Dai socialisti serve più coraggio

Sulla decisione del PS ticinese di rinunciare ad un referendum sull'iniziativa UDS per il pareggio di bilancio tagliando prioritariamente sulla spesa 

Di Jacopo Scarinci, laRegione Ticino

In casa socialista rischia di essere un’occasione persa la decisione di scartare l’ipotesi referendum sull’iniziativa parlamentare dell’Udc che impone il pareggio di bilancio entro il 2025 agendo ‘prioritariamente’ sulla spesa. Una scelta che non convince per almeno due motivi. Il primo è che risulta difficilmente comprensibile l’argomento portato avanti dal co-presidente Fabrizio Sirica sul fatto che, avendo una base d’area del 25-30%, sarebbe complicato arrivare a convincere il 50% più uno dei votanti. Un referendum è sempre chiamato da una minoranza parlamentare o politica che sia, con lo scopo di rovesciare nella società e nel mondo fuori dal Palazzo una decisione presa dalla maggioranza parlamentare. Soprattutto considerando l’aritmetica: la votazione in Gran Consiglio è finita 45 a 39. Tutto ciò comporta che il tema della percentuale di partenza diventa secondario rispetto al messaggio, al segnale che si vuole lanciare cominciando a raccogliere le firme. E qui si arriva al secondo motivo: questo referendum magari non sarebbe vinto, ma darebbe una forte scossa a un elettorato di sinistra che la accoglierebbe e asseconderebbe ben volentieri. Mobilitandosi su qualcosa di importante che avrebbe il merito di condurre, con la sua onda lunga, alla campagna elettorale per le cantonali del 2023.

Ma è oltre la contabilità che il Ps dovrebbe concentrare il proprio sforzo, perché il discorso è anche estremamente pratico. È stato detto, pure al comitato cantonale della scorsa settimana, che se del caso saranno combattute – prima in parlamento, poi alle urne – tutte le misure che andranno a colpire le fasce più fragili della popolazione e tutti i tagli che saranno eventualmente votati dalla maggioranza borghese. L’elenco non sarà breve. Davvero si vorrà combattere una per una ogni misura che, verosimilmente, andrà a colpire l’elettorato di riferimento socialista? Si faranno delle scelte considerando cosa è sacrificabile sull’altare dei conti in ordine e cosa no? Una netta presa di posizione anche fattuale oltre che teorica farebbe tornare il Ps al centro del dibattito come forza ‘offensiva’ e non solo ‘difensiva’, dando alla popolazione la possibilità di partecipare a un dibattito focalizzato sulle idee, sui progetti e sulle ricette da seguire per i prossimi anni. Non è poco.

Il piano di rilancio socialista recentemente presentato è un lungo e costoso elenco di misure sul quale è pacifico che andrà trovato un compromesso su quasi tutto. Perché le forze in parlamento sono quelle che sono. Ma perché esse migliorino, perché alle elezioni crescano percentuali e persone elette in Gran Consiglio, bisogna andare all’attacco. Una volta considerati gli equilibri nel Legislativo, si guarda fuori: a chi non vota, a chi vota senza intestazione, a chi è deluso, a chi vorrebbe votare Ps ma da un lato è demotivato e dall’altro si rivolge alle alternative d’area rappresentate da Verdi, Pc ed Mps. Dire al proprio comitato cantonale, e di rimpallo a tutti i propri elettori e simpatizzanti, che non si lancia un referendum perché probabilmente lo si perderebbe dà un’idea di insicurezza e di consapevolezza della minoranza delle proprie opinioni che non fa bene agli ambiziosi progetti cui sta lavorando il Ps, tra piano di rilancio e salario minimo, dando indirettamente ragione a chi, negli altri partiti, sostiene ciò. Star chiusi in un angolo giocando in difesa per paura del voto popolare è l’esatto contrario di quello che dovrebbe fare una forza politica oggi, in uscita dalla pandemia. Ancor di più se ha l’aggettivo ‘socialista’ nel proprio nome e se si fanno tanti discorsi sul progressismo.


Il destino demografico dell’occidente tra quantità e qualità

Sulla decisione del PS ticinese di rinunciare ad un referendum sull'iniziativa UDS per il pareggio di bilancio tagliando prioritariamente sulla spesa 

Di , Neodemos

L’Occidente sta entrando in una fase di declino demografico che continuerà per tutto il resto del secolo.  Ma la questione centrale non è l’essere in valore assoluto tanti o pochi. A fare la differenza nel mondo in cui vivremo nei prossimi decenni, come evidenzia Alessandro Rosina in questo contributo, è soprattutto come verranno gestiti due rapporti relativi: quello tra le diverse aree del pianeta e quello tra le diverse generazioni.

L’ascesa demografica dell’Occidente

La combinazione di tre grandi rivoluzioni nate in Europa (scientifica, industriale e demografica) consentono oggi all’umanità di poter vivere più a lungo, di aver accesso a maggiori risorse materiali, di usare tecnologie sempre più efficienti per comunicare e viaggiare, di aver più ampie scelte sul proprio destino sociale. Si tratta di conquiste che i Paesi occidentali hanno potuto sperimentare per primi e che hanno consentito di ottenere un vantaggio competitivo rispetto al resto del mondo. Tecnologia più avanzata e maggiori risorse economiche hanno favorito, in una prima fase, la crescita della popolazione grazie alla riduzione della mortalità (prima infantile e poi nelle fasi successive di vita). A sua volta la crescita demografica ha aumentato la forza lavoro ma ha anche stimolato ulteriore miglioramento tecnologico come risposta alla tensione tra popolazione e risorse. Ha aumentato la necessità di relazioni e commercio con il resto del mondo. Ha inoltre alimentato l’emigrazione verso altri continenti. Il riscontro maggiore di questo processo più che sul peso demografico dell’Europa o dei Paesi occidentali sul totale degli abitanti del Pianeta lo si può ottenere dal numero di coloro che usano l’inglese come strumento per comunicare.

La demografia è quindi parte integrante dei meccanismi che hanno portato alla crescita dell’Occidente nello scenario mondiale, ma il peso stesso della popolazione è tra i maggiori fattori che ne hanno consolidato il ruolo. Come sottolinea Massimo Livi Bacci in “Storia minima della popolazione del mondo”, due Paesi con stessa ricchezza pro-capite tendono ad avere una popolazione che all’interno dei confini vive mediamente in condizioni di analogo benessere materiale. Ma se il primo Paese ha cinque volte la popolazione del secondo, può contare molto di più nelle relazioni con gli altri Paesi. Se gli Stati Uniti d’America improvvisamente si trovassero con una popolazione dell’ammontare di quella della Svizzera, avrebbero molta meno possibilità di usare le proprie risorse economiche per rapporti di aiuto verso altri Paesi, iniziative internazionali, investimento su nuove tecnologie, oltre che forza militare. È, infatti, la combinazione tra livelli di ricchezza, dimensione della popolazione, attrazione di talenti esterni, che consente poi di aver anche un ruolo più rilevante verso l’esterno.

Il declino demografico dell’Occidente

L’Occidente si trova ora in una nuova fase della rivoluzione demografica: quella in cui, dopo la riduzione della mortalità, la fecondità non solo è diminuita ma si è portata su valori inferiori a quelli del rimpiazzo generazionale (che corrisponde, come ben noto, a circa due figli per donna). Il continente europeo, nel suo insieme, è crollato sotto tale soglia a partire dalla seconda metà degli anni Settanta. L’attuale dato dell’Unione europea è poco superiore a 1,5. Gli Stati Uniti sono riusciti più a lungo a mantenersi vicini al valore di rimpiazzo, ma nell’ultimo decennio hanno subito una sensibile riduzione.

Come conseguenza di queste dinamiche i Paesi occidentali hanno perso la loro capacità di crescita demografica endogena per il resto di questo secolo. La persistenza di tale condizione ha come conseguenza la riduzione del loro peso sulla popolazione mondiale. Se nel secolo scorso la differenza era tra diversi ritmi di crescita nelle varie aree del mondo, nel resto di questo secolo sarà invece sempre più evidente il contrasto tra aree in (più o meno forte) crescita e aree in declino.

In questa prospettiva, l’Europa è il continente che più si sta rimpicciolendo. Se all’inizio del secolo scorso il peso sulla popolazione mondiale era superiore al 25%, oggi è inferiore al 10%. Proprio in questi anni, anche tenendo conto del contributo dell’immigrazione, tale continente sta entrando in una lunga fase discendente della curva demografica. Raggiunti i 747 milioni di abitanti, secondo le previsioni delle Nazioni Unite (con base 2019), è previsto tornare sotto 700  milioni poco dopo il 2050 e via via poi continuare a declinare. Quelle che vengono indicate come “More developed regions” (Europa, Nord America, Australia/Nuova Zelanda e Giappone) hanno di fatto esaurito la fase di crescita e sono destinate a stabilizzarsi sotto 1,3 miliardi di abitanti per poi diminuire. Nel frattempo, entro il 2050, nel resto del Pianeta si aggiungeranno altri 2 miliardi di abitanti.

Il destino demografico dell’Occidente

Gli Stati Uniti dovrebbero iniziare la propria parabola discendente dopo la metà del secolo. Ma queste proiezioni risultano ottimistiche, in particolare per il fatto che la fecondità degli USA si è ridotta in modo considerevole negli ultimi anni e la pandemia ha ulteriormente agito negativamente. Le ipotesi delle Nazioni Unite (scenario centrale) sono basate su un numero di figli per donna statunitense assestato attorno a 1,8. Ma nel 2019 risultava già sceso a 1,7 e le stime per il 2020 sono ancora più basse (1,6). Dati che hanno alimentato nel dibattito pubblico americano un’intensa discussione su cause e conseguenze del declino demografico. Nella classifica dei Paesi più popolati, dominata da India e Cina, gli USA nei prossimi decenni dovranno cedere il terzo posto del podio alla Nigeria. Entro il 2050 la Russia slitterà dal nono al 15esimo, la Germania, il Paese UE più popoloso, dal 17esimo scivolerà al 25esimo.

Ma se il rapporto relativo tra i vari Stati è in grande mutamento, c’è un altro rapporto in profonda trasformazione in questo secolo: quello tra giovani e anziani. Tale cambiamento sta interessando in modo particolare i Paesi occidentali, all’interno dei quali la popolazione più matura è in continuo aumento mentre le nuove generazioni già da tempo sono in progressivo indebolimento quantitativo. Nei Paesi più sviluppati, sempre secondo le Nazioni Unite, entro il 2050 gli over-65 arriveranno a superare gli under-25, mentre su scala globale i più giovani continueranno a essere oltre il doppio rispetto ai più anziani.

Più nello specifico, gli Stati occidentali non andranno solo incontro a una riduzione della popolazione ma al loro interno si ridurrà ancor più, in senso assoluto e relativo, la componente più dinamica, quella giovane-adulta che maggiormente alimenta i processi di sviluppo economico e innovazione.

La transizione dalla quantità alla qualità

Queste dinamiche vanno però anche viste all’interno di una transizione più ampia che porterà tutta la popolazione del Pianeta a esaurire la sua spinta alla crescita. Verso la fine del secolo il tasso di fecondità mondiale è previsto scendere attorno ai due figli per donna. I diversi tempi in cui tale processo si realizza nelle varie aree del globo fanno però la differenza. I Paesi occidentali, come abbiamo visto, hanno anticipato la fase di declino, mentre l’Africa è ancora all’apice della sua crescita. Questo significa due cose. La prima è che si passerà progressivamente dalla quantità della crescita, che ha dominato il Novecento (non solo dal punto di vista demografico), alla crescita della qualità. Ovvero diventa trainante nei processi di sviluppo più la qualità del capitale umano e la sua valorizzazione, in tutte le fasi della vita, che il peso in sé della fascia attiva. La seconda è che, però, ancora per lunga parte di questo secolo la quantità farà la differenza. Lo farà, anzi, ancor più che in passato perché i ritmi di crescita tra aree del mondo e tra generazioni non sono mai stati così divergenti. Questo, allora, significa anche che quando gli accentuati squilibri di questa fase saranno superati e la crescita della popolazione risulterà di fatto stabilizzata in tutto il Pianeta, la configurazione geopolitica sarà nel frattempo cambiata e i Paesi leader non saranno necessariamente quelli attuali. Il limite dell’Occidente è che, nel pieno di questa fase di transizione mondiale, il suo peso è quello che maggiormente si riduce. Il vantaggio è l’essere obbligato già da subito ad agire sulla leva qualitativa (formazione continua, uso delle nuove tecnologie abilitanti, capacità di mettere in relazione culture diverse, soft power, sviluppo sostenibile) che è quella che nel lungo periodo farà la differenza.

(*) Versione rivista di un articolo pubblicato da ISPI


Quando comincia..?

Sulla decisione del PS ticinese di rinunciare ad un referendum sull'iniziativa UDS per il pareggio di bilancio tagliando prioritariamente sulla spesa 


La ragione trascurata che mi fa dire sì al Polo sportivo

Sulla decisione del PS ticinese di rinunciare ad un referendum sull'iniziativa UDS per il pareggio di bilancio tagliando prioritariamente sulla spesa 

Di Chiara Orelli, già deputata al Gran Consiglio 

C’è un’assenza vistosa e insieme dissimulata che mi colpisce nelle posizioni dei contrari al PSE: ed è la quasi totale omissione dell’elemento umano, delle persone. Si parla di traffico a rischio esplosione (ma la strada contestata si farà comunque, con il PSE o senza); si parla di “speculatori” pronti a ghermire la preda e che no, non sono quelli che hanno acquistato nel silenzio generale il Palace, all’epoca della costruzione di quel LAC che per poco ci manda a gambe all’aria e di cui nihil nisi bonum; si parla di spazi verdi che sì, ci sono, ma fanno torcere il naso, a chi fa permacoltura in giardino, mica mette il verde sui tetti del garage. Ma non si parla mai delle persone che già vivono in quella ampia area, caratterizzata da quel senso di incompiuto e provvisorietà proprio delle periferie non privilegiate la cui ricucitura ho già tentato di porre come buon motivo per essere favorevoli al PSE, uno strumento non perfetto ma un tentativo coerente e intelligente di dare una risposta allo sfilacciamento territoriale che è anche disunità sociale.

Eppure l’urbanistica, l’idea di cosa debba essere una città, i luoghi dove le persone vivono, dovrebbe essere al centro della riflessione, prima ancora che le considerazioni di ordine sportivo o legate agli aspetti finanziari del progetto. Mi colpisce molto che manchi soprattutto negli oppositori di sinistra un’idea complessiva di città che ci dica cosa debba essere alternativamente quella zona: perché non c’è nulla di più concreto e di sociale ‘a favore dei meno fortunati’ che ridefinire il territorio in cui vivono connettendolo con il resto dello spazio urbano, dotando questo spazio di vitalità, dignità, bellezza. Io non so davvero che cosa ci sia di più di sinistra che, senza cedere alla retorica, pensare a come vivono le persone e a come potrebbero vivere meglio. Perché ogni Roma ha la sua Remoria, la città di Remo, la non–Roma dimenticata. E se chi abita o frequenta il centro luganese e i suoi spazi aggregativi oggettivamente d’élite ha una sua topografia assestata ed esclusiva (anche nel senso di escludente) di riferimento, forse a chi abita in via Ronchetto, in via Beltramina, in via Trevano, alla ‘torre’ di Pregassona di là dal fiume, non sarebbe male offrire spazi aggregativi diversi dalle panchine davanti alle camere ardenti del Cimitero. Rafforzare la personalità di zone senza riferimenti per chi ci vive contrastando l’indebolimento delle reti di relazione e di sostegno che ancora una volta qualifica le periferie non privilegiate dovrebbe essere un compito ritenuto primario da tutti. Quantomeno, dovrebbe proprio essere un obiettivo di chi ha cuore l’appianamento dei disequilibri e un’equa distribuzione delle risorse pubbliche su tutto il territorio urbano: anche questo, tra l’altro, fa vincere le sinistre (nelle altre città).

Immagine a cura della redazione


Se lavorare non conviene più

Sulla decisione del PS ticinese di rinunciare ad un referendum sull'iniziativa UDS per il pareggio di bilancio tagliando prioritariamente sulla spesa 

“Una nuova era di scarsità minaccia la prosperità globale”, così titolava qualche giorno fa l’Economist. Secondo il settimanale economico, l’evento pandemico ha segnato il passaggio da un decennio, quello che ha fatto seguito alla crisi finanziaria del 2008, di scarsità della domanda, ad un periodo, quello attuale, in cui è la scarsità dell’offerta a dominare la scena. Nel primo periodo, le politiche austeritarie, la riduzione dei debiti accumulati dalle economie domestiche, gli scarsi investimenti delle imprese e l’uso abbondante di lavoro a buon mercato, avevano contribuito a deprimere la domanda di beni e servizi, dando origine alla famosa “stagnazione secolare”. Oggi, invece, dopo i mesi di risparmio forzato causato dal lockdown e dai confinamenti, la domanda pubblica e privata è in aumento, un aumento tale che l’offerta non ce la fa a starle dietro: mancano i camionisti per distribuire le merci, i porti di tutto il mondo sono intasati dai container, i prezzi dell’energia e delle materie prime schizzano verso l’alto. Col risultato che l’accelerazione inflazionistica sta spaventando gli investitori, proprio in questa fase di ripresa post-pandemica, che potrebbe arrestarsi qualora le banche centrali dovessero porre termine alle loro politiche monetarie espansive.

L’esito di questo drastico passaggio all’economia della scarsità potrebbe essere, secondo un numero crescente di economisti, l’inizio di un periodo di stagflazione, quella combinazione di crescita lenta e inflazione già sperimentata nel corso degli anni Settanta. Anche allora la stagflazione era stata inaugurata dalla crisi energetica del 1973, con l’aumento del prezzo del petrolio che aveva innescato una spirale inflazionistica in cui prezzi e salari si rincorrevano senza tregua. La domanda che ci si pone oggi è, appunto, se l’inflazione sia destinata a durare nel tempo o se invece si tratti di un fenomeno passeggero che scomparirà non appena le catene del valore e della distribuzione si saranno rimesse a funzionare a pieno regime. Difficile rispondere in modo categorico, salvo osservare che, a differenza degli anni Settanta in cui il movimento sindacale era forte e il lavoro salariato più omogeneo e coeso, oggi il mondo del lavoro è assai più frammentato e precarizzato, con un potere contrattuale decisamente più debole. Il che significa che le probabilità che l’aumento dei prezzi causato dal disallineamento tra domanda e offerta si traduca in un ciclo di aumento inflazionistico dei salari sono minori.

In una situazione in cui i posti vacanti sono molti, i salari stagnano e i prezzi aumentano, i sussidi e le misure di sostegno del lavoro stanno terminando, ci si aspetterebbe un aumento dell’offerta del lavoro, un aumento cioè della disponibilità delle persone a lavorare. E invece veniamo a sapere che negli Stati Uniti quattro milioni di lavoratori (il 3% della forza lavoro) si sono licenziati “senza ragione” nell’ultimo anno. Si parla nientemeno che di rifiuto del lavoro causato da burnout o da condizioni salariali e occupazionali inaccettabili. Vien da chiedersi se nell’economia della scarsità la sopportazione e la pazienza siano anch’esse diventati dei beni scarsi.

Testo dell’intervento nella rubrica Plusvalore di Rete Due del 21 ottobre
Titoli della redazione


Macerie #3 – Lugano brucia

Sulla decisione del PS ticinese di rinunciare ad un referendum sull'iniziativa UDS per il pareggio di bilancio tagliando prioritariamente sulla spesa 

I Molini Bernasconi non potevano che finire bruciati, perché era troppo alto il loro potenziale sovversivo. E così è stato. In una notte di fine primavera, una mano ignota, appiccò un incendio nella biblioteca, situata nella torre principale del centro sociale. Un trauma, che contibuì a creare una netta distinzione: un prima ed un dopo. Un’inchiesta piena di lacune. L‘autogestione accettò la proposta delle autorità di spostarsi al Maglio, un ex albergo situato nella periferia industriale di Lugano, ma fu una scelta sofferta che creò dubbi e lacerazioni nel gruppo degli autogestiti.

I nuovi podcast vengono pubblicati quindicinalmente il martedì su naufraghi.ch così come su Spotify e su Apple podcast. Inoltre vengono ritrasmessi da Radio Gwen e da alcune radio di movimento italiane. Per commenti: macerie@inventati.org

Ascolta tutte le puntate della serie


Scopri, noleggia, guarda: felici (a pagamento) con Swisscom

Sulla decisione del PS ticinese di rinunciare ad un referendum sull'iniziativa UDS per il pareggio di bilancio tagliando prioritariamente sulla spesa 

Sono un vero rossocrociato (quasi come Quadri) e voglio vedere le uniche squadre svizzere impegnate a livello internazionale, Young Boys e Basilea (anche se forse, con tutti quei neri in campo, l’on Quadri…)

Ma insomma: da quando la Società Svizzera di Radiotelevisione è stata duramente attaccata dagli eredi del Trio di Gandria Quadri (ancora lui…) Pamini e Bühler che hanno strimpellato in tutti i canvetti il “NO BILLAG BLUES” (producer Foa/Tettamanti), la SSR ha dovuto ridurre il canone di franchi 100 l’anno, altrimenti i veri patrioti di cui sopra, la TV e la Radio l’avrebbero appaltata “allo straniero”, magari a Netflix che di questi tempi si sta segnalando per un deciso contributo all’educazione dei giovani svizzeri – con un gioco nel quale il perdente si può tranquillamente uccidere.

Persi 100 franchi, la SSR non ha più potuto seguire la demenziale corsa al rialzo del prodotto “calcio” che la Lega Italiana, per esempio, ha venduto (a Sky e a DAZN) per poco meno di un miliardo di euro. La SSR prima ha cancellato un turno di Champions trasmettendo solo il martedì, poi a partire da quest’anno ha dovuto rinunciare del tutto. Lo stesso vale per la Conference League e per l’Europa League, dove la SSR ha i diritti per le squadre svizzere, ma solo in casa ( nessun nostro club si è qualificato).

Mercoledì a Berna lo Young Boys ha giocato bene, ma, vicino al pareggio, ha perso 4 a 1. È stato commovente vedere come i 35000 (!) spettatori hanno celebrato sino all’ultimo i propri (multietnici) colori. Un bell’esempio di coesione elvetica e integrazione. Appunto: uno dei pochi argomenti degni d’attenzione di chi voleva affossare (o quasi) la TV pubblica era proprio questo: per un servizio alla coesione nazionale, che si occupi delle varie regioni, lingue, sensibilità culturali ecc.:, a che serve lo sport? Davvero?  Federer, Bencic, i ragazzi e le ragazze dello sci, la nazionale di calcio, tutti quelli che hanno fatto bene alle Olimpiadi, non fanno bene anche al Paese? Oltretutto non si può più nemmeno dire che lo sport, il calcio in particolare, alle donne non interessa, e dunque non fa parte dei “beni di consumo” familiari.

Le donne sono sempre più presenti, e partecipi, allo stadio e davanti allo schermo. Gli accademici, specialmente i latini, da buoni cattolici nemici dell’educazione fisica (rafforza le pulsioni erotiche) arricciano il naso, ma è proprio così.

Arriviamo al dunque, ai conti della serva, perché proprio di questo si tratta: la lotta per il ruolo della TV pubblica si è giocata sui soldi, e su un’operazione da magliari portata avanti dallo stesso Foa, dal Corriere del Ticino e da Teleticino con il derby di hockey fra il Sopra e il Sottoceneri: alla SSR erano stati chiesti 100’000 franchi a partita, che non potevano essere pagati. Pagati da Teleticino? Regalati, pare per soli 20’000 franchi, da chi voleva mettere KO la TV pubblica? I numerosi grulli di “Derbyland” dicevano: “la partita la vediamo gratis su Teleticino: perché pagare il canone SSR”? Ma quando si comprano i diritti dell’hockey svizzero per 35 milioni come ha fatto la UPC sottaraendoli alla SSR, se non si vuole andare in perdita, gli abbonati devono essere molti. Evidentemente non lo erano. Ora l’hockey è tornato sulla SSR. A più miti consigli.

Ma torniamo al calcio: risparmiati 100 franchi l’anno, mercoledì ho speso fr. 9.90 per lo Young Boys, giovedì idem per il Basilea, e se voglio vedere il Lugano altri 7.90: totale per 3 partite: fr. 27.70; rinunciando a Messi, Ronaldo & Co. che la SSR proponeva nel doppio turno martedì/mercoledì: altrimenti il conto s’avvicina ai 45 franchi. Certo: si può sempre fare un abbonamento per 29.90 al mese.

Facciamo 8 mesi: siamo sui 240 franchi, 140 in più del vecchio canone TV. In questo pacchetto ho il campionato svizzero (la SSR ha diritto a un solo match a turno) e quello francese e spagnolo, che al tifoso svizzero non necessariamente interessano.

Privatizzare insomma, è il dogma del tempo: in attesa degli aumenti del prossimo anno (2 franchi a partita in questo), a quando una multinazionale che privatizza l’aria, la mette in sacchetti di “cellophane” e la vende a soli 4 centesimi al centimetro cubo (6 se di montagna) affinché tutti (o quasi…) possano liberamente respirare?


Quale ‘libertà’ invocano no-vax e no-green pass

Sulla decisione del PS ticinese di rinunciare ad un referendum sull'iniziativa UDS per il pareggio di bilancio tagliando prioritariamente sulla spesa 

Riecheggia nelle piazze la parola ‘libertà’. Invocata da no-vax e no-green pass. Di nuovo a Berna, ieri, in quella che è stata probabilmente la più affollata delle loro manifestazioni nella Confederazione. Già, libertà. Pochi altri concetti hanno avuto così tante definizioni, declinazioni diverse e persino contrastanti, e gli sono stati dedicati i più svariati aforismi, che ne dimostrano la volatilità interpretativa. Ognuno ha una propria idea di libertà, definita valore assoluto. E già basta per perdersi in infinite e diverse sensibilità. Nonché in copiose manipolazioni.

Montesquieu riteneva per esempio che “la libertà è fare ciò che le leggi permettono”. E se si tratta di cattive leggi, o di leggi imposte da un regime illiberale, hai la libertà di ribellarti, eventualmente anche con la forza? In effetti, sottolinea François Gauthier, professore all’Università di Losanna di scienze della religione, quella parola non ha senso se lasciata solo a sé stessa; e sostiene che, per avere senso, debba essere modulata su due altri valori, l’uguaglianza e la solidarietà: “Detto altrimenti, è sempre condizionata dagli obblighi sociali, al rapporto con gli altri, e alla società nel suo insieme”.

Perciò cita Jean Jacques Rousseau, il cui concetto di libertà risulta anche il più esigente: la libertà dipende dalla propria capacità di mettere da parte i propri interessi personali a beneficio del bene comune”. Siamo in sostanza alla citatissima “la mia libertà termina dove comincia la libertà dell’altro”. Ma Gauthier ricorda che anche fra i liberali più liberali, si tratti di John Stuart Mills o del libertario Ruwen Ogien, “la libertà è sempre sottomessa all’imperativo di non nuocere ad altri e se necessario di garantirgli assistenza”.

A quale libertà si riferiscono invece negazionisti del vaccino anti-Covid o della necessità del green pass (distinguerli è arduo)? Si tratta, secondo Gauthier, di un ‘anti’ che rompe con questi concetti di rispetto e bene comune che stanno (dovrebbero stare) alla base della nostra convivenza sociale, e privilegiano invece “un’idea che rivendica una scelta individuale assoluta… che si sottrae a qualsiasi obbligo verso gli altri, che annulla qualsiasi idea di bene comune, una concezione neo-liberale mutuata dalla regola economica della assoluta libertà di scelta”.

La regola teorizzata nel 1980 dall’economista Milton Friedman nel libro ‘Free to choose’, “in cui riduceva la libertà politica alla libera scelta nell’ambito del mercato”. Lo stesso Friedman che ispirò la politica di Pinochet, e che in un’intervista a “El Mercurio” giustificò la sua ammirazione per il dittatore cileno affermando di “preferire un regime anti-liberale a un regime senza liberalismo economico”. Il Friedman cattivo maestro liberista di reaganismo e thatcherismo.

Sostiene dunque l’accademico romando che ci sarebbe dunque questo presupposto anti-sociale dietro lo slogan della ‘dittatura sanitaria’ e della relativa richiesta di ‘libertà’, dietro questa spinta anti-statale, di cui l’UDC ha strumentalmente deciso di prendere la guida puntando sul suo eventuale rendiconto elettorale. Non che tutto il movimento ‘no vax / no green pass’ sia permeato del verbo politico democentrista, primanostrista e sovranista. Nel ventre di questa protesta c’è anche altro, comprese frange dell’estremo radicalismo di sinistra. Ma non può essere un caso che ovunque in Europa e del ‘mondo democratico, questa protesta abbia nella destra-destra il suo principale carburante. Come accadde tre settimane fa nella Roma messa a soqquadro dallo squadrismo neofascista. Non tutti quelli di Piazza del Popolo erano eredi di Rauti e nostalgici del duce. Ma tutta la folla applaudì i loro fanatici propositi. Stando rigorosamente sotto il palco delle parole incendiarie ed eversive.


È una carneficina

Sulla decisione del PS ticinese di rinunciare ad un referendum sull'iniziativa UDS per il pareggio di bilancio tagliando prioritariamente sulla spesa 

Nel sito che in Svizzera raccoglie i dati su femminicidi e tentati femminicidi (Stopfeminizid.ch) risultano,  nel solo 2021, 25 femminicidi (di cui 2 in Ticino) e 8 tentativi (a cui aggiungere il recente fatto di sangue di Via Vallemaggia). In Italia (che conta circa 10 volte gli abitanti della Svizzera) al 20 ottobre erano 90 le donne uccise da uomini, spesso partner o ex partner.

È un bollettino di guerra, che nel tasso di femminicidi in rapporto alla popolazione vede la Svizzera, in Europa, precedere paesi come Germania, Italia e Regno Unito (dati del 2015). Questi casi non sono quasi mai dei “raptus”, frutto di una follia omicida imprevedibile. Sono piuttosto azioni precedute da minacce, intimidazioni, persecuzioni. Atti che intenzionalmente vogliono terrorizzare. La vittima talvolta confida solo a terze persone le proprie preoccupazioni, ma per la maggior parte dei femminicidi la polizia o ad altri servizi sono già a conoscenza di fatti di natura violenta o persecutoria degli autori.

Anche nel caso di Locarno gli interventi adottati per proteggere la vittima non sono stati sufficienti.  L’allontanamento del giovane, già decretato, non ha sortito nessun effetto, e la giovane ragazza ha davvero rischiato di morire.  Al momento sono poche le misure che si possono adottare per tutelare attivamente le potenziali vittime: l’allontanamento dell’autore dal domicilio, il divieto di avvicinamento o di contatto, la possibilità di recarsi in una casa protetta. Sono però misure che non possono protrarsi per molto tempo, e per questo le donne vittime di violenza convivono con la paura di trovarsi di fronte da un momento o l’altro il proprio assassino. Costantemente in stato di allerta, la loro vita è sconvolta.

Ma come intervenire meglio a protezione delle vittime, rispettando nel contempo i diritti del presunto autore? Uno stato di diritto non può rinchiudere in carcere a titolo preventivo una persona che non ha ancora commesso reati (dobbiamo precisare che esiste l’eccezione per la Legge federale sulle misure di polizia per la lotta al terrorismo votata dal popolo recentemente e che apre scenari forse arbitrari nella sua applicazione). Comprensibile quindi il sentimento di frustrazione delle vittime alla mercé di un partner o ex partner violento, che anche quando si rivolgono alla polizia non vedono di fatto sparire la minaccia e la paura, ma si confrontano con misure che non potranno proteggerle dalla determinazione alla sopraffazione che pervade gli autori.

Forse sarà poco, ma se si riconoscesse il reato di stalking con pene più pesanti e l’obbligo per gli autori di seguire dei programmi contro la violenza, sarebbe un primo passo. In Svizzera non esiste un reato specifico, ma devono presentarsi singoli reati ripetuti (spesso sottovalutate dal punto di vista della pericolosità) per essere considerati persecutori e minacciosi (abuso di impianti telefonici, minacce, violazione di domicilio, ecc.).

Per questo è indispensabile formare meglio tutti i professionisti (polizia, medici, infermieri, consulenti, pretori) affinché riconoscano i segnali di pericolo per la vittima e attivino misure adeguate ai singoli casi nei confronti dell’autore. Non sempre il solo allontanamento o il divieto di avvicinamento sono sufficienti.

Contrariamente a quanto abbiamo tutte pensato, il braccialetto elettronico che sarà possibile usare a partire dal 1° gennaio 2022 permetterà solo una sorveglianza passiva, tracciando sì gli spostamenti del potenziale autore, ma senza che sia possibile un controllo in tempo reale. La sua adozione dovrà inoltre essere richiesta espressamente dalla vittima (mettendola quindi in una situazione di maggior vulnerabilità). Oggi tuttavia sarebbe possibile attivare dispositivi tecnologici che mettono in allarme subito la vittima e fanno scattare l’intervento della polizia, sull’esempio di paesi come la Spagna, che ha visto diminuire in 10 anni da 76 a 47 (nel 2018) il numero di femminicidi proprio grazie a dispositivi di protezione e di persecuzione dei reati. Quindi agire si può.

Ma non dimentichiamo che, come dice Michela Murgia, se ci occupiamo di femminicidio o di stalker significa che, quando lo Stato comincia a occuparsene, la donna è già diventata una vittima. Dobbiamo mettere in atto misure per disinnescare alla base la cultura maschilista e patriarcale, quella che porta gli uomini a considerare le donne una loro proprietà e le donne a scambiarlo per amore.

Lisa Boscolo è co-presidente Coordinamento donne della sinistra


Credit Suisse, storia di tonni e corruzione

Sulla decisione del PS ticinese di rinunciare ad un referendum sull'iniziativa UDS per il pareggio di bilancio tagliando prioritariamente sulla spesa 

Due luoghi che più diversi non si può. Da una parte, Paradeplatz a Zurigo, cuore pulsante del capitalismo finanziario elvetico, sede di Credit Suisse. Dall’altra, il Mozambico, uno degli Stati più poveri e corrotti del pianeta, martoriato da anni di guerra, oggi nella morsa delle milizie islamiste e vulnerabile come pochi alle catastrofi naturali. Due mondi lontani, ma che si intersecano come maglie di una rete da pesca. Una similitudine non casuale: a far da sfondo a questa vicenda sono infatti dei tonni.

È infatti per finanziare lo sviluppo della pesca al tonno che, tra il 2013 e il 2014, Credit Suisse e la banca russa VTB Capital concedono un prestito di circa due miliardi di dollari al Mozambico. I soldi devono finanziare tre nuove aziende statali come parte di un progetto per creare una flotta di pesca al tonno. Si parla così di “tuna bond”. Anziché una mattanza di tonni, quest’operazione porterà però al dissanguamento delle casse dello Stato mozambicano.

Il prestito sfugge ai controlli necessari e non viene ratificato dal parlamento locale. I creditori non sembrano farsene una ragione. Tanto più che il Governo li tranquillizza col fatto che dai fondali a largo delle coste emergono in continuazione nuove riserve di gas naturale. Tutto non va però come previsto. Anche se, forse, tutto era prevedibile. I soldi finiscono in varie tasche, ma non là dove dovevano andare. A sguazzare in questa tonnara sono i politici locali che hanno coordinato l’operazione, in particolare l’entourage dell’ex ministro delle finanze Manuel Chang. Ma non solo: ne approfittano anche la Privinvest, il costruttore navale che fa capo al magnate franco-libanese Iskandar Safa e gli stessi banchieri che, dalla filiale Credit Suisse di Londra, hanno pilotato l’operazione.

I soldi girano. Le imbarcazioni, invece, inadatte e sopravvalutate, arrugginiscono nel porto di Maputo. Lo scandalo scoppia nel 2016 quando il Mozambico si trova nell’incapacità di pagare gli interessi del suo debito. Una situazione che crea un effetto catena: l’FMI, gli Stati (tra cui la Svizzera) e diversi altri finanziatori chiudono i rubinetti e bloccano finanziamenti e nuovi prestiti. Il risultato è una bancarotta nazionale, con una crisi economica che vede la valuta nazionale crollare in valore del 70% e il tasso di crescita del PIL scendere dal 6,7% al 3,8%. A pagarne le conseguenze, come sempre, è la popolazione, spinta ulteriormente nell’austerità per pagare un debito odioso concepito tra le corrotte élite locali e i bankster [banchieri-gangster, ndr] di Credit Suisse.

Lo scandalo porta all’apertura di inchieste giudiziarie negli Stati Uniti, in Inghilterra e in Svizzera dove, a seguito anche di una denuncia inoltrata nel 2019 dall’ONG Pubic Eye, il Ministero pubblico della Confederazione ha aperto un’inchiesta contro ignoti. La procedura elvetica è ancora in corso, mentre negli USA e in Gran Bretagna le inchieste hanno già portato a importanti decisioni. Nel 2019, tre banchieri di Credit Suisse si sono dichiarati colpevoli negli USA per aver cospirato per violare le leggi americane contro la corruzione nonché per riciclaggio di denaro e frodi sui titoli. Per le autorità americane i banchieri hanno co-organizzato l’assegnazione di super-mazzette a funzionari mozambicani: per un importo di 200 milioni di dollari, con cui si erano arricchiti anche personalmente.

Questa settimana è stato invece il turno della banca. Credit Suisse ha accettato di pagare un totale di 475 milioni di dollari per mettere fine alle inchieste giudiziarie negli Stati Uniti e in Gran Bretagna. Attraverso le azioni dei suoi banchieri, Credit Suisse ha ingannato in modo fraudolento gli investitori e violato le leggi statunitensi sulla corruzione, hanno affermato le autorità americane secondo cui quanto accaduto è da imputare ai “controlli contabili interni carenti del Credit Suisse, che non sono riusciti ad affrontare adeguatamente i rischi significativi e noti riguardanti la corruzione”. La banca, che si è dichiarata colpevole, cancellerà inoltre un debito di 200 milioni a profitto dello Stat africano. In parallelo, anche la FINMA ha annunciato di aver concluso la propria inchiesta. Per l’Autorità di vigilanza, Credit Suisse “ha gravemente violato i requisiti in materia di organizzazione e l’obbligo di comunicazione sancito dalla Legge sul riciclaggio di denaro”. L’inchiesta ha dimostrato gravi lacune nella gestione dei rischi a livello del gruppo: la casa madre zurighese disponeva di informazioni secondo cui i crediti potevano essere stati oggetto di un utilizzo non conforme allo scopo, ma, malgrado diversi segnali d’allerta, da Zurigo non si è intervenuto e non si sono chiesti chiarimenti. In Svizzera, di sanzioni pecuniarie, nemmeno l’ombra. La FINMA si è limitata ad imporre delle ”condizioni temporanee per le nuove operazioni creditizie con Paesi finanziariamente deboli e Paesi esposti a un rischio elevato di corruzione”. Basterà? Chiedetelo al popolo mozambicano.