestito alla stessa identica maniera, ma con un bottone della camicia slacciato in più a Teleticino) fa davvero un servizio al condominio? E ritrovarselo pure l’indomani mattina in una pagina del “Corriere del Ticino” cosa deve farci pensare?

Fra le varie possibili risposte, viene da privilegiare quella che parta dalla “disponibilità” del medico (ormai un po’ il nostro comune medico di famiglia) con molte responsabilità sulle spalle (che lo stanno affaticando non poco) ma non con quella di scegliere quando “andare in onda”. Quella è una decisione delle due reti televisive, c’è da pensare, o no?

E allora torna alla memoria una delle varie dichiarazioni del neo-direttore dei programmi RSI Matteo Pelli, che circa le possibili “collisioni” con le scelte editoriali del fratello aveva detto che “in privato non parlano di lavoro”. Beh, dài, per una volta, se vi trovate, mettetevi magari d’accordo su quando mandare in onda Merlani, che qui, nel condominio, in due o tre appartamenti han già chiamato il servizio guasti.


L’America e i suoi vassalli

Partenze eccellenti. Un necessario appello a ritrovare un ruolo autonomo, e qualche visione 

Da un giorno all’altro, senza preavviso alcuno, il governo australiano getta nel cestino l’accordo per l’acquisto dalla Francia di dodici sottomarini, firmato cinque anni fa. Preferisce ora delle navi nucleari americane. Il tutto sullo sfondo delle tensioni fra Cina e Stati Uniti. Qualunque siano i motivi strategici invocati, questo modo di fare costituisce uno scandalo diplomatico.

Si tratta di una seria lezione per la Svizzera, che si appresta ad acquistare i caccia-bombardieri americani FA-35. L’ingenua consigliera federale Viola Amherd giura che il contratto è solidissimo, in particolare per quanto concerne i costi, anche se già si annuncia un aumento a causa dell’inflazione. E altre brutte notizie seguiranno. Assecondando i desideri di Washington.

La Svizzera si àncora alla NATO

Il presidente Biden si spende in belle frasi su un progetto mondiale realizzato con i suoi ‘alleati e partner’. Definizioni inadeguate. Gli Stati Uniti hanno unicamente dei vassalli. Certo, vassalli volontari, ma di fatto sottomessi all’autorità della super-potenza. Quest’ultima si riserva il diritto di controllare l’utilizzazione di tutti gli equipaggiamenti militari assegnati ai pretesi ‘alleati e partner’.

Detto altrimenti, con l’acquisto di questi aerei la Svizzera àncora la sua difesa alla NATO, sotto comando americano. La Francia, con i suoi caccia Rafales, sarebbe stato un partner meno intrusivo, più vicino geograficamente e politicamente.

Per ammorbidire l’ira di Parigi – dove il presidente della Confederazione non è più invitato da Macron, come avrebbe invece desiderato Guy Parmelin – dopo il Consiglio degli Stati, anche il Consiglio nazionale ha adottato una saggia decisione. Un accordo sarà firmato con la Francia per l’utilizzazione delle immagini dei suoi satelliti d’osservazione militare, visto che la Svizzera non è in grado di inviarne di suoi nello spazio. In caso di conflitto, poter osservare ciò che accade al di là delle nostre frontiere è naturalmente un fatto essenziale. Costo: 82 milioni. Troppi per alcuni parlamentari, soprattutto di sinistra, che d’altra parte fanno i giocolieri con i miliardi, e senza troppe preoccupazioni, quando si tratta di difesa… sanitaria.

Ciliegina sulla torta del servilismo

La nostra politica internazionale non ha né testa né coda. Da una parte la Svizzera invia una sfortunata diplomatica a Bruxelles, dove moltiplica chiacchiere da salotto senza senso, nella speranza di riannodare il filo spezzato dal brutale rifiuto svizzero dell’accordo quadro negoziato per sette anni. Dall’altra la Confederazione sceglie de facto il campo dei vassalli dell’America, non solo con degli aerei comunque poco adatti alle nostre necessità, ma anche accettando senza batter ciglio il fatto che le banche svizzere debbano applicare sanzioni decise a tutto campo dagli Stati Uniti. Ciliegina sulla torta del servilismo: il Consiglio federale ha confermato di voler trasmettere tutti i suoi dati a qualche gigante della Silicon Valley. A patto che non siano cinesi!

Questo governo, il più debole che la Svizzera ha avuto negli ultimi decenni, galleggia in una visione miope ed erratica. I danni ancora non si vedono. Ma non tarderanno.

Articolo originale da Bon pour la Tête
Traduzione e link: naufraghi.ch


Le incognite del dopo-voto tedesco

Partenze eccellenti. Un necessario appello a ritrovare un ruolo autonomo, e qualche visione 

Doveva rimanere una battuta pre-elettorale, ed invece è possibile che ad augurare il buon Natale alla nazione sarà davvero, e di nuovo, Angela Merkel. Costretta a garantire il disbrigo degli affari correnti. L’inedito esito elettorale lascia infatti la Germania sospesa. A meno di sorprese, che per ora nessuno pronostica, ci vorrà tempo, parecchio tempo, prima che Berlino abbia un nuovo governo. L’ultima volta ci vollero sei mesi. Ma c’era una CDU-CSU che primeggiava nettamente, e c’era lei, ‘Mutti’: in nome della celebrata e reale stabilità politica tedesca, difficile allora che si potesse evitare la ‘Grosse Koalition’, e così fu. Stavolta è diverso. Stavolta la CDU-CSU crolla, zavorrata dall’inconsistente gaffeur Armin Laschet, e scende al minimo storico; da dove invece risale, dopo un ventennio, l’SPD a guida Olaf Scholz, guarda caso il socialista tedesco che per stile e fin qui per contenuti (ministro delle finanze uscente) è il più merkeliano del partito risuscitato.

Che in vetta ci siano un vincitore e uno sconfitto non c’è dunque dubbio. L’enigma sta più in basso: nei Verdi – buon risultato, ma assai inferiore alle speranze che ancora in primavera i sondaggi assegnavano alla sua inesperta candidata Annalena Baerbock; e nei liberali di Christian Lindner, che saranno il vero ago della bilancia (anche perché si è sbriciolata la sinistra radicale ‘Die Linke’, che rischia di non entrare in parlamento, e che qualcuno ipotizzava possibile ruota di scorta di una coalizione a guida socialdemocratica). Oggi quasi tutti i commentatori escludono una riedizione della ‘grande coalizione’. Non con la CDU-CSU così ridimensionata, e dunque probabile teatro di una resa dei conti interna con la destra del partito in cerca di rivincita, e tentata di recuperare suffragi fra gli elettori della sconfitta AFD nazional-populista); e nemmeno con l’SPD, che in caso di una nuova alleanza con i democristiani, potrebbe rianimare una sua sinistra giovane e agguerrita che già manifestò velleità secessioniste.

Nessuno, o comunque pochissimi si chiedono se lo storico crollo della destra non dipenda anche dal bilancio della cancelliera che ha guidato il paese per sedici anni, attraversando elettoralmente indenne crisi interne (la minaccia dell’AFD populista soprattutto dopo aver aperto le porte a quasi un milione di siriani in fuga) e crisi internazionali di ogni genere, ma sempre nel rispetto della regola della ‘Germania potenza reticente’, cioè intelligentemente indecisa se tedeschizzare l’Europa o farsi europeizzare davvero, e imponendo comunque la sua guida spesso arcigna ed egoista (basti pensare ai surplus commerciali) dell’Unione. Eppure quello della Merkel è un bilancio non necessariamente brillante sul piano interno, e ciò spiega almeno in parte la rimonta di un’SPD che per tre lustri lei era riuscita a ‘cannibalizzare’. La politica del rigore e dell’austerity ha un prezzo sociale, che in Germania, paese della grande industria ma anche dei lavoretti (gig economy) a basso salario, è piuttosto salato. Ce lo conferma un dato che sorprende sempre: in Germania un bambino su cinque vive in povertà. E infatti, si vedrà poi quanto sinceramente, il vincente Scholz ha promesso parecchio in fatto di solidarietà, coesione sociale, nuovi assegni famigliari, salario minimo garantito almeno di 12 euro l’ora, 400 mila nuovi appartamenti popolari, riforma delle pensioni minacciate dal calo demografico, insomma quella che il probabile futuro cancelliere di sinistra ha definito ‘la nuova fabbrica sociale’.

Il problema? Non sembra tanto quello della scelta di coalizione da parte dei Verdi, anche se i Grünen, con cui Scholz dichiarò di voler governare, hanno dimostrato una certa disinvoltura nel decidere localmente con chi allearsi (e in generale anche in Europa, vedi l’Austria, dove governano con la destra più tosta e meno europeista). No, il problema per i socialisti è il partito liberale FDP. Con i Verdi indispensabile a qualsiasi coalizione, ma con una filosofia di governo economico assai diversa e assai profilata: sollecitano infatti un ritorno all’austerity e al pareggio di bilancio assai poco conciliabili con i propositi di robusto miglioramento sociale programmato dell’SPD. E anche poco in sintonia con la svolta dell’Unione europea, spinta dalla pandemia a mettere nel cassetto la rigida disciplina budgetaria del passato e allargare i cordoni della borsa per soccorrere cittadini ed economia. Apparente quadratura del cerchio, dunque. A cui la CDU-CSU lega ancora qualche velleità di rimanere alla guida della nazione. E incognita che pesa anche sull’Europa. Che potrebbe essere costretta a una riedizione del titanico scontro tra… ’formiche’ e ‘cicale’.


Ancora sul 99%

Partenze eccellenti. Un necessario appello a ritrovare un ruolo autonomo, e qualche visione 


Il fossato che rimane

Partenze eccellenti. Un necessario appello a ritrovare un ruolo autonomo, e qualche visione 

La bocciatura è secca, due terzi degli elettori hanno affondato l’iniziativa del 99% per maggiori imposte sui capitali ed una più equa ridistribuzione fra ricchi poveri. Ancora una volta i sostenitori dell’iniziativa non sono andati oltre al serbatoio di voti della sinistra e dei verdi. Un fenomeno che ha parecchi precedenti anche su riforme fiscali che avrebbero favorito una chiara maggioranza della popolazione. Due esempi : l’iniziativa per eliminare i privilegi degli stranieri super-ricchi, che godono di una tassazione forfettaria, e l’iniziativa a favore dell’imposta di successione ovvero la tassa più equa se si pensa che i due terzi del patrimonio dei più ricchi in Svizzera non lo è per merito loro, ma è ereditato, così esentasse. 

Queste riforme sono state seccamente bocciate dal popolo con più meno le stesse proporzioni di quelle odierne. Assai differenziati i motivi analizzati dai politologi. Molti cittadini anche della classe medio-bassa sono abbastanza soddisfatti delle loro condizioni di vita e sotto sotto sperano, per sé o per i propri figli, di accedere alla classe medio-alta. D’altro canto molti lavoratori con bassi salari o sottopagati non vanno alle urne o non possono andarci perché sono stranieri. Un altro fattore determinante è l’argomento economico sbandierato dai partiti borghesi e del padronato, secondo cui tassare i ricchi significa frenare gli investimenti e indebolire le piccole e medie imprese. 

Un argomento che ha colto nel segno anche questa volta. 

Le PMI godono di un’ottima reputazione contrariamente alle grandi multinazionali. E così economiesuisse ha ignorato completamente le grandi aziende per concentrarsi sulle piccole e medie imprese. Ha sfruttato i termini assai vaghi dell’iniziativa del 99% per predire un danno alle PMI anche se in realtà sarebbe stato il parlamento a definire le modalità d’applicazione dell’iniziativa e l’attuale maggioranza borghese avrebbe certamente varato una variante minimalista risparmiando le PMI. Rimane comunque un fatto : le disuguaglianze fra ricchi e meno abbienti si sono ancora accentuate con la pandemia, l’iniziativa per sgravare i salari tassando maggiormente i capitali è fallita, il problema delle crescenti disparità fra ricchi e poveri rimane.


Il Cancelliere dei sondaggi

Partenze eccellenti. Un necessario appello a ritrovare un ruolo autonomo, e qualche visione 

Di Luigi Daniele

Comunque vadano le elezioni di domani, il candidato cancelliere dei socialdemocratici ha restituito la speranza a un partito che fino a pochi mesi fa sembrava destinato ad assistere da spettatore alla nascita di un governo tra Cdu e Verdi e che ora punta a un grande risultato nelle urne.

Secondo gli attuali sondaggi, le elezioni tedesche di domani vedranno la Spd diventare primo partito in Germania, dopo la sorprendente rimonta iniziata a fine agosto. È quindi probabile che il candidato socialdemocratico, Olaf Scholz, inizi da lunedì a dialogare con altre forze per formare un governo. E prima di tutto con i Verdi.

Durante gli ultimi mesi di campagna elettorale, e specialmente durante i confronti tv con gli altri candidati, Scholz è riuscito ad apparire di fronte a molti elettori come un credibile erede di Angela Merkel, persino più di quanto sia riuscito a fare Armin Laschet, il segretario e candidato della Cdu, che viene dalla stessa corrente di Merkel.

Più che idee e programmi, però, la somiglianza è una questione di profilo: Scholz appare infatti sobrio nei modi, competente sui temi di cui parla e con una lunga esperienza politica alle spalle. In effetti, una prima somiglianza con Merkel riguarda proprio la lunga militanza politica, iniziata in età giovanile e svolta quasi sempre nella veste di funzionario di partito.

Scholz nasce a Osnabrück nel 1958, ma cresce ad Amburgo. Già a 17 anni entra a far parte della organizzazione giovanile della Spd, gli Jusos, di cui diventerà vicepresidente nel 1982, restandolo poi per sei anni. Dall’87 all’89 sarà anche vicepresidente della Jusy, il raggruppamento internazionale delle organizzazioni giovanili dei partiti socialisti. Il giovane Scholz è molto più radicale, rispetto a quello che conosciamo oggi: negli articoli scritti all’epoca sui giornali pubblicati dalla Jusos, ad esempio, critica l’atteggiamento imperialista della Nato e indica nella Germania “il baluardo del capitalismo in Europa”.

Nel 1984 si laurea in legge all’Università di Amburgo, iniziando a esercitare la professione di avvocato, che accompagnerà per alcuni anni all’attività politica. Negli anni Novanta sarà  segretario di zona nel partito, mentre dal 2000 al 2004 diviene segretario della Spd ad Amburgo. Nel 1998 viene eletto per la prima volta al Bundestag, e rimarrà parlamentare negli anni a venire seppur con alcune pause. Nel 2001 entra nel governo della città di Amburgo (che costituisce un Land a sé) ed è eletto nella direzione nazionale della Spd (una carica che abbandonerà solo nel 2019, in seguito all’ultimo congresso) e dal 2002 al 2004 è Generalsekretär, una carica equiparabile a quella del responsabile dell’organizzazione nei partiti italiani, da cui si dimette nel 2004 a seguito delle dimissioni di Gerhard Schröder.

Diversamente dai suoi anni giovanili, Scholz appartiene in quegli anni all’ala più centrista del partito, cosa che, unita alla sua rilevanza sempre maggiore tra i socialdemocratici, gli permette di entrare nel primo governo Merkel, divenendo dal 2007 al 2009 ministro per il Lavoro e gli Affari Sociali. Si tratta della prima esperienza davvero nazionale per Scholz, che inizia a essere conosciuto in tutta la Germania e a consolidare il suo ruolo nel partito. Divenuto ormai vicesegretario della Spd, nel 2011 viene candidato ed eletto sindaco di Amburgo, carica che ricoprirà fino al 2018.

Si tratta della prima esperienza amministrativa per Scholz, che lui affronta concentrandosi su temi simili a quelli su cui oggi ha impostato la campagna elettorale. Gli anni da sindaco, infatti, sono caratterizzati dal tentativo di rendere Amburgo più sociale attraverso la creazione di nuovi alloggi, la diminuzione delle tasse per scuole e asili e maggiori investimenti sui trasporti pubblici.

Il 2018 è un anno centrale per lui: non solo perché entra nel quarto governo Merkel come ministro delle Finanze, carica che ricopre tuttora, ma anche perché viene nominato commissario per la Spd dopo le dimissioni di Martin Schulz. Cesserà di esserlo poco dopo, con le elezioni di Andrea Nahles come prima segretaria nazionale dei socialdemocratici, ma la breve durata della segreteria di quest’ultima darà a Scholz l’opportunità di candidarsi alla guida del partito (in duo con Klara Geywitz).

Il congresso del 2019 rappresenta uno spartiacque tanto per Schulz quanto per la Spd nel suo complesso: nonostante l’ex sindaco di Amburgo fosse dato per favorito, infatti, il congresso vede a sorpresa la vittoria del duo formato da Norbert Water-Borjans e Saskia Esken. Il congresso è dominato dal dibattito sulla Große Koalition, verso cui la base Spd è sempre più insofferente, e i nuovi segretari apertamente critici. Scholz finisce con l’essere visto (non senza qualche argomento) come il candidato dell’establishment e del proseguimento dell’intesa con la Cdu (che in realtà proseguirà senza rotture, visto che la nuova segreteria decide di non uscire dal governo).

La perdita del congresso, in effetti, sembra a molti una battuta d’arresto per uno che sembrava destinato a guidare il partito dopo una carriera senza troppi intoppi. Ad agosto 2020, però, la nuova leadership decide di puntare su di lui per la corsa alla Cancelleria. Non è tuttavia da escludere che in un partito in aperta crisi com’era la Spd in quel momento, la candidatura di Scholz fosse anche un modo per liberarsi di uno scomodo rivale. In questa prospettiva, è chiaro che in caso di successo alle elezioni Scholz potrebbe passare all’incasso anche nel partito.

Come molti politici di lungo corso che hanno attraversato diverse stagioni ricoprendo svariati incarichi, Scholz è stato anche coinvolto in una serie di scandali e controversie, che potrebbero pesare nella sua percezione come aspirante o futuro Cancelliere. Quando era sindaco di Amburgo, ad esempio, sembra che la Werbung Bank avrebbe dovuto restituire 90 milioni di euro alle casse comunali nell’ambito dello scandalo Cum-Ex ma la città abbia deciso di rinunciarvi. Nel 2017, Scholz è stato criticato per i danni causati alla città da manifestanti che si sono scontrati con la polizia durante il G20.

Nel luglio del 2001, Scholz, da ministro di Amburgo, approva l’uso di emetici, sostanze che inducono il vomito e su cui c’era stato molto dibattito, per facilitare i controlli antidroga. Più recentemente, nel giugno 2020 è stato coinvolto nello scandalo Wirecard, app di pagamento tedesca che aveva quasi 2 miliardi di buco in bilancio. In quanto ministro delle Finanze, Scholz controllava l’autorità di vigilanza, ma si è poi smarcato sostenendo che il problema nascesse da un mancato controllo della società Ernst&Young.

E, a settembre, gli inquirenti della procura di Onsabrück hanno perquisito il Ministero delle Finanze (oltre al Ministero della Giustizia) con questa accusa: l’ente federale per l’intelligence finanziaria, che dovrebbe segnalare operazioni sospette e che fa capo al ministero di Scholz, non avrebbe svolto il suo ruolo in merito ad alcune transazioni. Ad oggi, però, la vicenda è poco chiara. Sul tema, lo Spiegel ha sostenuto come la sfiducia esistente tra la procura e il ministero (accusa di aver fornito poche informazioni) avrebbe causato la perquisizione.

Tutto questo, però, finora non sembra aver intaccato la percezione di Scholz presso l’elettorato. Come ministro delle Finanze il candidato alla Cancelleria della Spd ha goduto negli ultimi anni di un discreto supporto e durante la pandemia è stato molto apprezzato per aver rivisto alcuni dogmi economici tipicamente tedeschi sul debito pubblico, sbloccando aiuti fondamentali per il Paese. Il suo essere attualmente Vicecancelliere, inoltre, lo pone agli occhi di molti in continuità con la Cancelliera, e lui stesso ha sostenuto la necessità di andare oltre Merkel senza gettar via il lavoro fatto in questi anni, di fatto proponendosi come candidato alternativo alla Cdu ma senza rappresentare una rottura radicale col passato.

Anche Laschet, senza volerlo, ha rinforzato la cosa: rispondendo a una domanda su cosa apprezzasse dei suoi avversari durante il primo confronto tv, il leader Cdu ha lodato la competenza di Scholz, sottolineando però come abbia lavorato bene «sotto la guida di Angela Merkel». L’intento era chiaramente quello di sminuire il suo lavoro facendolo dipendere dalla guida di Merkel, ma in quel momento a molti è sembrato piuttosto rinforzare l’idea che il ministro delle Finanze possa essere un suo buon successore.

A riprova di questa percezione, diverse rilevazioni mostrano come Scholz risulti tra i candidati alla Cancelleria più graditi. Negli scorsi mesi, molti sondaggi evidenziavano come, in un sistema dove si votasse direttamente il Cancelliere, lui avrebbe più consenso della Spd stessa, mentre ad agosto un’indagine di Statista ha rivelato come quasi il 60 per cento dei tedeschi lo ritenga adatto a fare il Cancelliere, contro il 28 per cento di Armin Laschet e il 23 per cento della candidata dei Verdi Annalena Baerbock. Inoltre, Scholz è risultato il vincitore in tutti e tre i sondaggi post-confronto organizzato da ZDF (l’emittente che li mandava in onda), l’ultimo dei quali con il 42 per cento.

In campagna elettorale, il candidato della Spd è riuscito a destreggiarsi bene tra il mostrare un’immagine di sinistra (il suo programma è basato soprattutto su temi sociali come patrimoniale, tasse per i più abbienti, aumento del salario minimo e lotta al caro affitti) e l’offrire un volto rassicurante e competente, riuscendo a convincere molti orfani merkeliani, anche al di là delle effettive analogie con la Cancelliera.

Domani, Scholz avrà la possibilità di far vincere le elezioni a un partito che fino a qualche mese fa sembrava destinato ad assistere da spettatore alla nascita di un governo tra Cdu e Verdi. In caso di vittoria, le incognite saranno subito molte, ma Olaf Scholz sarà riuscito nell’impresa politica di resuscitare la Spd e in quella personale di prendere Berlino dopo aver visto sfuggirgli di mano la segreteria del partito.

Articolo pubblicato da: Linkiesta