La virulenza degli effetti collaterali

Dalla zattera una modesta proposta per evitare che si allarghi il fossato tra vaccinati e non vaccinati 

Confusa e convulsa, verrebbe da definire la situazione in cui ci troviamo immersi, in piena pandemia, fra costanti aggiornamenti, sempre più rapidi, sempre più rigidi, sempre più puntuali ed il crescente “malessere” di quello che è diventato un “fronte sociale” costituito dalle persone che non possono o non vogliono sottoporsi alla vaccinazione.

All’ennesima restrizione delle regole sanitarie, con l’obbligo del COVID-pass per il personale sanitario e per i locali pubblici (ristoranti e teatri, in particolare) fanno da contraltare esternazioni sempre più esasperate di chi vive, in modo più o meno legittimo, tutto ciò come un abuso, un’ingiustizia, un attentato alle libertà personali.

A rincarare la dose, in questo senso, ci si sono messi anche intellettuali di indiscusso rilievo, quali il filosofo Cacciari o lo storico Alessandro Barbero, forse il più acceso (ed eccessivo) nel contrastare pubblicamente quanto sta avvenendo sul versante della lotta contro la pandemia non solo in Italia, impugnando una posizione davvero eccentrica, eppure, parrebbe, ad effetto. La potremmo riassumere così: se lo Stato obbliga a vaccinarsi, d’accordo, si deve eseguire l’ordine; se lo Stato non obbliga, ma favorisce in ogni modo i vaccinati a scapito dei non-vacccinati è un comportamento iniquo, da combattere.

Come ha osservato opportunamente Francesco Cundari nel portale informativo “Linkiesta”, “qualunque cosa pensiate dei vaccini, fermatevi un attimo a riflettere sulla semplice logica interna dell’argomentazione di Barbero. Perché è lo stesso Barbero a dirsi favorevole all’obbligatorietà, dunque lui per primo è convinto che se tutti facessero il vaccino si salverebbero moltissime vite, ed è proprio questo che rende la sua posizione ingiustificabile. Se infatti dicesse di considerare il vaccino inutile o pericoloso, la sua posizione sarebbe a mio parere sbagliata, ma l’argomentazione sarebbe perfettamente consequenziale. Qui invece Barbero ci sta dicendo che lui per primo è convinto che con l’obbligatorietà dei vaccini si salverebbero moltissime vite, ma che, se questo risultato può essere raggiunto senza dirlo esplicitamente, senza chiamarlo col suo nome, allora no, allora non vale la pena, e pazienza per tutti quelli che avremmo potuto salvare: la forma prima di tutto. Vi pare razionale? Vi pare credibile? Vi pare un ragionamento che possa essere fatto in buona fede?” (si veda qui l’intero articolo intitolato “Il populismo delle élite”.

Dalle nostre parti le polemiche, anche molto accese, sono alimentate da Massimo Suter [verosimilmente non vaccinato, ndr], presidente di “Gastrosuisse Ticino”, che non ce l’ha con la vaccinazione ma con la politica vaccinale che costringe gli esercenti a poter ospitare nei bar e ristoranti soltanto il 55% della popolazione (dimenticando di dire che, comunque, è oggettivamente molto meglio che chiudere tutto, come lo scorso anno durante il lockdown).

Poi, ancora più inquietante, c’è il dottor Werner Nussbaumer, che, anche lui, per carità, non ha niente contro il vaccino, ma lo ritiene inefficace, strumentalmente utilizzato per affermare una campagna che, a suo giudizio, è assolutamente immotivata e fallace. Naturalmente, da medico, a sostegno delle sue posizioni, evoca studi sconosciuti e soprattutto la propria esperienza personale di medico generalista, che ha numerosi pazienti, nessuno dei quali si è ammalato, perché lui “fa prevenzione”.

Entrambi sono stati protagonisti dell’ennesimo dibattito televisivo, chiamati come ospiti a “Matrioska”, che ha avuto il suo momento “clou” proprio in un intervento di Nussbaumer: «Probabilmente, c’ho delle prove quasi certe – ha detto – che Borradori si era vaccinato pochi giorni prima». Una sassata no-vax che ha scosso l’altro ospite, il municipale Filippo Lombardi: «Ha fatto la vaccinazione 6 settimane prima! Non accetto – ha sbottato da par suo – che Marco Borradori venga strumentalizzato in questo dibattito».

Forse una domanda, ma proprio solo un dubbio, sull’autorevolezza di un medico che arriva a sostenere simili posizioni potrebbe davvero venir posta all’Ordine dei Medici, che per ora ha sanzionato e multato soltanto il dottor Ostinelli.

Una domanda che non vuole essere espressione di giustizialismo fuori luogo, ma che dovrebbe inscriversi nel contesto di un grande tema, come quello della gestione della pandemia a livello mondiale, che non trova in simili esternazioni – da parte di un rappresentante della classe medica – alcuna fonte utile a chiarirsi le idee, a rasserenare, se possibile, un clima già rovente. No, serve solo a rinfocolare le polemiche, le interminabili discussioni in uno scontro nefasto e funesto fra due fronti sempre più marcati e distanti fra loro (in gran parte anche loro malgrado).

Un ricco contributo del “Canale Cultura” del sito della RSI curato da Mattia Cavadini aiuterebbe invece molto di più a capire che se “da un anno a questa parte si scende in piazza a manifestare anche contro il grande Male, l’eresia scientista, il complotto del nuovo millennio, ovvero il vaccino anti-SARS-coV2 (…) lo si fa non già corroborati dai dati, ma sulla base di una semplice convinzione, ovvero che il vaccino non sia affatto un’arma contro la pandemia (che sta salvando vite e riducendo il contagio) bensì veleno, farmaco dai malefici effetti collaterali, quando non droga, colpevole di generare sudditanza al Potere e alle Big Pharma. 

Ora, invece di “infierire” su un simile atteggiamento, l’articolo di Cavadini cerca di capire le ragioni, le molle emotive, che spingono gli oppositori alla politica vaccinale ad assumere posizioni tanto estreme e radicali, individuandone e descrivendone tre cause scatenanti: la paura, l’ideologia e la disinformazione.

Ecco un contributo che, appunto, cerca di capire le ragioni e le condizioni altrui, riallacciandosi, fra l’altro, ad un interessante sito italiano, “Pillole di ottimismo”, che cerca di trovare, in questo momento tanto difficile e di acute divergenze, gli aspetti positivi, gli argomenti di un possibile dialogo sulla base di indicazioni che vengono da specialisti nell’ambito scientifico.

Perché forse questo è il momento in cui urge, eccome, che il fossato delle divergenze non cresca ulteriormente, generando un effetto di aperto scontro sociale che investirebbe un po’ tutti gli ambiti della vita quotidiana con conseguenze incalcolabili, certamente gravi.

E allora come non concordare con le osservazioni di Daniele Ritzer, che su “laRegione” (9.9.21) scrive che un tale inasprimento del dibattito, una sorta, ormai, di dialogo fra sordi “non è di certo la via che ci permetterà di proteggerci in modo efficace dal virus, e tantomeno la possibilità di lasciarci alle spalle la pandemia. Il Covid pass è un valido strumento di prevenzione, ma probabilmente è poco adatto a convincere le persone più scettiche a vaccinarsi. (…) Forse un primo passo per vincere qualche resistenza del fronte anti-vaccino sarebbe quello di ripristinare la gratuità dei test diagnostici. E così garantire la parità di trattamento a tutte le persone di fronte all’estensione dell’uso del certificato”.

Un’ipotesi certamente da considerare, cui potremmo provare ad aggiungere una piccola precisazione: i non-vaccinati, fra le tante differenziazioni che li caratterizzano, sono suddivisibili fra coloro che non possono vaccinarsi (per questioni mediche) e quelli che non vogliono vaccinarsi (per le ragioni più diverse, oltre a quelle che hanno portato Barbero, Suter e Nussbaumer sul fronte no-vax).

Una modesta proposta dalla zattera (ma forse vi sarà chi l’ha già avanzata) è di mantenere la gratuità dei test diagnostici per chi non può vaccinarsi, mentre per coloro che non vogliono vaccinarsi sarà richiesta una “partecipazione ai costi” con un prezzo “politico” che starà al Medico Cantonale e alla politica indicare.

Insomma, chi non può, ha tutte le possibilità di dimostrarlo. Chi non vuole, un po’ meno, e forse, col tempo, e con il dialogo (che però deve accettare senza pregiudizi) si potrebbe gradualmente anche convincere dell’opportunità di vaccinarsi.

Senza che nessuno sia obbligato.


Sussidi per auto elettriche? Meglio di no

Dalla zattera una modesta proposta per evitare che si allarghi il fossato tra vaccinati e non vaccinati 

Di Bruno Storni, consigliere nazionale PS e vicepresidente ATA (Associazione traffico e ambiente)

Lo scorso mese di agosto in Svizzera sono state vendute più auto elettriche che a motore diesel. Due anni fa,  per contro, per ogni auto elettrica se ne vendevano ancora 7 a diesel. Finora nel 2021 tra le nuove auto vendute una su 10 è elettrica, mentre ancora nel 2019 era solo una su 25. La stragrande maggioranza delle auto elettriche è stata venduta senza sussidi. Infatti, solo i Cantoni Ticino e Turgovia (che però condiziona con la dismissione di una auto a motore a scoppio) sussidiano la vendita di veicoli elettrici, a riprova che il mercato si sta sviluppando in modo naturale.

Dopo i milioni spesi in passato nel VEL1 e VEL2 e un credito per sussidi bocciato da referendum nel 2015, nel 2019 il Gran Consiglio aveva reintrodotto sussidi per chi acquistava un’auto elettrica. Si tratta di una proposta che avevo ritenuto e che tuttora ritengo anacronistica e inutile, visto che da qualche anno le auto elettriche stanno prendendo piede un po’ in tutti i Paesi del mondo. Chiaramente in maniera graduale, siccome il cambiamento è epocale perché l’industria automobilistica ha troppo a lungo puntato sul motore a scoppio (con la carrozzeria il core business aziendale), investendo ingenti somme in impianti di produzione. La motorizzazione elettrica è meccanicamente molto meno complessa: ci sono meno pezzi da produrre e montare, quindi meno lavoro interno alle aziende, ma più acquisti da terzi, batterie in particolare.

Il raggiungimento degli obiettivi UE dal 2020 a 95 gCO2/km (adottato anche dalla Svizzera), lo scandalo diesel, che ha coinvolto molte case automobilistiche europee, e la concorrenza USA (Tesla) o cinese (dove sono nate decine di nuove marche automobilistiche elettriche) da qualche anno hanno finalmente spinto molte grandi case automobilistiche a passare decisamente alla propulsione elettrica. Per esempio VW investirà 40 miliardi in fabbriche e nuovi modelli elettrici, mentre Volvo che ha deciso che dal 2030 non venderà più automobili con motori a scoppio.

Paragonando con quanto successo a livello svizzero, nel 2020 senza sussidi sono state vendute 19’504 auto elettriche, +54% per rapporto al 2019. In numeri, questo significa che 114 delle 907 auto elettriche potrebbero essere state acquistate (forse) grazie allo stimolo del sussidio. I dati parlano a conferma di quanto avevo ipotizzato nel 2019, quando in Gran Consiglio mi opposi al primo credito per il sussidiamento di auto elettriche.

In conclusione, in Ticino nel 2020, a dipendenza dei due confronti presentati precedentemente, delle 907 auto elettriche vendute ne sono state sussidiate tra 793 e 886, che sarebbero state comunque comperate anche senza incentivi.

L’unica novità positiva del nuovo credito da 10 mio di franchi (che sussidia tra l’altro anche auto elettriche da 60’000 franchi!) è un secondo sussidio elargito a chi dismette un’auto datata prima del 2009. Questa, come avevo argomentato nel 2019, dovrebbe essere la condizione categorica per elargire sussidi per auto elettriche.

Già oggi, e ancor più nel prossimo futuro, considerandone tutto il ciclo di vita, l’auto elettrica è più conveniente di una equivalente a benzina o diesel. Per saperne di più potete consultare l’ecomobilista ATA. Nel nostro Cantone ipermotorizzato, che purtroppo vanta 633 auto per 1000 abitanti, non ha alcun senso sussidiare nuove auto, per quanto ecologiche possano essere. Occorre piuttosto continuare con lo sviluppo del trasporto pubblico e della mobilità dolce per avvicinarci al più presto alla media nazionale che è invece di di 541 auto per 1000 abitanti.


Morti a quota 999, il Ticino è un hotspot

Dalla zattera una modesta proposta per evitare che si allarghi il fossato tra vaccinati e non vaccinati 

È il numero di morti per il SARS-CoV-19 in Ticino, raggiunto, dopo una lunga pausa, dall’arrivo della «nuova (4ª?) ondata»: siamo a 283 morti su 100’000 abitanti. In Svizzera sono 127, in Italia 214. Il Ticino sarebbe al 5° posto nella lista degli Stati della John Hopkins University, dopo Perù (609), Ungheria (308), Bosnia Erzegovina (296) e Cechia (285). Siamo un hotspot: una piccola regione con molte vittime. 350 nella primavera dell’anno scorso: per i molti morti in case anziani, non protetti a sufficienza, per la vicinanza con il focolaio italiano e il carnevale… si è detto. Poi però altre 645 durante lo scorso inverno, senza spiegazioni se non «voglia di libertà» e minore autodisciplina.

Già agli inizi della pandemia i dati pubblicati dalla OMS, basati sull’epidemia in Cina, indicavano un tasso di riproduzione superiore a 2 e una mortalità del 2.2% (dato ora confermato: nel mondo 2%, in Ticino 3%), concludendo che si trattava di una malattia molto più grave dell’influenza stagionale e che sarebbe stato drammatico, se si fosse diffusa al di fuori della Cina. E ancora oggi c’è chi parla di «presunta» pandemia (p.es. l’UDC alla sua assemblea di fine agosto) o di malattia paragonabile all’influenza!

Cercando questi dati sui siti delle autorità sanitarie e delle università, non ho trovato – grazie agli algoritmi che scelgono le fonti più apprezzate – quanto citato ogni giorno sui social media dagli scettici: interviste con premi Nobel, professori, medici che esprimono la loro opinione, senza affrontare il dibattito scientifico, basato su dati e non su episodi aneddotici. Sorgono due domande: come mai così tante persone oggi non hanno idea del metodo scientifico? E perché l’informazione, nelle bolle negazioniste, ma anche sui media tradizionali, è così caotica? La natura e la diffusione del virus SARS-CoV-2 sono un ottimo esempio di come la scienza affronta una situazione nuova. Il virus e la malattia da lui causata non erano conosciuti: i dati, spesso raccolti su gruppi poco numerosi, sono a volte contrastanti, le terapie sono testate man mano che la malattia si diffonde. Chi non è preparato vi legge confusione e contraddizione «ognuno dice tutto e il contrario di tutto». Si tratta invece del normale modo di lavorare degli scienziati. All’inizio per esempio si temeva il contagio con le goccioline degli starnuti e dei colpi di tosse. Qualcuno avanzava già l’ipotesi che anche gli aerosol (goccioline microscopiche, trasportate dall’aria) potessero avere un ruolo importante. Ipotesi non accolta con molto interesse dalla comunità scientifica perché in contrasto con i modelli dominanti. Poi, nonostante le difficoltà sperimentali, quando ci sono di mezzo persone umane, i dati non hanno permesso altra interpretazione. Per dire che è vero che c’è una certa inerzia, ma che chi dispone di dati certi vede puoi accolte le sue ipotesi. A differenza dei vari «superesperti» sempre pronti a gridare al complotto, quando i loro dati aneddotici non trovano rispondenza.

E così ci troviamo con solo il 55% di vaccinati in Ticino (anche se agli inizi della campagna, molte voci si erano levate criticando la lentezza del Consiglio federale nell’approvvigionamento di vaccini). L’ondata già iniziata, anche a causa di mutazioni più aggressive, potrebbe portarci alla situazione iniziale, quando è stato necessaria una chiusura totale. La vera discriminazione sarebbe allora se chi è vaccinato dovesse subire un altro lockdown. Più corretto, nonostante i dubbi dei filosofi, limitare certe attività più rischiose a chi non è vaccinato.

Oltre a portare avanti da noi una campagna di vaccinazione convincente, è indispensabile agire in quei paesi dove il tasso di vaccinazione non raggiunge il 10%: regalando vaccini o diminuendone il prezzo, limitando l’effetto dei brevetti.

Per questo grande bacino andranno trovate forme di convivenza con il SARS-CoV-2, come con il tetano (vaccinazione di richiamo sempre pronta in caso di ferite), con l’HIV (protezione e terapie che prolungano la vita) o con l’influenza stagionale (vaccini ripetuti). Raggiungere un alto tasso di vaccinazione è però l’unica via per trovare una certa normalità.


La collina del disonore

Dalla zattera una modesta proposta per evitare che si allarghi il fossato tra vaccinati e non vaccinati 

Nell’apprendere dell’esito del processo ad una quarantina di militanti ambientalisti che per mesi hanno presidiato una collina vodese, il Mormont, area naturalistica protetta vittima dell’attività di scavo della multinazionale del cemento Holcim, riecheggia nella mente il titolo di un noto film di Sidney Lumet, ma solo perché il “disonore” della collina qui sta in un’applicazione della legge ed in un’idea della legalità sancite da una sentenza che ha davvero dell’incredibile.

Lo scorso 20 agosto, infatti, un tribunale vodese ha confermato le sanzioni carcerarie inflitte agli attivisti che dall’ottobre 2020 fino allo scorso 30 marzo hanno occupato con una ZAD (“Zone à défendre) una parte della collina del Mormont, fra Éclépens e La Sarraz, patrimonio naturale e paesaggistico, a causa dell’estensione dell’attività estrattiva concessa alla Holcim dal governo vodese.

Quel 30 marzo, con l’intervento in forze della polizia in tenuta antisommossa per l’evacuazione della zona, segna non solo la fine della prima esperienza di questo tipo in Svizzera, ma anche della possibilità di concepire pacificamente, come in tutti quei mesi hanno fatto gli “occupanti”, un’idea di rispetto del territorio diverso da quello che sin dagli anni ’50 permette ad una grande impresa del calcestruzzo di fare della collina una fonte inesauribile di sabbia e sassi con l’emissione di un’enorme quantità di CO2.

Per circa sei mesi gli attivisti della ZAD hanno cercato di difendere la collina ferita da un cratere sempre più grande e profondo, recintandone un’area che hanno trasformato in un accampamento di 250 – 300 persone, accessibile alla popolazione e sostenuto da numerose autorità della politica e della cultura (fra cui il premio Nobel per la chimica Jacques Dubochet).

Intorno alla collina si era estesa, nella Svizzera Romanda, un’ampia eco di preoccupazioni che aveva visto portare alla nascita di un’”Associazione per la salvaguardia del Mormont” molto attiva nel descriverne e difenderne tutte le ricchezze geologiche, archeologiche, naturalistiche, con specie animali e vegetali anche rare (si pensi ad uno specifico e particolarissimo tipo di orchidea).

Ma la legge stava e si è messa dalla parte di Holcim, che ha sporto la denuncia che ha portato allo sgombero forzato dell’area (per fortuna senza incidenti di rilievo) con fermi di polizia, indagini, interrogatori e denunce per violazione di domicilio, disobbedienza a decisione dell’autorità e impedimento di atti dell’autorità.

Come abbiamo già avuto modo di scrivere a suo tempo, in questa sede, “la questione, lo sappiamo, è enorme, come enorme è il disastro prefigurato da un ampio e diversificato “fronte ecologista”, che va dal noto filantropo e fondatore della Microsoft, ai gruppi più diversi, partiti, ONG, fondazioni, associazioni spontanee. È un fronte che si batte da anni contro il degrado ambientale che ogni giorno, ogni minuto, mostra le sue terribili conseguenze così come mette a nudo la scarsa o nulla sensibilità manifestata in questo senso dall’economia mondiale quanto dai nostri comportamenti sociali quotidiani.”

E così, ancora, riprendendo le parole del contributo citato, ci si trova davanti ad un “cratere simbolico, in un momento cruciale non solo per il Mormont, non solo per il paesaggio vodese, o svizzero, ma proprio per le sorti di un’economia che deve rivedere i propri parametri, in nome di un bene, la terra e l’eco-sistema, (…) difeso da un manipolo di volontari “obiettori di coscienza”.

E ancora, come allora, le domande che si pongono riguardano la definizione o ridefinizione di termini cruciali, nella loro valenza giuridica, etica, politica quali “Occupazione” o “protezione”, “legalità” o “illegalità”. E da parte di chi? In nome di cosa? Sono questioni importanti, poste da questo episodio in modo quasi emblematico.

Ma a bruciare ancor più è giunta ora la condanna degli attivisti che ha indotto Amnesty International a diramare un comunicato stampa giustamente allarmato ed allarmante, in cui la giurista Alicia Giraudel afferma che “l’occupazione della collina del Mormont, pur implicando la violazione premeditata di una legge nazionale, è stata fatta per delle ragioni di coscienza. I militanti hanno agito convinti che i loro atti erano il mezzo più efficace per sensibilizzare l’opinione pubblica all’impatto dell’estensione della cava sull’ambiente e i diritti umani”.

Sempre secondo Giraudel, le autorità giudiziarie hanno deciso di continuare “a perseguire le accuse di violazione di domicilio formulate contro gli attivisti nonostante il ritiro della denuncia da parte di HOLCIM. Si tratta qui di una violazione sproporzionata dei diritti alla libertà d’espressione e di riunione pacifica: in virtù del diritto svizzero la violazione di domicilio è perseguibile solo sulla base di una denuncia del titolare del bene in questione.” E, aggiungiamo doverosamente, è l’unica a prevedere eventualmente una pena detentiva.

E invece no: per 37 attivisti la condanna è stata di detenzione in carcere, da due a tre mesi, conformemente ad una denuncia, appunto, che non c’è, perché ritirata dalla multinazionale del cemento come segno di distensione. Il Ministero Pubblico, che ha emesso la sentenza (senza l’intervento di un giudice, poiché la procedura è stata condotta con rito abbreviato) non solo non ha fatto sconti, dunque, non solo non ha tenuto in considerazione che il giudizio andava a punire giovani incensurati, ma ha applicato delle pene che non rispettano né il principio dell’equo processo, né tantomeno le libertà di opinione, di coscienza e di riunione pacifica.

Inoltre la procura pubblica ha rifiutato il diritto, per gli imputati, di ricorrere contro questa sentenza “con la motivazione che avevano rifiutato di identificarsi al momento dell’arresto” (dal comunicato stampa di Amnesty Svizzera).

Ora siamo alle conseguenti prevedibili schermaglie legali, ai cavilli che le parti evocheranno e invocheranno per rimettere mano ad un processo e ad una sentenza che davvero lascia perplessi e anche, sì, mortificati. La netta impressione è che dalle pure “questioni legali” si sia già ampiamente passati ad un uso “politico” della giustizia, pratica peraltro non certo nuova.

La sensazione, insomma, è che di fronte alle legittime domande che questo caso solleva emblematicamente, la risposta giunta con la sentenza non solo non mostra alcuna preoccupazione di tipo etico o filosofico (né, tanto meno, semplicemente “umano”) ma in nome di un uso strumentale del “diritto” indica l’esigenza della politica di voler mettere a tacere ogni forma di “disubbidienza civile”.

Dimenticando, che la disubbidienza civile resterebbe, in verità, un diritto.


Prendiamoci il tempo

Dalla zattera una modesta proposta per evitare che si allarghi il fossato tra vaccinati e non vaccinati 

E così torna settembre “il mese dei ripensamenti” che in Sardegna non a caso chiamano “capidanni”. Si voltano le spalle all’estate, stagione leggera e spensierata, dove si lasciano da parte i rigori del vivere quotidiano e ci si sente più liberi. A settembre si pensano dei buoni propositi, proprio come a Capodanno, per un rientro, un nuovo inizio.

È quello che deve aver pensato anche la redazione de “La domenica”, uscita nell’ultimo scorcio d’agosto. Un nuovo inizio, anche per una funzione insolita alle nostre latitudini: vengono segnalati i minuti che il lettore impiegherà a leggere ogni singolo articolo.

In occasione della giornata mondiale dell’alfabetizzazione vorrei proporre una riflessione legata a questa pratica; vorrei scavare un po’ più nel profondo di questo minutaggio che potrebbe sembrare innocuo, ma che, secondo me, non lo è affatto.

Come formatrice per adulti italofoni/alloglotti e lingua madre che devono (ri)-alfabetizzarsi, mi sono chiesta: su quale base si fonda questo minutaggio? Si calcola la sola lettura o è compresa anche la comprensione del testo? E chi calcola questo tempo? Se una persona ci mette di più significa che si trova confrontata con delle difficoltà in una delle competenze di base? O se al contrario ci mette di meno, vuol dire che è particolarmente dotata?

La comprensione di un testo richiede una competenza ben più approfondita della sola lettura; e allora chi e come riesce a calcolare il tempo che ogni singolo può dedicarle?

Prendiamo qualche dato e qualche esempio:

  • In Svizzera una persona su sei non dispone delle competenze di lettura e scrittura necessarie per affrontare in autonomia la propria quotidianità a livello privato e professionale (vedi sondaggio dell’Ufficio federale di statistica UST 2006). (da Kompetence.ch)
  • Su “Bund” del 23 agosto la Signora D.S. di Muri si chiede come è possibile che 800’000 svizzeri abbiano difficoltà nelle competenze di base come lettura e scrittura, calcolo quotidiano e uso delle tecnologie, malgrado abbiano avuto un percorso scolastico.
  • Gli analfabeti funzionali: sono coloro che sì, sanno leggere, ma hanno difficoltà nel capire, analizzare e utilizzare le informazioni lette. Spesso sfuggono alle statistiche.
  • Ancora: chi ha litigato con il percorso scolastico, chi soffre di dislessia, chi ha rinunciato da tempo e mette in pratica strategie per svicolare da un libro, chi chiede a un parente di scrivere una lettera…

Ecco, se penso alla mia esperienza umana e lavorativa con persone che hanno vissuto sulla propria pelle un’esperienza di questo tipo, vedo la “tempistica annunciata” come un atto squalificante, che le porterà ad isolarsi ancora di più.

La lettura e la comprensione di un testo si devono allenare, come per una corsa che inizia con il primo passo, ma che con perseveranza ti porta lontano. È un’abilità che ha alla base la fiducia in sé stessi e quella data dagli altri. È una sfida, non sempre facile da cogliere, con la possibilità di un arricchimento; a volte ci vuole coraggio, intraprendenza, impegno e voglia di riuscirci. E tempo: perché ogni persona ha il suo. Non precludiamo a nessuno il piacere della lettura e di tutto il meccanismo che si mette in moto nel cervello, solo perché il minutaggio spaventa.

Non si può dare un tempo, anzi non si DEVE dare un tempo. Non si deve avere l’orologio, o meglio il cronometro, in mano quando si fa qualcosa che piace, che nutre, che arricchisce.

E allora prendiamoci il tempo necessario per leggere e per capire, per riflettere su quanto letto, per farci un’opinione: riprendiamoci il tempo per un leggere pensante. Stimoliamo con dei contenuti, non con dei numeri.

Sabrina Hilpisch, collaboratrice dell’Associazione Leggere e Scrivere della Svizzera italiana


Nuovi alfabeti

Dalla zattera una modesta proposta per evitare che si allarghi il fossato tra vaccinati e non vaccinati 


Novità RSI? Nessuna novità

Dalla zattera una modesta proposta per evitare che si allarghi il fossato tra vaccinati e non vaccinati 

Questo articolo, che parla della futura offerta di programmi della RSI, è stato pubblicato dal settimanale Azione il 6 settembre 2021. Non tiene dunque conto del successivo annuncio di “Un nuovo modello operativo”, che conferma una riduzione complessiva di 45 posti di lavoro nella Svizzera italiana entro fine 2022, e preannuncia importanti riforme sul piano organizzativo [ndr]


Le dichiarazioni di Mario Timbal alla presentazione del palinsesto della rentrée RSI lasciano un retrogusto di delusione. Ha parlato, certo, di vicinanza con il pubblico e della bella sfida di compatibilità tra risorse che diminuiscono e qualità da mantenere, con un appello non retorico alla taumaturgica forza delle idee.

Delusione però per la mancanza (per ora) di una riflessione strategica sui modi in cui l’azienda deve affrontare il proprio impegno per il servizio pubblico nell’attuale contesto, con il trionfo ormai assestato dei contenitori privati per l’intrattenimento e con la drastica modifica delle modalità di fruizione dei contenuti audiovisivi.

Sembra difficilmente contestabile che l’ambizione di offrire un servizio «universale» sia, in questo environment mediatico e in tempi di delegittimazione politica e di strette finanziarie, un esercizio quasi velleitario. Mi aspett(av)o quindi un primo segnale che alludesse a un futuro cambio di passo; un’attesa legittimata dalla storia professionale, dalla sua capacità di affrontare temi complessi da una prospettiva non ovvia, non più banalmente aziendalista, e con un interesse spiccato per la creatività.

Per uscire dal generico, mi aspetterei ora la presa d’atto nei fatti che il vero core business debba articolarsi su informazione e cultura, ambiti nei quali si imporrebbe un deciso potenziamento a tutti i livelli. Questo duplice focus dovrebbe assorbire l’essenziale delle risorse, l’azienda dovendo essere disponibile a ridurre presenze in altri settori, addirittura a non più presidiarli se altri attori sono ormai in grado di presentare un’offerta variata e di qualità. E poi una riflessione sui modi in cui l’azienda deve adempiere al proprio mandato in termini di formazione e di mediazione, di attenzione al territorio e agli elementi che favoriscano la conoscenza e la coesione nazionale. Un altro tema è quello della trasmissione dei contenuti a ogni tipo di pubblico dovendo essere assicurato l’accesso con la modalità ad esso più idonea. Quindi, compresenza di diverse forme di offerta e con contenuti fruibili su piattaforme diverse, lineari classiche (anche FM) o digitali. E poi, riuscire finalmente a utilizzare con coerenza le sinergie tra i vari vettori: la ormai mitologica «convergenza», ricordate? Sono riflessioni che sembrano urgenti, visti i venti di guerra che spirano dalla politica. E questo al di là del tentativo, simpaticamente goliardico ma un po’ vieux jeu, di arruffianarsi il pubblico sdoganando una programmazione senza novità «vere» attraverso un’operazione-simpatia condotta con la stampella dei volti noti d’antenna.


Assange ostaggio del cinismo occidentale

Dalla zattera una modesta proposta per evitare che si allarghi il fossato tra vaccinati e non vaccinati 

Di Franco “Bifo” Berardi

Pioveva fitto quando uscii dalla stazione di Knightsbridge quel pomeriggio d’inverno del febbraio 2017. Camminai veloce fino all’ambasciata ecuadoriana. Davanti al cancello mi stava aspettando lo scrittore croato Srecko Horvat. Insieme entrammo, passammo i controlli dei poliziotti dell’ambasciata, poi una guardia ci introdusse in una sala dove Julian Assange ci attendeva. Aveva chiesto a Srecko di conoscermi e io ero felice di andarlo a trovare.

Gli avevo portato un pacchetto di tortellini bolognesi, e lui aprì il pacchetto e si mise a mangiarli crudi. Gli spiegai che doveva metterli in una pentola di acqua bollente. Lui mi disse che aveva letto “And – Phenomenology of the end”, e mi chiese di fargli una dedica. Poi parlammo per un po’. Di filosofia naturalmente. Io proposi che il tema del nostro incontro fosse la verità in regime di velocità assoluta, e di sovraccarico dell’attenzione: il potere, il segreto e l’enigma.

Pedante come sono cecai di spiegargli che lui stava scontando la colpa di avere creduto nella democrazia, una parola che vuol dire qualcosa soltanto quando la società possiede la forza di imporre l’eguaglianza e la pace. Lui rispondeva che aveva fatto solo il suo lavoro, e il suo lavoro era dire, la verità, e che per dirla occorre usare ogni stratagemma e ogni tecnica.

Continuo a credere che la sola colpa di Julian Assange sia quella di aver preso sul serio le parole che stanno a fondamento della democrazia liberale: verità, trasparenza e democrazia. La filosofia di Wikileaks si fonda su una fiducia incrollabile nella trasparenza e nell’efficacia della verità. Qui sta la forza di Wikileaks, qui sta la sua debolezza.

L’azione di Wikileaks si fonda sulla presunzione puritana che il linguaggio sia uno strumento del vero o del falso, così che gli enunciati possono essere definiti come veri o falsi, buoni o cattivi. Ma questa presunzione ci permette raramente di cogliere significato nell’infosfera iper-veloce che toglie alla mente collettiva la possibilità di elaborazione cosciente.

La mera identificazione del vero e del falso talvolta può produrre degli errori politici: quando, nel 2016, Wikileaks rivelò che il partito democratico americano stava manipolando le primarie per eliminare il candidato scomodo, Bernier Sanders, e favorire Hillary Clinton, fece un’azione moralmente legittima, e anche ineccepibile dal punto di vista professionale. Ma in quel contesto politico la verità finì probabilmente per favorire il Re del Falso, Donald Trump, che in effetti vinse le elezioni. L’astratta adorazione della verità può produrre effetti paradossali, e in nome della purezza si può essere strumentalizzati dai cinici più abbietti.

Assange è costretto da dieci anni a vivere in condizioni di detenzione, e lo stato americano vuole catturarlo per giudicarlo con una legge del 1917 che identifica l’informazione in tempo di guerra con lo spionaggio militare.

All’inizio del secondo decennio del secolo, mentre la guerra infinita di Bush continuava a mietere vittime civili e alimentava nuovi fronti di terrore, Wikileaks denunciò quello che oggi, dopo la disfatta, appare evidente a chiunque voglia vedere: che le truppe americane uccidevano civili e giornalisti, che i governi fantoccio sostenuti dagli USA in Afghanistan erano corrotti e impopolari, insomma che la guerra contro il caos produce soltanto altro caos, perché il caos si alimenta della guerra.

Se le autorità americane, invece di perseguitarlo lo avessero ascoltato dieci anni fa, quando gli ‘Afghan Papers’ furono pubblicati, forse il governo Biden si sarebbe risparmiato l’umiliazione che lo sta trascinando verso il nulla. Quando Wikileaks inondò di verità l’infosfera, i giornalisti di tutto il mondo si fermarono ad ascoltare, e titolarono le prime pagine con le rivelazioni che provenivano dai computer di Julian Assange e dei suoi amici, perché Assange aveva fatto quello che ogni giornalista dovrebbe fare.

Se il giornalismo si misura con gli effetti prodotti dalle indagini e dalle rivelazioni, allora non c’è dubbio che Julian Assange è, semplicemente, il più grande giornalista di tutti i tempi, mentre quelli che hanno titolato i loro giornali “siamo tutti americani”, coloro che hanno preso per buone le parole di Dick Cheney e Donald Rumsfeld, o di Powell che all’ONU mostrava una bottiglietta con polverina bianca, dovrebbero soltanto vergognarsi.

In questi venti anni il cinismo è dilagato nell’informazione occidentale, ma a quanto pare alla lunga il cinismo non vince le guerre. Ora sarebbe il momento di rimediare. Chi potrà mai più credere nella parola di coloro che hanno tradito la fiducia delle donne afghane e degli alleati europei? Di coloro che firmano un trattato con l’Iran per poi cancellarlo?

Per rimediare all’infamia occorre un processo culturale di riflessione, di autocritica, di rifondazione. Saprà farlo l’America di Biden, che però è anche il paese di Black Lives Matter? Io non so se esista ancora una coscienza americana, se esistono forze intellettuali capaci di rigenerare quel paese. Se esistono, ora dovrebbero mobilitarsi perché cessi la persecuzione di Assange. Non so se nel partito democratico le persone ragionevoli e decenti (che ci sono, per quanto minoranza) sono in grado di fermare la macchinazione che mira a uccidere un uomo che ha fatto il suo dovere di giornalista, che ha creduto nella democrazia e che ha usato gli strumenti della tecnologia e dell’informazione per denunciare una guerra criminale e perdente. Ma se sono in grado di farlo, dovrebbero battersi perché lo stato americano abbandoni la sua meschina inutile vendetta, e ritiri la richiesta di estradizione.

Da ‘il manifesto’ del 3/9/2021
Immagine: Henry Nicholls (CC)


Il potere occulto di Yann Sommer

Dalla zattera una modesta proposta per evitare che si allarghi il fossato tra vaccinati e non vaccinati 

Il portiere che “ipnotizza” chi s’appresta a calciare un rigore è un modo di dire comune al linguaggio sportivo di tutto il mondo: naturalmente è inteso in senso lato, metaforico; se fosse scientificamente vero, provato, la Fifa dovrebbe impedire a quel portiere di scendere in campo: povero Sommer, dovrebbe chiudere la sua brillante carriera, per “comportamento antisportivo, fraudolento”.

Eppure… qualcosa di vero c’è: non però nel senso di chi ha la capacità (“a me gli occhi!”) di farti fare ciò che vuole, di renderti schiavo della sua volontà. Nel nostro caso la realtà (la verità) è molto banale, più vicino al “trucco” delle tre carte o dell’asso nella manica, e tuttavia, per quanto “terre à terre,” attiene in un certo senso al para-normale, al magico legato alla forza mentale.

Il segreto di Sommer, che a questo punto ha fermato tutti i più grandi rigoristi del momento, parte da una massima che vale per tutti gli sport e per tutti i casi della vita: non si deve assolutamente mostrare paura di fronte all’avversario: non si deve scendere in campo come contro l’Italia che vinse 3 a 0 ai recenti Europei, a Roma.

Non seguendo la tendenza del momento che vuole il portiere in moto orizzontale sulla linea nel tentativo di confondere le idee a chi tira, Sommer resta a lungo immobile, spiazzando mentalmente l’avversario: all’ultimo istante, ecco la mossa: Sommer, proprio quando Jorginho alza la testa per vedere il suo comportamento, si sposta leggermente sulla sua destra: a questo punto l’italo-brasiliano è convinto di avere gioco facile: e infatti batte debolmente sulla sinistra a metà strada fra il portiere e il palo: Sommer para, senza nemmeno troppo affanno.

L’osservatore superficiale parlerà di tiro mancato: vero e falso nello stesso tempo.

Vero perché la palla non è entrata, falso perché Jorginho poteva permettersi un tiro di quel genere, se Sommer fosse stato spiazzato. Ma non lo era, era un trucco, una finta, lui non era affatto sbilanciato dall’altra parte.

Sommer è assurto a fama mondiale quando ha parato due rigori a Sergio Ramos nella stessa partita: il primo, calciato bene, con una grande reazione.

Sul secondo Sergio Ramos, il miglior rigorista del calcio spagnolo, è apparso come “paralizzato”, “ipnotizzato”, non in senso “scientifico-paranormale” ma semplicemente nel senso molto umano della paura di non farcela: infatti più che un tiro, il suo rigore è stato un passaggio al portiere. Una resa.

Ma allora: allora l’ha ipnotizzato! No, gli ha tolto la convinzione, la sicurezza, Sergio Ramos non ci credeva più.

Anche quando Berardi si è presentato solo davanti a lui, Sommer ha applicato lo stesso principio: dare l’impressione di essere facilmente battibile, inducendo l’avversario al tocco in sicurezza, tanto è fatta… Ma allora l’ha ipnotizzato! Fate voi… Per il resto la Svizzera di Yakin, priva di 5 titolari e mezzo (Gavranovic) ha dapprima corso e picchiato molto (con Steffen, specialmente), e contrariamente a quanto ha affermato l’allenatore (i capi non la raccontano mai giusta, difendono se stessi) non ha mai controllato il gioco. Quando nell’ultima mezz’ora sono entrati Zakaria e Vargas il tasso tecnico è nettamente aumentato e la partita si è fatta equilibrata.

Purtroppo s’è visto che Rodriguez sulla fascia resiste solo un tempo: non ce la fa più a difendere e ad attaccare. Il Torino l’aveva tolto dalla prima squadra.

Petkovic l’ha riciclato con successo in una difesa a tre. Yakin, che ha trovato (complimenti!) Frei e Aebischer dovrà prendere una decisione delicata già mercoledì prossimo in Irlanda, dove ritroverà Frueler. L’Italia dovrà ora battere l’avversario più debole, la Lituania, che però ha perso in Svizzera solo per uno a zero.


Volando sempre basso, molto basso

Dalla zattera una modesta proposta per evitare che si allarghi il fossato tra vaccinati e non vaccinati 

L’entrata del nuovo municipale non avrà l’effetto di elevare la statura intellettuale media dell’esecutivo luganese, né quello di promettere punti di vista e approcci più alti rispetto alle sfide che attendono la città. Lo sapevamo tutti e lo sapeva anche chi lo aveva seinerzeit messo in lista, ben convinto che nel conclave elettorale Lui sarebbe entrato come cardinale e tale e quale sarebbe rimasto per tutta la legislatura. Lo sapeva meno l’interessato che si era anzi premurato di moltiplicare pre-elettorali esternazioni non memorabili, dimenticabili giudizi da un tanto al chilo, proposte senza molto senso né peraltro riscontro, imbarazzanti apparizioni televisive. Un tragico evento dimostra ancora una volta quanto beffarda e imprevedibile sia la vita.

E siamo qui, sempre alle prese con le pochezze di una classe politica cittadina che continua a non essere all’altezza dei problemi, financo non riesce veramente a coglierli in tutta la loro urgenza; e con essi, le opportunità che da una situazione di disagio possono nascere, a volerle cercare (facendosi beninteso aiutare da chi è all’altezza di capirci qualcosa).

Al netto delle piuttosto convincenti spiegazioni date da Michele Foletti, affidare (all’unanimità) al nuovo entrato un dipartimento dimezzato e quasi simbolico non costituisce di certo una capitis deminutio, ma una mera presa d’atto da parte dei suoi pari. I correligionari del Nostro hanno fatto il prevedibile numero della dignità offesa, minacciando il nulla, ma dalle loro disastrate sponde non possono permettersi molto altro; e tutto rientra così nell’ordine, senza che i liberali neppure ci abbiano provato a beneficiare della situazione per postulare il sindacato, foss’anche come segnale di vita da un partito sempre più in debito di ossigeno.

Con una bella dose di perfidia e di ironia, un vecchio saggio ha proposto di affidare al Ripescato un dicastero dello “sviluppo economico”, incaricato di dare corpo a una nuova progettualità cittadina; cioè affidarlo proprio a colui che, a babbo stramorto e sepolto, aveva favoleggiato del ritorno al Ticino offshore del segreto bancario.

Dai, accontentiamoci del solito piccolo cabotaggio, e delle quotidiane miserie, in attesa del voto sul megaprogetto immobiliar-sportivo di Cornaredo e soprattutto della sua campagna, con prevedibile comparsa del defunto e della sua riscoperta prole promossi, con bella dose di indecenza e di stolida sfacciataggine, a testimonial di un futuro puntualmente palazzinaro.