Ricchezza e credibilità politica

I dogmi inscalfibili che proteggono i super-ricchi in Svizzera 

Emerge sempre, espressamente o con farisaiche circonlocuzioni, uno dei dogmi politico-economici che va per la maggiore; è stato risollevato in questi giorni a livello federale e cantonale. Dice che non si può distribuire (ad esempio: permettersi una politica sociale, versare il giusto salario ai dipendenti) se prima non si riesce a creare ed accumulare ricchezza. Si vorrebbe farlo passare come il miglior distillato della logica (o del buon senso), sia perché non si può vivere di debito sia perché, costi quel che costi umanamente, si deve guadagnare in produttività e competitività (produrre sempre di più per unità produttiva e quindi a minor costo, soprattutto salariale).

Anche la logica o il buon senso finiscono in gibigianna politica. Come? Primo, perché prevale sempre l’argomentazione che non si crea mai abbastanza ricchezza per poter distribuire, e dunque saremo eternamente al punto di partenza. Secondo, perché si vuol distogliere l’attenzione dalla ricchezza accumulata per sviarla sulla ricchezza che bisogna invece con tutti i mezzi crescere e moltiplicare se si vuole ancora produrre, lavorare, retribuire, consumare ed anche evitare la povertà.

Ci si intrappola in questo modo in altri tre principi venduti come dottrina inscalfibile: 1) il fisco non deve interessarsi troppo della ricchezza altrimenti i ricchi ci evitano o vanno altrove; 2) solo gli sgravi fiscali (un tempo anche le amnistie) permettono di dare fiducia alla ricchezza e di incrementarla ulteriormente a beneficio di tutti; 3) la povertà non è mai generata dall’accumulo di ricchezza, ma dai mutamenti sociali oppure dal favorire l’irresponsabilità o la pigrizia individuali con sussidi e elargizioni.

Sono i dogmi dominanti, anche tra i cosiddetti “liberali” dell’ultima generazione, nonostante che più di uno studio – ma, soprattutto, la realtà dei fatti – continui a dimostrare (ma non si vuole né analizzarlo né tanto meno ammetterlo) il fallimento delle politiche che praticano quei dogmi.

In Svizzera non si è mai fatto un studio ufficiale sulla ricchezza e sulla sua distribuzione, nonostante sia stato sollecitato con almeno tre postulati in Consiglio nazionale. Forse perché lo si ritiene, se sincero, politicamente esplosivo? Bastano i dati del fisco, si è detto. Ritenendoli quindi pienamente attendibili. Senza pensare all’estrema mobilità fiscale dei super-ricchi. Sembra siano invece più facili gli studi sulla povertà, forse perché si dà una soglia monetaria minima per definire la sussistenza mentre non si riesce a darla alla ricchezza, ritenuta incommensurabile (non è mai abbastanza). Uno studio “esterno” (internazionale, del conosciuto Boston Consulting Group) ha dimostrato che la Svizzera è il paese con la più alta densità di super-ricchi o il paese con il maggior tasso di plurimilionari nel mondo occidentale. Svizzera benvoluta da Dio (Deus providebit, non a caso scritto sulla moneta).

Qualche tempo fa un economista basilese, Ueli Mäder, che si era occupato sino ad allora dei «lavoratori poveri» (lavoratori che dispongono di un reddito insufficiente per acquistare beni e servizi necessari ad una vita integrata; già dieci anni fa erano più di 140 mila) ha pensato bene di dedicarsi ai ricchi e ha pubblicato una delle rarissime ricerche svizzere sulla ricchezza dal titolo già significativo, «Wie Reiche denken und lenken» (come i ricchi pensano e governano). I risultati sono per certi versi più allarmanti delle ripetitive analisi fatte sinora sulla povertà. Infatti non si esita a parlare di una «monopolizzazione delle ricchezze», con un potenziale di conflitto enorme. Quanto a dire che la pentola della ricchezza potrebbe anche scoppiare. Ne va quindi di mezzo anche la democrazia. Ma si sa che interessa di più… la sovranità. Può avere qualche significato il fatto che tra i politici parlamentari nazionali troviamo quasi una ventina di supermilionari?

Forse bisognerebbe partire proprio dal modo dell’accumulo e quindi dalla ripartizione della ricchezza (prima ancora che dal debito pubblico o a maggior ragione dagli sgravi fiscali ai ricchi per incrementare la ricchezza) per diventare politicamente credibili.


Abraham Yehoshua: Israeliani e Palestinesi insieme in uno Stato binazionale

I dogmi inscalfibili che proteggono i super-ricchi in Svizzera 

Alla vigilia del Capo d’anno ebraico incontro Abraham Yehoshua nel suo luminoso appartamento vicino a Tel Aviv. Lo scrittore che, come lui stesso ha reso noto in numerose interviste, negli ultimi anni combatte una faticosa battaglia contro il cancro, è da poco tornato dal festival del cinema di Gerusalemme dove si è svolta la prima del documentario “L’ultimo capitolo di A.B. Yehoshua” diretto dal regista israeliano Yair Qedar. 

Sarah Parenzo – Cosa può anticipare ai lettori di Naufraghi/e di questo “ultimo capitolo”, che ci auguriamo duri ancora a lungo? 

Abraham Yehoshua – In seguito all’uscita del romanzo il Tunnel pensavo che non avrei più scritto, anche per ragioni di salute, ma poi la musa ispiratrice è tornata e ha portato con sé una novella, La figlia unica, che uscirà in italiano con Einaudi nel mese di novembre ed è ambientata in Italia.  In Israele la novella sta avendo un successo inaspettato e così ne sto scrivendo un’altra

Alcune scene del documentario sono girate in occasione di una Sua visita a Ramallah. Guardandole ho pensato subito al meraviglioso festival culturale da Lei descritto circa vent’anni fa nel libro La sposa liberata, nel quale israeliani e palestinesi si dilettavano di poesia e teatro “ospitandosi” reciprocamente nelle rispettive lingue ebraico ed arabo grazie al raffinato uso della traduzione. Le sembra uno scenario ancora attuale?

Quando cominciai a scrivere La sposa liberata ero contagiato dall’ottimismo che aleggiava all’indomani degli Accordi di Oslo. Poco dopo, tuttavia, scoppiò la Seconda Intifada e l’entusiasmo svanì insieme alle speranze. Lo scenario è molto cambiato da allora e lo stesso vale per la mia visione politica che negli ultimi anni ha subito un cambiamento di rotta portandomi a rinunciare al progetto di due stati, che ho appoggiato instancabilmente nel corso della maggior parte della mia vita adulta, a favore di uno stato unico per israeliani e palestinesi.

Potrebbe spiegarci cosa L’ha condotta a modificare la Sua visione?

La soluzione dei due Stati sta svanendo a causa degli insediamenti in continua espansione in Giudea e Samaria. Infatti, secondo molti esperti che conoscono bene la realtà demografica e geografica, non è più possibile dividere la terra di Israele in due stati sovrani. Allo stesso modo, la possibile ripartizione di Gerusalemme in due capitali separate da un confine internazionale sta diventando sempre più insostenibile. Perciò, benché si tratti della soluzione politica maggiormente sostenuta e sbandierata, sia dalle parti in causa, che dalla maggioranza della comunità internazionale, se esaminiamo la situazione con onestà intellettuale dobbiamo ammettere che essa non è più praticabile. Ciò che è in pericolo ora non è l’identità ebraica e sionista di Israele, quanto la sua etica e la sua umanità. Il nostro caso non è come quello degli americani in Vietnam, dei francesi in Algeria né dei sovietici in Afghanistan, che un giorno si alzano e se ne vanno. Noi vivremo con i palestinesi per l’eternità, e ogni ferita e rottura nei rapporti tra i due popoli sarà scolpita nella memoria e trasmessa di generazione in generazione. La propagandata soluzione dei due stati è diventata solo una copertura infida e ingannevole di quella che da occupazione feroce si sta trasformando in un vero e proprio stato di apartheid. Di conseguenza ritengo che si abbia il dovere morale di ricercare altre soluzioni che possano fermare questo processo modificandone il corso.

Quello israelo-palestinese è uno dei conflitti più noti e più deliberati al mondo, che inviati di alto rango, presidenti, ministri degli esteri e primi ministri hanno cercato in ogni modo di risolvere mettendolo in cima alla loro agenda. Dove pensa che risieda la singolarità di questo conflitto, parola tra l’altro poco appropriata perché denota una simmetria in realtà inesistente? Apparentemente si tratta di due popoli che da oltre settant’anni rivendicano la sovranità sullo stesso territorio, una sorta di disputa sulla “piena proprietà” di una particolare regione. Ma forse c’è dell’altro a rendere un compromesso o una conciliazione così difficili da raggiungere?

Negli anni sono arrivato alla conclusione che la causa va ricercata nella combinazione di due “difetti” sostanziali di entrambe le parti la cui espressione si trova da una parte nella degradante penetrazione dell’identità palestinese attuata attraverso gli insediamenti ebraici nei territori, e dall’altra nel sacro principio palestinese del ritorno dei profughi alle proprie case all’interno dello Stato di Israele vero e proprio.
Per quanto riguarda le responsabilità che attribuisco agli ebrei si tratta di argomenti che ho trattato ampiamente nei miei saggi ai quali rimando i lettori. In particolare mi sono soffermato sul processo di indebolimento dell’elemento “patria” nell’identità ebraica che ha lasciato troppo spazio alla componente religioso-divina. Religione e lingua possono infatti essere condivise da più popoli, ma è il territorio che crea la base distintiva della nazionalità. Invece l’esilio è una piaga radicata nell’identità ebraica. Per quasi 2000 anni, infatti, la stragrande maggioranza del popolo ebraico non ha vissuto nella “patria” concessale da Dio, bensì nelle patrie di altri popoli. Il rapporto tra il numero di ebrei che hanno preferito vivere di propria volontà fuori dalla Terra d’Israele e quelli che vi hanno risieduto fino alla fondazione di Israele è sbalorditivo. Ricorrendo a un’immagine, possiamo dire che la maggioranza degli ebrei ha trattato e continua a trattare le patrie altrui come una catena alberghiera, e così, insieme alla “libreria ebraica”, si sposta di albergo in albergo secondo le mutate condizioni di alloggio. Anche se gli ebrei hanno cercato nel corso della storia di comportarsi come buoni ed educati clienti in questi “alberghi”, la loro stessa presenza ha fomentato reazioni dure che, da divieti di ingresso, conversioni forzate e rigide legislazioni, sono sfociate nell’annientamento più duro e crudele mai subito da un popolo nella storia dell’umanità, ovvero la Shoà.
Parallelamente allo storico disprezzo degli ebrei per il territorio come base primaria dell’identità nazionale, troviamo nei palestinesi un “difetto” opposto. Non sono certo un esperto di nazionalismo palestinese, ma non posso non rilevare che per il Palestinese, la casa, o il villaggio di origine, e non l’intero territorio della Palestina, simboleggiano il cuore della sua identità. Eppure i palestinesi che abitano nei campi profughi in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza non sono in realtà rifugiati, bensì sfollati che ancora vivono nella loro patria. L’insistenza nel vedere la propria casa o villaggio come la fonte primaria e quasi esclusiva dell’identità nazionale attraverso il “diritto personale” del rifugiato a tornare alla propria casa- esaspera e sostiene il confronto con la nazionalità ebraica.
Accanto a questo vi è naturalmente anche la questione demografica complicata dagli oltre 400.000 israeliani che risiedono oggi negli insediamenti di Giudea e Samaria. 

Sino ad ora abbiamo parlato solo di aspetti negativi. Cosa abbiamo invece all’attivo?  

La convivenza relativamente riuscita tra ebrei e palestinesi israeliani, nonostante tutte le drammatiche vicissitudini vissute da entrambe le parti in settant’anni. La cittadinanza israeliana, imposta o concessa ai palestinesi nel 1949 alla conclusione della Guerra d’Indipendenza, ha creato una base concreta per i rapporti tra maggioranza e minoranza nello Stato ebraico, con la sua ampia minoranza nazionale e non territoriale del 20%. Con tutte le lamentele e le accuse di entrambe le parti, giuristi, medici, infermieri, scienziati, ingegneri, politici, intellettuali e artisti palestinesi, testimoniano che, nonostante le difficoltà e le ingiustizie, la maggioranza ebraica è riuscita, di fronte a un gruppo di popolazione abbastanza ampio, a mantenere la cooperazione e la convivenza nel caos mediorientale. Non solo, ma oggi come sapete un partito israelo-palestinese è parte del governo. I palestinesi sono nativi di questa patria da generazioni, la maggior parte di loro conosce anche l’ebraico, ha familiarità con i codici israeliani e sarebbe possibile creare una partnership ragionevole con loro a beneficio di tutti – uno status quo umano che garantisca lo stato civile a ogni persona.

E come pensa che si potrebbe procedere verso questo stato unico? Quali passi concreti si richiederebbero per attuarlo?

Ho presentato la bozza di un piano unilaterale destinato a Israele che, nonostante i numerosi problemi e ostacoli, è ancora in grado di realizzarsi. Innanzitutto il piano riguarda la Cisgiordania, ovvero la Giudea e la Samaria e richiede uno stop assoluto alla costruzione di nuovi insediamenti e all’ampliamento di quelli esistenti. Lo status di residenza sarebbe offerto a tutti i residenti della Cisgiordania seguito, entro cinque anni, dalla cittadinanza israeliana, con tutti i diritti e gli obblighi connessi. Verrebbe organizzato un adeguato compenso di terra o denaro per le espropriazioni effettuate dal 1967. A Gerusalemme, la cittadinanza sarebbe stata offerta immediatamente a tutti i palestinesi già in possesso dello status di residenza, concesso a seguito dell’annessione della parte orientale della città e dei villaggi circostanti nel 1967. Le misure di sicurezza e i posti di blocco rimarrebbero in vigore secondo necessità, ma in linea di principio sarebbe consentita la libera circolazione dei palestinesi dentro e intorno a Israele, come è permesso oggi ai palestinesi residenti a Gerusalemme e a una parte significativa dei palestinesi che risiedono in Giudea e Samaria. Un’opzione generosa, sarebbe proposta per la riabilitazione dei rifugiati. I luoghi santi della Città Vecchia di Gerusalemme verrebbero amministrati congiuntamente dalle tre grandi religioni. La forma di governo di Israele da parlamentare diverrebbe un regime presidenziale. Il paese verrebbe diviso in distretti, con maggiore autonomia in materia di leggi comunali, e naturalmente a tutte le questioni relative a istruzione, cultura e soprattutto religione. Il sistema elettorale sarebbe basato su elezioni regionali, al fine di migliorare l’efficacia dei distretti (come in Gran Bretagna e in altri paesi). Le forze di sicurezza dell’Autorità Palestinese, con le quali ora si effettua una ragionevole cooperazione, sarebbero unite a quelle di Israele in una forza di polizia congiunta. La carta d’identità dei nuovi cittadini palestinesi riporterebbe la dicitura “La Federazione israelo-palestinese”, ma in termini di diritti e obblighi essi corrisponderebbero a quelli garantiti dalla carta d’identità israeliana. La Legge (ebraica) del Ritorno rimarrebbe in vigore, ma con un esame maggiormente rigoroso. Il ritorno dei profughi palestinesi da fuori Israele-Palestina non sarebbe invece consentito, se non all’interno di un rigoroso quadro di unificazione familiare.
Ai membri dell’Unione Europea e agli altri Paesi del mondo verrebbe chiesto un generoso prestito/sovvenzione per il processo di accoglienza, integrazione e riabilitazione dei profughi dei campi. Infine la federazione israelo-palestinese chiederebbe di entrare a far parte della comunità europea esistente come membro associato.

Sembra un progetto molto ambizioso e articolato sulla carta, ma come pensa che gli ebrei saranno disposti a rinuciare al sogno dello Stato ebraico? Si sentono già minacciati così, per non parlare degli ebrei della diaspora che finanziano moltissime iniziative per alimentare la stessa illusione. La demografia si invertirebbe nel giro di pochi anni e poi?

L’identità ebraica (comunque venga interpretata) è esistita per migliaia di anni come una piccola minoranza all’interno di nazioni grandi e potenti, quindi non c’è motivo per cui non sopravviva nello stato israeliano, anche se questo contiene una minoranza palestinese tale da poter essere definito uno stato bi-nazionale. Si consideri il fatto che nel 1967 non c’era nemmeno un palestinese a Gerusalemme, la capitale di Israele, mentre ora, 50 anni dopo, ci vivono 300.000 palestinesi. L’identità ebraica di Gerusalemme è diminuita o è cresciuta? Molti direbbero che l’identità ebraica di Gerusalemme si è solo amplificata anche in termini di osservanza religiosa.

Avrei ancora molte domande e soprattutto non abbiamo parlato di Gaza sulla quale so che nutriamo opinioni discordanti. Ma se tornassimo un momento al festival culturale di Ramallah che ha immaginato, come lo collocherebbe rispetto al progetto dello Stato Unico di cui abbiamo parlato?

Direi che la cooperazione e lo scambio tra intellettuali israeliani e palestinesi deve essere l’obiettivo nel lungo periodo, ma nello stesso tempo il mezzo, nel presente, per spianare la strada e preparare il terreno per una convivenza pacifica. Shanà tovà, buon anno 5782!

Sarah Parenzo è giornalista, scrittrice e traduttrice


Sergio Rossi – Perché boccio la Merkel in economia

I dogmi inscalfibili che proteggono i super-ricchi in Svizzera 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria


Le orme di Patrick Zaki

I dogmi inscalfibili che proteggono i super-ricchi in Svizzera 

Di Nicoletta Vallorani, scrittrice e docente di letteratura inglese all’Università di Milano

Nelle ultime pagine di La follia di Almayer, di Joseph Conrad, un uomo si separa definitivamente da sua figlia. Sulla sabbia, ciò che resta di Nina, in fuga per amore, è un tracciato di impronte che suo padre si affretta a cancellare, scegliendo di dimenticare quel che lo inquieta. Pochi conoscono questo romanzo, ma la scena finale è indimenticabile, e dice qualcosa di significativo sui percorsi della memoria collettiva e di quella istituzionale.

Si lasciano orme, che non sempre restano visibili.

Patrick Zaki è stato arrestato, per ragioni sulle quali ancora non si ha certezza, il 7 Febbraio del 2020 all’aeroporto internazionale del Cairo. Da allora è in custodia cautelare, rinnovata di 45 giorni in 45 giorni, con accuse di associazione sovversiva e terrorismo (semplificando) che non hanno ancora una tessitura di prove attendibili. Amnesty International ha tenuto traccia dei vari passi di questa vicenda, raccontando l’isolamento e l’incomprensione con tutta la fedeltà possibile in circostanze di questo tipo. Zaki, di fatto, è stato tenuto in isolamento. I contatti con la famiglia sono stati esigui e centellinati nel tempo, e la mobilitazione in favore del ragazzo ha coinvolto in modo discontinuo le istituzioni italiane. A intermittenza, nel mezzo di altre urgenze, ci si è mossi, nel mondo, come si poteva e si voleva, per far sì che le orme di Patrick non venissero cancellate. A Roma, alla Camera, è anche stata presentata una mozione che chiede di dare la cittadinanza italiana a Patrick Zaki. Ma la questione è ancora sospesa.

Intanto, il 14 settembre, si è tenuta la prima udienza del processo relativo, parrebbe, a uno scritto di Zaki in difesa della minoranza copta in Egitto. È durata pochi minuti ed è stata aggiornata al 28 settembre, che non è necessariamente una cattiva notizia: così la difesa ha forse un po’ più di tempo per organizzarsi. Mentre le accuse di terrorismo basate su una decina di post su FB sembra siano cadute (e per quelle Patrick rischierebbe fino a 25 anni di carcere), resta possibile che, come spiegano alcune fonti giudiziarie in relazione alla vicenda, Patrick sia condannato a un periodo di carcerazione tra 6 mesi e cinque anni e a una multa consistente. A Mansoura, al processo, oltre al suo avvocato Hoda Nasrallah, erano presenti un manipolo di attivisti, un paio di diplomatici italiani e rappresentanti delle ambasciate della Germania e del Canada. La diplomazia internazionale è lenta ed esita, compressa tra necessità istituzionali e interessi economici: tutte questioni remote in quella che era la quotidianità devastata di un ragazzo come tanti.

Zaki era studente a Bologna, dove seguiva il master in Studi di Genere (GEMMA), allievo di quella Rita Monticelli che tanto si sta muovendo, insieme alla sua università e al Comune di Bologna, per far sì che questa vicenda non venga dimenticata. Nel tempo, si sono dipanate iniziative di base, interventi più o meno efficaci (ma comunque utili), dimostrazioni del fatto che la traccia di questa vicenda va conservata: perché è importante in sé stessa, ma ancora di più per la difesa collettiva di una libertà di parola che non è garantita in ogni paese. E il fatto che non lo sia credo che ci riguardi tutto: quello che si può fare in un pezzo di mondo ci riguarda, perché può verificarsi ovunque, e prima o poi rischia di toccarci da vicino. Nessuna comunità è davvero protetta se non lo sono tutte.

Dunque, nei percorsi di insabbiamento che spesso accompagnano queste vicende, Patrick Zaki è prezioso. Lo è in ragione del suo essere un ragazzo normale, normalmente impegnato in studi interessanti, dotato di una capacità di pensiero autonoma, inserito in una tela di affetti, legato a una famiglia lontana, che stava appunto andando a trovare quando è stato incarcerato. Non avremmo mai saputo il suo nome se non fosse stato arrestato e detenuto così a lungo. E avremmo preferito non saperlo, almeno non in questa contingenza. Nei 20 mesi circa che son passati dall’arresto e come di certo han fatto molti altri, non ho fatto che chiedermi una cosa: che cosa fa una comunità che si descrive come libera e democratica, e che è anche il posto dove Zaki stava completando i suoi studi, per capire il senso di questa vicenda e per risolverla? Ne ho concluso che la reazione più diffusa – della comunità intesa come organi di governo ma anche come gente comune – è quella di Almayer di fronte alla fuga di sua figlia: cancellare le orme, dimenticare, mantenere i rapporti diplomatici e commerciali, far finta che il problema non esista e non sia mai esistito.

A questa sistematica cancellazione si può resistere. È sbagliato pensare che la mobilitazione di base non conti. Ha tempi lunghi e richiede una ostinazione inconsueta. Rappresenta, credo, una assunzione di responsabilità individuale (altra pratica desueta) che acquista significato se si affianca ad altre assunzioni di responsabilità. E se si è tanti, il coro che risulta dalla somma di queste piccole voci può essere di straordinaria efficacia. L’anno scorso e quest’anno, si sono liberati nel cielo mille aquiloni col viso di Patrick Zaki, molte biblioteche si son riempite di sagome del ragazzo che non ha potuto continuare a essere studente, contest artistici e incontri si sono moltiplicati. Nell’insieme, tutte queste iniziative e altre ancora esercitano un elementare attivismo di base, spesso non troppo rilevato dai media, e tuttavia necessario a non spegnere la coscienza. Perché è poi questo che facciamo quando cerchiamo di non rimuovere la memoria: restiamo umani, manteniamo il senso di una comunità civile che non è chiusa ai confini nazionali, ma riguarda la dignità della persona, ovunque essa sia.

Il 19 settembre 2021 ho pubblicato il mio post no. 66 dedicato a Patrick Zaki. Ogni (maledetta) domenica un manipolo di gente comune mi affianca, condividendo qualche considerazione. In parecchi, ancora, ignorano i dettagli della vicenda, e la accantonano scientemente. Il ragazzo non è italiano (quasi che la libertà di pensiero avesse una nazionalità): dunque la questione non ci riguarda. Dell’Egitto, ricordiamo le piramidi e le opportunità economiche. Patrick Zaki non è nulla, un disturbo intermittente nel nostro quieto vivere. E però io credo che non sia così. Patrick Zaki ha una famiglia, degli amici, una vita, delle idee. Ce l’aveva, cioè. Se non siamo in grado di occuparci di un membro fragile della comunità – qualunque comunità – non possiamo dirci civili. E non possiamo essere globalizzati soltanto quando ci pare: i confini non si fanno permeabili solo quando è in ballo un profitto o una necessità economica.

Così le orme di Patrick Zaki attraversano un confine, quello tra l’etica e la politica economica. Cancellarle è un atto di mancata consapevolezza, e la mancata consapevolezza ci rende complici e strumenti. Deroga alla dimensione etica che ci rende umani (o che dovrebbe farlo) e ci trasforma in tanti piccoli Almayer, impegnati a rimuovere quello che ci turba.

E non è un gran risultato.


Presenzialisti in sciarpetta

I dogmi inscalfibili che proteggono i super-ricchi in Svizzera 

Lo abbiamo visto anche martedì sera: sciarpetta d’ordinanza (meglio di quell’altro abbigliamento – tuba e giacca da orchestrale – un po’ da ciula), una sorta di urban chic squallidino che richiama in modo inquietante il dress code del nuovo municipale UDC luganese. Anche il livello dell’argomentazione è del tutto simile, e non è una gran bella notizia.

Costui (Pamini, intendo) è diventato presenza imprescindibile nell’etere nostrano, ma non è né merito né colpa sua; è forse per la pigrizia di taluni giornalisti dell’audiovisivo, che invitano solo coloro che sanno che verranno di sicuro, ma lo è di certo per l’insipienza degli altri, che stanno offrendo uno spettacolo politico-parlamentare poco decoroso, per non dire peggio. E questo al di là di sorprendenti (e immeritate) lodi giornalistiche a proposito di un fantomatico “ritorno della politica”; bisogna essere di bocca buona per considerarlo tale, ma ormai anche a La Regione ci si è ridotti ad accontentarsi del poco, quasi del nulla.

Abbiamo assistito a un dibattito che ci ha mostrato un deputato socialista (Durisch), di solito ben informato e serio, ma che sembrava essere stato paracadutato lì per caso e volesse proprio essere altrove, parecchio imbarazzato per il pasticcio combinato dai verdi sulla storia del salario minimo, e avallato dai suoi e da gran parte degli altri, per le ragioni più diverse (superficialità, fretta, Schadenfreude, banale stupidità, o voglia di andare a casa o a farsi un aperitivo); non ascoltando, per le stesse ragioni probabilmente, la voce di coloro che di queste cose ne sanno parecchio, per storia, esperienza e intelligenza delle cose, e che li mettevano in guardia proprio sul rischio che si è poi materializzato.

Tornando all’”economista” da ultimo banco (ma, mi si dice, professore “universitario”) da cui abbiamo iniziato: l’uomo non ha bisogno di mutuare cavolate dai suoi colleghi di partito, producendone parecchie in bella autonomia, prima con il salario minimo solo per i residenti (ma come gli vengono queste trovate?), ora con il mantra della “preferenza indigena” venduta, assurdamente, come alternativa al salario minimo. Zoppicante in economia, gli farebbe difetto anche la logica se volessimo per un attimo dargli il beneficio della buona fede, ciò che non facciamo di certo; partendo dal fatto che la preferenza indigena nel privato non è giuridicamente praticabile (Schengen), bisognerebbe pensare che gli imprenditori siano così “socialmente responsabili” da assumere svizzeri a stipendi svizzeri quando possono assumere italiani a stipendi italiani. Insomma, più o meno come credere al Gesù Bambino. Al massimo la preferenza indigena potrebbe essere un complemento al salario minimo, non un’alternativa.

Nel dibattito politico assai demoralizzante si staglia la latitanza dei liberali, così ansiosi di smarcarsi verso destra da fare quasi lingua in bocca con gli ex-agrari (e in futuro con la Lega, chissà) in tema di riduzioni di spesa e di altre piacevolezze menostatiste. Molto istruttivo vedere l’ex valletto della consigliera di Stato, transfuga liberale ai suoi dì e indefesso baciapile, dirigere i lavori del parlamento con piglio molto assertivo e minaccioso, incassando non pernacchie ma dichiarazioni di sostegno dal presidente liberale. Lo ha capito bene il ristoratore di Morcote, che ha anticipato i suoi colleghi, passando già da subito all’UDC, con armi bagagli piatti e pentole. In casa lib-lib c’è aria di smobilitazione e l’encefalogramma della progettualità politica (al di là dei soliti regali ai ricchi) è proprio a zero, per non parlare di quello della difesa dei valori del liberalismo, finiti ormai nella pattumiera della storia come fossero ferrivecchi. Al di là di qualche tentazione di chiedere asilo politico a un altro Cantone, siamo ridotti a confidare in un disastro per sperare di poi costruirci sopra qualcosa che abbia un senso.

PS:

Sono particolarmente lieto dell’iniziativa dei democristiani per una parziale defiscalizzazione del canone di locazione, un tema su cui batto invano il chiodo da anni con i miei (i liberali); ricordo però che non si tratta di un provvedimento sociale ma di elementare giustizia ed equità fiscale, e che quindi dovrebbe essere a beneficio di tutti i contribuenti locatari.


Vi racconto un altro Afghanistan

I dogmi inscalfibili che proteggono i super-ricchi in Svizzera 

Vorrei fare una provocazione. Una riflessione. Per chi ha conosciuto l’Afghanistan della Repubblica islamica, Kabul non sembrerebbe più la stessa oggi. Non solo Kabul, il paese in generale. Molte cose sono cambiate. Ma non tutte in negativo. Molta disinformazione, molti giudizi e preconcetti hanno completamente distorto la realtà dei fatti. Sì, l’Afghanistan che l’occidente ha conosciuto e che ha voluto cambiare forzatamente non esiste più. In realtà non è mai esistito. È sempre stata un’immaginazione per giustificare un’occupazione fallimentare e massacri di centinaia di migliaia di persone.

Il ritorno dei Talebani è stato preso molto male da tutti, quasi fossero estranei completamente al paese e il diavolo in terra. È vero, negli anni ’90 lo sono forse stati. Ma oggi, oltre a rappresentare molta più popolazione afghana di quanto si pensi -trasformandosi negli anni da movimento puramente ultraconservatore a movimento di resistenza (caratterizzato sì da tratti estremisti) e sostenuto da molte persone che hanno subito torti o uccisioni da parte delle forze Nato – non si stanno comportando esattamente come la gente pensa o dice che facciano. Girano fake news a tutto spiano. Nemmeno una delle più famose attiviste del paese (una donna di più di 70 anni) si azzarda per ora a fare pronostici su ciò che succederà, sebbene non nasconda che a suo modo di vedere la situazione non prometta nulla di buono. Le donne con le quali ho parlato hanno pianto, sì. Ma più per il timore dettato dall’incertezza, visto che i fatti alla mano non confermano le paure. Non è un elogio all’Emirato islamico. Non bisogna fraintendere, attenzione. Difatti, sarebbe difficile difenderne alcuni comportamenti al limite, come le intrusioni notturne, i furti di veicoli da proprietà private, le minacce, oppure il fatto che hanno bandito le donne dallo sport. 

È semplicemente l’esposizione di una realtà dei fatti. 

Sia uomini che donne dicono: “Mitarsim ama bibinim chi meisha”, ovvero: “Siamo spaventati ma aspettiamo per vedere”. I giornalisti europei giustificano le proprie idee dicendo che non ci sono donne per strada, che è pericoloso, che sono costrette a coprirsi. Si creano nel loro proprio immaginario degli scenari che poi trasmettono a chi legge da casa perché spesso non hanno una misura di riferimento con il passato. Sono spesso esagerazioni fatte perlopiù per ingigantire il loro lavoro che per riportare quello che succede. Forse ci saranno meno ragazze in giro. Può darsi, anche se è difficile fare un calcolo preciso. Ma ne vedo altrettante come prima negli ospedali, negli aeroporti, nei locali, nei mercati e anche nelle università. E sono vestite come prima, senza niqab o chadori (burqa). Ma con Hijab-Islami, il velo, il fazzoletto. Cosa che era normale anche prima.

Persino i talebani hanno espressamente detto che solamente l’”Hijab Islami”, il fazzoletto, è obbligatorio. Il burqa altro non è che una forma culturale e personale di una donna o di una famiglia. Cosa differente. E che nelle province ci siano più donne con questo tipo di abbigliamento viene dal fatto che nelle province la gente è più conservatrice. Ma è sempre stato così. In Afghanistan, le donne si sono sempre vestite in modo conservatore per strada e ora non hanno cambiato molto il loro stile. Spesso proprio perché durante il governo precedente, era pericoloso camminare per strada e gli abusi erano moltissimi. E chi obbligò il burqa per un periodo – dettaglio storico- fu il noto Ahma d Shah Massud. Il periodo del Jihad fu tremendo. Chiedetelo a qualsiasi donna afghana. Piuttosto, vedere giornaliste di fama internazionale girare per le strade con braccia e gambe scoperte, oppure con magliette attillate è un insulto alla cultura afghana, non ai talebani. E questo ha dato fastidio a tutti. Quindi per i blogger arrivati come avventurieri dico: va bene fare informazione, ma almeno fatela giusta. Inutile fare sensazionalismo per accaparrarsi qualche follower in più e fare propaganda. Tutti fanno errori, compreso io. Anzi ne ho fatti molti e li ammetto. Ma perseverare è diabolico.

Alcune scuole femminili sono state interrotte. Sì, verissimo. Ma le università private no. Le classi fra ragazzi e ragazze sono state separate ma al liceo, per esempio, lo erano già prima. Non è quindi una misura uniforme né una novità. Ora si vedranno le vere misure prese. Non si può giudicare troppo in fretta. Per ora l’unica università che resta chiusa è quella di Kabul, che ancora non ha ricevuto il via libera per riaprire. Molti dicono che non potranno studiare, fare arte, cantare. Ma ancora nessun divieto finora, o solamente moniti unilaterali da parte di mujahidin per strada.

Il discorso sulle donne, infine, è molto delicato in una società conservatrice come l’Afghanistan. Io posso assicurare, e lo ribadisco – e sono le parole anche di reporter che come me hanno seguito il paese per anni – che le donne girano per strada, sono all’università, sono a scuola e soprattutto si vestono come prima. L’ho visto.

Le donne, per dirla tutta, hanno paura. Comprensibile. E le cose per loro non saranno più come prima. Non bisogna nasconderlo e rattrista molto. Avranno sicuramente delle limitazioni, come ad esempio nello sport o nei viaggi. Sono cose che si sentono ed è solo questione di tempo prima che vengano imposte. Ed è una cosa tragica. Ma per ora speculiamo come se stessimo scommettendo alla roulette e sicuramente i Talebani non saranno restrittivi come prima. Non al punto che vogliono far credere i più allarmisti. È evidente come la questione delle donne afghane, utile per 20 anni a politici e attivisti, sia stata rimessa in voga da maniaci di protagonismo che poi, per davvero, non se ne curano molto appena la notizia scema.

Ci sono vari motivi se molte donne non lavorano e non escono. Innanzitutto, se le scuole sono chiuse non vanno al lavoro (ma le donne lavorano nei ministeri, negli ospedali, negli aeroporti, sono nei luoghi pubblici di fianco ai talebani). Ma poi c’è la crisi economica, problema principale. Se non hanno soldi per andare al mercato, non ci vanno. E la maggior parte delle donne si occupa della casa. 

Vorrei portare un esempio concreto: nell’ospedale Ali Abad di Kabul, un medico mi ha detto che ha visto donne morire perché non ammesse alle cure intensive, perché i talebani non permettevano che fossero curate da uomini. Bene. Dopo 10 minuti, intervisto una dottoressa. Mi dice che non è vero, che lei può curare tutti, anche uomini. Molti manipolano i giornalisti per i propri interessi. 

Osservando i mujaheddin per strada e parlando con i leader ci si accorge che hanno vissuto per anni in un altro emisfero. Quando li ho visitati durante la guerra, mi potevo benissimo immaginare uno scenario simile. Per molti di loro arrivare in una città come Kabul dove tutti i servizi sono presenti – parliamo di servizi base come l’elettricità – è stato uno shock. Non hanno mai assistito a una manifestazione, mai avuto a che fare con proteste oppure con donne per strada che urlano. Non hanno mai visto un luna park o uno zoo. Ancora, non è una giustificazione, ma bisogna capire che non hanno mai avuto il tempo di essere istruiti e di abituarsi a una vita cittadina e civile, essendo stati costretti a vivere in grotte remote senza nemmeno la connessione per il cellulare durante la guerra. 

Dietro a tutte le critiche – e se ne potrebbero fare molte ai talebani a partire dal governo che è stato scelto e alle stranezze che stanno accadendo in questi giorni a livello politico – non possiamo ancora giudicare le misure prese. Finora ci sono state esclusivamente imposizioni unilaterali, decise da comandanti o leader regionali. Discoste e non ufficiali dal governo di Kabul. Ancora, molte le fake news di propaganda estera, indiane, russe, turche e anche occidentali che hanno cercato di infangare la reputazione generale del movimento. Titoli di giornale fuorvianti. Dal Panjshir, dove si parla di torture sui civili senza nessuna prova, alle donne frustate o alla stampa messa a tacere. Forse è successo, ma ammesso che ci siano le prove, sono casi isolati. Molte violenze contro i giornalisti che abbiamo potuto vedere, inoltre, mi ricordano alcune manifestazioni europee. Non è sbagliato dire che ci sono state violenze e che sono state denunciate. Ho sentito di alcuni abusi e uccisioni anche in città di provincia. Ma ancora, sono casi isolati.

La cosa che mi sorprende è vedere molti giornalisti stranieri prendere una parte, essere faziosi, solamente perché nell’immaginario comune (così come nel nostro vocabolario), un talebano è satana. Ma non è sempre così. Ci sono molti dettagli che andrebbero approfonditi. E sarebbe tema di un articolo a parte. Vedere una giornalista di punta della principale rete pubblica italiana che provoca volutamente un talebano per fare scandalo e diventare un’eroina non è giornalismo. È spazzatura. E vorrei dirle che una persona in Afghanistan non si guarda mai negli occhi, perché è segno di sfida. Provocare un talebano solamente per fare l’eroina, fa di te una persona che non rispetta la cultura altrui, cercando di imporre la propria.

Con questo non voglio dire che non ci siano persone a rischio. Anzi, molte sono fuggite perché impaurite e forse davvero ricercate. La guerra fa brutti scherzi. Ma altrettante che non ci sono riuscite hanno ricevuto un’amnistia ufficiale. Alcuni dicono che i talebani entrano nelle case di notte. Ma non ci sono prove ufficiali. Sono voci di molti amici e conoscenti che raccontano. O hanno rubato e occupato molte case. Io ci credo, ma a volte sono esagerazioni. In Afghanistan gira ogni tipo di notizie per spaventare e fomentare l’odio, quando per ora non c’è una via ufficiale, non ci sono leggi concrete e si è creata una situazione caotica. Peraltro, non troppo distante da ciò che era prima, dove i signorotti della guerra presenti nel palazzo presidenziale e nel parlamento chiudevano strade intere, rapivano, uccidevano, torturavano. E le leggi e la costituzione per alcuni erano “aleatorie”. Era uno stato mafioso. Ora questo non c’è più.

Una cosa che si dimentica facilmente inoltre è che per molti afghani vedere il numero di morti a causa della guerra scendere dai 200 giornalieri a zero è per ora più importante di altro. E poi, il vero problema adesso è la crisi economica che sta affossando il paese in un baratro dal quale difficilmente si rialzerà senza aiuti internazionali, i quali difficilmente arriveranno se la leadership talebana non darà una sterzata alle decisioni prese nell’eleggere un gabinetto molto radicale – secondo alcuni imposto dal Pakistan proprio per mantenere una situazione di instabilità nel paese. Ma non è solo colpa dei talebani se l’economia è al collasso. Gli occidentali sono i primi responsabili, con un ritiro caotico, quasi fatto apposta, e una gestione immorale delle risorse durante 20 anni di presenza ingiustificata durante i quali miliardi sono stati sperperati per uccidere civili e creare solo dipendenza. La chiusura delle frontiere, degli aiuti internazionali ai civili. La chiusura voluta delle banche. Tutti fattori che hanno pesato molto su un paese che viveva praticamente solo di rimesse e aiuti esteri (il governo repubblicano stesso e suoi addetti erano pagati principalmente dai fondi USAid). Non sono io a dire che l’occupazione è stata una violenza contro l’Afghanistan. Lo dicono tutti gli afghani, compresi coloro che hanno approfittato e si sono arricchiti con il flusso di denaro arrivato nel paese da ovest. 

Intanto la gente non mangia e non beve. Non è uno scherzo. E ora arriva l’inverno, i trasporti su strada si faranno più difficili, i costi dei beni di base aumenteranno ancora di più. La gente ha fame perché il mondo non fa respirare il paese. Ciò aumenterà solamente la tensione.

Molte persone che sostenevano i talebani durante gli anni della resistenza all’occupazione, si sono schierate contro questo governo. A pochi piace. Ed effettivamente non sorprende. Ma ciò non toglie che bisogna lasciare la transizione fare il suo corso, vedere cosa succederà e le misure che verranno prese, anche perché se i Talebani manterranno le promesse cercheranno di creare un governo inclusivo. Ma solamente se i paesi vicini e la comunità internazionale lo permetteranno. Poi se ne riparlerà. Gli scenari politici sono due: una riforma del gabinetto, ovvero un’apertura a donne e minoranze, oppure uno scontro civile. Ci sono troppe incognite, troppe sorprese. Ministri che non si sa nemmeno che faccia abbiano, altri che sono sulle liste dei terroristi. E uno scontro fra diverse fazioni interne al nuovo regime, che non è altro che un riflesso di interessi esterni, aggiunto a gruppi di milizie per ora silenziose ma pronte all’agguato e sparse su tutto il territorio, potrebbe essere letale per la stabilità del paese. 

La gente ha gli occhi puntati solo sul Panjshir, idolatrando un gruppo di signori della guerra corrotti visti come eroi della resistenza contro i talebani, guidati da un leader – Ahmad Massud- tanto temerario che guida la prima linea da un hotel 5 stelle di Parigi, o dalla capitale tagika Dushanbe. Oppure dall’eroico e corrotto ex-vicepresidente Amrullah Saleh, il quale appena sentito l’odore di polvere da sparo avvicinarsi troppo è decollato con un elicottero per il Tajikistan, spendendo per il carburante tanto quanto sarebbe costato il cibo per sfamare l’intera Kabul per una settimana. Non mi ha sorpreso per nulla. Mentre il problema più grande, di cui nessuno parla, è latente: in tutto il paese decine di milizie armate e sostenute da paesi ostili al nuovo regime potrebbero improvvisamente fare un brutto scherzo al nuovo governo.

Insomma, l’Afghanistan che molti hanno conosciuto non esiste più. Molte cose cambieranno, molte sono già cambiate. La sensazione di estrema sicurezza che si ha camminando per le strade, però, fa capire anche che non tutto è negativo. Per molti afghani questo è inaccettabile, non riusciranno mai ad accettare i Talebani. Alcuni ci convivranno in silenzio, soffrendo. Altri invece hanno aperto la porta di casa e tirato un sospiro di sollievo. Non si può generalizzare. Chi è fuggito prima o poi proverà a tornare. Gli afghani sono troppo legati alla loro terra.

Resta il fatto che il più grande danno non lo hanno fatto i Talebani, bensì la comunità internazionale, la quale ha distrutto un paese con l’arroganza di chi pensa che il proprio modello sia il migliore. E non è ancora finita.


Kabul. Il coraggio delle donne mi fa ancora sperare

I dogmi inscalfibili che proteggono i super-ricchi in Svizzera 

Intervista al regista Amin Wahidi

Amin Wahidi è un giornalista e regista nato a Kabul. Dopo aver lavorato per la rete televisiva nazionale ATN (Ariana Television Network) creando e presentando contenuti televisivi educativi, nel 2007 ha subito minacce di morte durante le riprese de Le chiavi per il paradiso, un film a cui stava lavorando e che parla degli attentatori suicidi in Afghanistan. Oggi vive in Italia, dove ha realizzato cortometraggi come l’Ospite, vincitore del Premio Città di Venezia 2014, il lungomentraggio La Cena Persiana e il documentario Behind Venice Luxury, vincitore del premio Città di Venezia 2017. Oggi Amin è attivamente impegnato come mediattivista nel far conoscere quello che sta succedendo in Afghanistan. Lo sentiamo quasi contemporaneamente all’annuncio ufficiale della formazione del nuovo governo talebano. Accetta volentieri di darci il suo punto di vista sull’Afghanistan di oggi ma chiede di non parlare della sua vicenda personale. “Sono passati tanti anni e in una situazione del genere non mi sembra giusto distogliere l’attenzione da quanto sta succedendo in Afghanistan. Ogni personalismo crea solo distrazione”.

Amin, la presa di potere da parte dei talebani poteva essere evitata?

Senza dubbio. Ci sono diversi fattori da analizzare. Il primo riguarda il modo in cui la comunità internazionale abbia lasciato tutto il potere nelle mani un gruppo di poche persone, con doppia cittadinanza. Persone senza radici popolari, che non hanno fatto alcun investimento effettivo sulla società civile. Fino alla presa di potere dei talebani, tutto era controllato da tre persone: il presidente Ashraf Ghani (cittadino statunitense), il responsabile dello staff governativo Fazal Mahmud Fazli(cittadino svedese) e l’adviser sulla sicurezza nazionale Hamdallah Moheb (cittadino britannico). Come loro diversi altri dirigenti erano arrivati in Afghanistan senza avere nessun rapporto diretto con il popolo. Ad esempio Ajmal Ahmady, governatore della Banca di Afghanistan, è un cittadino libanese spacciato per afghano che non parla bene né dari né pashto a cui è stata data quella posizione di potere solo per rapporti personali con la moglie di Ghani, a sua volta libanese. Queste persone, tra l’altro, sono state accusate di essere scappate con milioni di dollari.

E qual è stato il ruolo della società civile?

Anche l’atteggiamento del popolo afghano è stato discutibile. Se le proteste che vedo in questi giorni ci fossero state tempo fa non saremmo arrivati a questa situazione. La gente si aspetta che qualcuno venga da fuori a fare qualcosa per loro, e questo è sbagliato. Ma ora non hanno scelta: se non vogliono questa egemonia religiosa ed etnica non possono fare altro che scendere in piazza e lottare per il proprio destino, con la sola forza del credere nella libertà.

Come siamo arrivati a questa situazione?

Questa caduta era stata di fatto preparata nel 2014. Mentre gli altri leader etnici, hazara, uzbeki, tajiki, avevano creduto nelle parole di unità nazionale, il presidente ha smantellato il Paese. Lo ha fatto in due modi: in primis disarmando le altre forze di resistenza ai talebani non pashtun e mettendosi al centro di ogni decisione militare, creando così immobilismo. Inoltre è stato a capo del comitato che ha trasferito nel 2014 il potere militare dalle forze NATO a quelle afghane. Si parla della debolezza dell’esercito, in realtà era Ghani che non voleva che venissero colpiti i talebani: avrebbe significato spargere sangue pashtun, la sua etnia. Ultimamente la Reuters ha pubblicato in esclusiva la famosa conversazione tra lui e Biden precedente al collasso. Il presidente americano chiedeva un piano difensivo, ma Ghani non gliel’ha consegnato. Perché aveva da tempo in mente un piano di evacuazione.

Qual è il ruolo del Pakistan, in quest’ottica?

Anche qui, ci sono due aspetti diversi da analizzare. Pochi giorni prima della fuga di Ghani, alcuni leader afghani non pashtun sono andati in Pakistan per spiegare alla leadership locale che le minoranze etniche afghane non andavano trattate come nemiche del Pakistan; anzi, chiedevano supporto per la costruzione di un nuovo governo che tenesse conto di tutte le comunità etniche presenti nel territorio. Quello che questi delegati non sapevano, è che Ghani aveva già incontrato il comando dell’esercito del Pakistan, per tre volte. Aveva deciso di consegnare il potere al Pakistan in cambio del mantenimento di una leadership pashtun. C’è stata una svendita del Paese, una competizione a chi lo vendeva prima e a buon mercato. Il primo ministro pakistano, Imran Khan, un ex giocatore di cricket, è anche lui un pashtun e non gli dispiace che il potere afghano rimanga nelle stesse mani.

Inoltre, se il Paese è nelle mani dei talebani, tutti i movimenti fondamentalisti che creano problemi in Waziristan potranno essere mandati in Afghanistan. Ma, soprattutto, il Pakistan potrà partecipare alla gestione delle risorse afghane e a quella degli aiuti che arriveranno da Occidente. In pratica sta giocando lo stesso ruolo che svolgeva durante la Guerra fredda. Ad esempio, sta aiutando nell’evacuazione degli stranieri ancora rimasti a Kabul. Tutto questo viene fatto in cambio di un cospicuo sostegno economico. E per gli Stati Uniti è meno costoso finanziare i pakistani rispetto al rimanere in Afghanistan.

Il tema dell’etnocentrismo è ricorrente nella descrizione che gli afghani fanno dei talebani. Eppure in Occidente ci si sofferma solo sul fondamentalismo religioso. Secondo te perché?

Da una parte tutti i media tendono a seguire quanto dice un grande giornale senza approfondire. Negli Stati Uniti si segue spesso l’opinione di Zalmay Khalilzad, afghano-americano già ambasciatore in Afghanistan e in Iraq e ultimamente, sotto Trump e Biden, rappresentante statunitense per la riconciliazione con talebani. Ora, Khalilzad e Ghani si conoscono da una vita, hanno studiato insieme in Libano e perseguono la stessa strategia. Non parlano mai di pashtun. Sempre sfruttano la parola “afghani”, anche se per loro è sinonimo di pashtun. Tornando ai media, c’è ignoranza e si affidano a lobby di intellettuali pashtun per spiegare la politica afghana. Ad esempio, troppo poco si è parlato delle resistenze nel Panjshir e a Behsud. Mi sono fatto un’idea: per essere rilevante per i media internazionali o devi avere il potere di minacciare l’Occidente o il potere per garantirne gli interessi. I pashtun hanno entrambi questi poteri.

Hai accennato alla resistenta in Behsud, di cui non si parla mai. Com’è la situazione?

Si tratta di una resistenza popolare nata per caso. Dai tempi dei massacri storici, quando sotto l’emiro Abdur Rahman Khan tutti i pashtun erano stati riuniti per uccidere gli hazara, le tribù nomadi erano state invitate a prendere le terre degli hazara. Da allora fino a oggi le tribù kochi, che sono pashtun, hanno invaso i villaggi hazara uccidendo i locali, senza alcuna resistenza dal governo. Così alcuni giovani hazara hanno iniziato a difendere i propri territori. Oggi questa resistenza combatte i talebani da sola, dopo che tra gennaio e marzo di quest’anno il presidente Ghani aveva provato a distruggerla. In quell’occasione l’esercito ha ucciso 11 civili e bruciato le case. Va detto che anche il presidente Ghani ha origine kochi e suo fratello Hashmat Ghani Ahmadzai è leader del Gran consiglio dei kochi e ha recentemente giurato fedeltà ai talebani. La resistenza hazara oggi è formata da partigiani che si nascondono e provano ad attaccare i terroristi, guidati da Abdul Ghani Alipur.

Che differenza c’è rispetto alla resistenza, più nota, del Panjshir?

La resistenza hazara è una resistenza povera, fatta di contadini che condividono il pane tra loro. Quella del Panjshir è sostenuta dal Tajikistan, che considera i combattenti dei fratelli, dall’India e forse ora da Uzbekistan e Francia, vista la grande popolarità che ha Aḥmad Shāh Massud in Francia. Inoltre hanno le armi del vecchio esercito afghano. Gli hazara, non avendo sostegni, vanno avanti solo con coraggio e determinazione, conoscendo le loro zone. Ma non hanno armi.

Che idea ti sei fatto della gestione dell’evacuazione del Paese da parte del governo di Biden?

Questa ritirata prima o poi sarebbe dovuta avvenire. Ghani ha giocato di furbizia, fingendo che l’esercito avrebbe potuto resistere altri sei mesi. Però, guardando questa nuova resistenza, penso che Biden abbia fatto la scelta giusta. Noi riteniamo che un bambino, arrivati i 18 anni, debba organizzarsi la vita da solo. Eppure in Afghanistan, grazie a 20 anni di aiuti internazionali, molte persone si erano adagiate a una vita fatta di sostegno esterno, in una eterna attesa che qualche straniero facesse qualcosa. Al contrario, credo che se si vuole salvare il Paese si debba prendere delle responsabilità, fare sacrifici, rischiare la vita per ottenere la libertà. Non ci sono angeli che ci salvano: o cambiamo la situazione noi oppure non lo fa nessuno. Tutte le rivoluzioni sono nate così. Oggi, quando vedo sui social i video che raccontano il coraggio delle donne di Kabul divento ottimista. Non me l’aspettavo, sono sincero.

Può essere la risposta alla repressione?

Sono davvero ottimista. Queste donne sono istruite, aperte, vivono in città. Ghani è scappato e ha venduto il Paese, ma le cose possono cambiare. Prevedo che possa esserci nel lungo termine una scissione tra nord e sud, o una soluzione federalista. Non è improbabile. Biden diceva che gli Stati Uniti non sono andati in Afghanistan per costruire una nazione, questa scelta spetta agli afghani, da secoli divisi e in guerra. E secondo me ha ragione, dipende da quello che vogliono fare i gruppi etnici: o vogliono vivere civilmente, con una democrazia e una relativa libertà. O vogliono stare sotto il giogo dei terroristi. Quello che vedo con le donne e con i giornalisti coraggiosi mi fa pensare che la resistenza può proseguire.

A tal proposito, quali figure stanno emergendo oggi in Afghanistan per coraggio e dissenso?

Tra le donne sicuramente Leila Haidari, che è rimasta lì e nel “sottosuolo” fa cose incredibili. Ma anche i leader Masood e Alipur possono ispirare coraggio e speranza agli altri. Al contrario, i vecchi leader della resistenza sono scappati all’estero. E poi ci sono i giornalisti come Fahim Dashti, che hanno ucciso, e Zaki Daryabi, direttore del quotidiano investigativo Etilaatroz, che coraggiosamente rimane in Afghanistan e ci informa.

Joshua Evangelista, da GARIWO, organizzazione ONG

 

 

 


Lo spezzatino che impoverisce le pensionate e i pensionati

I dogmi inscalfibili che proteggono i super-ricchi in Svizzera 

I progetti per risanare il finanziamento delle pensioni sono dei bricolage. D’un canto i sacrifici, dall’altro le pezze per rattoppare i buchi più vistosi. L’ultimo esempio viene dal consiglio degli stati. Si pronuncia per una compensazione transitoria delle rendite AVS per assorbire l’aumento a 65 anni, dell’età di pensionamento delle donne. Il vero problema è che per molti pensionati le rendite cumulate dell’AVS e delle casse pensioni non bastano per vivere decentemente.

La metà dei pensionati vive con 3.500 franchi al mese e la pensione media delle donne scende ad appena 2900 franchi. Decisamente troppo poco per sbarcare il lunario. L’AVS, basata sul principio della solidarietà redistributiva, garantisce a malapena il minimo vitale. Determinante per una rendita dignitosa è il secondo pilastro, basata sui contributi individuali che vengono investiti sul mercato dei capitali. Il fatto è che i tassi d’interesse nulli o persino negativi non permettono più di finanziare pensioni adeguate.

Le casse pensioni corrono ai ripari, tagliano i tassi d’interesse sui capitali accumulati e riducono il tasso di conversione che fissa le rendite. La conseguenza è una progressiva riduzione delle pensioni. L’obiettivo di garantire il tenore di vita con il 60% dell’ultimo salario è ormai un’illusione. Secondo taluni esperti, la tendenza è verso rendite a livello di sussistenza o poco più. Come uscire da questa spirale, com’è possibile garantire pensioni decorose? Un’idea è di diminuire l’accumulazione individuale del capitale, come avviene con il secondo pilastro, ed aumentare la redistribuzione e la solidarietà come nell’AVS. Ciò significa una fusione almeno parziale fra AVS e previdenza professionale.

Il finanziamento di un tale cambiamento di sistema è pensabile con misure tradizionali, come un aumento dell’IVA e maggiori percentuali salariali, ma anche con nuove entrate come un’imposizione sui rendimenti dei capitali o microtasse sulle transazioni di capitali, attualmente completamente esentate. Insomma prendere i solidi laddove ve ne sono a bizzeffe. Le resistenze sono ovviamente enormi e allora si continuerà fare del bricolage.


Apartheid vaccinale, il vero scandalo

I dogmi inscalfibili che proteggono i super-ricchi in Svizzera 

Di Alex Zanotelli

I ministri della salute del G20 si sono ritrovati a Roma per studiare la possibilità di estendere la vaccinazione anti-Covid a tutti gli esseri umani. Molte le aspettative, magri i risultati. Il fatto più grave è che questo “G20 Salute” ha rifiutato la proposta del Sud Africa e dell’India. Proposta, sostenuta da oltre trecento Paesi, di sospendere temporaneamente i diritti di proprietà intellettuale sui vaccini.

Nella ‘Dichiarazione di Roma’ a conclusione dei lavori troviamo solo un generico impegno di inviare vaccini ai paesi impoveriti, e la promessa di un sostegno finanziario alla campagna Covax, sostenuta dall’Organizzazione mondiale della Sanità, dall’Unicef e da varie fondazioni private: il programma Covax ha promesso di distribuire un miliardo di dosi entro quest’anno, ma, anche nell’ipotesi che si raggiungesse questo obiettivo, basterebbe appena alle persone più a rischio e al personale sanitario. Siamo di nuovo alla carità, che in questo campo non funziona. Fa solo il gioco delle potenti multinazionali dei farmaci, Big Pharma appunto.

Come missionario e come cristiano sono nauseato dall’egoismo pagato a caro prezzo dagli impoveriti del pianeta. E’ quanto avevo già costatato nei miei dodici anni vissuti nella baraccopoli di Korogocho (Nairobi, Kenya) durante la pandemia dell’Aids. Negli Anni Novanta i farmaci antivirali erano prodotti negli USA a un prezzo proibitivo per i malati del Sud del mondo, destinati a morire nel giro di pochi anni. Ho accompagnato nella malattia e poi alla morte centinaia di fior fiore di giovani, soprattutto splendide ragazzine. Ogni morte era per me uno strazio anche perché sapevo che erano vittime di ingiustizia. I benestanti si salvavano perché potevano pagare diecimila dollari a dose per vivere, i poveri invece erano marchiati a morte. È un mondo assurdo, il nostro, dove l’egoismo è eretto a ‘Sistema’.

È quanto sta accadendo anche oggi con Covid-19: i ricchi hanno i vaccini mentre agli impoveriti lascano le briciole. Siamo davanti a una vera e propria apartheid vaccinale. In Africa soltanto il 2% della popolazione è stata immunizzata. In Ciad solo lo 0,2%, in Madagascar lo 0,7%. Per gli altre 80 milioni di abitanti del Congo sono arrivati unicamente 98 mila dosi. Su una popolazione africana di 1,3 miliardi, solo 9,5 milioni sono stati vaccinati. Il divario vaccina le tra i due mondi è spaventoso: i paesi ricchi hanno accumulato il 90% delle dosi, e nei paesi impoveriti nemmeno l’1% è vaccinato. Il Canada ha comprato così tante dosi che potrebbe vaccinare cinque volte i propri cittadini. La UE ha siglato un nuovo contratto con Pfizer e Biontech per ulteriori 1,8 miliardi di dosi. “Questo è un insulto – ha detto Nick Dearden del ‘Global Justice Now’ – a tutti coloro che muoiono ogni giorno di Covid”. Stiamo assistendo al trionfo al trionfo del mercato, al trionfo del profitto.

Le grandi case farmaceutiche (Pfizer, Johnson&Johnson, AstraZeneca) che hanno ricevuto grandi finanziamenti pubblici per produrre i vaccini, nel 2021 hanno distribuito ai propri azionisti ben 26 miliardi di dollari. Una cifra, questa , sufficiente a vaccinare 1,3 miliardi di persone, cioè l’intera popolazione dell’Africa. “La fame di profitti – ha ammonito il noto economista americano e premio Nobel Joseph Stiglitz – potrebbe prolungare la pandemia”. Infatti se le vaccinazioni non procedono in tutto il mondo rischiamo che in qualche angolo del pianeta si sviluppino altre mutazioni del virus che potrebbero rendere inefficaci i vaccini disponibili. “È indispensabile – sostiene sempre Stiglitz – che si sospendano i brevetti: se rimaniamo nelle mani di un pugno di aziende che hanno limitata capacità di espandere la produzione, non ce la faremo mai ad avere 10-15 miliardi di dosi che servono per vaccinare tutta l’umanità”. Bisogna condividere anche tecnologia e know-how con i paesi impoveriti. Purtroppo non sarà facile né per il Congresso degli Stati Uniti né per il Parlamento europeo prendere una tale decisione, cioè sospendere ‘almeno’ temporaneamente i brevetti. Questo anche perché Big Pharma, per bloccare questi tentativi, finanzia legioni di lobbisti sia presso il Congresso statunitense sia presso il Parlamento europeo. Lo scorso anno Big Pharma ha messo a disposizione ben 36 milioni di euro per fare pressione sui parlamentari a Bruxelles, dove operano ben 290 lobbisti. Tutto questo non lo possiamo accettare perché sarà pagato da milioni di morti nel Sud del mondo.

Ma alla fine saremo colpiti anche noi, perché il virus potrebbe mutare in maniera più virulenta di prima. Questa è follia. “Purtroppo la salute è diventata sempre più un bene di mercato a disposizione del miglior offerente”, così ci ha ricordato l’amico Gino Strada nel suo ultimo messaggio -: ne usciremo solo coi vaccini per tutti. Dobbiamo continuare a lottare perché la salute rimanga un diritto umano; essere curati è un diritto universale e un bene comune, ed è conveniente per la società che venga tutelato nell’interesse di tutti: è una responsabilità pubblica che non può essere delegata né all’intraprendenza privata né al mercato”, ha scritto il fondatore di Emergency. E’ un testamento che tocca a noi tradurre in pratica, se vogliamo salvarci, perché come dice papa Francesco “siamo tutti sulla stessa barca”.

Per gentile concessione de ‘il manifesto’


L’Arca della vergogna

I dogmi inscalfibili che proteggono i super-ricchi in Svizzera